Gravity

Nuovo cinema paraculo: Grèviti

Attenzione: ci sono degli spoiler e sono forse l’unica parte interessante del pezzo.

In questi giorni la gente va al cinema, si mette gli occhialetti 3D, si vede un’ora e mezza di telecamera fluttuante nel vuoto, ed esce contenta. Questo processo viene definito successo del film Gravity. Se anche voi avete contribuito al processo, sapete di cosa parlo. Ma soprattutto se voi avete assistito attoniti a questo processo, spero possiate far sentire meno solo uno come me che si è andato a spulciare tutte le strapositive recensioni italiane e straniere per trovarne una che minimamente gli restituisse un briciolo di condivisione, salvato in extremis da questa solitudine da spettatore intergalattica da quella di Richard Brody sul New Yorker che sancisce in una riga e mezza la logline del film: “But the movie involves a far more menacing emptiness than the physical void of outer space: the absence of ideas.”

Quello che dovrebbe essere “un film di fantascienza che tocca le corde delle più profonde questioni esistenzialiste” mi ha fatto effettivamente crescere fotogramma dopo fotogramma un senso di noia sartriana, di ennui rimbaudiano, di angst musiliano, di scazzo tomasmiliano, di puro e semplice senso di atroce insopportabilità di fronte a una storia che fondamentalmente è un mero ricatto di due persone smarrite nello spazio con l’ossigeno e la benzina che sta finendo. È tipo vedere uno che ha fatto un incidente stradale e non sai se arriva l’ambulanza in tempo. È tipo quando sei sulla tangenziale tornando a casa con la riserva che lampeggia dal giorno prima. Questo è il cosiddetto thrilling.

Di contorno, riprese meravigliose 3d, immagini della Nasa: grazie, verrebbe da dire. Anche se è vero che se uno si va a spulciare il sito della Nasa e si vede le immagini originali di Hubble e si mette in cuffia un disco di Messiaen ha bell’e fatto un lavoro cinematografico più complesso di Alfonso Cuaròn. Considerando anche che il regista messicano è artefice, oltre che della regia, anche della sceneggiatura insieme al figlio (videoludicodipendente?), rispetto alla quale il primo commento all’uscita del film potrebbe essere : “Ma dov’è l’ha trovata, sta storia, nelle patatine?”. Ossia come gli è venuto in mente il plot di tre tizi agganciati a una stazione orbitale che vengono investiti dai detriti meteoriti simili a proiettili di videogiochi che (forse) sopravviveranno lottando contro gli elementi, legati con dei tubi tipo megaflebo alle stazioni orbitanti, e sbalzati come delle palline nel flipper da un rottame del satellite all’altro? Com’è riuscito a fare arrivare a un’omotermia con lo spazio, allo zero kelvin, la dimensione interiore dei suoi protagonisti? Come gli è venuto di pensare che in una situazione di emergenza pre-morte le battute che si scambiano Sandra Bullock e George Clooney sono quelle di due cinquantenni un po’ newage ma con la fregola, con Clooney che mentre sta forse per finire a naufragare nello spazio profondo continua a buttare là vecchi aneddoti da rimorchio al bar e boutade tipo pubblicità del Nespresso, intervallati da commenti da Luca Sardella interstellare: “Certo che il Gange visto da quassù…”

E questa recitazione ha fatto gridare all’Oscar per la Bullock: una che le espressioni migliori dei film le fa quando ha il casco integrale in testa? E il 3d utilizzato come in una di quelle sale-proiezioni per turisti che ti “riportano all’antica Roma o negli abissi di Atlantide”? Con i bulloni dell’astronave distrutta che vengono sparati verso lo spettatore, così come le lacrime di Sandra Bullock che galleggiano nell’aria verso di noi, fino a temere che anche l’urina o le feci della Bullock possano a un certo punto fuoriuscire dal suo corpo e puntare verso i nostri occhialetti, anche perché lei contrariamente a qualunque realismo lei non indossa un pannolone – come qualunque astronauta nello spazio -, ma quando si sveste se ne va in giro con un completo canotta e slip con cui può mostrare un fisico botulinicamente muscolare.

Una bella donna, con un passato doloroso che ogni tanto, tra un flipper e l’altro, riaffiora; e che sorride alle battute da vaccaro del suo collega Clooney anche quando quest’ultimo gli riappare in sogno (in sogno!) in un momento di sceneggiatura degno di un mashup tra Ralph supermaxieroe e Supervicki, per offrirgli della vodka. (Ah, i russi=vodka; i cinesi=racchette da ping-pong: il lavoro di documentazione va citato). Una bella donna, che mantiene il suo viso tonico fino alla fine del film, quando precipita direttamente in un altro set, in una specie di rimasugli di fondali di Apocalypso per risorgere come una Venere dalle acque, pronta per una settimana di massaggi rilassanti ai fanghi orientali.

Insomma questo è il film che i critici paragonano a Kubrick!

La speranza è che prima o poi Cuaròn, galvanizzato da questo successo, ne faccia un remake: Bullock e Clooney, invecchiatissimi ma ancora arzilli e alleprati, che rimbalzano da una parte all’altra di una casa di cura, mentre i tubi delle flebo li intorcinano e l’ossigeno delle maschere sta finendo. 2001 Odissea nell’ospizio. Giusto così, un’idea.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
24 Commenti a “Nuovo cinema paraculo: Grèviti”
  1. Christian, non vorrei contraddirti, ma guarda che non era un film: era n’esperienza.
    Uno spottone per i viaggi di Branson nello spazio. Che uno dice “quelli muoiono perché sono così, ma se ci vado io, mica mi metto a fare tutte ste cazzate…”

  2. Enrico Marsili scrive:

    Meglio Solaris, dai.

  3. Mario Incandenza scrive:

    “[…]fino a temere che anche l’urina o le feci della Bullock possano a un certo punto fuoriuscire dal suo corpo e puntare verso i nostri occhialetti, anche perché lei contrariamente a qualunque realismo lei non indossa un pannolone – come qualunque astronauta nello spazio -, ma quando si sveste se ne va in giro con un completo canotta e slip con cui può mostrare un fisico botulinicamente muscolare[…]”

    Insomma cinema d’essai allo stato puro, e scommetto pure che si sentono pure i rumori nello spazio…

    P.S. un “lei” in meno e un “ogni” al posto del secondo “qualunque”, farebbero suonare il tutto meglio

  4. ukulele scrive:

    che tristezza leggere la recensione di un baraccone spettacolare del genere che critica lo scarso realismo, la pochezza dei dialoghi e l’esilità della trama. grazie al cazzo, direi. che credevate di andare a vedere, un film d’essai? pare di sì. peccato che il cinema non sia solo questo, ma è anche – e soprattutto, grazie a dio – puro e semplice spettacolo. sfido io a prendere una telecamera e girare un nanosecondo dei piani sequenza di cuaròn, che in questo film sfiorano i 20 minuti e vengono qui liquidati con un “grazie al cazzo con le immagini della nasa”, e a non accorgervi della vostra lillipuziana piccolezza argomentativa. evidentemente fate meglio a occuparvi di libri che di cinema. saluti

  5. Jacopo Lubich scrive:

    Non condivido assolutamente.
    Veramente, Christian Raimo, non hai letto nient’altro in questo film? Credo che ti sia sfuggito il punto centrale…

  6. Lorenzo scrive:

    Pensavo di essere il solo a DISPREZZARE questa BOIATA!

  7. Paolo1984 scrive:

    non ho visto il film eppura “a pelle” questa recensione mi pare gratuitamente cattiva sopratutto con la Bullock.
    Sento di concordare con ukulele

  8. Michele scrive:

    Io suggerisco a Christian Raimo di vedere questa scena di un film di Nanni Moretti http://www.youtube.com/watch?v=Ac40lPo27Yk …senza offesa èh :)

  9. Chiara scrive:

    Ma Raimo quanti anni ha? Dodici? Speriamo.

  10. Alabama scrive:

    Raimo io ti apprezzo sempre, ma ora lo stai facendo sbagliato.

  11. Michela scrive:

    no… fateme capi’ come funziona lo schiaffo del soldato di questo sito… uno degli autori di minima&moralia (Lagioia) è tra quelli che selezionano “Gravity” per Venezia, mentre l’altro (Raimo) glielo stronca.

    O vi siete messi d’accordo, o siete proprio simpatici e un po’ matti.

  12. Paolo1984 scrive:

    e poi perchè rimarcare continuamente che la Bullock è una “bella donna”?’ Anche Clooney è un bell’uomo l’importante è che entrambi sappiano recitare i personaggi che interpretano..

  13. Luigi scrive:

    E’ un film sulla sopravvivenza.

    I film, a differenza dei romanzi, possono più puntare su un “effetto sintomatico” perché non necessariamente (non programmaticamente) puntano all’arte, com’è stato giustamente notato. E il fatto che nel 2013 si faccia un kolossal non ad esempio sulla conquista (come si sarebbe fatto nell’86) né sulla ribellione a un Impero (come si sarebbe fatto e si fece nel 77) ma sulla nuda sopravvivenza, è sintomatico di una cosa molto più importante della Bullock e di Clooney.

    Visto che siamo nello spazio, mi sembra che la recensione punti il dito e non la luna.

  14. Deborah scrive:

    Concordo praticamente con ogni parola di questa recensione. Avevo un brutto presentimento e alla fine sono voluta ugualmente andare a vedere questo film perchè ne avevo sentito parlare talmente bene che era evidente che partivo prevenuta.. no! avevo ragione! era esattamente quello che mi aspettavo.
    @Ukulele – piani sequenza? Guardati “Mahi va Gorbeh (Fish & Cat)” e poi ne riparliamo dei piani sequenza
    No, non ho visto altro nemmeno io in questo film, ma ci sono un altro paio di cose che Christian secondo me ha tralasciato:
    1. I russi oltre che Wokda sono pasticcioni (sono loro la causa di tutto e la loro stazione è ridotta malissimo)
    2. I DETRITI INSEGUONO LA BULLOK! Sembrano animati di vita propria e sinceramente un salvataggio per il rotto della cuffia ci può anche stare, ma 4 sono eccessivi! Sono arrivata a sperare che annegasse per dare un senso al film!
    3. Unica nota positiva il collegamento con il cortometraggio del piccolo Cuàron (Venezia Orizzonti) che secondo me era uno dei più carini presentati in concorso

  15. Jacopo Lubich scrive:

    Ho trovato l’analisi di Raimo molto superficiale, tra l’altro nemmeno argomentata (mi è sembrata la solita discussione\demenziale all’uscita del cinema fatta da ragazzi privi di profondità).
    Ma al di là delle critiche a questo articolo autocompiacente, sarebbe giusto dare il giusto peso a Gravity (anche se sembra un contro senso).
    Io ci ho letto (visto) un’allegoria della vita, tra l’altro supportata dalla filosofia platonica. C’è un’immagine che è la chiave di questa allegoria: è quando la Bullock se ne sta rannicchiata, con gli occhi socchiusi, a fluttuare nel modulo, con alle spalle un oblò che affaccia sulla Terra e i tubi per l’ossigeno fluttuano come fossero un cordone ombelicale. Questa immagine, che richiama l’idea del feto nel grembo materno, è rafforzata dalle parole dell’astronauta (Clooney) quando in sogno le dice: “Qui sei al sicuro, qui nessuno può toccarti e farti del male”, appunto, il grembo materno, simbolo archetipico e ancestrale di quiete e di condizione di perfezione.
    Andando avanti nel film, l’astronauta (Bullock) rientra nell’atmosfera, incendiando il modulo e cominciando un travaglio agitato. La situazione cambia di stato, da quiete a moto: il parto appunto.
    Infine c’è il luogo dove atterra il modulo: un lago. In acqua quindi, dove nasce la vita. E la Bullock che cosa fa? Apre l’oblò rischiando di rimanere affogata: è sciocca? Non credo, piuttosto penso che sia stata voluta come azione: il bambino, nel momento del parto, è immerso nel liquido amniotico e fuoriesce dalla madre da un’apertura (oblò). Di seguito si può apprezzare lo sforzo disumano con cui la Bullock cerca di mettersi in piedi. Certo, nello spazio i muscoli perdono tono, ma non è forse anche questa l’immagine del bambino che con fatica mette un passo davanti all’altro, si mette in piedi e finalmente è pronto per affrontare la vita?
    Eccolo il collegamento con Kubrick che Raimo non riusciva a vedere. Nel colossal il feto è nello spazio, inizio e fine della vita, un ciclo eterno e anche incomprensibile appieno. E Platone, che ci dice che i figli non sono di questo mondo, vengono da un’altra parte: fuori dalla nostra terra. Tutt’altro che banale. E se si va a vedere Gravity per vedere solo gli effetti speciali, la recitazione e le belle immagini, si sbaglia. Punto.

  16. sonc scrive:

    dice il regista che prenderà molto più sul serio le stroncature il cui compilatore non lasci dubbi circa il proprio aver terminato le scuole elementari: *le* riappare, per offrir*le*.

  17. Jacopo Lubich scrive:

    @Luigi: perfettamente d’accordo.
    @Deborah: i detriti ritornano perché la gravità li fa tornare, non è il regista simpaticone :)

  18. michele scrive:

    Menomale scrivi romanzi e non sceneggiature (con grandissimo rispetto parlando).
    Per me un capolavoro.

  19. Paolo V. scrive:

    Christian Raimo e la sua incontinenza dell’io.

  20. spago scrive:

    Guarda io credo che tu non abbia capito niente del film e che la tua recensione sia un po’ uno sproloquio.. se non ti gusta la storia di due che hanno un incidente (nello spazio) e non si sa se se la cavano e vabbè degustibus.. ma evidentemente milioni di altre persone la pensano diversamente e moltissimi esperti, critici e appassionati ritengono che film con storie simili siano a volte stati dei veri capolavori.. Anche a me per dire Aldo, Giovanni e Giacomo non strappano una risata, ma lo dico con meno spocchia di come ti esprimi tu. Poi tu avessi detto solo questo “non ho trovato interessante la storia” (ma la trama non l’avevi letta prima di andare al cinema?).. il punto è che ti lanci in affermazioni che non stanno in piedi e che ti fanno sembrare un totale cialtrone. Quando scrivi ” Anche se è vero che se uno si va a spulciare il sito della Nasa e si vede le immagini originali di Hubble e si mette in cuffia un disco di Messiaen ha bell’e fatto un lavoro cinematografico più complesso di Alfonso Cuaròn.” dimostri solo idiozia allo stato puro.. al di là della soggettività nei giudizi estetici esiste anche l’oggettività dei dati tecnici: fatti spiegare da chi nel cinema ci lavora occupandosi di fotografia, luci, macchina, effetti vari, CGI, etc.. perchè hai scritto una stronzata. E se vuoi leggere una recensione dove al di là del tono entusiasta si colgono gli aspetti concreti per cui in questo film c’è molto di apprezzabile (per es. Sandra Bullok e il suo personaggio), leggi qui: http://ilgiornodeglizombi.wordpress.com/2013/10/04/gravity/

    Detto ciò per carità Gravity non è miracolo di fronte a cui genuflettersi.. anch’io avendo visto negli stessi giorni per es. La grande bellezza – ho trovato quest’ultimo infinitamento più bello e interessante.. ma sono i miei gusti, è la mia sensibilità, e non ci scrivo filippiche supponenti su Minima Moralia

  21. jacopo scrive:

    1) Cosa vuol dire “logline”? Cosa significa “mashup”?
    2) Non credo che andrò a vedere il film. Non per la recensione negativa di Christian Raimo, ma per quella positiva di Jacopo Lubich

  22. Daniele scrive:

    Prima di riempirti la bocca di paroloni, impara a scrivere in italiano.

    “per offrirgli della vodka”

  23. ukulele scrive:

    game set match per Jacopo Lubich e per spago.

  24. Christian Raimo scrive:

    Queste recensioni di Nuovo cinema paraculo sono volutamente cafone e personali. Se la prendono con film altamente ideologici nell’estetica. Come Gravity. Che usa una sceneggiatura ridicola per creare un film tutto giocato sull’ansia dello spettatore. Cuaròn è un bravo regista perché sa fare un piano sequenza di 20 minuti? Cuaròn è un bravo tecnico, della camera e del suono, in questo film, diciamo così. Il tentativo spasmodico di tenere insieme un megagiocattolone hollywoodiano con un film sul senso del nostro destino in balia di un universo sconosciuto raggiunge delle vette di kitsch senza ritorno; tutte le battute di Clooney sono pubblicitarie, un’imitazione della disinvoltura, assolutamente incapaci di dare corpo a un personaggio. Quasi lo stesso si può dire del personaggio di Sandra Bullock a cui si attribuisce una presunta tridimensionalità perché ha perso la figlia. È un film che si nutre delle emozioni per bruciarle (come una specie di esame elettromiografico di un’ora e mezza) e se ne fotte dei sentimenti. Lontano anni luce da qualunque film di fantascienza che – con un decimilionesimo degli effetti speciali a disposizione di Cuaròn – mette in scena un confronto etico, relazionale, sociale. Gravity è soltanto consumo visivo.