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Da Nuova Delhi a Venezia, il romanzo globale di Amitav Ghosh

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Le sfide poste dagli effetti del cambiamento climatico sono una questione anche culturale. Qual è il ruolo della letteratura, e più in generale della cultura, nell’affrontare la progressiva trasformazione e il disequilibrio del rapporto tra uomo e natura? Questa domanda raffigura il cuore dell’opera dello scrittore indiano Amitav Ghosh, che vive tra la natia Calcutta e New York. Con il saggio La grande cecità (Neri Pozza, 2017), che ha conosciuto un successo su scala mondiale, lo scrittore si è sottratto agli opposti estremismi dei negazionisti del riscaldamento globale e dei narratori dell’apocalisse, allargando la prospettiva di ricerca sul tema.

«Non ragiono con l’orizzonte dell’apocalisse, che è una chiave di lettura occidentale, e la mia narrativa non è apocalittica – dice Ghosh –. Il cambiamento climatico è intorno a noi e danneggia le persone in diverse maniere con gli incendi, la siccità e le alluvioni. Il confronto con questa realtà, che costituisce la minaccia più pericolosa mai vissuta dall’umanità, non può limitarsi alle dottrine scientifiche. I romanzi non hanno scopi didattici, ma l’invenzione letteraria non può ignorare una tematica così urgente e complessa».

A Nuova Delhi, che è in piena emergenza anche sanitaria a causa dello smog, nel mese di giugno, nei giorni del lancio del nuovo romanzo di Ghosh, L’Isola dei fucili (Neri Pozza, 320 pagine, 18 euro, traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti), la temperatura sfiorava i cinquanta gradi. Nello stesso periodo l’intero Paese ha fronteggiato fuori stagione il potente ciclone Vayu, che ha provocato l’evacuazione di trecentomila persone lungo la costa occidentale dell’India. Lo sviluppo economico e demografico indiano ormai dirompente rende imprescindibili le riflessioni di Ghosh.

«L’inquinamento non si limita a Nuova Delhi, ma si estende soprattutto nel nord dell’India fino al Pakistan – spiega l’autore –. I fattori sono molteplici: la crescita demografica, l’industrializzazione e le conseguenze inattese della “Rivoluzione verde” dalla fine degli anni Sessanta. L’agricoltura è uno dei principali fattori dell’avvelenamento dell’aria e della crisi idrica. E ancora non ci sono interventi risolutivi del problema».

L’Isola dei fucili tocca due questioni cruciali della nostra epoca come il cambiamento climatico e le migrazioni, che sono sempre più correlate. Ghosh ha costruito un’avventura appassionante, che porta la voce narrante Deen dalla regione selvaggia delle Sundarbans, divise tra il Bangladesh e l’India, a Los Angeles, dove come nelle ultime settimane divampano incendi devastanti, fino a Venezia in equilibrio precario sull’acqua. Lo scenario di Venezia occupa molto spazio nella narrazione, condividendo con Sundarbans la minaccia dell’innalzamento delle acque causato dal riscaldamento globale.

Deen, commerciante di libri rari di Brooklyn ma originario del Bengala, percorre le tracce e affronta i pericoli dell’antica leggenda bengali del ricco mercante di fucili Bonduki Sadagar, perseguitato dalle calamità naturali dopo essersi messo contro Manasa Devi, la dea dei serpenti e di ogni altra creatura velenosa. La rilettura del mito diventa una chiave interpretativa di ciò che viviamo. «La storia di Manasa Devi e del Mercante mi aveva impressionato moltissimo da bambino – ricorda Ghosh –. A Sadagar viene detto di fuggire oltremare al fine di salvarsi dalla persecuzione della Dea dei serpenti. Come l’Odissea, la leggenda di Sadagar racconta la vicenda di un eroe pieno di risorse, contrapposto a potenti forze terrene e divine. Il mito e le leggende non possono indicarci la soluzione al degrado ambientale odierno, ma sicuramente possiamo rivedere le modalità con cui l’uomo si è relazionato nel tempo con l’ambiente circostante».

Nell’intreccio narrativo il viaggio di Deen Datta incrocia anche quello di migranti bengalesi in Libia. Si emigra scappando dalle povertà, dalla guerra, ma Ghosh illustra come la crisi ambientale e climatica stia diventando in quell’area del mondo un elemento preponderante nella scelta di partire. Il personaggio di Cinta, una brillante accademica centrale nel romanzo, ricorda l’incapacità di mutare lo stile di vita malgrado la consapevolezza degli esiti del consumismo.

Già in uno dei suoi primi romanzi, Il paese delle maree, Ghosh aveva condotto il lettore nelle Sundarbans che rappresentano la più grande foresta di mangrovie esistente al mondo con una ricchissima biodiversità, che è a rischio. Lo scenario è unico e ossessivo. La foresta di mangrovie non è comparabile con nessun’altra: non ci sono alberi altissimi, felci morbide, fiori campo o pappagalli. Il foliage delle mangrovie spesso compone una barriera densa e invalicabile.

«Nella foresta di mangrovie la visibilità è limitata e desta un senso incombente di minaccia – dice Ghosh –. Nonostante ciò il panorama appare maestoso. Il cielo, la terra e l’acqua sono unite da uno strato di luce intensa. Quando i fiumi confluiscono formano delle maree, ampliando l’orizzonte. Quest’area geografica ha alimentato il mio immaginario narrativo. Ed è familiare ai lettori attraverso il famoso romanzo di Emilio Salgari I misteri della Giungla nera. Oggi le Sundarbans sono colpite gravemente dal cambiamento climatico e incombe il pericolo di un disastro naturale. Equivarrebbe a perdere una parte essenziale della mia immaginazione».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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