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Francesco Totti, il pischello che si prese l’Olimpico

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Per ricordare uno dei calciatori più amati di tutti i tempi, a due giorni dalla sua ultima partita (sarà stata davvero l’ultima?), ospitiamo due pezzi di Matteo Nucci apparsi sul Venerdì e su Repubblica, che ringraziamo.

Ho sempre pensato che fra i grandi eroi Francesco Totti fosse Odisseo. Come l’uomo scaltro che Atena aveva fornito della forma d’intelligenza più utile agli umani, anche Totti, fin dagli esordi, aveva mostrato a tutti quella che sarebbe stata la sua dote indiscussa e probabilmente inarrivabile: quell’intelligenza astuta e lungimirante che gli avrebbe permesso di vedere ciò che a pochissimi giocatori riusciva di vedere. La consapevolezza degli spazi, la capacità di anticipare e tagliare il campo con un raggio di luce, l’abilità nell’adeguarsi al momento particolare, agli umori dei compagni e degli avversari per aprire il campo con un gesto imprevedibile.

Proprio come Odisseo, del resto, Totti coltivava il dono della battuta, della parola mormorata con finto disinteresse e apparente distacco, ma in realtà calibrata a arte, per calmare gli animi o incendiarli, indisporre gli avversari e indebolirli. Ma più di tutte le caratteristiche straordinarie di questo giocatore unico – potente e lieve, muscolare e leggero, missili imparabili e foglie morte, colpi di tacco, di testa, di stinco e di genio –, più di qualsiasi forma di classe inviata dagli dèi, Totti mi è sempre parso Odisseo per la casa, la sua casa, Roma.

Odisseo non avrebbe mai lasciato Itaca se non fosse stato costretto. E noi sappiamo che passò vent’anni a vivere soltanto per tornare a casa. Nessuna bellezza poté trattenerlo: né donne, né mondi paradisiaci, né promesse di immortalità. Solo Itaca, Penelope, il padre Laerte, il figlio Telemaco. Lo stesso è sempre stato per Totti, impegnato per quarant’anni in un eterno ritorno a casa. Noi romani e romanisti sappiamo benissimo ciò che significa. Ma anche chi non coltiva questa follia tutta romana lo ha capito, nel tempo. Perché c’è qualcosa di unico a Roma. Ossia una squadra di calcio che è lo specchio perfetto della città, nella sua bellezza e nella sua magia, come nella sua follia e nei suoi crolli.

A tal punto che chi in questi ultimi anni voglia capire Roma e i romani potrebbe benissimo limitarsi a studiare l’AS Roma. Ora, di questa squadra così profondamente identificata nella città (un fatto ormai unico nel mondo del calcio stellare, televisivo e sempre più inumano), Totti è stato e sempre sarà l’esemplare massimo. Apparentemente disincantato e in realtà romantico; cinico come solo i romani sanno esserlo, ossia senza cinismo, ma con l’amarezza di chi sa che le generazioni ci sopravvivono e la città resta eternamente la stessa; pieno di quel malinconico amore dissimulato dietro il sorriso sornione, come solo in una canzone di Gabriella Ferri; disposto a tutto per vincere anche una sola volta, ma quella capace di restare per sempre.

Chi ha festeggiato lo scudetto di Totti capisce immediatamente di cosa sto parlando, ma lo capisce anche chi abbia avuto soltanto la possibilità di vedere questo giocatore sublime volare quasi quarantenne per arrivare nel momento giusto a colpire morbido il pallone per pareggiare un derby che pareva perso, o entrare al 41’ di una partita ormai follemente perduta con il Torino e ribaltarla nel giro di 180 secondi. Basta aver visto quelle due perle per capire la potenza eroica di questo Odisseo. Eppure alla fine ho scoperto che sbagliavo. Non era affatto soltanto Odisseo, questo giocatore letterario attorno a cui non smettono di nascere storie (oggi in libreria, una geniale opera intitolata Il cucchiaio di Dio. Cochlear Dei. Ode al capitano Totti in versi latini firmata, sotto lo pseudonimo di Alvaro Rissa, da un filologo di Firenze). Perché in questi ultimi anni, Totti ha avuto la sfrontata umanità per trasformarsi in Ettore, il più grande dei troiani, amante della casa ma anche della sfida a ogni costo al punto da lasciarla, la sua casa, per diventare il simbolo rispettato da chiunque. Ai talenti odissiaci, infatti, Totti ha unito un gusto della sfida donato dalla maturità che lo ha reso il calciatore di tutti, di tutte le squadre, di tutti i paesi del mondo. Me ne accorsi definitivamente un anno fa, quasi piangendo al Santiago Bernabeu quando io e mia nipote, soli con le nostre sciarpe giallorosse fra centinaia di tifosi del Real, fummo abbracciati e onorati mentre l’intero stadio in piedi tributava un’ovazione struggente alla sua entrata in campo nell’ultima di Champions League.

Gli onori si sono susseguiti. Alcuni gli sono stati sottratti dalla miopia dell’irriconoscenza. Ma l’ultimo segno di rispetto glielo ha reso la curva dei nemici di sempre, quella della Lazio, a testimonianza di qualcosa che a molti prima sfuggiva. Ossia che proprio come Ettore, Totti è andato incontro al suo destino con un tale sprezzo per la meschinità da diventare a pieno titolo eroe. L’eroe vero infatti non trionfa, ma vince per la rivendicazione della sua fragilità. Perché sa che le cose devono finire ma non si arrende mai e a tal punto ne è fiero che le sue debolezze diventano forza. Come Ettore resta fuori dalle mura di Troia benché potrebbe fuggire l’assalto di Achille, così Totti ha rifiutato qualsiasi soluzione di comodo. Come Ettore infine resiste alle grida del padre e della madre che lo implorano di tornare a casa e salvarsi, e invece rimane a congiungersi con il nemico pur di essere fino in fondo l’uomo che ha voluto essere, così Totti oggi ci onora della più straordinaria dote di un romano. Diventare cittadino del mondo.

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Il pezzo che segue è tratto da Repubblica del 29 maggio, che ringraziamo.

Forse è stato il dio Tevere, stasera, a chiedere all’eroe in lacrime la rinascita. Il dio del fiume che scorre oltre la tribuna e le dà il nome, l’anima che la città dimentica di avere. Dev’essere stato il Tevere. Perché si è fermato proprio lì, improvvisamente, Francesco Totti, dopo un lentissimo mezzo giro di campo. Si è appoggiato, ha chinato il volto sul petto e tutte le lacrime che aveva nascosto nella nuca dei figli e della moglie e che si era asciugato mentre tirava dritto sulla pista olimpica sono venute giù finalmente senza più bisogno di nasconderle. Perché nasconderle, poi? Piangevano tutti qui dentro.

Piangevano i vecchi che lo hanno visto arrivare ragazzino, una piuma di genialità e sfrontatezza pronta a fare le promesse che tutti a Roma aspettano sempre. Piangevano i coetanei che sono cresciuti insieme a lui e non hanno mai vissuto una Roma senza. Piangevano i ragazzi che lo hanno visto re. E piangevano i ragazzini che lo hanno visto monarca in lotta per non essere deposto. Piangevano tutti senza ritegno. Donne e uomini, vecchi e bambini. E non era mica l’angoscia accumulata mentre si viveva il più classico degli psicodrammi romanisti nei novanta minuti che erano l’addio e anche una partita decisiva. Il sole accecante di fine maggio e l’indecisione assoluta: pensare solo a come questo eroe infinito sfiorava gli ultimi palloni per liberare un tiro o soffrire per un disastro calcistico che sembrava dietro l’angolo? Niente di quell’angoscia che aveva soffocato l’aria di festa debordava ora nelle lacrime di settantamila persone.

L’agonismo si era spento in un attimo. E infatti quando Totti è rientrato in campo e ha cominciato a passeggiare con una lentezza disarmante, non so cosa sia successo ma Roma si è trasformata e per una serata l’epos delle sue storie infinite ha superato ogni confine. Ma quale epos e quali storie? Impossibile dirlo. Ognuno ha la sua, il suo momento indimenticabile. Il giorno in cui il capitano con un sorriso beffardo prese il pallone e se lo portò sotto la curva. Il momento in cui con una magia il pallone invece lo spostò da una parte e dall’altra eppoi lo fece filtrare illuminando un campo che pareva oscurato dalla nebbia. La volta che il pallone neppure lo prese ma prese una gamba con rabbia. E quel pomeriggio in cui il campo era un lago e lui ci nuotò dentro e all’ultimo minuto… Era poco tempo fa, quel giorno epico. E forse è la mia storia preferita di quest’anno. Ma ognuno ha la sua: la sfida persa, la sfida vinta, la sfida che si sarebbe potuta vincere se. E quella che non si è vinta mai e va bene così. Ognuno ha la sua e ognuno pensava alla sua fino a quando l’eroe in lacrime si è ritirato su e ha ripreso a passeggiare verso la curva più amata.

Allora un pallone vero gli si è avvicinato. L’ultimo pallone. Lo teneva in mano il suo amico e glielo porgeva e lui lo rifiutava. Si allontanava. Non lo voleva vedere. Forse era meglio pensare ancora agli ultimi tocchi prima del 95’. Quando avevamo ammirato il re della bandierina, il ragazzo che imparò a portar lì il pallone per danzarci attorno e aspettare la fine. Lo aveva fatto anche stavolta, con la classe infinita, con il tocco magistrale, le finte, le carezze, e i minuti erano passati anche stavolta e la partita era finita. Eccole le storie vere. Non lo voleva adesso, quell’ultimo pallone. Ha continuato a passeggiare, a inchinarsi davanti ai suoi tifosi e a scansare l’amico. Poi a un tratto si è voltato di nuovo, di scatto, come preso da un demone e magari è stato ancora una volta il Tevere a chiamarlo. Il tempo del fiume detta legge.

Allora si è deciso, Francesco Totti. Ha preso quel pallone. Ha agguantato un pennarello, ha cincischiato come si fa a Roma quando si vuole perdere ancora un altro minuto, un altro secondo, solo un altro secondo. Poi lo ha scritto, quel che gli rompeva il petto. “Mi mancherai”. Ha cincischiato un altro po’. Ha firmato. Si è voltato. Sembrava che volesse portarselo via. E invece come ha sempre fatto fin da quando era un pischello e nessuno gli credeva davvero, si è rigirato all’improvviso e lo ha scagliato in curva. Qualcuno deve averci rimesso la pelle per accaparrarselo, quell’ultimo pallone. E infatti lui ha fatto uno strano gesto sornione e forse per un attimo dentro di sé è scoppiato a ridere.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
9 Commenti a “Francesco Totti, il pischello che si prese l’Olimpico”
  1. fiumerosso scrive:

    bellissimi.

  2. mauro scrive:

    Dubito fortemente che capitan Totti possa definirsi ” il giocatore di tutti, di tutte le squadre, di tutti i paesi del mondo.” È stato invece, in maniera clamorosamente evidente, il giocatore di una sola squadra, la Roma, i cui tifosi, in maniera commovente ma anche un filino provinciale ( nel calcio tutti i tifosi sono provinciali), definiscono ” unico” ( tre o più volte ricorre questo termine nel pezzo) così come ogni piazza affezionata alla propria bandiera sportiva definisce ” unica” quella sua bandiera, ricompensandola sempre con lo stesso “unico” e medesimo affetto. Ora, il problema non è tanto calcistico ( anche se l’ovazione struggente del Bernabeu un poco mi sconcerta: cosa avranno mai fatto i madrilisti per Di Stefano e Puskas, le loro stelle davvero calcisticamente immortali?) quanto letterario, nel senso che da uno scrittore vero come Matteo Nucci mi sarei aspettato qualche automatismo linguistico e qualche espediente retorico in meno per raccontare, con la misura che è consentita solo agli scrittori, un evento ( non solo sportivo, certamente) che invece, in questo modo, mi pare concedere davvero troppo a modelli narrativi “popolari” ( nel senso che hanno molto successo tra il popolo dei telespettari, più che tra quello dei lettori) come quelli proposti e imposti dai “narratori” sportivi che vanno attualmente (ahimè) per la maggiore.

  3. Gnegne scrive:

    @fiumerosso bellissimo.

  4. Fagianorosso scrive:

    Per me questo articolo è esagerato infatti totti non è andato al real solo perche avrebbe panchina e poi lui non è l’inventore del cucchiao.
    RICORDIAMO PANENKA 1976 GERMANIA OVEST CONTRO CECOSLOVACHIA DURANTE GLI EUROPEI

  5. fiumerosso scrive:

    @Gnegne Ma cosa vuoi?

  6. #COLOSSODIRODI scrive:

    @fagianorosso BRUTTO SLAVO,L’ ITALIANO DOVE L’HAI LASCIATO ? NN È POSSIBILE!

  7. Pedagogus sosia scrive:

    Slavo, dal latino slavus=schiavo
    Eppure io sono greco cosa hai contro gli stranieri?

  8. Elena scrive:

    Direi un tantino esagerato.

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