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Novant’anni di Clint Eastwood: la filosofia del mito

Novant’anni fa nasceva la leggenda del cinema Clint Eastwood. Cinesophia, il festival di Ascoli Piceno che indaga la filosofia del cinema, ha deciso di dedicare al grande attore la sua quarta edizione, che si terrà, in una versione innovativa, proprio in occasione del compleanno di Eastwood il prossimo 31 maggio. Il primo philoshow web: una diretta digitale, motivata dalla sospensione degli eventi dal vivo causata dall’emergenza sanitaria, che non trascurerà però la dimensione fisica propria dei festival. La serata infatti andrà in onda domenica 31 maggio, alle ore 21.30, dal Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno: fisicamente in questa magnifica location, la direttrice artistica Lucrezia Ercoli si collegherà con gli ospiti. Le riprese live saranno trasmesse in streaming su popsophia.com; la magia degli eventi dal vivo sarà così coniugata alle possibilità del digitale dando vita a un nuovo modo di fare festival.
Tanti gli ospiti che indagheranno il pensiero filosofico di Eastwood, da Gianluca Briguglia a Umberto Curi; da Massimo Arcangeli a Ilaria Gaspari. Tra loro anche Cesare Catà che, accompagnando la visione di “I ponti di Madison County”, parlerà di amore romantico e dell’importanza della connessione emotiva nel mondo culturale.

di Cesare Catà

Si commetterebbe un errore di giudizio, credo, vedendo la figura di Clint Eastwood ne I Ponti di Madison County come un’anomalia rispetto all’icona eroica da lui definita con le altre pellicole che lo hanno reso famoso. Nonostante l’apparente cambio di genere, infatti, la poetica di questa film romantico è, per molti aspetti fondamentali, la medesima degli altri grandi lavori eastwoodiani.

Il fotografo freelance Robert Kincaid, protagonista della storia, è, al pari di tanti personaggi cui Clint ha dato vita sullo schermo, un uomo solo o, per meglio dire, solitario, fuori dagli schemi, dal carattere apparentemente ruvido e spigoloso, e tuttavia animato in cuor suo da ideali immensi che lo pongono in una posizione di outsider nella società in cui vive. Questo profilo d’eroe forse viene descritto adeguatamente dall’aggettivo inglese wild, nel suo portato polisemantico in cui si sovrappongono i concetti di italiani di “selvaggio”, “libero”, “pericoloso”, “non addomesticato”, “emarginato”, “senza compagni”; un aggettivo che si connette al germanico Wald e all’inglese Wood, che indicano lo spazio extraurbano del bosco con la sua sacralità e la sua ferocia, quel regno escluso dal recinto civico della polis che già i Greci sapevano abitato soltanto dagli Dei e dalle bestie – e dagli uomini che si portano nell’anima qualcosa di divino e di bestiale a un tempo.

È questo il tipo cui Eastwood ha dato vita con l’epica delle sue storie. E la vicenda de I Ponti di Madison County, ripresa dal best-seller di Waller, come dicevo, non costituisce un’eccezione nel canone narrativo eastwoodiano, ma semmai una sua declinazione in chiave romantica. Il richiamo a una giustizia originaria perseguita fuori dai perimetri della giustizia ordinaria, che definisce i personaggi di un Will Munny ne Gli Spietati o da un Harry Callaghan; la riottosa indipendenza del texano dagli occhi di ghiaccio Josey Wales o l’onore indisciplinato di Gunny; così come l’antipolitico coraggio di Walter Kowasky in Gran Torino, o la forza mistica del sacrificio scandaloso compiuto da Frankie Dunn in Million Dollar Babe – sono tutte caratteristiche che concorrono a definire, in una poetica unitaria, una sorta di personaggio ricorrente, mutatis mutandis, in un tutta la filmografia di Eastwood.

Robert, ne I Ponti di Madison County, è una sfaccettatura di questo personaggio globale. Non ci sono, qui, nemici ai quali sparare, né bulli da scazzottare, bensì una donna da amare – ma trattasi solo di una variazione su tema. Infatti, così come l’onore che il cowboy Eastwood difende sul campo di battaglia è fuori da ogni ordine costituzionale, similmente l’amore di cui si racconta in questo film è impossibile. Così, l’antieroismo eastowoodiano assume in questa pellicola, senza forzatura alcuna, la forma della tragedia romantica: perché l’amore impossibile di cui si narra dà voce a quella icona dello splendido vinto, del ribelle leale a se stesso, che Eastwood ha sempre descritto con il suo cinema.

La storia si svolge in uno degli angoli più rurali d’America, in una fattoria dell’Iowa dove un’italoamericana di origini pugliesi di nome Francesca, alla quale dà corpo una straordinaria Maryl Streep, s’imbatte in questo fotografo della National Geographic al lavoro on the road. Tra loro sboccia un amore che i dialoghi stupendi e le toccanti scene della pellicola riescono a narrare con commovente liricità. Perché trattasi di un amore irrealizzabile per motivi contingenti: Francesca è sposata con figli. Mai avrebbe immaginato di incontrare sul suo cammino un altro amore, dopo suo marito; né Robert era a caccia di avventure con indifese casalinghe sposate: ma qualcosa di più grande di loro succede loro. Si conoscono intimamente, come può succedere rarissimamente nell’esistenza umana. Anzi, forse in non più di un’occasione, stando a quanto dice Robert nella scena-madre del film: “Questa certezza si ha solo una volta nella vita”.

Sostanzialmente, I Ponti di Madison County racconta dell’immane tragedia di incontrare il grande amore della nostra vita nel momento sbagliato, quando le circostanze ce lo rendono impraticabile. L’antieroe Eastowood diventa così, in questa pellicola, un cavaliere errante che sconvolge ancora una volta l’ordine costituito, giocando con le sue regole e non con quelle della società; solo che qui non si tratta di far fuori uno sceriffo corrotto o di suonarle al bandito senza scrupoli, bensì di terremotare le norme che regolano i rapporti di coppia istituzionali.

E (spoiler alert) deve finire male. Francesca, dopo un tormento interiore sconvolgente, deve scegliere di non lasciare la famiglia. Però, come sempre in Eastwood, si tratta di un male solo apparente: si tratta del sacrificio dell’antieroe in nome di un più alto ideale di bene.

Il sublime lasciarsi messo a tema dal film apre a profonde suggestioni filosofiche. In primo luogo, riguardo il tema dell’angoscia per la vita irrealizzata, che mai vivremo in virtù delle nostre scelte. Si tratta del tema portante di tutta la filosofia di Søren Kierkegaard, il quale definiva l’esistenza umana nei termini di una necessaria tragedia, in quanto scegliere una singola modalità della vita esclude tutte le infinite possibilità di viverne altre. Kierkegaard, in più passaggi dei suoi scritti, utilizza proprio l’esempio del matrimonio, per definire quel singolo che, in una scelta etica che definisce il proprio destino, perde l’infinito.

Anche se il film non ha nulla della prospettiva teologica del filosofo danese, di una ricerca della fede per sfuggire alla disperazione della scelta, il cuore della pellicola è di matrice kierkeggardiana in questo senso: perché narra esattamente della disperazione che consegue alla preminenza della vita non vissuta rispetto a quella che abbiamo scelto di vivere. Tutta l’esistenza di Francesca è illuminata dall’ombra dell’assenza di Robert, dopo i pochi giorni di passione che passano insieme.

E infatti l’altro grande tema filosofico del film è la questione della presenza, “dell’Esserci”, se vogliamo utilizzare la famosa categoria della filosofia di Heidegger e Binswanger (Dasein). “Come può la presenza fisica di un’altra persona – presenza che non può avere alcun surrogato digitale o mentale – definire il senso (o la mancanza di senso) di tutta una vita, al punto che la negazione di tale presenza definisce la mia stessa persona?” questa è la grande domanda filosofica che si staglia sullo sfondo della storia d’amore narrata ne I Ponti di Madison County.

Al centro della narrazione c’è il fenomeno che ancora Heidegger chiama Mit-Sein, l’essere-insieme originario del soggetto umano. Se esiste infatti un modo per definire il concetto di amore, questo sta probabilmente nella descrizione del mutamento globale che la presenza di un soggetto produce su di un altro senza azione alcuna, ma per il fatto stesso di esserci. Per contrasto, l’assenza di qualcuno mostra così la nostra mancanza originaria come esseri umani. Francesca – potremmo dire – è stata se stessa solo in quei giorni con Robert, e così lui. Né prima, né dopo, saranno tanto prossimi alla loro essenza come in quei giorni. E la nostalgia di Francesca si espande fino a inghiottire tutto.

Il vero protagonista della pellicola, infatti, non è Robert, ma quella donna che Maryl Streep riesce magnificamente a interpretare, conferendole un leggero e dolcissimo accento italiano, e restitundo una complessità psicologica ammaliante. Come molti eroi che Eastwood narrerà mettendosi dietro la macchina da presa – in Bird, in Sully, in Mystic River, in American Sniper – Francesca è sola contro il mondo, nella sua magnificenza quotidiana.

Robert in questo film è un appassionato di W.B. Yeats. Dev’essere un poeta che Eastwood ama, perché un riferimento al poeta irlandese torna anche in altre pellicole. Ci sono alcuni versi di Yeats che forse danno perfettamente il senso di dolcissima tragedia di questa storia, nella poesia When You Are Old:

Quando un giorno tu sarai una vecchia,
seduta di fronte al camino […] ripensa a quanti amarono
i tuoi giorni di grazia felice […]. Ma ricorda che uno solo
amò l’anima pellegrina che custodivi in te.
E gobba, di fianco al camino, di fronte ai legni
che si fanno cenere, mormorerai, tristemente,
di come amore scorse vie, oltre le montagne
che ci sovrastavano le teste, per nascondere il suo volto
in un cumulo di stelle.

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  1. […] su uno dei suoi film più eccentrici, I ponti di Madison County. Nel quale articolo (lo trovate qui) a un certo punto si legge […]



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