1notturno

“Notturno salentino”: un estratto

1notturno

Pubblichiamo un estratto da Notturno salentino, l’ultimo romanzo di Federica De Paolis pubblicato da Mondadori.

di Federica De Paolis

11.

«Dove vai, mamma?» chiese Marta.
«In una città qui vicino che si chiama Lecce.» Le tolsi la molletta, stirai i capelli con il palmo della mano e gliela rinfilai.
«Ma Miriam viene con te…»
«Sì…»
«Perché?»
«Perché deve andare dalla sua mamma.»
«Non sei tu ora la sua mamma?»
«Solo un po’… Lei ha una mamma tutta sua…»
«E io? Io no?»
«Certo che sì… io chi sono?»
«Ma tu non sei solo mia, tu sei anche la mamma di Tito e un po’ anche di lei, tu sei di tutti…»
«Concordo» disse Boris, che si stava infilando le sue Vans rosse. «Sei un po’ un tegame…» E rise da solo.
“Tegame”. Me lo aveva insegnato lui: era l’equivalente lucchese di puttana, mignotta, un sostantivo vernacolare ironico e caldo.
«Che vuol dire tegame, mamma?» Marta faceva la lagna, parlava strascicando le parole.
«Pentola, vuol dire pentola… Adesso dammi un bacio.»

Mi tirai su dal letto e con mia sorpresa Boris fece lo stesso, lo vidi infilarsi telefono e portafogli in tasca. Non era chiaro chi dovesse accompagnare Miriam da Ester. La sera precedente, dopo l’arrivo della telefonata di sua madre, era venuta nella mia stanza e mi aveva chiesto nuovamente di portarla. Il luogo deputato, Lecce, mi aveva lasciato supporre che Ester non volesse dare un volto alla dimora estiva dell’ex compagno. Ester aveva sempre girato al largo da Boris. Nella mia testa, lei voleva vedere solo me e Miriam. Era un affare di donne.

«Vieni anche tu?» gli domandai.

Mi sorrise e mi spinse con una mano sulla schiena verso lo specchio lungo la cornice bianca di Ikea, si tolse dal riflesso e disse: «Ripeti la domanda?»
«In che senso, scusa?» chiesi, osservandomi.
«Ripeti la domanda…»
«Vieni anche tu?» dissi a me stessa. Per Boris, l’intrusa ero io.

Miriam baciò i bambini con dedizione, si accommiatò come un adulto, spiegando loro che sarebbe tornata presto. Usò parole elementari per dire che qualcosa era cambiato. Dopo quella vacanza avremmo avuto modo di vederci più di frequente, sarebbe venuta più spesso a trovarci a Roma. Coprì il volto di Marta di piccoli baci e infine, china sulle ginocchia ossute, si tolse un braccialetto di cuoio liso che aveva una sola perlina di plastica arancio e glielo mise al polso, stringendolo con un nodo a cappio che rivelava una certa maestria. Mia figlia guardò stupefatta il laccetto e se lo passò sulla guancia.

Miriam salutò Cynthia mantenendo una certa distanza, non si avvicinò neanche.
Boris salì sulla Mercedes e io aprii la portiera dietro per lei. Mi accorsi che piangeva nascosta dall’onda dei capelli, scivolai istintivamente sul sedile posteriore e lei si stese sulle mie ginocchia.

Le scostai la chioma indorata dal sole e la carezzai. Dopo un po’ che fummo partiti, ebbi la sensazione che si fosse appisolata: aveva le labbra schiuse e il corpo era molle. Anch’io ero dispiaciuta per la sua partenza. Più che ispirarmi un sentimento di maternità, Miriam mi rimetteva potentemente in contatto con la mia parte infantile: vederla giocare coi miei figli mi riprecipitava nel ricordo gioioso della scoperta di mio fratello. Mentre il nostro rapporto si solidificava, traevo soddisfazione dal sentirmi una “buona matrigna”.
Quando Miriam si svegliò Boris si stava addentrando nella periferia leccese. Avevamo appuntamento con Ester nella piazza di Sant’Oronzo. Lei si sollevò e disse: «Siamo arrivati? Ho dormito tutto il tempo…»
«Sì…»
«È colpa della Cynthia» bofonchiò.
«Perché?» le domandai stupita.
«Sta tutta la notte al telefono… parla sempre. Parla piano, ma poi l’hai vista com’è lei, tutt’a un tratto parla forte. E mi sveglia!»
«È vero, quando parla in nigeriano poi… Chissà perché le viene la voce grossa…»
«Ma non parlava in nigeriano, sono notti su notti che parla italiano con qualcuno. Sta zitta, ascolta, e poi, fitto fitto, parla lei…»
«Parla in italiano?» Ero sorpresa, non avevo mai sentito Cynthia sostenere una conversazione telefonica nella nostra lingua: di solito assistevo a estenuanti colloqui in una lingua incomprensibile.

Boris parcheggiò sotto le mura. Appena attraversato l’arco, ci trovammo nel cuore della città: il pavimento lastricato dalle grandi pietre levigate, una quiete trattenuta da tutto quel bianco, una pace che sembrava dettata dalla bellezza scenografica dell’architettura barocca. C’erano poche anime, soprattutto turisti. Mentre camminavamo nella piazza di Sant’Oronzo Miriam si spostò accanto al padre. Sebbene non avessi mai visto Ester, tranne che in una foto dei suoi vent’anni, la riconobbi subito: le cose dette da Miriam, i pochi dettagli riferiti da Boris, coincidevano perfettamente con l’immagine che mi ero fatta di lei. Si mosse verso di noi, guardando sua figlia. Il suo sorriso era tiepido, eppure lasciava trasparire tutta la felicità nel rivedere Miriam, che corse subito verso di lei tuffandosi nel suo abbraccio. Infilò la testa tra la clavicola e la guancia della madre, ed Ester reclinò il capo, chiudendo gli occhi. Erano come due pezzi di lego destinati a un incastro perfetto. Boris mi osservò mentre procedevamo lenti verso il ricongiungimento tra madre e figlia.

Rimasi sorpresa dagli occhi di Ester. Da lontano avevo riconosciuto una figura di donna alta ma non slanciata, con qualcosa di pesante. Era vestita completamente di arancio, con una casacca e dei pantaloni ampi, aveva dei sandali da trekking e gli stessi capelli della figlia, un’enorme massa color castagna che le arrivava oltre le spalle, striata di fili bianchi, focolai grigi che partivano dalla nuca liberandosi nella lunghezza; il naso ebreo, lo sguardo libero. Mi strinse la mano forzando un sorriso che però non era di circostanza, e i suoi occhi brillarono, non particolarmente grandi ma di un verde acqua con riflessi gialli, un colore incredibile contenuto dal bordo spesso dell’iride che sembrava nero, come la pupilla.

«Eccola, la famosa Livia.» Strinsi la sua mano tra le mie, provai un’improvvisa emozione che non mi aspettavo.
Anche Miriam era palesemente emozionata per quell’incontro che aveva tanto voluto. Boris invece era rigido, stava distante un metro, la mano in tasca, si mise gli occhiali sul capo e disse: «Com’è?» Loro dicevano così: com’è, invece di come stai.
«Dài» gli disse lei. «Ci si fa…» Tornò a posare il suo sguardo smeraldo su di me. «Si prende un caffettino?»
«Certo» confermai con entusiasmo.

Ci spostammo sul corso, madre e figlia si tenevano per mano. Ester aveva la stessa varietà di braccialetti in cuoio e corda di Miriam, più una fascetta di plastica bianca con un codice a barre e dei numeri, probabilmente dell’ospedale.
«Ho visto le foto dei piccini che mi ha mandato la Miriam, la Marta è cresciuta tanto, ha le gambe lunghe lunghe… come le tue.»
«Sì» dissi. «Ha fatto una bella alzata…»

Una bella alzata. Non era italiano, non era toscano, era una frase che mi era uscita per avvicinarmi a lei: di colpo Ester mi era apparsa diversa. Forse Boris aveva inconsciamente lavorato per trasformarla in un fantasma – una cinquantenne con cui aveva avuto una figlia – disperdendo ai quattro venti le tracce emotive della loro unione. Invece Ester esisteva, era curiosa, si era costruita un castello di idee e aspettative dove aveva collocato anche i miei figli, le loro immagini, i loro centimetri. Quando sedemmo al tavolino del bar, la figlia si mise accanto alla madre e Boris andò a ordinare senza chiedere a nessuna di noi cosa desiderassimo: aveva le nostre comande in tasca. Ester prese una bustina di tessuto con strisce di colori fosforescenti, come l’astuccio di una bambina, tirò fuori il tabacco, le cartine e si rollò la sua sigaretta. Sorrise e stese il tabacco, sorrise e l’arrotolò, sorrise e la leccò. Anche Miriam sorrideva. Erano identiche. Miriam aveva imparato da lei.

«Allora, com’è stata la Miriam, brava?»
«Bravissima…»
Non riuscivo a decodificare più nulla, non sapevo come relazionarmi con quella ragazzina che per un attimo era stata mia. Non riuscivo a capire che tipo di donna fosse Ester. La storia di Locandido mi aveva gettato su un tavolo da bigliardo, vedevo solo buche, palle piene, palle numerate; il resto mi appariva in una filigrana sfocata.
Boris arrivò seguito da un cameriere, il quale disse: «Gli Spritz?»
«Per le signore…»
«La gassosa?»
«Per la bimba…»
«E il caffè per il signore» concluse lui.
Boris si sedette e tirò la sedia indietro, poi mi guardò e aggiunse: «Ester viaggia a Spritz, non vorrai mica deluderla?»
Alzai verso di lei il calice da Martini nel quale avevano messo gli Spritz.
«Mamma, vedessi com’è ganzo papà con i bimbi» disse Miriam.
«Ci credo» ribatté lei. «Anche con te, quand’eri piccina, se la cavava.»

Guardai Boris, la sua espressione diceva: Tutto quello che vedi è parte della mia vita, ora anche della tua.
«Ho fatto un tuffo perfetto da un trampolino di cinque metri, vero Livia?»
«Perfetto» dissi rivolta a Ester. Era appena abbronzata, le rughe degli occhi raccontavano storie, vita, pace. Eppure era malata. «Un tuffo così non l’avevo mai visto» aggiunsi.
«Mia madre è stata campionessa regionale di tuffi, te l’hanno detto?» Con un cenno del capo indicò Miriam e Boris. Lo fece con la consapevolezza assoluta che nessuno mi avesse avvertita. «La Miriam ha preso dalla nonna…»
«Dove ve ne andate adesso?» domandai.
«A Viareggio… Non è bello come qui, ma abbiamo una casetta vicino al mare… la Miriam ha le sue amiche, si sta bene, via…»
«Fantastico» dissi. Voltai gli occhi verso Boris, che partecipava come uno che si avvicini a un tavolo di poker e se ne stia seduto senza carte a spiare i giochi degli altri. «Anche tu andavi a Viareggio da piccolo, vero?»
Ester sorrise e guardandolo disse: «Sì, anche lui. Ma la mia casetta, nello specifico, la odia. I primi anni che ci passavamo l’estate, quando la Miriam era piccina, era tutto un lamentio. La provincia gli sta stretta…»
«Trovi? Ma se non fa che parlare di Lucca e mitizzare tutto quello che appartiene alla città!»
«Forse ora… che non ci sta più, che è sempre in giro per il mondo» sostenne, rimettendo nel verso giusto il piccolo Casio digitale che aveva al polso. «Quest’anno stai tanto fuori, Boris?» gli chiese senza voltarsi. Teneva il bicchiere per lo stelo ed era concentrata a non far cadere una sola goccia dello Spritz, versato fino al bordo.
«Quest’anno ho due grandi tour…»

Ester fece un verso, uno schiocco di lingua a indicare che si era aspettata quella risposta. «Allora, Livia, ci sta che mi aiuti un po’ tu…» Miriam abbassò il capo e si infilò le mani tra le cosce. «Si fa una chemio preventiva, se c’è qualche cellulina in giro…» L’occhiata tra me e Boris fu rapida e secca. Miriam aprì lo sguardo sulla madre, Ester ci osservò per un attimo, poi precisò: «Non sono preoccupata, davvero, non lo sono. Il dottor Caretti è stato chiarissimo, meglio prevenire che curare. Si fa, si previene. Sono quattro cicli, si fa in un anno. E poi finisce. Finisce tutto…» Si portò la testa della figlia al petto e la baciò, Miriam chiuse gli occhi e le lacrime le caddero sulle guance. Cercai nei suoi occhi la conferma a quello che aveva detto, tentando di capire se stesse edulcorando o ripetendo la vera anamnesi. Mi guardò ed ebbi l’impressione che avesse semplicemente detto la verità. Le avrebbero fatto una chemio preventiva, punto e basta.
«Io e Miriam ci eravamo già ripromesse di vederci più spesso, vero tesoro?»

Portai una mano sulla sua gamba, la strofinai con vigore come se potessi trasmetterle un po’ di energia. Non potevo abbracciare Ester, toccavo sua figlia per amore, e per raggiungere la madre. Miriam tirò su con il naso e fece cenno di sì con la testa, conscia di assorbire tutte le energie positive della squadra. Boris si alzò e posò le mani sulle spalle di Ester, le diede un bacio sulla testa. «Cocca, ci si fa…» le disse.

«Ci si fa» ripeté lei. «E poi è ora che la Livia venga a trovarci con la Marta e Tito… Magari qualche weekend… Abbiamo una casetta in campagna che è un amore, coi bimbi si sta benissimo, vero Miriam?»
La ragazzina annuì di nuovo.
«Ma sì, certo, veniamo noi» ripetei.

Gli occhi mi si riempirono di lacrime, non avrei voluto né dovuto piangere, ma lo feci. Il pianto veniva da lontano, intriso del ricordo di mia madre e della somma di quei giorni che avevo trascorso arrancando, in cerca dell’assassino di Locandido. Era come se Ester, con la sua notizia, avesse rotto un argine. E poi Boris. Come aveva inarcato le sopracciglia, come si era alzato verso di lei mettendole le mani sulle spalle, lo sgomento che avevo visto apparire come una fiammella e che aveva subito spento grazie al suo perfetto autocontrollo. Strusciai la testa sul braccio e ricacciai indietro la commozione. Ester mi disse: «Livia, sto bene…».
«Lo so, lo so» mi scusai.
Ci alzammo assieme, Boris andò a pagare, poi camminammo uno accanto all’altra. Eravamo schierati in quattro sulla stessa linea. Davanti alla grande porta Ester si fermò e mi disse: «Mi ha fatto tanto piacere conoscerti. La Miriam è stata bene. Sono contenta che ci sei… Anche per lui…»

Si voltò verso Boris, che aprì le braccia. Lei scivolò nell’abbraccio, lui le diede due pacche sulla schiena, erano come parenti che si ritrovano all’improvviso. Mentre erano stretti, Miriam venne da me, mi gettò le braccia al collo e posò la sua guancia sulla mia. Le presi la nuca, la tenni forte. «Andrà tutto bene…» Tirò i capelli indietro e con la bocca serrata, in una smorfia di dolore contenuto, annuì. Ester mi diede due baci sulle guance. «Ci si sente, Livia…»
Noi restammo fermi e madre e figlia si presero per mano. Dopo qualche passo Ester le diede una spinta con il bacino, poi le disse qualcosa all’orecchio e Miriam rise, si spintonarono ancora un paio di volte, poi sparirono dentro la grande porta su cui si ergeva il Santo nell’atto di benedire la città.
«Povera Cocca» disse Boris. «Ma ce la farà, è una quercia…»
«Ma Cocca è un soprannome?»
«Sì, la chiamano tutti così…»
«Mi sembra che abbiate un bel rapporto…»
«Qualcuno ha mai detto il contrario?»
«No… no…»
«Andiamo?» Si mosse, rimettendosi gli occhiali sul naso.
«Sai, Boris, mi ero fatta come l’idea che Ester… che tu l’avessi messa incinta e che lei avesse scelto di tenere il bambino…»
«Esatto» rispose, tastandosi le tasche in cerca delle chiavi della macchina.
«Avevo capito che… ecco, che non avevate mai avuto un rapporto, una relazione…»
«Dio bono, Livia, che stai cercando di dire?»
«Nulla. Assolutamente nulla. Ma lei ha fatto riferimento alla casa del mare, a come eri tu con Miriam da piccola, come se aveste provato…»
«Certo che abbiamo provato. Non è che io mi sia tirato indietro a priori. Poi, quando abbiamo capito che non era cosa, ognuno a casa sua… Però per un paio di annetti siamo andati avanti.»

A pochi metri da noi c’era un bar, una tendina rossa con le strisce bianche con sotto un tavolino e due sedie di alluminio. Mi avvicinai a Boris, lo presi sottobraccio: «Ti va un altro caffè?»
«Non vuoi tornare dai tipini?» mi domandò stupito. Chiamava i bambini tipini, foruncoli, topi.
«Sì, ma quello Spritz mi ha lasciato l’amaro in bocca, prendiamo un caffè… stiamo un po’ insieme io e te…» Lo tirai verso le strisce pedonali.
«Vuoi andare in quel bar di merda? Con tutto quello che offre Lecce?»
«Non me ne importa nulla, voglio solo stare un po’ con te…»
Era perplesso. Mi seguì. Ci accomodammo al tavolo, la superficie era macchiata e sporca di briciole.
«Ma cos’è esattamente che non ha funzionato tra te e Ester?»
«Non lo so, Livia…» Aveva un tono lievemente seccato. «Io ero fuori di testa, all’epoca. Senz’altro non eravamo innamorati… E poi la Cocca tu ora la vedi così, è invecchiata… ma, insomma, era una brillante…»
«E quindi?»
«E quindi si scopava un altro…»
«L’hai lasciata per questo?»
«Sì, anche… Voglio dire, ci stavo provando per Miriam, e basta…» Si lisciò un’unghia.
«Ma tu l’hai vissuta come una sconfitta?»

Si presentò al nostro tavolo una ragazzina bassa dalla testa grande, con un piercing ad anello che le pendeva dal naso. «Comandino» disse.
«Due caffè lunghi» decise Boris.
«In ghiaccio?» Teneva gli occhi posati su un block-notes a quadretti, il peso sbilanciato sull’anca destra.
«No, non in ghiaccio, solo lunghi…»
«Normali, quindi?» Aveva una voce querula.
«Esatto…»
La ragazza fece per voltarsi e Boris le disse: «Non lo pulisce il tavolo?»
«Un attimo» replicò lei.
«Dicevamo?» Boris aveva il volto scuro.
«Volevo sapere se l’hai vissuta come una sconfitta… la separazione.»
Si alzò gli occhiali sul capo: «No.»
«Perché no?»
«Perché no, Livia. Ero troppo preso da me stesso… C’era l’alcool di mezzo, è tutto diverso quando bevi…»
«Lo sai, ieri ho incontrato Ilenia… anche lei, anche lui… sembra che quel bambino non conti nulla per loro. Leonardo l’ha picchiata…»
La ragazza arrivò con i due caffè e li poggiò davanti a noi. Boris ebbe un piccolo scatto. Si mosse con il busto in avanti: «Non lo pulisce il tavolo?»
Lei tirò fuori una pezzetta dal grembiule, la lasciò scivolare sulla superficie con un gesto sciatto, le molliche volarono a terra, una striscia bagnata rimase sul tavolo. Voltò le spalle e andò via.
«Che cafona…»
«Che hai, sei nervoso?»
«Sì…» Si sistemò con la schiena. «Sono nervoso.»

Abbassai lo sguardo. Mi capitava spesso di soprassedere sulle vicende di Boris. Mostrava sempre il suo lato forte, tanto che dimenticavo quello debole, non ne avevo cura, lo ignoravo. Anzi, peggio ancora: lo occupavo. Il suo lato debole diventava un angolo dove deponevo i miei problemi, i miei stati d’animo, me stessa. Era come se gli concedessi di essere fatto di sola scorza, l’involucro di cuoio. Questa era la trama di Boris. La sua parte fragile era nascosta così bene che finivo per non vederla più. Lo voleva lui. Era una piccola lotta coniugale: finché vestiva i panni del guerriero io lasciavo scivolare a macchia d’olio il mio incontenibile egocentrismo. Ma ora dovevo fare un passo indietro.

Riprese la parola, e lo fece per soccorrermi. Era così evidente perché fosse nervoso che mi ero messa in punizione da sola, tacendo, osservando i passanti. «Una volta l’ho picchiata, la Cocca…»
«Davvero?»
«Forse più d’una…»
«Ma tu non sei affatto così…»
«Lo sono stato, però. Tu hai un vizietto, Livia, tagli tutto con l’accetta.»
«In che senso?» Alzai il tono, l’affermazione mi aveva ferita.
«Siccome non ho mai mosso un dito su di te, è impensabile che io l’abbia fatto su un’altra. Un’altra che hai appena incontrato, che è malata, che è invecchiata, per la quale probabilmente provi pena. Ti affidi a una specie di istinto emotivo che non ha le antenne…»
«Istinto emotivo? Da dove l’hai tirata fuori, questa?»
Passò il cucchiaino sulla crema di caffè e la tirò via. «Dai diari di tua madre.»
«Hai letto i diari di mia madre?»
«Sì. Perché, è vietato?» Rise.
Non lo presi sul serio.
«Forse è questo che fai, giochi a psicanalizzare gli altri, ci hai mai pensato?» Mi stava accusando.
«Ehi, non è colpa mia se Ester ha un tumore.»
Assorbì la risposta come se ingoiasse. Si portò il caffè alla bocca ma non lo bevve. Si guardò intorno, venne avanti con il busto. Cambiò tono, come se avesse deciso di deporre il fioretto del nostro fulmineo duello. «Allora, che idea ti sei fatta? Pensi che Leonardo abbia ucciso quel tipo?»
«Tu che dici? Leonardo, secondo te, avrebbe potuto fare una cosa del genere?»
«Assolutamente sì» sostenne inarcando un sopracciglio.
«E perché?»
«Be’, tanto per cominciare perché Leonardo ci va davvero giù pesante, e io penso che in certi stati si possa fare, dire, commettere di tutto… E poi…»
«E poi?»
«La sera che siamo venuti qui a Lecce, lui aveva appuntamento con quel ragazzo, Antonio… Si chiama così, no?»
Annuii, stupefatta.
«Antonio gli ha venduto della roba… ma l’ha fatta lunga, troppo lunga…»
«Che significa?»
«È arrivato con quaranta minuti di ritardo. Gli ha fatto pagare un paio di pezzi il doppio, l’ha preso per il culo tutto il tempo, l’ha messo in mezzo… ha esagerato.»
Mi sporsi verso di lui: «Perché non me l’hai mai detto?»

Il cellulare squillò, era mio fratello. Mi dava il tormento. Rifiutai la chiamata.
«Non lo so, non è mai uscito fuori…»
«Non è mai uscito fuori o non hai…»
«Non iniziare Livia, ti prego…» Stese le braccia in avanti e poi le incrociò.
«E pensi che sia un motivo per uccidere una persona?»
«Quella sera Leonardo è andato in overdose, ma si era fatto una botta minuscola… Evidentemente il fabbro gli aveva venduto della merda: lo avrà fatto apposta o no?»
«Ma che mi stai dicendo?» Non credevo alle mie orecchie. «E tu eri con lui?»
«E certo… L’ho portato qui…» Indicò un punto sulla sua destra. «Al Vito Fazzi, l’ospedale.»
«Ma perché non me l’hai detto?»
«Perché avresti pensato male di Leonardo, perché ti saresti fatta un’idea sbagliata della serata, perché avresti fantasticato che avevo pippato con lui, perché io, Livia, sono fatto così, non parlo del superfluo…»
«Non parli del superfluo? È morto un ragazzo, come fai a dire una cosa del genere?» Mi alzai, restai con le natiche sospese forzando i quadricipiti. «Questa è omertà, Boris… Oltre che da me, che sono tua moglie, saresti dovuto correre da Gravina a raccontarglielo.»
Mi prese per un polso: «Scordatelo, Livia, non sono cazzi nostri…»

La sua rabbia era così manifesta che non risposi. Continuavamo a nasconderci le cose, abitavamo in una relazione dove non sapevamo nulla l’una dell’altro. Eravamo diventati due estranei. Tutto sembrava essere iniziato quell’estate, invece aveva radici più lontane e radicate. Quando avevamo iniziato e perché? Ci eravamo accucciati nella famiglia; le scuole, le case, il lavoro, i bambini. Avevamo finito per dimenticarci di noi mentre i giorni passavano, addomesticandoci.

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