Nube

di Andrea Capocci

Gli incontri tra gli aerei e le ceneri eruttive non hanno mai causato incidenti gravi. Certo, un paio di volte in trent’anni è capitato che agli aerei che le attraversavano si spegnessero tutti i motori, e non dev’essere stato piacevole. Ma in entrambi i casi, dopo qualche minuto di volo libero i motori si sono riaccesi e tutto è finito per il meglio. Molti, dunque, hanno avuto l’impressione che il blocco dei voli (centomila voli cancellati e un miliardo di euro persi in soli sei giorni d’aprile) fosse una misura eccessiva di fronte ad un rischio tutto sommato remoto. Perciò, ora che il vulcano islandese Eyjafjallajökull torna ad eruttare, più della nube si teme il principio di precauzione. Su Le Monde, ad esempio, si sta svolgendo un interessante dibattito sul tema, forse perché in Francia dal 2005 il principio di precauzione ha valore costituzionale e ora se ne chiede un’applicazione meno rigida.

Da un certo punto di vista, ci conforta che un semplice bollettino del Volcanic Ash Advisory Center possa fermare il sistema circolatorio del turbo-capitalismo in nome della sicurezza. Abbiamo spesso l’impressione che la macchina dell’economia non possa fermarsi di fronte a nulla: quanti incidenti sul lavoro, o nelle strade, sono causati dalla fretta della produzione? Eppure, anche il principio di precauzione è un sintomo di un rapporto patologico tra noi e l’habitat tecnoscientifico che ci siamo costruiti attorno. Il principio si basa sul fatto che vi siano tecnologie e procedure intrinsecamente rischiose, magari perché non le conosciamo a sufficienza, e altre che non lo sono. Ma così si espelle il fattore umano, individuale e collettivo, dalle cause di rischio, e si valuta la tecnica al di fuori del suo uso sociale. Siamo infatti indotti a credere che, laddove non sia invocato il principio di precauzione, siamo al sicuro e possiamo fidarci della tecnica senz’altro.

Nemmeno vale a difesa del principio di precauzione il suo ruolo di baluardo contro la pervasività della ragione economica, perché l’argomento si può facilmente rovesciare: il principio di precauzione ha alimentato l’insensato business dei vaccini anti-influenzali comprati coi soldi pubblici a milioni di dosi in previsione di una pandemia che non si è mai avverata. D’altronde, sia il rischio che la precauzione sono mercati da conquistare, come oggi insegna la finanza: c’è chi si arricchisce speculando sulle quote azionarie e chi lo fa, con conseguenze molto peggiori, sui derivati, cioè sulle polizze assicurative che tutelano dalle oscillazioni del mercato.

Che vinca la precauzione o il rischio, dunque, il problema di fondo non cambia: abbiamo un rapporto bipolare con la tecnologia e la scienza, nonostante la loro ormai totale integrazione con l’umanità. Oscilliamo tra la delega e la paranoia, e i due sentimenti paiono alimentarsi a vicenda. L’Italia primeggia a livello internazionale per abuso di telefonia cellulare, ma abbiamo leggi severissime contro l’elettrosmog. Gli USA e la Turchia, gli stati tecnologicamente più avanzati del mondo cristiano e di quello islamico, sono quelli più scettici nei confronti della teoria darwiniana dell’evoluzione. La nostra organizzazione sociale ci rende difficile o meno desiderabile, avere figli, ma allo stesso tempo ascoltiamo più i vescovi che gli scienziati sulla procreazione assistita. Costruiamo abusivamente sul Vesuvio, ma l’imprevedibilità dei terremoti ci fa gridare al complotto. La conoscenza scientifica non segue un filo lineare: assomiglia più ad un ipertesto, in cui diverse narrazioni (letteralmente, science fiction) si sovrappongono generando effetti diametralmente opposti. Confrontate i problemi di questi giorni con le dichiarazioni sulla nube di un controllore di volo dell’aeroporto di Catania, ai piedi dell’Etna, in un’intervista al Giornale: «Qui è routine. Se la nube si trova a quota 3mila piedi in direzione nord-ovest, noi facciamo in modo che l’aereo in atterraggio esca dal punto di maggiore pericolo indicando la rotta opposta. Pochi accorgimenti e tutto procede senza rischi. Lo facciamo spesso, molto spesso». Ceneri simili e conseguenze assai diverse, che non raccontano tanto l’imprudenza di un controllore di volo quanto la complessità del rapporto tra conoscenza, tecnica (simili in Islanda e in Sicilia) e società (assai diverse).

Antonio Pascale, su questa dicotomia tra paranoia e ottimismo, ha scritto un severo e fortunato pamphlet contro i pregiudizi antiscientisti, intitolato Scienza e sentimento. Pascale critica chi preannuncia catastrofi ad ogni innovazione e invita a fidarsi degli esperti. Ma lo stesso autore, al momento di spiegare la fisica del caos, prende una topica e cita a sproposito la meccanica quantistica. Una svista trascurabile, per carità. Tuttavia, è una piccola dimostrazione che positivismo e anti-scientismo, oggi, sono conseguenze della stessa acritica superficialità nei confronti della scienza, dei suoi aspetti storici e sociali: conoscendoli meglio, scopriremmo che la comunità scientifica non è un’associazione a delinquere, ma anche che non basta il luminoso e razionale metodo scientifico galileiano a spiegarne i meccanismi – non bastava nemmeno ai tempi di Galileo.

Qualche colpa ce l’hanno anche gli scienziati: come fidarsi di quei luminari della medicina che attaccano i preti se non li lasciano giocare con le staminali, ma che vorrebbero brevettarle per giocarci solo loro? Lo scienziato dovrebbe essere un esperto dell’incertezza, produrre conoscenze tanto più valide in quanto falsificabili. Invece, troppo spesso ci promette miracoli per conquistare facile consenso, come un Berlusconi qualunque. Ma è lo stesso rapporto che si instaura tra cartomante e cliente. Non sorprendiamoci, poi, se qualcuno col mago si arrabbia e va a caccia di streghe.

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