Nuovo cinema paraculo: “Corporativismo celeste”

di Christian Raimo

E in questi giorni mi sto chiedendo: magari è colpa mia? Magari è un mio malumore di questo periodo di inizio estate che io non riconosco e che mi porta a irritarmi per dei libri, degli spettacoli, dei film che invece riescono a colpire favorevolmente, se non a entusiasmare moltissimi altri. L’ultimo è Corpo celeste – il film d’esordio della trentenne Alice Rohrwacher che ha fatto faville a Cannes e che ha ricevuto consensi unanimi: film grandioso, quattro stellette, magnifico, rivelazione, sorpresa, Corriere, il Fatto Quotidiano, Famiglia Cristiana, il manifesto, Curzio Maltese, Goffredo Fofi, chiunque si occupi di cinema in Italia ne parla bene, se non strabene.
Potrei pensarci un po’ su quindi alle mie fonti di malumore e evitare di trasformarle in idiosincrasia?, mi chiedo. Ci sono delle ragioni comunicabili per cui io invece ho trovato Corpo celeste un film insostenibile, scorrettissimo, arrogante; o era solo il caldo e la stanchezza?
Beh qualche ragione c’è, mi dico. Per esempio ho trovato scorretto realizzare un film su un soggetto così specifico in modo così manicheo. Creare un apologo sull’Italia contemporanea da un’idea così rigida del mondo circostante.
L’esile trama è quella di una ragazzina tredicenne, immigrata di ritorno a Reggio Calabria insieme a mamma giovane e sorella diciottenne dopo dieci anni passati in Svizzera. Qui si troverà, per integrarsi, a dover fare la cresima in una parrocchia e a illuminare con il suo sguardo innocente un mondo fatto solo di degrado: spirituale, culturale, umano.
Niente della realtà che viene raccontata da Rohrwacher – attraverso gli occhi puri della piccola Marta – è passibile di redenzione. Non c’è nessuna pietas per nessuno. Tutto è merda. E tutto rimane merda. Si può riderne, si può rimanerne impauriti, sorpresi, schifati, atterriti, si può pensare ‘Ecco finalmente un ritratto veritiero e coraggioso della società italiana così com’è, imbarbarita e ripugante’ e si può uscire dal cinema appagati da un senso di distanza da questo mondo fetido, un altrove con cui non avremmo, speriamo, mai nulla a che fare.
È merda e rimane merda la Chiesa che è l’unica protagonista del film, ritratta secondo i peggiori cliché che possiamo immaginare: corrotta (ci sono i vescovi che si ingozzano di pastarelle nel retro della sagrestia), collusa col potere (ci sono preti e vescovi che brigano per racimolare voti per i piccoli potentati locali, di centrodestra ça vans dire), crudele (la catechista in combutta con un orrido sagrestano tuttofare uccide i gattini trovati per caso nei locali della parrocchia), ignorante (nessuno spiega alla povera piccola protagonista il significato dei termini Elì elì lema sabactani: cavolo, bimba, c’è internet!), razzista (parlano tutti male degli immigrati), ipocrita (la vecchia che in chiesa spettegola sulla bambina e si prende uno schiaffo dalla sorella), e soprattutto brutta, esteticamente orripilante, irredimibile (sono tutti grassi, coatti, inebetiti, meschini, sprofondati in un disastro umano fatto di gambe gonfie, pedalini puzzolenti riarrotolati nelle scarpe, cinquantini smarmittati e inquinanti, capigliature da carnevale). Gli unici personaggi ancora scevri da questa patologia civile sono le tre donne della famiglia: le uniche belle, magre, vestite con maglioncini dai colori decenti, capaci di avere relazioni non subumane.
Perché, uno si chiede, scegliere di ritrarre un oggetto per cui si prova un tale sentimento di disprezzo privo di ambivalenza? Semplice: perché è sempre la Chiesa. Col suo enorme portato simbolico, coi suoi crocifissi, i suoi sacramenti, con la sua presunta autorevolezza, e quindi questo senso di disgusto non può che balzare agli occhi – per contrasto. Basta inscenare una catechista che si comporta come una figurante di Uomini e donne ed è fatto. L’attrito è garantito.
Fino alla scena più terribile e scorretta di tutto il film: il prete, Don Mario, va insieme a Marta a recuperare un vecchio crocifisso ligneo nella chiesa diroccata del suo paese natio, paese fantasma di montagna, apparentemente abitato solo da un prete malandato ma autentico, cieco e fumatore, che come un oracolo dà a Marta tutte le risposte di cui lei aveva bisogno: Gesù era una furia, le dice, in un monologo da piccolo inquisitore, uno che se c’era da accusare accusava, se bisognava dare in escandescenza non la mandava a dire: un fustigatore, una specie di cantante grunge. Si caricano il crocifisso sulla macchina, ma lo legano male, e ad una curva la macchina sbatte contro il guardrail, e il crocifisso ligneo si stacca e scivola fatalmente nel precipizio sottostante, direttamente in mare, dove lo vediamo galleggiare alla deriva.
Con un’immagine che più didascalica non si può veniamo a concludere: Cristo se n’è andato, non voleva più stare con noi. Con noi grassi, corrotti, ignoranti, con noi peccatori insomma, è andato a farsi un bagno.
È disarmante proprio la tenuta teologica di un film esteticamente così consapevole (dalla fotografia al montaggio al sonoro, la presenza della regia è sempre evidente quando non invadente, à la Dardenne per capirci): da dove ha preso le sue idee sulla Chiesa Rohrwacher? Ha letto un libro di Nick Cave e stop per farsi la sua idea di Cristo? Da dove ha preso le sue idee sul Sud cementizio e inquinato? Dalla sua esperienza? È possibile basarsi solo sulla propria esperienza per fare un film? E soprattutto: è possibile che una visione così semplicistica da un punto di vista e teologico e sociale – sembrano le idee che avevano i miei compagni radical-chic dell’università che parlavano male della Chiesa pappona e del Sud abusivo e monnezzaro – possa risultare efficace come sintesi? “Un grande film civile”, come era scritto su Repubblica. Un grande film civile: un film che fa un’unica definitiva, liquidatoria estetizzazione del degrado per raccontarci i mali dei milioni di italiani che credono in Dio e vivono in case abusive? Quale è la possibile salvezza per loro? Riemigrare in Svizzera? Mettersi a dieta? Trasformare le chiese in enoteche?

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
55 Commenti a “Nuovo cinema paraculo: “Corporativismo celeste””
  1. Christian,
    sottoscrivo tutto. Anch’io sono rimasto molto deluso. Film costruito a tavolino per compiacere una platea anticlericale.
    Quando ero al cinema, nella scena in cui vengono uccisi i gattini, il tipo dietro a me ha detto alla persona accanto a lui: <> e lì ho capito che la regista aveva centrato il suo obiettivo.
    Dal canto mio ho trovato illuminante la scena del vescovo che mangia le pastarelle in sagrestia: lì ho capito che la regista non aveva la minima idea di cosa stesse parlando. Non aveva mai partecipato alla cerimonia di una cresima, non aveva mai visto come si comportano il vescovo, i sacerdoti, i genitori e i bambini in un contesto simile.
    Ti chiedi <>. Io appena uscito dal cinema mi sono chiesto: <>. Ma direi che il senso è più o meno quello.

  2. (nel commento prima sono scomparse le frasi riportate tra virgolette)

    Christian,
    sottoscrivo tutto. Anch’io sono rimasto molto deluso. Film costruito a tavolino per compiacere una platea anticlericale.
    Quando ero al cinema, nella scena in cui vengono uccisi i gattini, il tipo dietro a me ha detto alla persona accanto a lui: “Capito? Questi sono i cristiani!” e lì ho capito che la regista aveva centrato il suo obiettivo.
    Dal canto mio ho trovato illuminante la scena del vescovo che mangia le pastarelle in sagrestia: lì ho capito che la regista non aveva la minima idea di cosa stesse parlando. Non aveva mai partecipato alla cerimonia di una cresima, non aveva mai visto come si comportano il vescovo, i sacerdoti, i genitori e i bambini in un contesto simile.
    Ti chiedi “da dove ha preso le sue idee sulla Chiesa Rohrwacher?”. Io appena uscito dal cinema mi sono chiesto: “ma che razza di parrocchie ha frequentato questa qui per tirare fuori un film del genere?”. Ma direi che il senso è più o meno quello.

  3. minimaetmoralia scrive:

    La risposta che mi sono dato è che l’aspetto documentario derivasse dalla sua esperienza. Ma è come se io per fare un film sull’islam vado a ritrarre certi miei vicini di casa bengalesi figli di troia. Come dire, un po’ angolata come prospettiva.

  4. Mi hai tolto l’esempio dalla tastiera…
    Sarebbe interessante capire, appunto, quanto sia voluta una simile impostazione o quanto sia vissuta in buona fede. La regista ha dichiarato (proprio su Famiglia Cristiana, mi sembra) che è voluta andare a riscoprire le radici del cattolicesimo in Italia. Beh, se l’esito della ricerca è questo… Chissà, forse la fanciulla bendata sulla locandina è la regista stessa.

  5. Giordano Tedoldi scrive:

    Chris, grazie alle mie spie nel mondo del cinema sono venuto in possesso della sceneggiatura originale del film. C’era una scena molto pregnante che però poi dopo lunga discussione con la sorella Alba, Alice non ha girato.

    Eccola.

    Interno giorno. Chiesa. Odore di incenso soffocante. Le candele hanno la muffa. Padre Guido e Carmela stanno restaurando un crocifisso ligneo, sono saltati i chiodi dalle membra di Geova.

    Padre Guido: Vieni Sasha, passami li chiodi.

    Carmela: Padre, le ho detto che mi chiamo Carmela.

    Padre Guido: Ma poi quando facciamo li soffocotti col gagging mi viene meglio se ti chiami Sasha, come Sasha Grey.

    Carmela: Lei è così brutale, padre. Così arcaico. Perché la mattina prima di lavarsi i denti col napalm uccide i gattini?

    Padre Guido: Perché pure Josef Fritzl uccide i gattini. mo’ va così. Zitta Sasha. Passami li chiodi.

    Carmela: Lei è tanto cattivo, ma Cristo, quello vero, quello che s’incazzava anche quando perdeva a scopa e rovesciava il tavolo e gridava “fuori i mercanti dal tempio” e tutti, ah geova, e nun sai perde!, quello la punirà.

    Padre Guido: Sasha, passami li chiodi, se mi innervosisco me trema la mano e poi il restauro viene male.

    Carmela: Bene padre, eccoli.

    Carmela passa i chiodi a padre Guido ma in silenzio prega il Signore che gli faccia tremare la mano.

    Padre Guido dà la martellata ai chiodi ma si prende il dito.

    Padre Guido: Porco Dio! (ricordarsi effetto eco audio tipo Fantozzi ma non troppo sennò si perde il significato allegorico di smarrimento e blasfemia nella casa del signore. Ricordarsi comunque che il dito ammaccato non gli impedirà di ammazzare il giorno dopo altri gattini)

  6. Nicola Lagioia scrive:

    So che si tratta sempre di esperienze personali, e che quindi nell’ottica del Christian Raimo di questo pezzo (e magari in assoluto) non dovrebbero valere molto, ma a difesa della Rohrwacher posso dire che la mia prima comunione ma misteriosamente non la mia cresima si è consumata – al sud – in un’atmosfera (sociale, psicologica, spirituale, estetica) appena peggiore rispetto a quella evocata dal film.

  7. christian raimo scrive:

    Nicola penso a come in Riportando tutto a casa descrivi le ragazzine sarte mongoloidi ipetelevisivizzate ma forse felici. Non è questione di esperienza, ma di rielaborazione artistica. Christian

  8. Nicola Lagioia scrive:

    Ok, ma l’argomentazione sociologica ed esperienziale per criticare l’elaborazione artistica (la R. ha sbagliato perché questo è un lato marginale della vita della Chiesa) mi sembrava l’avessi tirata fuori tu.

  9. Mario scrive:

    @ Federico: conoscendo Alice sono certo che le si possano imputare molti difetti – così come si possono imputare al film – ma non di certo la volontà di costruire qualcosa “a tavolino” per “compiacere” chicchessia. Le furberie, le malizie non le appartengono. Davvero. Se ci sono delle semplificazioni, delle forzature, nel film, nel ritratto della vita di parrocchia – e, più lateralmente, di provincia – sono semmai dovute a un radicalismo – suo, di sguardo e di vita – che le ha impedito di empatizzare con quanto rappresentato (e prima vissuto).
    Tirare in mezzo la sorella, anche se per intenti parodici, mi sembra un colpo basso.

  10. Giordano Tedoldi scrive:

    Gentile Mario, il mio non era un intento parodico, che non so nemmeno cosa sia, era una presa per il culo.

    Il film non l’ho visto e me lo perderò volentieri. Nel mio schema da bambino elementare ci sono tre tipi di rapporti con la religione cattolica: i credenti, gli agnostici, gli atei. I credenti problematici, le femmine stuprate dal prete, le infanzie traviate, sono roba interessante per una lunga terapia di gruppo, ma con la religione non hanno una cippa a che fare. Poi possiamo aprire il dibbatttito che la religione cattolica è arretratezza, è subcultura, è repressione sessuale, ma per me, ripeto, questo con la religione non c’entra niente. Quindi quando la signora regista dice che è voluta andare ai fondamenti del cattolicesimo le dico di buttarsi in mare con la crociona, simbolo davvero raffinato devo dire e che denota radicalità di sguardo.

  11. christian raimo scrive:

    Parlo mai di astrofisica io? Parlo mai di biologia? Parlo mai di neuropsichiatria? Allora perché posso parlare di cristianesimo?

  12. Mario scrive:

    Beh, Christian, semplicemente perché, al contrario dell’astrofisica, con la religione – intesa come insieme di pratiche, non di teologia o di fede – abbiamo avuto a che fare bene o male tutti, in questo paese. Che poi questo faccia di noi degli esperti, è un’altra faccenda. E lo ripeto, nel film possono esserci delle forzature e delle ingenuità – e il tuo pezzo le mette bene in luce. Ma questo non giustifica il solito, trito e ritrito, attacco di chi vede in certi lavori solo modi per vellicare il pubblico.

  13. Teo Lorini scrive:

    Christian, mi permetto di concordare con Mario.
    L’Italia è un Paese che riporta le dichiarazioni del Papa nei titoli di testa dei tg; nelle altre nazioni, anche in quelle cattoliche, ciò non accade: penso che, anche solo il fatto di essere italiani ci dia qualche titolo in più per “parlare di cristianesimo” rispetto all’astrofisica o alla biologia (discipline, per inciso, sul cui sviluppo e diffusione la Chiesa Cattolica ha qualche responsabilità, per non parlare della psichiatria…).

  14. christian raimo scrive:

    Posso avere a che fare con la vita delle piante, col sole e con le stelle, con il cervello della gente e con le loro idee, non per questo mi sento in grado di padroneggiare dei saperi e dei linguaggi. Biologia, neuropsichiatria, astrofisica. Altrimenti dirò delle banalità, suggestive o irritanti. Se giustamente si stigmatizza la Chiesa perché alla volta incolta o invasiva, allora come contrapporsi? Legittimando la banalità e la superficialità? Come il prete solitario del paesino che interpreta quel passo del Vangelo come je gira? O quella cattolica è una cultura che va rispettata per criticarla?
    Questo da un punto di vista culturale e sociale. Da un punto di vista della comprensione del sacro, qui cosa rimane? E se qualcuno si convertisse e credesse all’amore di Dio inginocchiandosi davanti a quel crocifisso fosforescente che diremmo? Che è un coglione baciapile? Oppure avremmo il coraggio di lasciare una dimensione di mistero? Avete visto un film tedesco dell’anno scorso bellissimo, Lourdes? O vi ricordate la scena di Underworld in cui la gente prega credendo che una macchia di umidità nella metro sia una apparizione sacra?

  15. Federico scrive:

    Un’analisi di sconcertante povertà e disonestà intellettuale. La tua. Ti stimo e stimo da sempre il tuo lavoro. Qui insegui il gusto della polemica senza voler, ostentatamente, farti domande. Davvero poca roba, scusami. Tacciare “Corpo celeste” di faciloneria e manicheismo è porsi su un piano mistificante e sciocco. Da criticuccia blog.
    Con immutata stima.

  16. Allora, Mario, accertata la buona fede dell’autrice resta da chiedersi cosa si ottiene distruggendo il proprio avversario mentre lo si mette in scena? A me sta bene che la Rohrwacher veda così il cattolicesimo in Italia, ma quello che lei ne ha fatto in questo film è una caricatura involontaria. Lei non voleva vellicare il pubblico anticlericale, ma alla fine solo qui arriva: allo spettatore cattolico infatti non è lasciato spazio per un giudizio critico, viene accusato – in quanto facente parte di quella comunità cattolica demolita sullo schermo – di ogni male dall’inizio alla fine.
    Questo film non lascia spazio a confronti, non apre nessuna discussione, non permette replica. E’ – come ha già detto Raimo – un film manicheo (per giunta ben girato, ben recitato, dunque difficilmente contestabile sul piano tecnico).

    Mentre leggo i commenti qui sul blog mi rendo conto che “Corpo celeste”, lungi dal descrivere autenticamente la comunità cattolica italiana, ne descrive perfettamente la percezione che ne ha chi il cattolicesimo lo conosce soltanto attraverso i titoloni dell’home page di Repubblica (“Il papa attacca le coppie di fatto!”, “Embrionali: altolà del Vaticano!”, “La CEI tuona: no all’eutanasia!”).

    Che in Italia il dialogo tra cattolici e non cattolici sia un problema ne sono convinto, ma film come questo non sono di aiuto alcuno.

  17. chiara scarponi scrive:

    scusate ma io mi oppongo! ho visto il film e vengo dal sud: è una realtà! quelle sono le chiese, quelle sono le catechiste! è esattamente così! certo, è visto dagli occhi di una bambina, e le immagini possono essere caricate, cristian su questo ha ragione. ma io ho sentito che era la visione della bambina. non è perfetto, certo. Non è un capolavoro, è vero. ma nessuno dice che finalmente c’è un film che non macina la pappa allo spettatore, che mostra una realtà con delicatezza, sensibilità, intelligenza. Io mi sono sentita finalmente RISPETTATA come spettatrice. Io mi chiedo: perchè siete così cattivi? siete invidiosi? sopratutto da voi, che vi lamentate sempre della situazione italiana… volete paragonare questa poesia con le opere prime italiane degli ultimi anni? volete altri film sui trentenni in crisi? ma per favore.

  18. lucilla scrive:

    Dai Cristian, non sarai seccato perché ha parlato male della Chiesa al posto tuo!?
    L’analisi che hai compiuto del film sembra un prurito narcisistico. Perché mai dovrebbe interessarci il tuo prurito? é forse una particolare lente critica?
    Perché sei così indignato?
    Non tutti hanno continuato a servire messa; alcuni hanno interrotto presto, altri non hanno mai iniziato… Questo non significa che per per parlare della merda bisogna continuare a mangiarla o averla assaggiata! Anzi, noi siamo merda! Tout se tient…
    Perdona (cristianamente intendo) questo attacco (malgré moi, flebile) ma sono molto curioso di quello che i T.Q. scrivono in giro
    Poi, sì, si può. Si può fare un film anche solo sulla propria esperienza! Se Dio vuole, eh!?

  19. Federico scrive:

    Gentile Federico Platania, a me il film è arrivato – eccome – pur avendo fatto vita di parrocchia (a Roma, scandalo, neanche al Sud) da giovanissimo. Senza titoloni di Repubblica, per intenderci. Devo pentirmi? Pensare che abbia ragione lei? Dio mio, ancora a giudicare i film dalle lenti dei nostri occhiali, a vedere nei film ciò che vogliamo noi. Che continuo peccato di presunzione. Che poca voglia di porsi dubbi e andare a puntare su un buio che non conosciamo. La piattezza del cinema italiano di oggi deve averci davvero narcotizzato. Insomma, non è che “Corpo celeste” debba piacervi per forza ma non compiacetevi nemmeno con le vostre critiche (molto più convenzionali di quanto crediate), quelle sì, manichee

  20. Federico scrive:

    Ultima cosa. “Cavolo bimba, c’è internet” è la puntualizzazione più saccente, supponente e antidemocratica che io abbia mai letto in in commento fatto da persona intelligente. Spero solo ti sia scappata per un attimo la mano dell’autoreferenzialità. Cavolo Raimo, esiste gente che non vive in rete. E, reggiti forte, neanche legge il tuo blog. Orrore e raccapriccio.

  21. giuliomozzi scrive:

    Il film è bello o no?
    Questa è una domanda.

    Ipotizzando che abbia un’istanza realistica, il film la regge?
    Questa è un’altra domanda.

    L’accoglienza che il film ha ricevuta, è adeguata a ciò che il film è?
    Questa è un’altra domanda ancora (che ha un corollario: posto che l’accoglienza non sia adeguata bensì sopra le righe, possiamo rintracciare in questa sopravvalutazione l’esito di un non necessariamente volontario e consapevole complotto anticlericale?).

    Io, che non ho visto il film né credo che lo vedrò (il cinema e la mia vita sono incompatibili), troverei più utile una discussione che cercasse di tenere distinte queste tre questioni (che sono indipendenti).

  22. Teo Lorini scrive:

    Premetto che non ho ancora visto “Corpo celeste” e non ho gli strumenti per contestare nel merito dell’opera il parere di Christian, mi limito a sollevare alcune obiezioni su affermazioni come quella che criticavo sopra. Non solo, come mi pare di aver dimostrato richiamando il parere di Mario, ciascuna persona cresciuta in Italia ha i titoli per “parlare di cristianesimo” ma rileggendo il pezzo e le successive postille non capisco – lo dico senza polemica – chi deve stabilire se l’idea che la regista ha della Chiesa (venga essa da un’esperienza diretta o sia mediata da altre documentazioni) è appropriata o meno. Diverse persone (da Nicola Lagioia a Chiara Scarponi) hanno detto di non trovare paradossale o grottesco o caricaturale ciò che la Rohrwacher ha mostrato nel film. Anzi, hanno detto di aver riconosciuto una realtà vissuta. Per capirsi: anche la loro esperienza non va bene?
    Con tutto questo, sia chiaro, Christian è liberissimo di trovare invece “Corpo celeste” grottesco, caricaturale ecc. e in più (mi par di capire) anche offensivo per la grossolanità con cui punta a vellicare gli anticlericali italiani. Non siamo però anche qui nel campo dell’esperienza personale? DI come il film è stato vissuto, percepito, esperito appunto dal singolo spettatore (Christian, in questo caso)?
    Infine un piccolo inciso per Federico P. Lasciamo perdere, sono d’accordo con te, i titoloni arrembanti di Repubblica.it e parliamo di cattolicesimo: qual è il ruolo del Papa nel cattolicesimo? Qual è la sua importanza? A me consta che le parole contro le coppie di fatto ci siano state (ne ho letto su Il Giornale e sul Corriere, per inciso). Ora che il Pontefice lo ha espresso, quel giudizio conta? Tanto? Poco? Oppure i cattolici possono ignorarlo e regolarsi ciascuno a suo piacimento?

  23. giuseppe zucco scrive:

    ciao a tutti,

    io invece, proprio perchè non ho visto il film, proprio perchè sono interessato al cinema come linguaggio a sè, con una sua espressione specifica, difficilmente traducibile in altre forme, oltre alle domande di giulio mozzi, chiederei anche:

    ma come è impiegato qui il linguaggio cinematografico? con quali intenti? con quali successi? con quali limiti? cosa aggiunge o cosa rimarca questo film dal punto di vista del linguaggio al cinema contemporaneo, o alla storia del cinema tout court?

    faccio queste domande perchè molte volte, soprattutto nei pezzi sul cinema, si salta a pie’ pari l’analisi della costruzione e della struttura linguistica del film, e si passa immediatamente alla vivisezione del contenuto, come se la forma non incidesse sul contenuto, ed entrambi non trovassero o un punto di accordo un un punto di scarto. con il paradosso poi che le cose “esplicite” sono anche le meno interessanti da discutere.

    per esempio, in “three of life”, di malick, per tornare all’argomento religioso”, trovo molto più intelligenti le immagini, il montaggio delle immagini, che non il voice over stile vecchio testamento appoggiato di peso sul film. (ma questo è un altro film, e un’altra discussione).

    giuseppe

    giuseppe

  24. giuseppe zucco scrive:

    scusate il refuso: tree of life, certo!

  25. minimaetmoralia scrive:

    @tutti
    c’è una scena di “Corpo celeste” che mi ha molto colpito: ci sono un gruppo di vecchiette che sta pregando in un cortiletto scalcinato. Sono inquadrate dall’alto, guardate da una finestra. Dopo un po’ finiscono e vanno via. Sembrano far parte del paesaggio, volgare, inutile, cadente.
    Mi ha fatto pensare a una scena simile che sta nella trilogia dei colori di Kieslowski: la scena di una vecchietta che faticosamente va a buttare l’immondizia. Anche quest’immagine è vista da una finestra in alto. Ma il tempo che la vecchietta ci mette, il suo sforzo, la sua fatica hanno un valore di tale intensità che sembrano illuminarci sul miracolo stesso dell’essere umano. Qui l’opposto: le vecchine sono delle figurine sociali disprezzabili, lasciate a se stesse, liquidate come bigotte.

    @ Chiara Scarponi:
    io non nego la capacità documentaristica di Alice Rohrwacher. Ne rilevo la mistificazione interpretativa. Cosa inquadri e cosa no. Inquadri una città che sembra sempre una bidonville. Parli di un gruppo di bambini che va a catechismo e a parte l’angelica Marta, il resto è un truppa di cerebrolesi. Lo sguardo dall’inizio alla fine non ha mai un’incrinatura. Quel mondo parrocchiale lì ci faceva schifo all’inizio e ci fa schifo peggio alla fine. Perché abbiamo visto questo film? Perché è rappresentativo? Perché è realistico?
    Inoltre il film fa un’equazione per me indebita: trash culturale uguale mancanza spirituale. Per un film che vuole scoprire le radici del cattolicesimo mi sembra un peccato di indagine. È come fare un film su Padre Pio e accorgermi che c’è tanta superstizione in giro legata al suo culto. Quello forse lo sapevo. Quello che mi fa interrogare è il mistero di milioni di credenti.
    Se la prospettiva vuole tenersi le mani libere dalla questione trascendente – e qui non mi sembra – mi serve almeno un piano di indagine sociologico.

    Altrimenti sguardo infantile è un alibi facile.
    Soprattutto perché tutto quello che noi guardiamo nel film non è sempre visto con gli occhi di Marta. Marta è ingenua, Marta ride perché la catechista scivola, Marta si guarda le tette, Marta si guarda crescere: e questa è la parte più bella del film perché ha un che di coerente e privo di giudizio liquidatorio. È la prospettiva sghemba contraddittoria di una tredicenne, entusiasta per mille cose, umorale per altre.

    Ma il resto?
    La scena del crocifisso sulla macchina, per dire, inquadrata dall’alto. E l’arrivo al paese con la cinepresa che sgrana. Chi è che sta guardando lì? E la scena del prete che si mette a letto e si annusa i calzini?

    @ Lucilla
    No, non sono per nulla seccato perché ha parlato della Chiesa al posto mio. Non sono una persona che si sente autorevole per parlare di cose ecclesiastiche, perché ho una formazione cristiana non adeguata. Ma quando arrivano un Moretti e una Rohrwacher e mi imbastiscono un film sul cattolicesimo che poi però non è un film sul cattolicesimo, io dico: che palle. Ma perché non cercare di trattare un tema così grosso anche con un punto di vista aperto alla trascendenza? Tra Habemus papam e Corpo celeste, ho visto vescovi che volevano andare a mangiare i cornetti a Borgo Pio e preti che si mangiavano lo strudel in canonica.
    In questi ultimi anni un tema così importante come l’evoluzione e la crisi della Chiesa Cattolica al cinema è trattato in modo marginale. L’unico film che mi è sembrato avere a cuore il tema mentre lo trattava in modo tutt’altro che apologetico è stato a mio avviso In memoria di me di Saverio Costanzo.

    @Federico:
    cosa vuol dire che il film a te è arrivato? Non capisco. Ti è piaciuto il ritratto di lei Marta? Ti ha convinto della sua tesi indiscussa: ossia che la chiesa è composta da avidi burocrati che anestetizzano il popolino, gli rubano i soldi dell’affitto e ne comprano i voti? Non ti sembra, come provavo a argomentare, che la tesi che viene esposta nella prima scena (la ridicola processione in onore della Madonna) “qui nel Sud, tra Chiesa e politica, tutto è merda” venga ripetuta senza una sfumatura fino all’ultima scena in chiesa, anzi fin nei titoli di cosa con l’assurdo motivetto parrocchiale?

    @Giulio Mozzi

    Il film è bello? Alice Rohrwacher è tecnicamente dotata, si è circondata di persone capaci (montaggio, suono e fotografia sono rare per lo stagnate panorama italiano), ma tutto questo ne fa un film bello?
    Rifare i Dardenne rende questo stile autoriale?
    La questione che ci si dovrebbe porre rispetto a un film che parla di sacro non è come rappresentarla questa dimensione trascendente?

    Ipotizzando che sia prioritaria l’istanza realistica su quella di cinema trascendente (per dirla alla Schroeder), io penso che Rohrwacher difetti di un occhio giudicante su una capacità di meravigliarsi. Gli esseri umani che non sono le tre donne della famiglia Ventura sono tutti personaggi laidi. Se è realistico non lasciare ambiguità nella maggior parte dei personaggi rappresentati, allora è un film realistico.

    L’anticlericalismo del film è evidente. Esplicito. L’attenzione per il valore civile di questo anticlericalismo mi fa storcere il naso, perché come dice giustamente Federico Platania, non è utile né a un cattolico a comprendere le radici di una crisi interna alla Chiesa né a un non credente a trovare degli strumenti di analisi che già non avesse definito nella sua magari vaga ostilità al pretame di varia natura, alla cultura trash di derivazione televisiva, a un sud devastato dalla speculazione edilizia selvaggia.
    Si potrà cominciare a raccontare qualcos’altro?

    In un bel reportage di Stefano Laffi sul Villaggio Coppola, il quartiere simbolo del degrado che fa da sfondo ad esempio dell’Imbalsamatore di Matteo Garrone, c’è una ragazza che risponde alle domande dei sociologi in questo modo: “È vero, sono cresciuta in un posto un po’ di merda. Ma questa è la mia vita, qua c’ho gli amici, ho fatto l’amore per la prima volta, etc… Questo comunque è il posto dove sono vissuta”. Vedere con gli occhi di chi è organico ai luoghi e non li disprezza può essere forse più utile a capirli.

  26. minimaetmoralia scrive:

    @ Teo Lorini

    La chiesa è fatta da chi ne fa parte.
    Non è vero che Alice Rohrwacher non ha un’idea di chiesa. La sua idea sembra quella di una chiesa simboleggiata dal prete cieco e drop-out. L’idea di un mondo isolato nelle montagne disabitate, eremitale, distaccata dalla realtà sociale.
    Sarebbe stato più utile a questo punto dare più idee della Chiesa, per esempio delineando caratteri diversi per le catechiste, caratteri diversi per i bambini, caratteri diversi per i parrocchiani, invece di un unico conformista.

    @ Giuseppe Zucco
    Per me in questo senso il libro di Paul Schroeder “Ozu, Dreyer, Bresson. Lo stile trascendente nel cinema” è stato un testo che mi ha illuminato

  27. minimaetmoralia scrive:

    Scusate i due commenti precedenti sono miei,
    di Christian Raimo

  28. chiara scarponi scrive:

    scusate, ma quanti film vedete? io ne vedo molti e questo mi pare un buon film e mi sento di difenderlo da queste critiche assurde. diciamo che ero pure più scettica ma leggendo queste stupidaggini piene secondo me di compiacenza e falsa retorica io mi schiero. La rorwacher non ha mi pare nessuna “paraculaggine”, anzi. Posso dire che a me il film ha davvero emozionato, mi ha fatto sentire un mondo interiore bello e pieno? Che i ragazzi del corso di catechismo sono simpatici e non dei mostri come dice cristian? posso dire che le donne che camminano dall’alto mi hanno fatto piangere? e poi rivederle in chiesa, è stato proprio bello. le mie emozioni avranno un valore di fronte alla vostra ossessione? volete paragonare con l’estetismo raccapricciante dell’altrettanto osannato et in terra pax? perchè ve la prendete tanto con questo film? ce ne fossero di lavori così coraggiosi.

    per giulio mozzi: è un film da vedere. attori bravissimi ( forse meno il prete), fotografia delicata, per niente dardenne come dicono, a spalla ma delicata. credo che un regista che sappia scegliere i suoi collaboratori bene è un ottimo regista. è un film nuovo, con dei difetti ma con tanta poesia.

    per giuliaweb: non sapevo che la bambina veniva da questo posto, avevo capito solo dalla campagna. dico solo che il film è indipendente da tutto questo, che c’entra. non so se è una scelta chic come dici tu, ma conta solo quello che si vede, e lei è molto brava, e la catechista è un genio. e poi scusa dove hai visto la protagonista dal vivo?

  29. chiara scarponi scrive:

    dimenticavo: per cristian, ma tu lo conosci il sud? perchè secondo me non è per niente caricato nel film, è proprio così, pieno di cemento, rifiuti, e natura abbandonata. e pure le processioni sono così. se vuoi ti faccio invitare dai miei parenti per pasqua così cambi idea e poi torni a scrivere su questo blog…

  30. christian raimo scrive:

    Chiara, mi sono fatto tutte le estati della mia infanzia due mesi in un paese pugliese che in confronto la periferia di Reggio Calabria è Stoccolma. Ti dico solo che al centro del paese c’è un vespasiano grande come un bar. Abusivismo edilizio, analfabetismo, le ferrari nel presepe. La domanda che pongo allora è questa: se hai la fortuna e la capacità di vedere la debolezza sociale di questo mondo, perché invece di stigmatizzarne solamente gli aspetti parossistici, non riconoscerne qualche forma di comprensione una pietas appunto per qualcuno che avrà una sua ambivalenza? Perché deve restarmi tutto estraneo? Perché per nessuno di quei personaggi viene anche soltanto adombrata la possibilità di emanciparsi? Perché devo fare un film sul cattolicesimo pensando che sia una specie di superstizione volgare nociva al mondo e arrivare alla fine del film alla stessa conclusione?

  31. @Teo
    Che il papa si pronunci a favore dell’unica forma di famiglia riconosciuta dalla chiesa cattolica mi sembra, prima che un suo diritto, un suo dovere. Chi non crede può fare come gli pare, chi crede anche. Nel senso che non mi risulta che esistano emissari del vaticano sguinzagliati nelle case di chi si dichiara cattolico per verificare che viva secondo quanto previsto dalla dottrina.
    Ma non è che uno si professi cattolico per poi fare come gli pare. Crede che quel modello sia giusto e cerca di tendervi il più possibile. Riuscirci è tutt’altra storia.

  32. christian raimo scrive:

    Detta in termini ancora più semplici. Come fai a realizzare un film in cui il novanta per cento dei personaggi che racconti lo prendi per il culo, lo schifi, ne hai pena? E a quel punto vuoi che il pubblico li prenda per il culo, li schifi, ne abbia pena come e più di te? E canti divertito della sua superiorità la canzoncina orrida del catechismo, Mi sintonizzo con Dio, rilanciata nei titoli di coda.

  33. Teo Lorini scrive:

    @ Federico: è bella la tua formulazione, ma il Papa non si è solo pronunciato “a favore dell’unica forma di famiglia riconosciuta dalla chiesa cattolica”, ma anche contro le c.d coppie di fatto. Non parlo delle persone omosessuali (non apriamo questa voragine, che pure c’è) parlo di un vasto numero di persone che si amano e vivono insieme senza sposarsi. Non dico che siano la maggioranza delle coppie in Italia oggi perché non ho dati statistici da citare, ma diciamo che fanno parte dell’esperienza comune di ciascuno di noi. E allora, torno a chiedere? Se il cattolico crede che “quel modello sia giusto”, cosa crede di quell’altro modello, che il Papa definisce secolarizzato, ingannevole ecc. a cui il Papa ha raccomandato di non cedere? Come si regola con coloro che lo praticano (e magari ci credono)? Cosa ne pensa? Questa discussione, che sinora è molto interessante e (a parte forse la definizione di “paraculaggine”) si è svolta in toni che mi paiono complessivamente civili, parte da un’opinione: la R., anche se l’avesse sperimentato così di persona, non può esprimere questo giudizio sul cattolicesimo. Ma il cattolicesimo? Coloro che si professano cattolici sul serio e non per prendere un’etichetta e “poi fare come gli pare”, loro come si regolano con il giudizio?

    Se il Papa quando si pronuncia contro le coppie di fatto
    (non sto parlando di persone dello stesso sesso, non apro questa voragine

  34. @Teo
    Non sono sicuro di aver messo a fuoco bene il senso delle tue domande, soprattutto le ultime due. Provo comunque a rispondere.

    “Se il cattolico crede che “quel modello sia giusto”, cosa crede di quell’altro modello, che il Papa definisce secolarizzato, ingannevole ecc. a cui il Papa ha raccomandato di non cedere?”

    Penso che il cattolico – in media – creda che quell’altro modello sia un’esperienza della vita di coppia quanto meno incompleta. Immagino che il cattolico – in quanto tale – sia felice di essersi sposato in chiesa (se lo ha fatto) e di vivere autenticamente un sacramento e non di fermarsi allo stadio di convivenza.
    Affinché, però, la mia risposta e la tua domanda abbiano senso è importante che chi non è cattolico accetti la possibilità che esistano anche i cattolici-che-credono, cioè persone che sono felici di essere cattoliche e che seguono gli insegnamenti della chiesa non perché costrette dal giogo della gerarchia, ma perché credono che la dimensione religiosa della loro vita sia una ricchezza.
    Se invece vale solo la vulgata comune per cui i cattolici sono tutti ipocriti-che-si-battono-il-petto-in-chiesa-ma-poi-sono-peggio-degli-altri allora qualunque discorso su famiglia, matrimonio, coppie di fatto, etc. perde di significato.

    (Inciso: noto, ancora una volta, che quando si parla di cattolicesimo si finisce sempre per arenarsi su questioni di diritto. C’è la curiosità di chiedere al cattolico cosa pensa delle coppie di fatto, ad esempio, ma quasi mai c’è la curiosità di chiedergli cosa rappresenta per lui l’esperienza della preghiera, o in che modo la religione ha reso la sua vita più piena e autentica)

    “Coloro che si professano cattolici sul serio e non per prendere un’etichetta e “poi fare come gli pare”, loro come si regolano con il giudizio?”

    Questa non l’ho capita. Il giudizio di chi?

  35. Nicola Lagioia scrive:

    Però, scusate, non è che se uno si professa cattolico sul serio deve accogliere necessariamente in modo acritico tutto quel che dice il papa, o no? Anche sulla famiglia. Cioè, magari sono anche i cattolici a dover aiutare la Chiesa, partendo dal presupposto che la Chiesa può eventualmente attraversare dei periodi di totale sbandamento se non addirittura parentesi di sostanziale ateismo o blasfemia. Per esempio, se i cattolici avessero aiutato (contestandolo, sconfessandolo, criticandolo, spingendolo amorevolmente a mettersi da parte, quel che volete) Pio XII quando parlava di “uomo della Provvidenza”, avrebbero fatto magari un favore alla Chiesa. Per la questione del celibato, idem. Per la continua confusione tra Dio e Mammona, pure. Faccio degli esempi da facilone, ma è per rendere il concetto.
    Dite quel che volete del film della Rohrwacher (d’accordo, la scena del crocifisso nel fiume è didascalica, e, certo, nonl esiste mondo-sistema che sia umano da cui nessuno possa emanciparsi) ma alcune domande degne di aprire tra i cattolici un dibattito che non si apre mai le pone. Ad esempio: non è d’uso, tra i cattolici, a livello popolare, la lettura del Vangelo. A me questa sembra una questione enorme.
    E allora, i cattolici, da uomini di buona volontà quali sono, dopo aver criticato legittimamente e magari anche giustamente il film della Rohrwacher, non potrebbero (messa da parte la spada) aprire un serio dibattito su questa cosa gigantesca: la non lettura del Vangelo. Che – in un paese controriformato in assenza di riforma – è anche, a mio parere, uno (uno dei molti) motivi per spiegare la non-lettura in generale da cui la nostra cultura è afflitta in maniera così indolore.

  36. chiara scarponi scrive:

    io sono d’accordo con nicola. è assurdo che non si possa aprire un dibattito in altri termini. forse l’ho presa sul personale perché voglio difendere l’emozione che ho sentito guardando il film, ma insisto. cristian stai esagerando.secondo me hai visto questo film con delle lenti spesse e presuntuose, non hai voluto vederlo. io avrei molti più motivi di te per arrabbiarmi perché appartengo a quel mondo, invece ho sentito che il film è bello, bellissimo: i personaggi sono disperati, tragici, è vero. la bambina è completamente sola. le loro domande sono tragiche, cercano di riempire un vuoto insondabile. dici che è tutto bianco o nero: ma sai quanti film che esistono così? cosa c’è di male? se questa è la visione della rorwacher, perché accanirsi così? cosa pretendi da questa regista? sai quanti scrittori esistono con una visione del mondo parziale e incompleta, scrittori che voi celebrate? gli esseri umani non sono perfetti, e questo è un primo film e insisto, è un buonissimo lavoro. mi fai altri esempi di primi film italiani per favore che siano meno paraculi? in genere la paraculaggine è sopraffina: storie strappalacrime, musiche, melassa, retorica… corpo celeste è diverso. secondo me devi rivederlo, ma forse sei talmente preso da te stesso che non riesci a vederlo davvero. diciamo pure che ad un certo punto la capacità di percepire l’arte al di là del ragionamento è proporzionale alla dimensione dei nostri desideri.

  37. federicoM scrive:

    Mi inserisco in questo blog, io ho visto il film che ho trovato decisamente anomalo e profondo per una regista trentenne alle prime armi. Probabilmente la signora Rohrwacher era consapevole di quello a cui andava incontro realizzando un film senza compromessi. Io personalmente ho molto apprezzato lo schiaffo di una visione del mondo così netta, che si assume tutti i pericoli della sua parzialità, il coraggio di una narrazione debole per quello che tradizionalmente si ritiene debba essere la narrazione cinematografica, ma intensa emotivamente. Non credo che l’intenzione fosse quella di raccontare la verità dell’esperienza cattolica, ma lo spaesamento di un’adolescente attraverso i rituali che determinano questa età, tradizionalmente la confermazione cristiana. Ci sono dei punti deboli e mi pare che da più voci siano stati messi in rilievo, ma credo che dobbiamo sinceramente riflettere su che cosa è diventato il cinema adesso, su quanto sia difficile vedere dei film fuori dai soliti schemi almeno da spettatore. Corpo celeste va difeso perché nelle sue debolezze dimostra un grandissimo coraggio e il desiderio, a mio avviso sincero, di aprire un dibattito. E’ quello che stiamo facendo anche in questa sede, o sbaglio? Riprendo le belle parole del signor Nicola Lagioia, quando si chiede se non sia più interessante aprire un serio dibattito.
    Credo poi che non si debba dimenticare che corpo celeste sia un film: quindi andrebbe considerato anche nella sua forma registica e nelle sue scelte visive. Conosco bene il cinema dei fratelli Dardenne, a cui Christian Raimo ha paragonato in brutta copia questo film. Ho trovato una differenza sostanziale, e delineare questa assonanza è come paragonare un aereo e una rondine solo perché hanno le ali. Sono due animali profondamente diversi, non basta una macchina a mano per farne una copia. Il film dei Dardenne è giustamente cattolico e sempre legato ad una redenzione e ad una azione. Corpo Celeste della Rohrwacher è più libero, è legato ad una sensazione del mondo, all’insondabilità dell’esperienza, ad un mistero per niente radical chic.

  38. Liborio scrive:

    Mi ha colpito un commento di Christian in cui cita un passo di Underworld, quando un gruppo di persone si ritrova a pregare una macchia di umidità credendo sia apparizione sacra.

    Be’ qualche anno fa – non più di cinque/sei – nel mio paese di quarantamila anime tra Bari e Matera è successo che in una chiesa di quasi-periferia, una specie di scatola di cemento bianca con lunghe e strette finestre verticali sui lati, sia comparsa (su una delle finestre) una strana macchia (di umido, appunto, con ogni probabilità) in cui qualcuno ha voluto ravvisare un’apparizione della “Madonna”.

    Nella settimana successiva alla “scoperta” c’è stata una processione di gente, curiosi più che altro, diversi erano lì che scattavano foto con il cellulare.. fortuna che non esisteva ancora fbook sennò sai che spettacolo.

    Insomma io capisco il discorso sulla pietas e quant’altro, però certe scene ti fanno letteralmente cascar le braccia, e lo dice uno che viene dal Sud, che non si dichiara ateo, e che rispetta profondamente il sentimento religioso. etc etc

  39. mare immortale scrive:

    tutto è didascalico per i didascalici. e tutto e puro per i puri.

    se un’icona di legno che cade in mare fa pensare a cristo che ci ha abbandonato forse le nostre capacità di lettura simboliche sono un poco avvizzite.

    consiglio la rilettura dei bei saggi-interviste della Ortese, da cui, anche se molti non sembrano capirlo, il film è tratto.

    in basso i vostri giudizi. in alto i vostri cuori.

  40. veronica scrive:

    @federico platania. è vero ci si arena spesso su questioni di diritto, forse perchè la chiesa interviene in maniera molto diretta su quelle (dalle coppie di fatto, all’eutanasia). e la sua posizione ha una valenza anche politica, condiziona le leggi di tutti i cittadini, quindi anche la loro vita, non soltanto la vita dei cittadini cattolici. sono d’accordo sul fatto che sarebbe giusto interrogarsi anche sul valore della preghiera per un cattolico e su come la religione abbia reso più piena e autentica la sua vita, ma perchè un cattolico non si chiede su come l’assenza di preghiera e di religione possa aver reso più piena e autentica la vita di un non cattolico? perchè questa domanda non è nemmeno presa in considerazione?

  41. minimaetmoralia scrive:

    Piccole esplicitazioni:
    quello che provavo a fare rispetto a Corpo celeste è una critica di tipo estetico. Provo a farla su un film che ha ricevuto sulla stampa un consenso unanime e generoso. E mi è venuto da occuparmene anche perché – ovviamente – riconosco all’autrice una consapevolezza, un’autorialità.
    L’invidia, la presunzione, la voglia di fare cricca… come controargomentazioni per me non valgono. Non perché appunto io sia puro da tali difetti, ma perché non saprei come difendermi o come avvalorarli. Stiamo al merito.
    Il merito per me è quello di un film che riesce a caratterizzare in modo complesso un personaggio, la piccola Marta: in bilico, tra un’età e un’altra, tra fiducia per il mondo circostante e sospetto, tra entusiasmo e disincanto, con un corpo che cambia (la scena allo specchio, il primo ciclo) e un corpo che lei stessa cerca di cambiare (quando si taglia i capelli, quando si mette il reggiseno della sorella). Questo al film riesce.
    Quello che non riesce è nel raccontare il resto in modo credibile. E non ci riesce perché semplifica. E la semplificazione rigida a mio avviso non rende la complessità della realtà, di qualunque realtà. Le domande che provavo a porre erano queste dunque:
    il prete è una figura con luci e ombre o è tutto ombre?
    le catechiste sono delle povere stupide oppure c’è in loro qualche complessità?
    i compagni di catechismo di Marta hanno una caratterizzazione a più nuances o sembrano dei poveri stupidi anche loro?
    il sagrestano col cinquantino che ammazza i gattini è un personaggio con qualche sfumatura o è uno brutto, sporco e cattivo?
    nella parroccha che frequentano c’è qualcosa di decente o è tutto esteticamente orrido?
    tra i parrocchiani che seguono la processione all’inizio, che sono coinvolti nei preparativi per la cresima c’è qualche traccia di bellezza o sembrano tutti personaggi orrendi?
    nella famiglia allargata di Marta c’è qualche adulto decente o è tutta gente di merda?
    il vescovo ha qualche possibilità di essere considerato una persona con una qualche umana morale oppure sembra un avido truffatore?
    l’aiutante prete che si vede all’inizio e alla fine sembra un mostro oppure è una mia impressione?
    Reggio Calabria riserva qualche bellezza inattesa, o è dall’inizio alla fine una città di merda, fatta di tangenziali, smog e cemento?

    ps.
    quando parlavo di radical-chicchismo intendevo questo:
    criticare una posizione sociale, politica, culturale in nome di un fastidio estetico.
    L’esempio più tipico che mi viene è quelli che criticano i cafoni arricchiti perché indossano i mocassini col calzino corto, o il calzino bianco.
    Il crocifisso fosforescente in chiesa, la canzoncina stupida del catechismo, le scarpe da ginnastica bianche del prete mi sembrava – ma magari mi sbaglio, ed è una scelta estetica che chiedeva altra lettura – avessero la stessa funzione CALZINO BIANCO. Suscitare un fastidio estetico.
    Chiedevano adesione, non problematizzazione.
    Ecco, in molti punti il film di Rohrwacher chiedeva adesione o – ovviamente – incomprensione per alcune questioni che avrebbero richiesto una dialettica, un’apertura, un questionamento.

    La stessa esigenza che adesso per esempio, qui tra i commenti, esce.
    C’è di buono che il film Corpo celeste sia un film che innesca un dibattito? Forse. Io sarei più per dire che lo innesca la capacità di porre delle questioni di Teo Lorini, Giulio Mozzi, Nicola Lagioia, Federico Platania, etc…

  42. minimaetmoralia scrive:

    firmato, christian

  43. federicoM scrive:

    Io ho trovato il personaggio dell’insegnante di catechismo estremamente complesso, e bellissimo. Con le sue pulsioni, le sue irrazionalità, il suo bisogno di riconoscimenti. Idem il prete, ho sentito un’angoscia continua nelle azioni che è come costretto a compiere come per una forza o una volontà soverchiante. Ho trovato poi i costumi estremamente realistici ( forse bisogna uscire dai nostri soliti ambienti per rendercene conto) e non mi hanno infastidito, anzi, mi attraevano, così come il crocifisso al neon: anche alla periferia di Roma ce ne sta uno molto simile. I ragazzi appaiono simpatici, vivi, ironici. Anzi, la sola che appare a mio avviso leggermente tonta è proprio la protagonista. L’unico che a mio parere è troppo squadrato, a senso unico, ma su questo bisognerebbe interpellare la signora Rohrwacher, è il personaggio del vescovo- e assistente. Ma mi sento di dire che questa banalizzazione, che risponde comunque ad un’impressione soggettiva dei personaggi ed è sempre legittima in un’opera artistica, consiste in un cinque per cento del film, che altrimenti mi pare vada salvato e considerato con giubilo in quanto toccante e bellissimo.
    E poi, non mi permetto di criticarla, ma frequento spesso da spettatore i vostri blog e, nonostante le vostre grandi capacità di suscitare domande, è la prima volta che sento una partecipazione così attiva ad un argomento sollevato. Potrebbe essere anche, e non solo, merito di questo film?

  44. Sarah scrive:

    ma nessuno rosica per il fatto che questa ha fatto il film perchè è la sorella di Alba Rohrwacher?

  45. Teo Lorini scrive:

    Ecco, avevamo fatto una discussione civile, ricca di punti di vista, stimolante. Ci mancava proprio un commento così: complimenti…

  46. christian raimo scrive:

    Zitto, tu Teo Lorini, sappiamo di chi sei figlio. Ed è il solo motivo per cui pubblichi sui blog. Firmato il fratello di Veronica Raimo, the queen.

  47. Teo Lorini scrive:

    Caspita, dannato Raimov! Mi hai scoperto!!
    C’è una ditta Lorini di traslochi e anche una pasticceria a Milano, in zona Porta Venezia: neanche da dire che sono erede di entrambe. E poi una volta avevo trovato delle camicie Lorini nella vetrina di un negozio di quelli per taglie forti… che siano mie parenti anche quelle?
    ;-D

  48. Emiliano Morreale scrive:

    caro christian, il tuo commento mi sorprende molto. sono sstanzialmente d’acccordo con quanto hanno scritto chiara scarponi e giulio mozzi.
    il sentimento che ho avuto verso il film è stato di gioia, di gratitudine proprio per come la regista mostrava di saper guardare delle cose che, come molti, ho spesso avuto sotto gli occhi e non ho mai visto rendere con questa precisione e intensità.
    Il sud di “corpo celeste”, posso assicurartelo, non è caricato, e nemmeno particolarmente degradato. è normalissima piccola borghesia, e quella la regista ha mostrato di conoscerla benissimo. se quelle persone, assolutamente normali e mostrate senza troppe marcature, mostrate sullo schermo suscitano ribrezzo in qualche spettatore, comincio a pensare che il razzismo stia nei suoi occhi.
    e anche la chiesa, ti dirò. potrei dirti: basta fare un giro per parrocchie in sicilia e in calabria e se ne vedono di molto peggio. basta assistere a una domenica in qualunque chiesa degli hinterland, oppure allo stadio (le prime comunioni spesso si fanno lì, come sai), per non parlare della campagna elettorale, del ruolo delle confraternite, e in generale dell’ambiguo stile da chiesa postmodern che al sud può avere in effetti più vistosi e stridenti che altrove. meno mi hanno convinto, nel film, il vescovo e soprattutto il suo assistente, unico tratto troppo sottolineato, in effetti.
    ma più che altro credo che sarebbe scorretto impostarla su questo punto, del sono così o non sono così i cattolici, il sud, i crocifissi e i tornanti di montagna. La cosa che mi sorprende è che a te sfugga la profonda carità, rosselliniana direi, dello sguardo della regista. la ragazza che poco a poco impara a vedere, in quei campi lunghi con la motoape; lo sguardo smarrito della beghina abbandonata(personaggio perfetto, tutt’altro che privo di carità)… e a suo modo il film ha una finale di purissima redenzione, con un vero e proprio battesimo nell’unico giordano che le è dato. una scena che mi ha ricordato proprio il battesimo negli “atti degli apostoli” di rossellini.
    da persona nemmeno battezzata ma temo abbastanza cattolica, ho sentito in “corpo celeste” una intensità spirituale che nel cinema, non solo italiano, non percepivo da anni (da certe cose di ciprì e maresco, direi, che infatti avevano subito un processo per vilipendio della religione). che questa spiritualità si mostri nonostante e contro la chiesa, in un rapporto quasi agonistico, lo trovo sacrosanto, perfino inevitabile.
    e però: se i cattolici italiani più intelligenti si lasciano sfuggire non la provocazione (non ce n’è) ma la grazia di questo film, stiamo messi malissimo.

  49. christian raimo scrive:

    Emiliano e altri rifletterò sulla mia miopia. Io una capacitã di cogliere la dimensione spirituale dell’umanità dolente la trovavo tutta in ciprì e maresco, qui no. Ho trovato sociologica, sarcastica la visione dei poveri di spirito. Confronta i mostri di ciprì e maresco appunto con questi mostri, tipo l’ammazzagattini. Proprio l’opposto di una poetica roselliniana io c’ho visto. C’è qualche possibiità di redenzione in questi personaggi? E i dettagli tipo il prete che si odora i pedalini prima di mettersi a letto li hai trovati pieni di grazia? Ma non sono critico, davvero mi state.facendo vedere molte.cose che forse non ho visto.

  50. giuliomozzi scrive:

    Christian, scrivi rivolgendoti a me: “La questione che ci si dovrebbe porre rispetto a un film che parla di sacro non è come rappresentarla questa dimensione trascendente?”.
    Se si pensa che il “sacro” sia una “dimensione trascendente”, ci si può porre la questione che dici.
    Ma non tutti pensano che il “sacro” sia una “dimensione trascendente”: e per costoro la questione che dici è priva di senso.

    Nicola, scrivi: “non è che se uno si professa cattolico sul serio deve accogliere necessariamente in modo acritico tutto quel che dice il papa”. Verissimo. Se uno si professa cattolico non può accogliere nulla in modo acritico.

  51. Sarah scrive:

    Lorini, il mio commento c’entra, più di quanto creda. Comunque voi continuate il vostro dibattito, utile e profondo. Raimo, come sempre, ottimo sfogo.

  52. giuseppe zucco scrive:

    ciao a tutti,

    finalmente sono riuscito a vedere il film.

    allora, se dovessi valutare il film giudicando con il metro dell’esperienza, dato che per larga parte delle critiche mosse al film ci si è lasciati guidare da questo tipo di ricognizione, direi che “corpo celeste” è in larghissima parte aderente alla realtà che sfida, avvicina e rappresenta. io sono nato giusto in calabria, in provincia di reggio, fino all’università ho vissuto lì, e per tanti anni sono stato negli scout, quindi conosco abbastanza bene gli aspetti minuti, materiali strategici pratici, messi in atto nelle parrocchie per coinvolgere la gente.

    la figura della catechista esiste sul serio: sono perlopiù persone semplici, possiedono scarsa cultura, anche se ha volte la figura della catechista coincide con la figura della maestra elementare – e più che insegnare religione, impartiscono la religione, fanno imparare tutto a memoria, anche se il fine di tutto, la maggior parte delle volte, è proprio un’allestimento scenico e spettacolare della religione ad uso del vescovo e dei fedeli. tra le cose più imbarazzanti che abbia visto in vita mia, ci sono state proprio le messe di pasqua, dove in lunghissime celebrazioni notturne, una cosa che andava avanti dalle dieci di sera alle due/tre del mattino, con dentro tutta una serie di battesimi con immersione per intero dei piccolissimi in un catino d’acqua, c’erano appunto questi siparietti di bambini e bambine, soprattutto bambine, che ballavano scalzi e vestiti da angioletti (o costumi più vicini ai teletubbies) canzoni suonate dal vivo: e questa è una scena che avvicina le rappresentazioni ecclesiali alle recite di fine anno delle scuole elementari, quindi per bambini e genitori e catechisti e sacerdoti e vescovi, che presenziano sia alle messe sia alle recite, entrambi i tipi di rappresentazione sono l’una la continuazione dell’altra, e i genitori e i parenti dei bambini vanno ad assistere sia le une sia le altre, e come portentosi groupies alla fine applaudono sempre.

    ho descritto così nel dettaglio la cosa perchè si capisse fino a che punto il film aderisce alla realtà, e poi certo, è completamente vero, i sacerdoti e i vescovi sono – soprattutto agli occhi dei propri fedeli – uomini di potere, così la scena della raccolta dei voti per un candidato politico non è plausibile, è ampiamente reale.

    però basta questa ricognizione cruda per dire che cos’è la chiesa o il sentimento religioso? si e no. sì, perchè attraverso “una storia esemplare” cerca di raccontare tutto il decadimento contemporaneo del sacro e della sacralità, abbracciando in maniera esclusiva la teoria e la pratica ormai svuotata dei propri valori di una grandissima parte della chiesa e dei suoi catechisti e dei suoi fedeli. no, perchè non tiene conto che, per esempio in calabria, la chiesa attraverso l’opera di preti giusti e di fedeli onesti ha sempre sopperito la scarsità o proprio l’assenza delle istituzioni e dello stato, quindi una chiesa che è ossatura civile di una popolazione, una chiesa che ha espresso in opere e assistenza dei più bisogni e infelici la propria missione, pagando anche a caro prezzo quando ha sfidato i poteri criminali della zona.

    però, come sto tentendo di dire, il film, proprio perchè illumina il decadimento, non solo religioso, ma anche civile, radiografandolo nei suoi aspetti minuti, ci costringe a guardare la medusa negli occhi attraverso lo specchio di una storia di finzione, magari anche forzando la realtà, rischiando la caricatura, specie nella figura del vescovo, o nel tentativo di melodramma tra prete e catechista, ma riuscendo a trovare un modo tutto suo di aderire alla realtà.

  53. giuseppe zucco scrive:

    è anche vero, però, che il sentimento del sacro, oltre ad essere plumbeo e avvilito, non si disperde mai, ma cresce piano piano, sia pure in maniera sottile, attraverso la storia di formazione della bambina, soprattutto nella bellissima scena del prete confinato nel paesino abbandonato. è proprio lì che la bambina, e noi spettatori, per quanto cattolici o laici, impariamo definitivamente che per essere davvero fedeli, cioè parte viva di una fede, bisogna sempre essere furiosi, proprio come il gesù cristo descritto nei vangeli, sfidare tutto e tutti, mettersi in gioco di continuo, cercando di scrollarsi di dosso i luoghi comuni e la rappresentazione dei luoghi comuni che a lungo andare annichiliscono la fede, la speranza e la carità.

    per quanto riguarda la regia, invece, credo che il film c’entri poco o nulla con i dardenne. in un modo tutto suo, piuttosto, la regista rielabora e fa propria tutta una tradizione cinematografica puramente italiana, e infatti, per alcuni aspetti, per l’uso dei campi, per il montaggio, sembra molto più vicina a registi come garrone e capuano, cioè registi che hanno rinnovato e ravvivato una parte vitale del nostro modo di fare cinema, facendo coincidere racconto di finzione e sperimentazione documentaristica (camera a spalla, campi lunghi, pedinamento dei personaggi ma con una grazia particolare, inquadrando i visi di profilo o di tre quarti, senza ricorrere per esempio all’occhio fisso, quasi da giudizio di dio, del primo piano della nuca, che è un tratto stilistico proprio dei dardenne o di gus van sant, su tutti “elephant”, dove il regista li seguiva tenedo inquadrate, rendendo i personaggi impersonali, schiena e nuca).

    che poi questo film richiami più alla tradizione o al presente italiano che al resto, penso sia anche dovuto al finale. il finale è in tutto e per tutto una citazione di fellini. oltre alla suggestione straniante di una casa costruita con canne e oggetti sulla spiaggia, c’è il fatto che la fine richiami in maniera esplicita “la dolce vita”. il finale di “corpo celeste”, però, è uguale ma contrario a quello de la dolce vita. guardate qui:

    http://www.youtube.com/watch?v=6Opglbu1NTY

    tutti e due i film finisco con una scena sul mare (e la cosa divertente, in corpo celeste, è proprio il fatto che anche se ambientato in calabria, il mare si vedo proprio per ultimo, anche se questo è proprio un topos della rappresentazione calabrese). in tutte e due le scene qualcuno ha pescato o catturato qualcosa: in la dolce vita un mostro marino, in corpo celeste qualcosa di non ben identificato, ma sembra un pesce. in tutte e due le scene, qualcuno dice “è vivo”: solo che nella dolce vita l’esclamazione significa che l’animale sta per morire, in corpo celeste l’esclamazione significa che ce l’ha fatta a sopravvivere – ed è evidente quanto l’animale agonizzante o sopravvissuto sia metafora tanto dei personaggi quanto di ciò che rappresentano, la bambina il sacro, marcello mastroianni il nichilismo sociale. in tutte e due le scene, ma proprio negli ultimi istanti della scena, un personaggio di sesso maschile parla con un personaggio di sesso femminile (anche se i protagonisti della scena, la bambina e mastroianni sono entrambi vestiti di bianco): ma mentre ne la dolce vita il dialogo è impossibile, nel corpo celeste il dialogo, o perlomeno l’inizio di un dialogo, è del tutto possibile.

  54. giuseppe zucco scrive:

    credo inoltre, ma qui sarebbe lunghissimo da giustificare, quindi sarò lapidario, che questo sia uno dei primi film che dia conto in maniera puntuale, esatta, direi quasi un esattezza antropologica, di parte della società calabrese, e di molti degli ambienti in cui vive (le case in muratura, non rifinite fuori, ma accoglienti dentro, sono proprio una vera e propria costante architettonica regionale).

    tra l’altro, almeno per una volta, la ricognizione sociologica è eseguita non tirando in ballo il discorso sulla criminalità organizzata, (che comunque, purtroppo, c’entra sempre, immagino di che estrazione sia per esempio il candidato politico di cui il prete cerca i voti), facendo in modo che la società calabrese sia trattata al pari di un soggetto vivo e artefice del proprio destino, e non in tutto e per tutto una vittima del sistema (anche se le due cose, purtroppo, nella vita reale, corrono di pari passo).

    (scusate lo sproloquio)

    giuseppe

  55. rive scrive:

    Ho visto il film ieri, devo dire stimolato da questo blog in cui mi sono imbattuto seguendo le attività di Minimum Fax. Posso quindi dire che avete prodotto uno spettatore, forse vostro malgrado.
    Ho trovato questa discussione molto interessante, seguo la vostra casa editrice, ma mi distacco completamente dalla visione del sig. Raimo, secondo me implicata forse da un’eccessiva aspettativa, oppure anche solo dalla voglia di distaccarsi dai critici che lui stesso cita.
    Il film è decisamente molto bello in tutti i suoi difetti.
    Ho assistito a molti film italiani negli ultimi anni talmente, quelli sì, paraculi, corporativi. Film senza coraggio che riparavano in storie facilmente condivisibili, in storie magari su cui è impossibile esprimere un giudizio perché dolorose e biografiche. Vedere un film così difettoso eppure così funzionante ha prodotto in me una tenerezza sopita da molti anni nelle visioni italiane. Ho avuto voglia di proteggerlo, e per questo motivo scrivo a questo blog. Non è un film facilmente collocabile con un’etichetta. Ogni volta che mi è sembrato di poterlo catalogare, subito mi è sfuggito da un’altra parte. Però mi sono chiesto il perché di questo articolo tornando dal cinema, questa rabbia oserei dire eccessiva, le battute a doppio senso, la volgarità. Dall’articolo del sig. Raimo avevo immaginato un film completamente diverso da quello che poi si è rivelato essere.
    Non capisco perché attaccare e snobbare un tentativo che mi è parso, ripeto nell’imperfezione, estremamente onesto come solo uno sguardo imperfetto e soggettivo può essere.

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