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Nuovo cinema paraculo: la vita e le chiappe di Adèle

La palma d’oro Vita di Adele sta al cinema radical-chic francese come Sacro Gra sta al cinema radical-chic italiano. Se il nostro (nostro di aspiranti borghesi, mettiamola così) appetito di realismo, non desiderava altro che un regista italiano ci esimesse – con un documentario non troppo punitivo – dall’ansia di occuparci di quello che succede oltre la cintura urbana, nelle occupazioni, nelle baracche dei migranti, tra chi non ha nel 2013 l’acqua potabile in casa, tra chi lotta per il diritto alla casa (giusto per dire), ecco che la nostra coscienza disfunzionale nelle relazioni sentimentali ma conformista nei suoi consumi sessuali, non cercava altro che un regista francese ci confezionasse un film con una doppia morale perfettamente assortita: vizi pubblici, private virtù (ossia la formuletta che la fine delle ideologie ci assicura da anni come una scelta non troppo gravosa di impegno politico). Alla doppia morale, Kechiche applica, con una coerenza poetica di tipo matematico, una doppia estetica: il film è costruito come due film. In uno la cinepresa a mano racconta la vita dei ragazzi con uno stile sporco, semidocumentaristico; nell’altro la cinepresa è attaccata al corpo di Adèle o di Adèle e Emma – le due protagoniste lesbiche – che scopano, con un obiettivo che volendo essere neutro (niente musica, niente parole) risulta semplicemente pornografico. Nel primo film le luci sembrano sempre finto naturali, nel secondo film la luce diventa una specie di alone estatico. Il primo film sarebbe categorizzabile sotto Amateur nei siti porno, il secondo in HD. Il primo film è un’imitazione di Ken Loach o dei Dardenne, il secondo film è un’imitazione di Zeffirelli o della Cavani.

Quello che riesce a fare la Vita di Adèle è annullare la problematizzazione della questione dell’amore omosessuale. Con l’alibi che oggi l’amore omosessuale non sia un problema, ecco che Kechiche butta con l’acqua della repressione sessuale e del moralismo anche il bambino della politicizzazione delle questioni morali e erotiche. Ci va vedere scene di scopate tra due belle ragazze. A tutti, democraticamente. Se facebook, come dice Zuckerberg, è un diritto dell’umanità, perché youporn no? Ecco che allora non solo l’amore omosessuale non è più un problema, ma nemmeno l’amore in sé lo è. Cosa ci resta da sperare? Pier Paolo Pasolini finiva il suo stranoto documentario-inchiesta Comizi d’amore sull’Italia inibita sessualmente, augurando ai suoi compressi protagonisti di ottenere in futuro non soltanto l’amore, ma anche la consapevolezza di che cosa vuol dire amare, perché “è soprattutto quando è lieta e innocente che la vita non ha pietà”. Adèle e Emma hanno l’amore, ma non hanno nessuna coscienza. Non ne parlano, non ne discutono, non è lì che sorge il loro desiderio, né le loro incomprensioni. Sono corpi che si cercano. Imbabolate, ammiccanti, attonite. Integrate, figlie, vittime? dei loro contesti sociali (uno piccolo borghese e conformista, l’altro artistoide e liberal e presuntamente anticonformista), il loro incontro non le cambierà in nulla. Adèle rimarrà una ragazzina naïf, Emma rimarrà una giovane scafata intellettualoide. È un film impetoso? Forse è un film reazionario. È un film sull’immobilismo sociale? Forse è un film che delinea perfettamente l’estetica di questo conformismo sociale. Cos’è che si salva soltanto in tutto la Vita di Adèle? La gioventù. Un unico valore, idolatrato, coccolato, allisciato in ogni inquadratura: da quelle incredibili dei primi piani sulla bocca semi-aperta di Adèle o sul suo culo quando dorme, alle discussioni presuntamente realistiche tra i ragazzini. Il che pone due domande, almeno. Prima, qual è la giustificazione estetica per quelle inquadrature? Quale è la giustificazione estetica di farmi vedere Adèle quando dorme, quando si sporca di sugo, quando ha la fica bagnata? Secondo, confrontate i ragazzini di Kechiche con quelli di Kids di Larry Clark e Harmony Korine o quelli di Elephant di Gus Van Sant o quelli della Classe di Laurent Cantet o di Sweet sixteeen di Ken Loach o quelli di Nella casa di Froançois Ozon o o o… E vedrete come il presunto realismo della Vita di Adèle sia un gioco facile a creare una bassa identificazione nei confronti di un universo giovanile visto dal mondo degli adulti, una specie di modello nostalgico, o ideologico, di come ci ricordiamo o ci immaginiamo la gioventù. Semplicemente: un’età adulta ma ingoffita, ingiovanilita. Quindi senza speranza. La gioventù per Kechiche è un idolo da venerare in un mondo che da adulti non ha nessuna possibilità di redenzione: i genitori descritti come pallide caricature di educatori, progressisti o conservatori che siano. (Ah, tutti sanno cucinare bene: un tema che torna in tutti i film di Kechiche.)

Come per Sacro Gra si era gridato al Cambiamento!, anche questo film è stato subito sigillato con la ceralacca del capolavoro. Che cos’è che ha spinto in questo senso? Probabilmente la capacità di Kechiche di padroneggiare tecnicamente le varie tecniche estetiche che riproducono effetti di realismo: dalla sfrontatezza di una Nouvelle Vague all’intensità iperemotiva del new cinema americano alla cafonaggine di un Dogma 95, tutto in Kechiche viene neutralizzato dalla non-scelta di tenere una cinepresa attaccata alla faccia di Adèle, pensando in questo modo di aver risolto il problema principale di un autore: darle un personaggio da interpretare. Cassavetes non faceva così? E Louis Malle? E Bruno Dumont? Adèle è un puro oggetto estetico per gran parte del film, noi spettatori siamo dei voyeur autorizzati. Confrontate La vita di Adèle con il lavoro simile di adesione al personaggio che ha fatto Sebastian Lelio con Gloria (è ora al cinema) attraverso il talento gigantesco di Paulina Garcia. Nessuna inquadratura, anche delle scene di nudo, di sesso anti-estetico, sembra aggressiva né per Gloria né per Paulina Garcia, anzi sembra che sia lei a aggredire noi spettatori inermi di fronte alla forza del personaggio e alla bravura della recitazione. Qui Adèle (personaggio) e Adèle Exarchopoulos (l’inteprete) sono due piccole divinità vuote, che possiamo adorare, spiare, o, se fossimo un po’ meno visivamente consumisti, proteggere.

Ma non è solo questo il motivo per cui il film di Kechiche piace. Come ha mostrato Fofi in questa lucidissima recensione, la capacità di questo autore francesce d’adozione forse sta proprio nell’analisi chirurgica, balzachiana, del “nostro tempo, frigido, limitante, modaiolo”. Forse quest’aria che respiriamo per due ore e mezza e stata resa priva d’ossigeno apposta. Rivisto da quest’ottica, La vita di Adèle può sembrare una sottilissima satira su una società francese (leggi pure occidentale) incapace di creare relazioni autentiche e nemmeno sogni di queste relazioni. Ne verrebbe fuori un film sostanzialmente nichilista, intransigente nei confronti del suo pubblico potenziale, un’atto di accusa in fondo, a noi stessi che sembrava blandire. In realtà se questa potrebbe essere una lettura credibile a partire dalle scene delle feste, delle cene, descritti come stanchi riti di una società in declino, stanca di sé, autoparodica; l’impressione opposta si ricava dalle scene di sesso, in cui c’è un’adesione registica tale da rendere lo sguardo di Kechiche quantomeno ambiguo, se non furbo, se non molto irrisolto, se non autocontradditorio. Ci sta dicendo che il mondo fa schifo? E perché allora indugiare così tanto in questa fotografia? Ci sta dicendo che questi intellettuali sono dei parvenu, dei parassiti estetici? Che i piccolo borghesi sono delle formichine operose ma ottuse? E allora perché crogiolarsi insieme ad essi in questa melma? Il solo sguardo persuasivo per raccontare oggi la società francese è uno stile disperato? E allora perché non rendere trasparente questa convinzione? Mi dispiace per Kechiche, ma sarebbe bello che si gridasse al capolavoro non con gli autori che riescono a darci conto di ogni singola lacrima di pianti viziati, ma con quelli che ci mostrano una luce negli occhi dei protagonisti.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
131 Commenti a “Nuovo cinema paraculo: la vita e le chiappe di Adèle”
  1. Haddo scrive:

    Quando Raimo stronca un film è la volta buona per alzarsi dalla sedia e cartapultarsi al cinema. Quando lo elogia è il caso di glissare, vedi “Apres Mai” di Olivier Assayas; quello non è radical chic, quello è “gioia e consapevolezza di sguardo gloriosa”, che a me, riassumendo, è sembrato solo una gran rottura di palle. Gusti, eh.

  2. un lettore scrive:

    Raimo, fatte na vita invece de scrive ste puttanate

  3. enrico settimi scrive:

    È un commento che non lascia spazio all’idea di andare al cinema. Compiuto e definitivo. Convincente. Grazie per avermi evitato di buttare sette euro.nessuna coscienza. Non ne parlano, non ne discutono, non è lì che sorge il loro desiderio, né le loro incomprensioni. Sono corpi

  4. enrico settimi scrive:

    Mi scuso per il copia incolla non voluto. Il mio commento finisce con: “grazie per avermi evitato di girare sette euro”

  5. Giordano scrive:

    Sarò l’unico, ma concordo con te. Sopravvalutatissimo (nonostante i suoi pregi ce li abbia; nascosti nascosti), pretenzioso, vuoto.

  6. Kamo scrive:

    Peccato che “Kids” sia di Larry Clark. Che imbarazzo, voler parlare di cinema e non avere neanche le basi.

  7. gianpo scrive:

    Ce ne vorrà un po’ per me, per poter meditare bene cosa commentare a questa recensione. Mi riprometto di farlo con calma; non ho ancora visto il film, ma il solo fatto di commentare con così questo tipo di pathos un qualcosa, fa della ‘critica’ un qualcosa stesso di inutile. Commentate un’ opera per le emozioni che vi ha dato, non per le emozioni che vorreste-avrestesperato di avere. Basta con sti tecnicismi, basta con questa critica cinematografica fine solo allo scrivere un articolo..

  8. maurapo scrive:

    Sono d’accordo, film vuoto e reazionario. La descrizione del sesso diventa ossessiva, violenta, non nel consumarsi ma nel mostrarsi. Chissenefrega di vedere quei corpi male ostentati da una regia (perché in verità le due attrici ce la mettono tutta) che si perde fra la ricerca di naturalezza e il voyeurismo pornografico. Così come chissenefrega di tutto quel moccio nasale che esce copioso dal naso di Adele per gran parte della pellicola. Kechiche sembra cercare nei primi piani insistiti e claustrofobici una risposta che non dà, lasciando un senso di vacuità, dichiarando così il fallimento di una gioventù che pare senza coscienza. Sarà forse l’effetto della provincia francese, perché a Parigi invece…

  9. marcello scrive:

    Sembra un articolo del Foglio. (Non è un complimento)

  10. Christian Raimo scrive:

    @Kamo, ho corretto, grazie. Kids è anche di Korine, che l’ha ideato e sceneggiato.
    @marcello, grazie, per me è – nei limiti – un complimento.
    @un lettore, proverò a seguire i tuoi consigli.

  11. Francesco Longo scrive:

    @marcello il Foglio è il giornale scritto meglio in italia, lo dicono i detrattori. Tra l’altro la recensione della Mancuso diceva: “Siamo rimasti incantati dal film”.

  12. Andrea Cirolla scrive:

    Condivido in parte l’impressione di un “automatismo estetico” di quest’ultimo Kechiche, e anche l’impressione che usi una certa furbizia (mi viene in mente un moccio di troppo dal naso di Adèle, dopo un pianto, montato al termine di una scena per dare quel tocco di realismo che però non mi sembra l’obiettivo stilistico – e sostanziale, aggiungerei – del regista), e anche l’impressione di pornografia (non è un male se il cinema lascia qualche spazio all’immaginazione), ma mi sembra scorretta la comparazione che scorgo in questo passaggio:

    «Pier Paolo Pasolini finiva il suo stranoto documentario-inchiesta Comizi d’amore sull’Italia inibita sessualmente, augurando ai suoi compressi protagonisti di ottenere in futuro non soltanto l’amore, ma anche la consapevolezza di che cosa vuol dire amare, perché “è soprattutto quando è lieta e innocente che la vita non ha pietà”. Adèle e Emma hanno l’amore, ma non hanno nessuna coscienza. Non ne parlano, non ne discutono, non è lì che sorge il loro desiderio, né le loro incomprensioni. Sono corpi che si cercano. Imbabolate, ammiccanti, attonite.»

    Comizi d’amore fu un documentario, un reportage sull’amore e la percezione e la consapevolezza e il vissuto dell’amore nella società italiana di inizio anni Sessanta. Era basato fondamentalmente su delle interviste. È sbagliato pretendere dalle protagoniste di un film di finzione una “coscientizzazione” del loro amore o anche solo una discussione sull’amore. Nelle nostre vite, l’amore, non è forse prima agìto e vissuto che discusso? A me sembra che l’amore si svolga proprio così: incontrandosi, sognandosi, poi magari incontrandosi, facendo l’amore, rifacendolo e rifacendolo, abbandonandosi alla stanchezza a letto dopo una festa, annoiandosi insieme; discutendo, anche (e Adèle e Emma lo fanno, qualche volta), ma principalmente vivendo. Se Adèle e Emma fossero state intervistate da Kechiche, probabilmente avrebbero detto qualcosa sul loro amore omosessuale. La questione è che Kechiche le ha dirette.

  13. Andrea Cirolla scrive:

    errata corrige
    «incontrandosi, sognandosi, poi magari unendosi»

  14. Andrej scrive:

    Lo hai scritto per il meeting di CL, vero?

  15. Francesco Longo scrive:

    @andrej Ti ricordo: “Interpretato da due attrici formidabili (Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos), messo in scena con una fluidità che non fa avvertire lo scorrere del tempo, ricco di scene indimenticabili di esplosione dei sentimenti, La Vie d’Adele è al momento ciò che di meglio ci ha proposto il Concorso”, (recensione di Radio Vaticana).
    Informarsi.

  16. francesca scrive:

    christian è una recensione un sacco cattolica! mi sembra il vecchio tema della reazione antitetica di maschile e femminile alla violenza del desiderio. la voracita’ del desiderio e la sua capacita’ prelinguistica di svettare su morale cinta urbana convenzioni intelletto annichilendole. mi pare questo il problema che dici, un film che dimentica e cancella e rimane appiccicato alla sua bocca avidamente, in modo quasi voyeuristico come la fame come un’ossessione un assetato desideroso solo di disfarsi in lei. ma e’ questa la cosa bella. Non vedo la doppia morale mi sembra una proiezione. Insomma mi pare una reazione difensiva la tua, in questo senso un po’ maschile, altrimenti non riesco a capire la definizione di pornografia in questo contesto. riesco a capire la definizione di pornografia solo se tengo a mente come priorità morale le case senza l’acqua potabile e il diritto alla casa, ma non riesco a capire come di fronte a un erotismo tanto primordiale si possa pensare all’acqua potabile e alla difesa della casa, riesco a capirlo solo se cerco un appiglio di fronte a una voracità che destruttura.

  17. Andrej scrive:

    @Francesco Longo

    Bene: pure Radio Vaticana vi scavalca a sinistra. Bravi, bravi.

  18. giallu scrive:

    impetoso = impietoso?

  19. elena scrive:

    che recensione triste e moralistica! ce lo vedo bene l’autore con gli amici di Emma, a disquisire della coscienza omossessuale e a sciorinare citazioni mentre Adele serve gli spaghetti.

    sarà che io ho visto un altro film, non certo un capolavoro, ma un film ‘umano’, che parla di relazioni e di formazione della personalità, dove la consapevolezza dei personaggi non arriva a comando, con l’antagonismo culturale a tutti i costi, ma magari sognando di fare l’amore con una sconosciuta che si è vista per strada. insomma quelle cose che succedono nella vita.

    se poi non si capisce perché ci vengono forniti così tanti primi piani di Adele, forse si potrebbe anche avere il sospetto che il problema non stia nel film, ma nelle strutture mentali di chi recensisce.

  20. elisa scrive:

    Quello che fa”la vita di Adele”non è annullare la problematizzazione della questione omosessuale, bensì farci realizzare che l’amore omosessuale non è diverso da quello eterosessuale. Ecco perché il film secondo me è, a dispetto delle scene”pornografiche”, un capolavoro di realismo e delicatezza.

  21. simona scrive:

    ma se invece di fare politica (che in questo caso lascerei ad altri contesti) o, peggio, della presunta “morale”, si parlasse per una volta di linguaggio cinematografico quando si recensisce un film? perché bisogna necessariamente trovare il “senso” o una giustificazione estetica, come l’hai definita, piuttosto che discutere del modo in cui il racconto è stato costruito e le scelte registiche che ne sono alla base? io trovo che il film di Kechiche sia un capolavoro di regia, sì, capolavoro. e non mi interessa francamente che il tema dell’omosessualità non sia stato affrontato (non secondo gli stereotipi del cinema di genere, per lo meno), anzi ho apprezzato profondamente che la storia del personaggio di adele non sia strettamente relazionata a quello, ma che sia invece in qualche modo comune all’esperienza di una qualsiasi adolescente, lesbica o meno. trovo che il film sia un capolavoro perché c’è un uso magistrale della regia: i tagli dell’inquadratura sui personaggi, la successione spasmodica di campo-controcampo, il montaggio serrato che non pregiudica la fluidità del racconto ma la complica, cioè lo rende complesso, a tratti anche caotico (sono bellissime le scene di gruppo, di adele con le amiche, o adele in classe), un montaggio complesso e contraddittorio, come complessa e contraddittoria è la crescita di adele. se proprio di “giustificazione estetica” dobbiamo parlare. e trovo splendido il modo in cui la camera si sofferma sui particolari, anche quelli più disturbanti, anche quelli considerati comunemente “erotici”: il muco che le cola dal naso, la bocca sporca di sugo, e sì, anche il suo bel culo che dorme. è uno sguardo volutamente voyeuristico, e non ci trovo nulla di sporco (o pornografico) in questo. il cinema è anche voyeurismo. anche la scena di sesso secondo me non è affatto pornografica, non trasmette erotismo: restiamo a guardarla dall’esterno, ne siamo disturbati. mi viene anche da pensare che il regista abbia voluto provocare deliberatamente lo spettatore con una scena così lunga. il regista è esterno a quello che accade (al contrario di quello che avviene con Gloria, secondo me, dove ci si identifica con il personaggio, ci si innamora, si segue armoniosamente la sua figura), qui il nostro sguardo resta fuori. non ci si innamora di adele, ma la si spia come dallo spioncino di una porta. è un uso completamente diverso della regia, rispetto a gloria, ma il risultato è lo stesso: uno è armonioso, l’altro è disturbante, ma quello che emerge alla fine, in entrambi i casi, è un ritratto incredibilmente intimo del personaggio.

    mi spiace Christian che tu abbia liquidato il film in questo modo. per una volta mi trovo in completo disaccordo con te… del resto, io ho apprezzato anche Sacro Gra… evidentemente cerchiamo una cosa diversa dal cinema…

  22. Silvia Lumaca scrive:

    Grazie, sì, sn assolutamente d’accordo cn la critica a Kechiche, soprattutto quando descrive come venga rappresentata la “gioventù” in molti di questi fllm che ammiccano al pubblico (e alla fine a tutto quello che passano per criticare): una gioventà “ingiovanilita”, patetica, inerme. Però nn sarei così intransigente nel voler vedere tutto politico, Gloria e ancora di più Sacro gra sono film umani, umanisti, che celebrano le scelte di vita libere e, come dire, la bellezza che si trova tra i rifiuti (tema caro a Lou Reed..). Non penso che Rosi volesse fare una critica sociale quando ha ideato Sacro Gra, o meglio che nn fosse quella la prima cosa, penso volesse fare della poesia su qualcosa che sembrava addirittura inenarrabile, e che lì stia la sua radicalità. Nn c’è bisogno di mostrare tante lacrime (come in Adèle), ma nn c’è neanche bisogno di rimestare nel degrado, trovo molto più delicato e interessante (anche politicamente) quando si riesce a essere trasversali, a giocare con il degrado (che purtroppo c’è e Rosi ha studiato bene). Nn siamo soldati e un regista nn può cambiare il mondo, quindi può essere sinceramente dispiaciuto, incazzato, affascinato anche, e fare una cosa da “artista”, alla sua maniera. A me Rosi è piaciuto molto, poi ha vinto Venezia, e allora ecco, forse è vero, nn c’è da fidarsi… ; )

  23. eva scrive:

    ci dice che amore e abbandono sono un’esperienza che prescinde dalle inclinazioni sessuali. non è poca cosa, di questi tempi in cui siamo tutti molto di vedute aperte ma poi la società non si sa come mai… anch’io ho trovato il film un po’ pornografico ma a posteriori se aveva una pecca non era quella della pornografia ma quella della didattica (ecco com’è fare sesso tra lesbiche), secondo me. con tanta esplicitezza voleva forse mostrare anche che gli immaginari erotici femminili possono essere diversi da quelli maschili.

  24. Vagabond scrive:

    Io sono giovane, troppo giovane, premetto questo. Per me l’immedesimazione in Adele e’ stata subitanea. Penso che Kechiche non abbia affatto voluto fare del cinema sociale, ma soggettivo. Infatti il film e’ estremamente soggettivo, necessariamente solleva opinioni contrastanti a seconda dell’osservatore. E’ un film che sfugge alla critica, ma che soddisfa sicuramente l’intelligenza. Fa delle citazioni interessanti senza sfociare nel barocco, fa del sesso interessante senza sfociare nel pornografico, fa una storia interessante senza ricorrere ad artifici retorici come lo possono essere la colonna sonora o i dialoghi recitati in maniera eccessiva. Usa pochi tipi di inquadrature in maniera magistrale, insistendo sui primi piani e sulle vedute simmetriche, regalando tocchi impressionisti rari. Chiamarlo un film di apparenza e’ pero’ limitativo, poiche’ il suo target e’ soggettivo. Ma chiamiamolo tranquillamente un film di corpi. Questo noi siamo: corpi. E il regista ci mostra che non serve necessariamente un’anima, per essere umani.

  25. francesca scrive:

    Raimo probabilmente ha un lieve problema di dissociazione, ciò che lei imputa a Kechiche, di fornire un’idea adulta di giovinezza, è proprio quello che si scorge leggendola. Perché in gioventù esiste il colpo di fulmine e l’innamoramento vissuto come esperienza passionale senza la necessità di disquisire d’amore, tipica dell’età matura.

  26. Luca Vaglio scrive:

    Christian, il film è bello

  27. marina scrive:

    Scusi, ma dal numero di domande che si pone in questa recensione mi pare di capire che il film non l’ha capito per nulla. Perchè mostrare il sedere di Adele? Perchè mostrare il sugo sulla bocca? Perchè mostrare le scene di sesso?
    Perchè no, direi. Mi pare che questa recensione sia tutta un “non è stato fatto questo…” e “perchè è stato fatto questo?” invece che entrare nel merito del film.

    Il film non è affatto vuoto, se chi lo guarda è disposto a immergervisi, anziché farsi infastidire dai dettagli presi singolarmente come mi pare si faccia qui.

    Concordo in pieno con Francesca qui sopra sull’amore di gioventù.. e poi il fatto che manchino dialoghi e discorsi sulla relazione delle due è totalmente irrilevante e nulla toglie alla rappresentazione della loro storia…

  28. francesca scrive:

    Marina, purtroppo, la nobile arte della critica cinematografica si è ridotta ad essere, non più disamina del film in sé, ma il racconto egotistico di quanto quel film si è avvicinato o meno a ciò che noi avremmo voluto vedere. Questo è un errore che non andrebbe mai fatto, nel modo di rapportarsi al cinema fino alla vita, falsare i giudizi sulla base di aspettative preconfezionate ma fuorvianti.

    Il dettaglio, poi, è utile a questo: rendere Adele familiare nella sua quotidianità, attraverso i suoi gesti, i suoi tic, ecc. Non sarebbe stato possibile, altrimenti, entrare in perfetta correlazione con il personaggio e sentirsi come se noi fossimo davvero lì con lei dimentichi del filtro, la cinepresa.

  29. nick biollante scrive:

    Concordo.
    Se invece che ste due sorchette francesi le protagoniste erano due cessi di Grottaferrata sto film non lo andava a vedere nessuno (e magari era meglio).
    Ho visto il film e quando sono uscito dal cinema ho avuto la sensazione di essere stato preso per il culo per 90 minuti, ma soprattutto ho avuto la convinzione che cmq della vita di Adele non me ne sbatte una ceppa e con quei soldi potevo andarmi a vedere a Stallone che scappava di prigione o George Clooney che vagava nello spazio. Ed invece mi sono sorbito ste due lesbiche che parlano di cazzate per un’ora e mezza ed ogni tanto ci danno sotto, ma come ho letto era meglio a sto punto andare su youporn e mi risparmiavo soldi, stronzate radical chic e pure lo sbattimento del tram.

  30. Federico Cerminara scrive:

    Christian, ho appena finito di leggere il romanzo a fumetti di Julie Maroh (Il blu è un colore caldo) e mi è piaciuto molto. Tu cosa ne pensi? Mi ha colpito che tu non ne abbia parlato in questo articolo. Andrò a vedere il film. Ciauz.

  31. Alessia scrive:

    E’ una recensione troppo ideologica, ché manco Fofi nergli anni ’70 (che pure di capolavori, e ingiustamente, ne stroncò tanti)…
    “Datemi dunque un corpo”, scriveva Deleuze in L’immagine-tempo, capitolo 8 cioè “Cinema, corpo e cervello, pensiero”, di cui consiglio la lettura perchè in questo pezzo non c’è per niente un’analisi che passa attraverso le categorie del cinema.
    Rispetto alla presunta violenza manipolatoria di K. e al suo sguardo invadente da “escluso” (dalla mistica del godimento femminile), ebbene trovo che rispecchi un desiderio/ossessione ancora molto presente nelle relazioni e più in generale un aspetto problematico del “maschile”. Inoltre, anche attraverso i riferimenti metatestuali, K. per fortuna ci risparmia l’ipocrisia autoindulgente, e, questa sì, radical chic, non raccontandoci una storiella edificante né sull’omossessualità (che almeno nei primi rapporti attraversa quasi sempre le solite dinamiche freudianamente universali -volete che i gay ci salvino e riscattino dalle nostre miserie? troppo facile) né sul desiderio maschile e sul problema della rappresentazione dell’artista/manipolatore/demiurgo. K. con questo film, e molto onestamente, ci confessa anche una sua ossessione (che poi è anche un problema sociale e culturale), e mi sembra una confidenza preziosa.
    Ma forse, caro C., con questo pezzo ci volevi solamente provocare…

  32. Alessia scrive:

    aggiungo: un po’ paraculamente provocare…

  33. Marco Liegi scrive:

    Articolo severo ma giustissimo. Sono andato a vederlo ieri, sono uscito dal cinema incazzatissimo (e con la voglia di riavere indietro i miei 5 euro!).
    Concordo al 100% con la tua lettura.

  34. paolo scrive:

    questo film dimostra quello che ha sempre detto Bazin: il sesso e la morte al cinema non sono rappresentabili.
    un film che sfiora il ridicolo. d’accordo su tutta la linea con Raimo.

  35. andrea scrive:

    Tanti anni fa un regista sconosciuto …un certo Pasolini …nell’ultima scena di ” EDIPO RE ”
    mise una frase di Mao .
    Per anni ed anni i critici si scervellarono e scrissero fiumi di parole sul significato recondito,
    la vera essenza del film, il dubbio, il significato nascosto della frase …..
    Solo dopo molti anni un giovane e coraggioso critico chiese a Pasolini :
    ” Maestro ….quella frase di Mao ???
    e Pasolini : ” La sera prima l’avevo letta, mi era piaciuta e l’ho messa ::::”
    In una opera d’arte eccezionale, discreta o scadente (( bisogna poi vedere chi la
    classifica ) non sempre tutto è razionale.
    Ricordo che i titoli di testa dei film si scrivono sempre dopo il montaggio !!!

  36. Horacio Holiveira scrive:

    “Radical-chic” è un topos logoro e piuttosto inesistente, sembra che siano rimasti Raimo e pochi altri ad usarlo

  37. Alessia scrive:

    e aggiungo ancora: è sintomatico che questo film abbia evidentemente disturbato (e ciò lo si verifica anche da questi commenti) più l’uomo che la donna. Evidentemente c’è un rifiuto (freudiano/borghese autoedificante) a confrontarsi con l’aspetto problematico dello sguardo maschile (manipolatorio/ idealistico) che K. mette in scena.

  38. davide young scrive:

    Il problema è anche: le giurie dei festival non fanno quasi sempre un pessimo lavoro?

  39. Paolo1984 scrive:

    questo film, oltre ad essere girato benissimo, ha l’indubbio merito di mostrare un amore gay che ha la stessa intensità e gli stessi problemi e scazzi di uno etero.
    Il riferimento a youporn è idiota: bollare ogni scena di sesso esplicito (e la vita di adele ha scene di sesso esplicite come mai forse si era visto ma anche crude, aspre e non patinate e necessarie per far comprendere il legame anche carnale tra le due ragazze) come “pornografica” al fine di degradarla è un esercizio di vuoto moralismo anzi di “moralina”
    Chi ha detto che Radio Vaticana si è dimostrata, almeno questa volta, più moderna di voi? bè concordo…del resto non decido i miei gusti e disgusti in base ai loro. Radio vaticana parlò bene anche del bellissimo Il segreto di Vera Drake ed era tutt’altro che un film clericale

  40. ezio scrive:

    Ecco, visto che nessuno l’ha ancora fatto mi sento in dovere di riproporre il buon vecchio tòpos: http://www.youtube.com/watch?v=lpOhpCkc__c

  41. iotuegli scrive:

    Cosa è successo dai tempi di Fucking Åmål? Cosa ne è di quella capacità che, cinematograficamente, aveva l’amore omosessuale in adolescenza di rompere canoni di convivenza sociale, di creare una piccola rivoluzione per il fatto di cambiare i punti di vista individuali e collettivi? C’è che, forse, non basta più la differenza quando anche questa è, sempre di più, accettata socialmente. Ha ragione Raimo, in questo film i personaggi non ci sono, sono oggetti eterodiretti, che restano sempre uguali a loro stessi e anche le scelte di trasformare le loro vite le riportano al punto di partenza: sola, indifesa, Adèle; compresa nel suo ruolo artistico e poco altro, Emma. Nessuno esce dalla relazione davvero trasformato.
    E anche il sesso, in fondo, non è liberazione: è una gabbia che rinchiude Adèle e Emma senza una vera capacità di andare fuori da quella stanza, di uscire, di farsi idea e pratica sociale.
    Volendo salvare qualcosa del film, resta questa constatazione: se così deve essere perché anche una coppia di lesbiche va raccontata nel suo isolamento, quello che ci si può aspettare è, in fondo, solo la privatizzazione delle relazioni amorose, il dilagare ovunque delle intimità fredde. E forse non è del tutto falso …

  42. rolando scrive:

    Il cuore non è mai al sicuro per Patrizia Cavalli nella sua stupenda poesia, così per Abdellatif Kechiche nel suo ultimo lavoro cinematografico.
    Le sue eroine, Adele ed Emma, rimandano a tanta letteratura, per questo oso l’incipit con poesia e per questo non rinuncio a dire anche la mia trafugando nel passato letto, vissuto e mai dimenticato. Perchè questo è l’effetto del 3D nel quale siamo gettati dal regista: tre ore di passione e tormento insieme alla protagonista sino ad innamorarcene avendo provato ancora come eravamo quando l’amore ci ha attraversato fino a spezzarci,
    Solo per questo il film andrebbe vietato. Ai tanti che non hanno dato ascolto o hanno finto per paura. A chi ha barato. A chi ha creduto che la buona condotta lo lasciasse navigare nel guado.
    No, non è un film neanche per adulti disamorati. A loro dovrebbe essere proibito perchè in Adele c’è troppa passione, troppa gioia, troppo trasognamento che vuole essere svelato, corrisposto, nutrito da vera carne, sudore e lacrime.
    Un cuore stanco e deluso potrebbe non reggere.
    Ma poi l’amore è fatto di parole che seguono ogni volontà.
    E le parole che chiedono amore, Kechiche ne è consapevole, sono sempre quelle e non hanno fondamento perchè vivono su sabbie mobili come i nostri giuramenti di fedeltà, perchè tutto ciò che è umano è costruito su slanci e passioni su cui nessuno dovrebbe scommettere, essendo tentativi di rendere oggettivo (“ti amerò per sempre”, “farò del mio meglio”) quello che non può essere.
    In questo la passione amorosa è scandalosa: perchè vive del momento, sapendo che l’amore è invece donare quello che non si ha (l’oggetto d’amore) a qualcuno che non lo vuole (avendo chiesto ben altro).(J.Lacan)
    In tal senso Kechiche ribadisce il concetto d’amore come distanza ed esperienza della differenza e non come ricerca dell’unicità. Né tantomenno come sacrificio, perfettamente proposto invece nel film di Cristian Mungiu “Oltre le colline”.
    Amore come ferita incolmabile, allora, tra le due splendide protagoniste, che nessuna arte consolatoria (quella dei quadri di Emma, ad esempio) può rimarginare senza cadere nella tenerezza che non détta cose nuove, se non la naturale consapevolezza da parte di Adele di dover attraversare da sola un percorso nuovo, forse meno tormentato, un tragitto che sembra avere un passo di pianura, cadenzato, del coraggio, della maturità.
    In quell’ultimo tratto che esaurisce la pellicola, come l’amico arabo (Kechiche?), vorremmo tentare ancora di viverle accanto.

  43. Paolo1984 scrive:

    Iotuegli, ma allora o un film è “politico” esplicitamente o “militante” o “rivoluzionario” oppure non è?
    mostrare che una relazione gay può essere nè più nè meno speciale e nè più nè meno “ordinaria” (nella sua quotidianità, nei suoi problemi ecc..) di una etero è male? A me sembra molto bello e molto vero.
    A meno che non si creda davvero che gli amori gay sono ontologicamente “diversi” dagli altri e io non lo credo.
    A renderli diversi era il fatto che non erano socialmente accettati e non lo sono ancora in molte zone del mondo, se questa cosa sta oggi sia pur lentamente cambiando (penso al diritto al matrimonio già realtà in molti Paesi occidentali) direi che possiamo gioirne

  44. JF scrive:

    Raimo, ma lei è sicuro di scopare abbastanza?

  45. JF scrive:

    come non detto, ho visto la sua foto su google images.

  46. iotuegli scrive:

    @Paolo1984 la questione non è se il film è “politico”, ma piuttosto riconoscere che la sessualità, ogni sessualità e ancor più quella omosessuale, è una relazione che è frutto del tempo, del clima sociale, degli orientamenti collettivi: anche politici. Per questo, ogni rappresentazione di essa non può non fare i conti con tutto ciò (Foucault lo insegna). Anche il tema della diversità delle relazioni omosessuali non sfugge ad una dimensione comunque politica: il fatto che debbano godere di uguali diritti non deve far dimenticare che il rischio dell’assimilazione al modello dominante, alla normalizzazione eterosessuale, è sempre dietro l’angolo. Il film di Kechiche, oltre ad altro, è proprio qui che non mi piace: l'”ordinarietà” della relazione va benissimo, ma se ne percepisco solo nevrosi e non scuotimento, nessuna capacità di trasformazione delle relazioni, nessuna proiezione pubblica, mi chiedo se non sia solo un esercizio di stile e l’omosessualità, in fondo, solo un pretesto.

  47. Paolo1984 scrive:

    con buona pace di foucault è proprio questa “politicizzazione delle relazioni” che non mi convince..e “il privato è politico” non mi ha mai convinto completamente come slogan
    E ripeto: se davanti ad una storia d’amore gay che ha la stessa intensità e gli stessi problemi che può avere una storia etero si agita lo spauracchio della “normalizzazione eterosessuale” non ci siamo. Non sono d’accordo. Ogni volta che iniziano a cadere le discriminazioni verso un dato gruppo della società prima ai margini subito c’è chi accusa di voler “normalizzare” “assimilare” quel gruppo privandolo della sua (presunta) “carica rivoluzionaria”..io trovo tutto ciò molto discutibile e fuorviante

  48. Paolo1984 scrive:

    e “godere degli stessi diritti” vuol dire anche di fatto “normalizzare” agli occhi della società ciò che prima era visto come deviante, “anormale”, “pericoloso”…Io non credo alla cosiddetta “normalizzazione eterosessuale” ma quelli che ci credono e la ritengono negativa dovrebbero essere coerenti e dire che sono contrari anche al diritto al matrimonio..ma così facendo si troverebbero in compagnia di giovanardi e fascisti vari, capisco che faccia schifo.

  49. Paolo1984 scrive:

    ed è ovvio che la quotidianità di adele ed emma è solo una delle tante possibili, più o meno diffuse ma legittime

  50. francesca scrive:

    “la sessualità è una relazione frutto del clima sociale” Questa frase va spiegata, prima che pensi che sia ridicola.

  51. marino scrive:

    complimenti. un bel pezzo non conformista. non omologato. un film brutto. la parte migliore è quando i ragazzi sono protagonisti.

  52. iotuegli scrive:

    Voglio essere chiaro, o almeno provarci: non dico che l’uguaglianza è sinonimo di normalizzazione, ma che porta con sé il rischio di normalizzazione. Il che, direte voi, vuol dire che non serve il matrimonio omosessuale? No, ovvio: vuol dire solo che non basta la (sacrosanta!) conquista dell’uguaglianza per pensare che sia venuto meno lo stigma sociale che accompagna l’omosessualità. Uno stigma che oggi non può essere (tranne che in Italia) quello dell’aperta repressione, ma quello della normalizzazione suadente, della stereotipizzazione: quello che, ad esempio, rende i gay protagonisti dei film di Ozpetek tutti carini e di buon gusto, che sanno cucinare e vestirsi come si deve (ma perché? ma dove sta scritto?); quello che ispira il programma televisivo in cui un maschio eterosessuale, per conquistare una ragazza, si fa consigliare da cinque gay come ci si veste e come ci si comporta. E anche sul matrimonio e sulle relazioni sessuali, il rischio è che per gli omosessuali si crei un recinto dorato dove, tutt’al più, si replicano paradigmi di comportamento e di relazione classici della relazione etero. Lo spirito è quello con cui Paolo Poli dice che il matrimonio omosessuale “è roba da notai” e lo dice un pioniere della libertà omosessuale: per negarne la necessità? No, solo per dire di fare attenzione, perché nulla è neutrale a questo mondo, per dire che bisogna lottare in profondità, anche contro le strutture sociali repressive, contro le opinioni radicate, anche quelle progressiste.
    Non parlo ora di una mancanza del film, che ha scelto legittimamente una sua prospettiva, ma ad esempio mi chiedo: se invece di due donne, ci fossero stati due uomini a girare le scene più esplicite, cosa sarebbe successo? In fondo, l’omosessualità femminile è stata sempre ritenuta meno pericolosa di quella maschile (in molti paesi non era neanche punita) perché (giuro: è stato detto anche questo) la sessualità femminile è intrinsecamente instabile, schizofrenica. Pensate forse che il film sarebbe stato così largamente accettato visto che tutti oggi respingiamo questa idea? Io penso davvero di no.
    A parte quest’ultima osservazione, penso quindi che il tema del film sia (non solo ma anche, prevalentemente) politico e questa dimensione non sia sviluppata per le ragioni che scrivevo prima.

    Dire, infine, che “la sessualità è una relazione frutto del clima sociale” non vuol dire che ne dipende o, tanto meno, che ne deve dipendere: vuol dire solo che anche la sessualità è immersa in un certo tempo, in certi rapporti (anche di potere) e con questi interagisce, influenzandoli e rimanendone influenzata. Altrimenti, il rischio è di pensare che esista un modo di vivere la sessualità valido ovunque, “naturale”. Mi sembra, in fondo, un’affermazione anche banale.

  53. Paolo1984 scrive:

    i gay descritti nei film di ozpetek esistono? Possono esistere? Se la risposta è sì vanno raccontati come è giusto raccontare omosessuali più problematici..insomma un personaggio gay può essere sereno o problematico negativo, positivo, tragico, comico eccetera quanto può esserlo un etero
    “il rischio è che per gli omosessuali si crei un recinto dorato dove, tutt’al più, si replicano paradigmi di comportamento e di relazione classici della relazione etero”

    questa affermazione presuppone che le relazioni gay abbiano uno “specifico omosessuale” ontologicamente diverso (migliore? Peggiore?) da quello etero. Cosa che io nego: l’amore è lo stesso, la passione è la stessa, i motivi per cui si sta insieme , si litiga, eventualmente ci si tradisce e ci si lascia, i motivi per cui si è felici o infelici, i motivi per cui si soffre o si gioisce sono gli stessi (la sola fondamentale differenza è data dall’omofobia, dalla non accettazione sociale quindi da qualcosa di esterno a quella relazione e che è auspicabile cali sempre più)..e se mi dite che questa è normalizzazione, omologazione me ne sbatto..perchè per me è una cosa semplicemente vera.
    A parte la vittoria a Cannes non mi pare che questo film sia stato universalmente accettato,io ho letto pareri discordi e anche opposti (personalmente condivido i giudizi positivi sul film) e sinceramente mi pare superfluo interrogarsi su cosa sarebbe successo se il regista avesse raccontato ciò che legittimamente ha deciso di non raccontare (l’omosessualità maschile)

  54. Daniele scrive:

    Bel pezzo di cui mi fido ciecamente, ma perché farsi del male andando a vedere film come questo? Il suo non-significato è telefonato, annunciato già dai capelli azzurri della stronza o anche solo dal titolo (per non dire: dal fatto di essere un film francese premiato)

  55. Jan scrive:

    Secondo me dipende dal fatto che è un film francese. Li fanno tutti così, i film, cioè pessimi. Anticonformismo per liceali.

  56. SoloUnaTraccia scrive:

    Scusassero se non leggo tutti i commenti.
    Raimo come sempre stimolante, però:
    1) i francesi a casa loro premiano chi gli pare, noi a ruota
    2) essere premiata, per un’opera d’arte, non è garanzia d’eccellenza (pure qui, nulla su cui discutere)
    3) il film non l’ho visto, i trailer sì (15 secondi): labbra turgide socchiuse e capelli tinti, se vuoi tirare gente in sala o produci una meraviglia o ti arrangi in qualche modo
    4) i registi, soprattutto i migliori, non sono divinità e spesso nemmeno intellettuali: girare film è il loro mestiere, se per caso ci finisce dentro dell’arte, tanto di guadagnato; ad ogni modo, sempre meglio che lavorare
    5) dubito che un 50enne di oggi possa riprodurre con fedeltà i rari sussulti degli under-20 contemporanei: lo spero per lui, quantomeno
    6) un film realistico sugli under-20 in questione per ragioni statistiche non può che risultare piatto, monocorde e prospetticamente depressivo; oppure non è realistico, e sarebbe rimproverato dell’opposto.

    Stanti i summenzionati assiomi, perderò volentieri il film in discussione, causa svariati impegni e fiducia nell’autore della recensione. Tuttavia l’ipotesi più carina, ovvero che il regista abbia voluto fare della supersottile ironia eccetera, mi sembra da privilegiare. Se non sia un difetto d’imprecisione, se non altro come gesto di bontà (l’unica cosa che davvero non guasta mai).
    Per i capolavori, aspetteremo pazienti.

    Nel frattempo grazie per l’avviso.

  57. Valegirotondo scrive:

    Qui si parla del conformismo del regista, certo che chi decide di non vedere un film perchè ha letto un’arzigogolata stroncatura (del tutto opinabile) dà prova di GRANDE anticonformismo, spirito critico e libertà di pensiero. Ritorno al principio di autorità medievale? O forse solo grandi intellettuali paraculi.

  58. francesca scrive:

    La nuova frontiera dell’ignavia – ma spacciata di anticonformismo – è giudicare un film, senza averlo visto, da un trailer o da una recensione che così scritta è il giustificativo perfetto per chi ha solo bisogno di una scusa per esimersi, per chi si guarda bene dal pensare ma conosce a menadito come si pontifica su chi sia intellettuale e chi no e il cinema non sa neanche dove sta di casa. Quanta sapienza! Quanto anticonformismo! Insegnate anche a me come si fa!

  59. Francesco Longo scrive:

    Quelli che sotto nick insultano e basta: ok
    Quelli che sotto nick insultano e impartiscono anche delle lezioni di comportamento: rifletterci bene.

  60. Fede scrive:

    perché si stanno tutti accanendo contro questo film è un mistero

  61. maurapo scrive:

    Ciò che mi colpisce di più, fra le altre cose pur interessanti, è l’impossibilità di un dibattito sereno, comprensibile, civile direi, se mai avesse senso questa parola per qualcuno. Se c’è un carattere che ci rende conformisti (sì è proprio il caso di generalizzare) è il discutere sempre col complesso della cultura, per cui l’uno deve sempre saperne più dell’altro. A questo aggiungiamo una innata ossessione tassonomica per gli opposti (vedi guelfi/ghibellini, destra/sinistra, omo/eterosessuale, mi piace/non mi piace, ecc. ecc.), una bella agitatina stimolata da una parolina di troppo ed ecco qui il cocktail all’italiana è servito!

  62. Solounatraccia scrive:

    Beati quelli che hanno il tempo di farsi un’opinione personale&critica&autonoma di ogni filmazzo che recensioname/trailerame assortito ci passa: confesso che la mia conformista reazione è pensare costoro siano A) del mestiere, e li invidio
    B) individui con parecchio tempo libero, e li invidio pure di più.

    Non appartenendo a nessuna delle due categorie sopracitate, confesso di conformarmi, quando capita l’occasione, ai pareri di Raimo & Longo, causa stima da essi meritata in precedenti recensioni da me sommamente apprezzate (articolate sì, arzigogolate no).

    Per coronare questo tripudio d’invidia e conformismo chioserei accussì: dal momento che i destini di umanità, società, civiltà e cultura non sono minimamente influenzati (sfortunatamente per loro) dalle mie scelte, lascio tutti quanti liberi di attribuire il significato che più gradiscono alla parola “conformismo” e altrettanto liberi di andarci affanculo. Ma garbatamente :-)

  63. Rachele Palmieri scrive:

    ho visto il film ieri sera. fortunatamente, christian, non ho pensato quasi mai al tuo pezzo, mentre lo guardavo; mi è successo soltanto quando adele e emma facevano l’amore/scopavano, quando adele mangiava (più che la bocca sporca di sugo, a me dava fastidio il fatto che masticasse a bocca aperta, ma anche sticavoli), quando a adele colava il naso (oddio, quindi spesso). punto.

    credo sia un bel film, ma non passerà alla storia. sono state tre ore piacevoli, come quelle che potrei passare davanti a una buona serie televisiva. durante la prima scena in cui adele parla con il suo amichetto gay, quella in mensa, avevo l’impressione di stare attorno a un tavolo con un paio di amici.
    loro sono di una bellezza che crea imbarazzo. se le protagoniste non fossero state così belle, avremmo parlato di un altro film (prendi un’adolescente con l’acne, il naso enorme, l’apparecchio ai denti, un culo spropositato, e poi vediamo se ti viene voglia di riprenderla nuda). ma anche quella è scelta stilistica. i casting si fanno apposta.

    detto tutto questo, io la penso come simona (qualche commento sopra): analizzo i film che vedo, i libri che leggo, i dipinti, i dischi, le foto, qualunque opera d’arte escludendo qualunque tipo di categoria politica o sociale, ovvero qualunque pre-concetto che travi il senso di quell’opera piegandolo alle mie lenti.
    christian, le scene di sesso (come anche le inquadrature che indulgono sul culo o sulle labbra o sul moccolo di adele) in questo film non hanno nulla di pornografico. la pornografia, mi spiace, ce la metti tu.
    è un po’ come analizzare lolita, per fare un esempio assurdo, concentrandosi sul fatto che l’autore non abbia scandagliato e problematizzato abbastanza la questione della pedofilia. no, lolita è un romanzo sublime, scritto in una lingua sublime, che ricordiamo non per il senso politico del libro, ma per quello esistenziale e letterario.

    ma mi rendo conto che qui si apre una voragine. parliamo lingue così diverse, vogliamo un’arte così diversa…
    bah.

  64. Paolo1984 scrive:

    Adele ed Emma sono “belle” come lo sono tante ragazze, ragazze con quel fisico esistono, non sono “finte” e non vedo perchè provare imbarazzo.

  65. Maddalena scrive:

    Credo che chi ci vede il pornogafico lo vede perché vuole vederlo, e perché gli piace. E che l’intellettualismo dia alla testa.
    http://bergamocontrolomofobia.wordpress.com/2013/10/29/decostruzione-della-critica-apologia-di-adele/

    Si tratta di un film importante, di cui il mondo omosessuale aveva bisogno.

  66. Susanna scrive:

    Non sono per niente d’accordo. Comizi d’amore è un documentario, questo no e non mi pare voglia esserlo, realismo non realismo di fatto è un punto di vista, aldilà della rappresentazione stereotipata dei gruppi sociali, che comunque ha sempre un fondo di verità, ciò che colpisce è proprio l’indugiare sui corpi, vedere come si amano due donne, come si guardano, come litigano ecc. In una storia d’amore possono essere tanti e diversissimi i motivi per cui si sta insieme e in questa raccontata dal film, lo si dice, un motivo fondamentale è il sesso. Basta per favore con questa distinzione fra sesso e amore. Fare sesso può essere fare l’amore, e non vedo cosa ci sia di pornografico nella rappresentazione realistica di un rapporto sessuale, molto meglio di Youporn e meno male, sfido chiunque a dire che i rapporti sessuali di Adele ed Emma ricordano i filmini di Youporn. Insomma basta con questa critica faziosa, fatta semplicemente per uscire fuori dal coro, fatta semplicemente per essere fatta quindi fine a sé stessa. La critica fine a sé stessa è puro estetismo. Io dico che si vede che questo film è dello stesso regista della Venere nera, meno bello della Venere nera ma comunque molto bello.

  67. Marina scrive:

    Caro Christian, ti ringrazio. Ho visto il film ieri (tardi, lo so) e letto adesso il tuo articolo (cosa che non avevo fatto prima, volevo sapere di cosa parlassi). Non pretendo di conoscere il mondo delle donne omosessuali e ma mi permetto di esprimere un parere dal mio, di mondo, quello eterosessuale: l’ho trovato un film reazionario, che utilizza – in maniera bieca – la delicata questione della maturazione sessuale per asserire l’esistenza di ruoli (maschio = prima corpo e poi cervello; donna = prima cervello e poi solo corpo) spacciati per culturali (“fanno parte della società, in qualsiasi rapporto e con qualsiasi modalità”) ma in realtà affermati come innati. Il tutto senza pressione sui dialoghi, sistematicamente portati al grado zero dalla presenza principe del sesso, che non è legata alle sole scene di sesso, come dici. Ancora grazie. A presto.

  68. alice scrive:

    Penso che il vostro sia puro bigottismo …il film non si attiene a pieno alla vita reale e quotidiana di una coppia omosessuale, ma é stato realizzato al meglio nonostante ciò e penso sia un film importante per il mondo omosessuale e sono fiera e felice che sia stato trasmesso anche nelle sale cinematografiche delle piccole città perche la gente deve vedere e imparare anche dal mondo omosessuale perche no …

  69. Paolo1984 scrive:

    Film reazionario no per niente..chi lo afferma secondo me non ha capito ciò che ha visto…è una storia d’amore tra due donne, diverse certo ma non ci sono ruoli stereotipati. Esistono giovani donne come Emma e Adele? Sì esistono, possono esistere dunque raccontarle (poi ogni autore lo fa attraverso la sua sensibilità) è legittimo ed è scorretto etichettare questo come “stereotipo”

  70. comprati un kleenex scrive:

    La giuria era sotto effetto del moccio di Adele! Non sono scandalose le scene di sesso ma il fatto che il film passi per un capolavoro! Dove andremo a finire!!!!

  71. T. scrive:

    Bla bla bla bla

    E’ semplicemente un film su una storia d’amore. Punto. Solo che invece che chiamarsi Paolo e Francesca, si chiamano Paola e Francesca. E quindi?

    Volevate il dramma della vessazione dell’omosessualità in questo mondo finto progressista ma in realtà borghese e conformista? Beh, non c’è. Amen. C’è sempre bisogno di dare un taglio socio-politico? Se non lo fai sei un paraculo pop? Secondo me no. L’arte è bella perchè è varia.

    L’ho visto ieri sera al cinema con la mia ragazza e mi è piaciuto. E’ un bel film con una buona regia (che importa se non è innovativa). Forse poteva ottenere lo stesso identico risultato in 90 minuti, questo si.

    Tutta la menata per cui se ne parla – non nascondiamoci dietro ad un dito – è per il sesso, alla fine. Se non c’era il sesso il film non faceva tanto chicchericcio. Ma alla fine – per noi contemporanei che ci ammazziamo di Pornhub – non è niente di rilevante, fidatevi. Io non ho nemmeno avuto un erezione.

    Il resto è bla bla bla e io cel’ho più grosso (l’ego o l’Intellettualismo) del tuo: “vuoi mettere il realismo dei teenager di Gus Van Saint (o come si scrive)?” Si vabbè, non è Gus Van Saint.

    Anche l’autore dell’articolo poteva usare meno name-dropping che si capiva uguale e risultava meno trombone e fastidioso.

    Prendetela un po più con calma.

    Saluti,

  72. Liborio scrive:

    In effetti è curioso che nessuno, tra Christian e i tantissimi che hanno commentato, abbia citato il fumetto da cui è tratto La vita di Adele..”Il blu è un colore caldo”. Bè’ dovreste leggerlo, il film è abbastanza aderente all’opera originale; soprattutto non si scriverebbero cose tipo “eh, ma se le protagoniste fossero state due cessi di grottaferrata”, come qualcuno ha fatto: a parte che da sempre gli eroi son tutti giovani e belli, e nel cinema questo è ancora più vero, ed è buffo che argomenti del genere non vengano tirati in ballo per parlare del 90% di film che hanno per protagonisti attori e attrici belli o di bellezza disumana, a parte questo, si dà il caso che nel fumetto le due ragazze siano carine, e giovani, e una delle due ha – ma guarda – i capelli blu… quindi meravigliarsi del fatto che le attrici del film siano due giovani belle ragazze sarebbe come meravigliarsi del fatto che il protagonista di un eventuale film tratto da che so Il giovane Holden sarebbe un adolescente americano, piuttosto allampanato e con un berretto da cacciatore.

  73. carlo carabba scrive:

    Caro Christian,

    immaginando che prima o poi l’avrei visto avevo aspettato e ti leggo solo ora, appena rientrato dal cinema.

    Concordo con te più o meno su tutto quanto precede la domanda: “Cosa ha spinto a considerare questo film un capolavoro?”. Apprezzo il tuo tentativo di dimostrare come “La vie d’A.” sia un film nichilista, ma temo sia una sovrainterpretazione.

    Se bene intendo il tuo ragionamento “La vie d’A.” mette in scena relazioni superficiali, in cui l’amore non ha ragioni se non una certa attrazione fisica e non arricchisce, tanto che Emma e Adèle non maturano ma invecchiano per inerzia. E quindi il film è una critica, nichilistica e sottile, alla società contemporanea.
    Ecco in realtà io non credo che queste fossero le intenzioni di Kechiche e, soprattutto, sono certo che non sia questo il motivo della sua fortuna.
    Le persone che lo hanno amato lo descrivono come un film profondo, vero, urgente e necessario (aut similia) che mostra qualcosa di profondo vero urgente necessario sull’animo e i rapporti umani.
    Più o meno il contrario della tua lettura che, francamente, mi pare nobiliti il film ben oltre i suoi (scarsi) meriti.

    Un abbraccio,
    Carlo

  74. Adele scrive:

    Sono d’accordo con Raimo.

  75. Valentina scrive:

    Non avrei saputo definire meglio questo film, tuttavia ci ho provato. Se ci tieni a vedere un’altra critica non ipocrita http://www.thesocialpost.it/la-vita-di-adele-il-blu-e-un-colore-caldo/
    Un saluto

  76. Ilaria scrive:

    Complimenti alla superficiale volgarità dell’autore di questo articolo e alla bella compagnia dei suoi seguaci che qui di seguito rispondo in coro. Prima di considerare il cinema francese “uno schifo” e prima di parlare “dei capelli blu della stronza”, prima di infestare il web con sproloqui noiosissimi e privi di un vero contenuto da critica cinematografica, consiglierei a tutti una bella dose di umiltà e un ritorno sui banchi di scuola. L’autore, liberandoci così del suo narcisismo pseudo intellettuale, comincerebbe forse col farsi forse un’analisi di coscienza. In francese, per il femminile non si dice naïf, ma naïve, tanto per cominciare.
    E della sua opinioni inutile e volgare, da intellettualoide che vuol dire la sua senza aver capito un tubo, se ne fa volentieri a meno. E dire che questa dovrebbe essere la moderna classe intellettuale. Ma per favore!

  77. Filippo scrive:

    L’articolo è interessante, ma ci sono dei refusi e quindi consiglio di rileggere e correggere.
    Impetoso vuol dire impietoso o impetuoso? Un’atto va senza apostrofo.

  78. cecilia scrive:

    grandeeeeeeeee Christian!condivido!

  79. massimo scrive:

    sono assolutamente d’accordo con Ilaria (29 novembre) quindi è iniutile che aggiunga altro.

  80. Gianluca scrive:

    E’ un film porno punto. Un film porno travestito da film intellettualoide e condito con scene di tanta e ritrita falsa filosofia/psicologia/allegoria e cazzate varie per giustificare la distinzione dai video di youporn.

  81. Paolo1984 scrive:

    Gianluca, questo film non l’hai capito

  82. Gianluca scrive:

    senza offesa ma a me pare inutile girarci intorno tanti discorsi. Prendete un film porno a caso di tutti quelli che vendono nelle bancarelle sconce, aggiungeteci qualche scena commovente a giustificare la nascita della coppia e cosa ottenete? La stessa cosa. Buoni tutti a spacciare un film porno per “roba di classe” se lo infarcisci con le solite scene intellettualoidi psicofilosoficoallegoriche e roba del genere.

  83. Paolo1984 scrive:

    io non mi capacito di come bastino un po’ di scene di sesso esplicite per bollare (e condannare) un’opera come “porno” negandone il valore. Porno è una cosa ben precisa e La vita d’Adele non è porno checchè se ne dica.
    Vabbè, questo è il blog dove si sputa su Kechiche per poi lodare Checco Zalone quindi non posso neanche stupirmi troppo

  84. Ilaria scrive:

    E’ evidente un problema con il vostro senso del pudore. Se sette minuti condizionano tre ore di film, direi che c’è del lavoro per il dottor Freud, o Lacan, come preferite. La cosa sconvolgente di tutti questi commenti (e naturalmente dell’articolo, in primis) è che il cinema, il senso del film, il montaggio, il significato, tutto quanto è stato travisato e/o dimenticato. Credevo che l’Italia (e gli italiani) non fossero più (semplicemente lo speravo) così disperatamente bigotti. A voi due donne che fanno l’amore vi sconvolgono. E così dimenticate che il film è prima di tutto la storia di una formazione, di una ricerca, di un passaggio esistenziale. Un film sulla verità e la ricerca di autenticità. Però mi sento un po’ fuori luogo a parlarne qui. Perché a parte Paolo e Massimo, mi sembra di essere una voce che parla al vuoto. Consiglierei al sig. Raimo e alla sua schiera di paranoici benpensanti sessuofobi di farvi un tour nel cinema francese (e non solo). Guardate di più (guardare, non vedere!) e pensate fino a 100 prima di scrivere castronerie che infestano il web e che fanno solo del male al progresso, alla libertà di pensiero, al nostro essere uomini nel mondo.

  85. Christian Raimo scrive:

    Ilaria e Paolo,

    rispondo solo una piccola cosa. “Lo sconosciuto del lago”, uscito contemporanemente a Adele, e con scene di sesso, rapporti anali perlopiù, molto esplicite e molto più pervasive è un film bellissimo. Semplicemente perché lì il sesso visto e raccontato contribuiva a dare un’idea di mondo. Qui contribuisce a attirare lo spettatore a vedere due tizie nude che scopano, lo stesso che cerco quando guardo un porno.

  86. Maddalena scrive:

    Bè, non tutti cercano le stesse cose nei porno. Può essere che qualcuno trovi in questo film le stesse cose che cerca in un porno, ma ciò non fa del film un porno. La questione starebbe in questo caso, invece, nello sguardo dello spettatore. Se ” due tizie nude che scopano “, qualsiasi sia il contesto e il modo in cui ciò avviene, producono in uno specifico spettatore il medesimo effetto, è chiaro che il centro del discorso è lo spettatore stesso. “Attirare lo spettatore a vedere due tizie nude che scopano” : anche qui, che ne è dunque di tutti gli spettatori che non sono stati attirati e che non lodano il film per questo motivo, ma per altre ragioni? Che ne è di quelli che in un film porno cercherebbero altro? Non sempre le nostre personali miserie corrispondono ad uno stato generale: a volte sono soltanto nostre. “Dare un’idea di mondo”, infine, non è l’imprescindibile dovere di un film. Non è nemmeno la discriminante per valutarne la qualità. Se si crede legittimamente il contrario, questo sarà il proprio metro di giudizio. Non imponibile ad altri, chiaramente. La critica, è evidente, non può essere oggettiva, essendo necessariamente generata da soggetti. Ma l’arroganza di ergersi a giudici supremi, costruendosi un piedistallo grazie al quale giustificare le proprie domestiche morbosità, questo non ha nulla a che vedere con il pensiero critico.

  87. Paolo1984 scrive:

    ” Se ” due tizie nude che scopano “, qualsiasi sia il contesto e il modo in cui ciò avviene, producono in uno specifico spettatore il medesimo effetto, è chiaro che il centro del discorso è lo spettatore stesso. “Attirare lo spettatore a vedere due tizie nude che scopano” : anche qui, che ne è dunque di tutti gli spettatori che non sono stati attirati e che non lodano il film per questo motivo, ma per altre ragioni?”

    Maddalena, hai perfettamente inquadrato il discorso. Molte volte il problema non è nel film ma nella testa del singolo spettatore
    Per conto mio io ho visto una storia d’amore molto intensa, e qualche volta succede che due persone innamorate siano nude e scopino (o facciano l’amore, come preferite)

  88. Sole scrive:

    Guarda, sono in difficoltà sul punto di partenza da cui iniziare per controbattere l’articolo di questo tizio borioso e arrogante! Inizierò così, con un appunto ortografico: in francese il femminile di naïf è naïve. Se scrivi un articolo in veste di critico cinematografigo con tutti questi riferimenti e questi termini pomposi, da una controllatina all’ortografia valà. Visto anche che si parla di cinema francese e utilizzi una parola francese! Ma forse il caro Raimo, usando il termine al maschile, voleva alludere al ruolo maschile di Adèle nella coppia così tanto da problematizzare un po’ questa difficilssima questione delle unioni omosessuali che in fondo non è che semplicemente e per tutti, Amore!

  89. Francesco Longo scrive:

    “da una controllatina all’ortografia” (Sole)

  90. Maddalena scrive:

    Sole, non sei la prima a segnalare questo punto. Ma in realtà non si tratta di un errore, i termini stranieri che sono stati assimilati nella lingua italiana non vanno pluralizzati o messi al femminile. Diciamo: guardo “molti film”, non “molti films”.

  91. Ilaria scrive:

    Ammetto di aver fatto anch’io il punto sull’ortografia di naïve, ma se ci perdiamo in disquisizioni ortografiche dimentichiamo il senso della discussione. E’ evidente che ci dividiamo in due gruppi, quelli che il film l’hanno amato (e non vorrei peccare di presunzione, ma l’hanno pure capito) e quelli invece che vi hanno visto soltanto il lato “commerciale”, nell’idea, citando Raimo, di “attirare lo spettatore con due donne che scopano” (in realtà facevano l’amore, con passione e desiderio, Amore, caro Christian). Mi piacerebbe è discutere di contenuti, indipendente dalle opinioni personali. Per me la considerazione che “Lo sconosciuto del lago” è un bel film perché riporta “un’idea di mondo” non significa niente. Quello che voglio dire è che questa considerazione non è supportata. E’ un punto di vista, tuo, personale e legittimo, ma agli occhi dei lettori, quando si fa critica (sia essa letteraria, cinematografica o pittorica) si deve “motivare”, “giustificare” e argomentare. Nell’articolo le argomentazioni sono fallaci, non convincenti. Ripeto che sette minuti non possono condizionare tre ore di film. Questo naturalmente non può classificarlo come “porno” (trovo addirittura assurdo parlarne, tanto la cosa mi pare evidente). Perciò mi piacerebbe capire da te, e dai lettori (se hanno davvero argomentazioni a parte il dire “Bravo Christian hai ragione”) in cosa questo film non convince. Alcuni ne sono stati turbati, ma se siamo ancora qui a parlarne forse la pellicola rappresenta qualcosa di più importante e profondo di una semplice scopata. Io invito tutti a riflettere sull’idea della formazione. Il concetto abusato spesso e mal utilizzato di liberté, qui acquista i caratteri e gli occhi di Adèle, la libertà d’espressione, l’impegno nella propria professione. E poi sì, anche l’amore, che per una volta è descritto nella sua semplicità e quotidianità. Dai pasti fino al sonno. Ma insieme.

  92. Wif scrive:

    Stupefacente su questo blog il livello di presunzione, di boria, di invidia, non pensavo che ci fosse perfino la paura della sensualità. della passione .Per fortuna che c’è la ilaria….che vi butta tutti per aria. : )

  93. maketaton scrive:

    * = richiesta .a non pubblicare mail

    Bravo Christian Raimo !!! condivido questa profonda e attenta riflessione !! finalmente qualcuno che con sottile sensibilità e sguardo “altro” rivela e svela ciò che il film -nonostante il tanto e più tanto mostrare- non raggiunge nè rapisce nè scolpisce addentrandoti per davvero dentro un sospiro d’anelita visione e sogno !

    * Maketaton 2

  94. Nora scrive:

    Gentile Raimo,

    sto leggendo piano piano e volentieri i suoi articoli e non so se è ortodosso commentare post datati, ma tant’è.

    In generale, non sono d’accordo con la sua lettura del film, e in particolare mi chiedo perché liquidi la figura di Adèle con superficialità. Affermando che “rimarrà una ragazzina naïf” trascura completamente la crescita della ragazza. Su quella interiore, possiamo trovarci in disaccordo perché la la lettura di un eventuale evoluzione della ragazza è soggettiva (di certo, l’unico elemento su cui fondare congetture è il fatto che abbandona l’esposizione nel suo bel vestito blu), ma sul piano professionale Adèle cresce eccome! Dai banchi di scuola alla cattedra dell’asilo (o delle elementari? Non ricordo).

    Da ventiduenne-Erasmus, posso dirle che la cosa che mi ha rincuorato di più in tutto il film, presumendo che voglia ricalcare la realtà in qualità di film-che-parla-di-giovani (e questo lei sembra in parte apprezzarlo) è questo messaggio positivo sulla realizzazione personale. E chissene che Emma la esorta a scrivere, le dice che “è sprecata” per il lavoro di maestra! Intanto Adèle LA-VO-RA!
    I suoi primi piani sono più belli quando fa la “faccia da coniglio” che quando si sporca di sugo o gode. L’universo giovanile è variegato, così come dimostrano i film che cita (e sappiamo che ogni generazione ha la sua filmografia), ma da giovane-nel-2014 le dico che non avrei alcun problema a includere “la vita di Adèle” nei film che parlano di questa generazione.

    Secondo me non si tratta né di un capolavoro né di una paraculata, ma di un film che presenta dai punti di contatti anche profondi e molto umani con la realtà.

    E sul tema giovani-lavoro (direi attualissimo): ci sarebbe da chiedersi se una Adèle italiana troverebbe un impiego così facilmente in un asilo di una città italiana paragonabile alla Lille francese (una Padova, per intenderci).

  95. Osvalda scrive:

    Ma tu una fica bagnata l’hai mai vista? ah no, eri troppo concentrato sui cazzi de “Lo sconosciuto del lago”.

    Bonne soirée.

  96. Virginia scrive:

    Sono felice che tra i commenti a questa recensione si trovino alcuni spunti preziosi, come quello di Nora o quello di Ilaria. Aver sollevato questi punti di vista, sull’amore, sulla realizzazione di una vita normale, è il merito di una recensione che oltre a una scarica di nomi, osserva con sguardo maschile un film sull’amore universale. Se a fare quel sesso fossero stati un uomo e una donna la reazione sarebbe stata la stessa? Non lo so. Resto col dubbio.

    Scriveva Michel Foucault alcune parole che secondo me a Christian Raimo farebbe bene rileggere prima di riguardare il film una seconda volta.

    “Se si vedono due omosessuali, o meglio due ragazzi che se ne vanno insieme a dormire nello stesso letto, in fondo li si tollera, ma se la mattina dopo si risvegliano con il sorriso sulle labbra, si tengono per mano, si abbracciano teneramente, e affermano così la loro felicità, questo non glielo si perdona. Non è la prima mossa verso il piacere ad essere insopportabile, ma il risveglio felice”.

    Se con “film politico” intendiamo un film che è “politico”, quindi etimologicamente legato a ciò che concerne lo Stato e il Governo, beh, “La vita di Adele” è un film profondamente politico. Perché parla di qualcosa di umano, che lo stato dovrebbe prendersi la responsabilità di considerare e legittimare.
    http://www.virginiafiume.com/cest-la-vie/

  97. Anthony scrive:

    Ho appena finito di vedere questo film è l’ho trovato molto bello, da otto su dieci! Ridurre il film alle sole scene di sesso è riduttivo, criticarlo per questo mi sembra superficiale.
    Per quanto mi riguarda un film può avere la tematica che preferisce, non giudico un film in base a cosa tratta, cosa racconta o l’ideologia che vuole trasmettere, basta che me la trasmetti; poi posso essere d’accordo o meno col messaggio del film, non c’entra assolutamente nulla, basta che me lo dia un messaggio e che non mi annoi.
    Per quanto mi riguarda questo film è durato tre ore (non son poche), non mi ha annoiato e mi ha trasmesso tante emozioni, positive e non, quindi a me è piaciuto.

  98. tommaso scrive:

    Mi ha dato fastidio soprattutto il fatto che per l’ennesima volta al cinema le lesbiche sono giovani e belle. Il film non fa schifo, ma a parte le scene di sesso non ho trovato tanti motivi per apprezzarlo. Adele è giovane e ingenua, ha tutta la vita davanti per imparare a stare al mondo. Poi non ho capito perché quando tradisce lo fa con un uomo. Le parti drammatiche e tragiche presenti nella graphic novel (i genitori che la cacciano di casa e la sua morte) che avrebbero potuto dare qualcosa in più al film sono omesse. Non ho trovato significati filosofico-esistenziali estendibili a tutti (l’amore eterno non esiste? esticazzi). Esistono anche coppie che durano anni e anni pur avendo lavori aspirazioni ed estrazioni sociali diverse. E poi il film è solo una parte, alla fine del film Adele è ancora giovane, quello con Emma sarà il grande amore finito male per motivi stupidi perché tutto finisce, ma ha ancora tutta la vita davanti, se ci avessero mostrato un’Adele vecchia e zitella allora il titolo avrebbe avuto più senso. Sentir dire che è un capolavoro è agghiacciante secondo me.

  99. tommaso scrive:

    P.S. difficile dire che nel fumetto sono belle, direi che sono normali, sicuramente sono giovani, ma non sono le strafighe che sono nel film (anche se nel film le hanno “normalizzate” (soprattutto Emma).

  100. tommaso scrive:

    P.P.S. quando Adele ed Emma fanno l’amore per la prima volta nel film in teoria è la prima volta anche di Adele con una donna, tuttavia non mi sembra impacciata. Alla faccia del realismo.

  101. Alberta scrive:

    Christian Raimo non ha capito il film

  102. tommaso scrive:

    Quest’idea che bisogna capire il film è snob. Anche se fosse denso di significati filosofici non è detto che ciò funzioni al cinema. Ma poi non mi pare che questi significati ci siano. Io ho capito che il film parla di una storia d’amore che va a finire male, ho capto che Adele è ingenua e incerta ed Emma è snob perché non c’è niente di male nel fare l’insegnante di asilo, non mi pare ci siano tante altre cose da capire. A parte le scene di sesso non ci sono grandi scene da ricordare, tipo dialoghi memorabili. Il film può piacere, ma dire che è un capolavoro mi pare troppo…

  103. Paolo1984 scrive:

    e il film non l’ha capito neanche tommaso. La critica alla “bellezza” delle protagoniste è ridicola

  104. tommaso scrive:

    No è ridicolo il fatto che ogni volta che si parla di lesbiche al cinema queste sono belle, ogni volta. Poi in questo caso dovevano essere giovani perché la storia originale dice così, ma la storia originale dice anche che i genitori di Clem la cacciano di casa e che lei alla fine muore. Forse potevano scegliere due attrici meno belle. Poi il titolo in italiano è fuorviante perché non racconta tutta la vita di Adele/Clem ma solo una parte. Può anche darsi che io non ci abbia capito una mazza del film ma da tutti i commenti e recensioni positive non ho ancora capito perché dovrebbe essere un capolavoro e non semplicemente un bel film. Quando penso a quelli che dicono che è un capolavoro capisco perché per vent’anni in Italia ha vinto Berlusconi. Dovreste essere un po’ più umili e spiegare le cose invece di dire che se uno non apprezza il film allora non ha capito, troppo facile sentirsi intelligenti dando degli stupidi agli altri.

  105. maddalena scrive:

    Il mondo è pieno di lesbiche gnocche (fortunatamente per me). Mi spiace che qualcuno non se ne accorga. Forse vedono una bella ragazza (lesbica) e la danno etero per principio.

  106. tommaso scrive:

    Spesso ci si confonde con la bisessualità. Poi magari mi sbaglio io che non conosco abbastanza il mondo. Allora mi spiegate perché Adele quando tradisce lo fa con un uomo? Non sarà che è ancora confusa ed è più che altro bisessuale? Comunque questo non è l’aspetto più importante del film. Resto dell’idea che sia esagerato considerarlo un capolavoro, al di là dei contenuti. Film in cui ci sono le lesbiche o i gay ce ne sono a bizzeffe, perché questo è un capolavoro? Perché dura tre ore? Per le inquadrature? Per la fotografia? Basta così poco per gridare al capolavoro? P.S. ci tengo a precisare che non sto dicendo che il film sia brutto, su una scala da 1 a 10 è sul 6,5-7.

  107. Ilaria scrive:

    Caro Tommaso,
    forse per la tua giovane età (mi sbilancio ma non ne sono sicura) sei ancora alla ricerca dei perché e dei come. E’ una cosa giusta. Il film ti ha colpito, e si vede, perché ne parli con passione e curiosità e anche questa è una cosa buona. Il capolavoro, come dici tu, è un giudizio soggettivo. Troverai critici che ti spiegheranno il perché, parlandoti magari di una certa poetica, che è quella di Kechiche, con i suoi grandi piani sequenza, o altri che ti racconteranno del suo modo di lavoro che conduce gli attori ad essere veri, veri fino allo sfinimento, per ottenere quel risultato che poi vedi sullo schermo: una forma di verità, ma una verità cinematografica. E questa, credimi, per un regista, non è cosa semplice. Quelli che lo hanno amato ci hanno visto la storia di una formazione, di una ricerca, fatta di slanci, di cadute, di profonda passione e amore. Di menzogna, anche. Perché così è la vita. Nessuno ti potrà “accertare” che La vie d’Adèle è un capolavoro. Però è realmente un’opera di verità. E’ la storia di una ragazza, nei suoi risvolti intimi e segreti, nelle sue sgarbatezze e libertà (fisiche anche), nella sua ricerca. Adèle ci ha coinvolti perché l’abbiamo sentita vicina, perché l’abbiamo vista vivere e abbiamo creduto al suo percorso. Che è ancora tutto in fieri, le storie non si esauriscono con la parola fine. Chi lo ha amato, lo ha fatto per ragioni diverse. Queste ragioni stanno dentro a noi, sono legate al percorso e alla storia. Chi non lo ha amato ha probabilmente un’altra sensibilità, altre corde, altri metri di giudizio. Quando ci arrabbiamo e diciamo che “non lo avete capito”, non è perché lo state criticando. Ma perché lo criticate su punti scivolosi, senza appigli, senza una giusta ragione critica. Il punto è questo. (Vedi la bellezza delle attrici, vedi la vicinanza col fumetto, etc. Sono cose non “pertinenti” quando si vuole “giudicare” una pellicola).
    Quanto alle vicinanze con il fumetto della Maroh, ecco, il film è un’altra cosa. Ha preso un’altra vita. Forse per capire meglio La vie d’Adèle potresti vedere La graine et le mulet (Couscous è il titolo italiano). Ritroverai la poetica del regista, e imparando a conoscerlo capirai che il suo lavoro artistico ha una certa autonomia, segue strade precise. E’ una firma, come dicono gli esperti. La firma è lo stile. Trovare un proprio stile, nell’arte, nella scrittura, nella vita, non è semplice. Ma riuscirci significa lasciare un segno. Ed è quello che Kechiche ha fatto in chi ha amato i suoi film, e anche in chi, come te, non li ha capiti fino in fondo, ma ne è stato travolto, malgré lui.
    Un sorriso.

  108. Certo che è un bel esercizio masturbatorio che lei fa nel giudicare un film, ci vuole di più quasi a leggere il suo “tomo” impegnato ( mica poi tanto ).
    Ma lei lo sa che ci sono vari modi per fare un film ? Forse no, i suoi 50.000 caratteri solamente per dire che il film non rientra nei suoi presunti…..gusti ? Mah !! Adele è una ragazza che scopre di saper amare di più le donne che gli uomini, le piacciono di più le donne, ( Pasolini a mio avviso avrebbe fatto lo stesso film sullo stesso soggetto ). E’ un film carnale, sudato, sporco anche ? La Ferilli di Sorrentino è decisamente pornografica, Adele non di certo. Pur ammettendo che nemmeno io adoro eccessivamente questo modo di riprendere, stare addosso ai soggetti, una regia di tipo, nevrotico o danzante, ammetto anche che il film in questione quasi lo esigesse, ( magari un altro regista lo avrebbe fatto con uno stile un po’ diverso, più elegante, formale, che so, ma forse no ) ! Adele mangia sempre, si pulisce la bocca con il braccio, scopa, certo, e mi è sembrato anche di vedere che piange, si consuma come certamente fanno i suoi coetanei veri come lei nel letto, nell’incapacità di inquadrare i suoi veri sentimenti e gusti sessuali. Balla certo, ma non troppo come quel noiosissimo “ma” losco figuro e dittatore di Jep Gambardella in mezzo ai suoi amici stereotipati. Che forse noi italiani possiamo stare fieri di un Oscar a Sorrentino con quel film, che dice lei ? Forse avrebbe meritato meglio con il suo Divo ? Per me si, come ne esce il cinema italiano con un Oscar, meglio o peggio di Kechiche con la palma d’Oro? Secondo me peggio, ormai sono 20 anni che in Italia non si fa un film vero, c’è rimasto solo Moretti. A lei non le piacciono gli intellettuali francesi, a me piacciono tutti o nessuno, dipende da cosa fanno, dicono e propongono. Stessa cosa per quelli italiani, a continuare il discorso io ci vedo tanta differenza di qualità tra i film premiati con lo zio Oscar e quelli che “par contre” vincono a Berlino, a Cannes, a Venezia, ai David di Donatello. Adele è pornografica ? Non ho mai visto il suo sesso, ne le loro lingue entrarci dentro, ne tantomeno dei cazzi. Lei adora gli spaghetti alla bolognese, Fellini lo avrebbe apprezzato molto. E’ un film che dura quello che deve durare, è un film che si concentra come nessun film italiano ha quasi mai fatto sull’amore, l’angoscia, la passione e la sofferenza davvero vissuta in primo piano. L’unico film a ricordarmi i figli dei fiori che nascono dalla terra di Zabriskie Point. Adèle si, Grambardella no, vede come è semplice ? A volte ( non sempre certo ) ma a volte bastano poche parole, glielo dico per la prossima volta, si rilassi e si faccia una bella scopata, ( magari con Gambardella ) !! Io preferisco con Emma e Adele ( e sono puritano e timido al punto giusto ).

  109. francesco scrive:

    Una recensione culturalmente in stile anni ’70 ( il privato è politico ) , incapace di vedere le cose che stanno oggi ,nel 2014 . Penoso .

  110. eugenio scrive:

    Esatto, sembra una recensione stile anni 70. Nemmeno una riga sulla straordinaria capacita’ del regista di raccontarci gli stati d’animo piu’ profondi della protagonista con il solo muoversi della macchina da presa. Un regista incredibilmente virtuoso.

  111. gnuacida scrive:

    voyeuriistico? ma come non si fa a cogliere il significato al di la delle scene di sesso, per esempio quando Adele viene mollata ed inizia ad affrontare la sua ossessione per Emma, cercando di curare la sua solitudine alla meglio (mica si è messa con il tipo con il quale ha cornificato la ex), quello che a molti puo’ sembrare voyeuristico è in realtà la tecnica di kechiche dell iper soggettività, altro punto, nulla ci dice che quella sia la loro prima volta visto perchè nel film il tempo è relativo (non si capisce bene) ma anche se fosse, può accadere che l’ intesa con l altra persona sia eccezionale da non creare imbarazzi e impacci. insomma su questo film ho letto recensioni di gente che non ha capito un emerito tubo dell animo umano, e si atteggiano a critici, consiglio mio, ci sono molti altri mestieri ed hobby se non si è capaci di cogliere le sfumature di una buona pellicola.

  112. Orso Marsicano scrive:

    La Palma d’oro mi ha ingannato. Non sono riuscito ad arrivare alla fine, perché, confesso, non devo averlo capito. Banalità del soggetto, ricorso ruffiano al voyerismo degli spettatori attraverso le lunghe sequenze di sesso, psicologia dei personaggi neanche accennata. I genitori o idioti (quelli di Adele) o psicologicamente inattendibili (quelli di Emma). Meno male che sanno cucinare.
    Ah! Se mi fossi visto la partita.

  113. Peppa scrive:

    Che noia questa mania di raccontare solo storie gay. E’ la moda, moda moda moda e pertanto assolutamente convenzionale. Le scene di sesso da overdose sono anch’esse delle furbate , sono un raro caso in cui ciò che disturba sotto tutti i profili tuttavia attrae. Poi non so, non sono così intellettuale, ma è una grande prova di maestria cinematografica la ripresa del muco che scende dal naso di Adele e non viene pulito? Per rimanere alle performance dalla cintola in su!

  114. ped scrive:

    oh, ma ce la fate??
    dai, bimbi, a letto!

  115. Salvo scrive:

    Questa recensione è pornografia. Argomentando il fatto che non ha colto le sfumature più significative del film pensava di essere paraculo in quale modo, per la precisione?
    Ah, Sacro Gra, in linea di massima, non c’entra una mazza.

  116. Fabio scrive:

    Finalmente un bel film! Straordinaria e ordinaria la trama e qui sta la riuscita della pellicola. La realizzazione del regista è finalmente “nuova” con lettura e la descrizione degli avvenimenti fatta vivere allo spettatore grazie a sequenze prolungate e pulite. Grazie Abdellatif alla prossima!

  117. giovanni scrive:

    Non so se il sig Raimo recensisce ancora qualcosa, ma forse è meglio che si dedichi a qualcos’altro. Film stellare. Se le scene di sesso lesbico creano ancora problemi a qualcuno ciò è anche dovuto a persone che le criticano così negativamente. Sono di una pulizia esemplare e di una passione primigenia, espressione di un amore tenerissimo. La narrazione del vuoto post perdita della relazione di Adele è nella sua semplicità poesia pura dove le emozioni sono descritte e fatte vivere al pubblico senza commento, “nude”, universalmente riconoscibili.

  118. SoloUnaTraccia scrive:

    Ultimi due commenti direttamente dalla redazione culturale del Jazz Gizmo Vibe Echo Fluffer di Wetumpka, Alabama…

  119. blacksheep scrive:

    personalmente ho trovato questo film estremamente noioso e lungo.
    scene infinite e prive di una concreta sostanza sia nei dialoghi sia nelle personalità stesse dei protagonisti.
    alcune scene trovo che non avessero alcuno spessore, messe lì tanto per.
    sinceramente non lo consiglierei.

  120. Marta scrive:

    gran brutto film, visto di recente e non ci volevo creadere, ne avevo sentito molto parlare e speravo in un film emozionante invece…
    e pensare che dello stesso regista ho visto Venere nera e quello era un gran bel film, emozionante, curato, raffinato, commovente, con un’attrice protagonista bravissima
    questo invece l’ho trovato volgare ( e non solo per le inutili e noiose scene esplicite), repellente a tratti, la protagonista perennemente imbambolata, con la bocca da castoro, sa di sporco, sciatto, mangia come un animale, è porcina e pensa solo al sesso, perché hanno creato un personaggio tanto misero?
    il film vorrebbe scimmiottare il cinema verité ma il risultato è grottesco, poi noi italiani ci lamentiamo della Grande Bellezza e i francesi hanno anche il coraggio di snobbarla mentre hanno osannato questo filmaccio pretenzioso e brutto, epic fail

  121. Ilaria scrive:

    Gentile Marta,

    spiace che il film non le sia piaciuto. Però, forse, i fatti sono un poco più complessi di come li argomenta lei. In Kechiche vi è una vera poetica della realtà -realtà, badi bene, non verità-. E forse l’intento di questa ricerca sta proprio nel raccontare l’esistere, gli umori, la sporcizia, ma anche la grazia, l’incanto, la commozione. La vita non è una passeggiata su di un terreno sintetico: quando alziamo gli occhi in alto non vediamo un cielo di cartapesta attraversato da nuvole di cotone. C’è fango, qui, sulla terra, e ci si sporca, si inciampa, si ha fame e la pastasciutta si imprime sui sorrisi. Eppure Adèle, fedele a se stessa, è molto altro. Non soltanto una figura corporale [dunque fisica, carnale, istintiva] ma un soggetto in cerca di senso, fedele alle sue pulsioni, ma anche ad un certo ideale che persegue nella sua carriera d’insegnante, nella fedeltà ad un amore di giovinezza che forse non tornerà più.

  122. Marta scrive:

    sinceramente non capisco il suo tempestivo intervento, comunque un film può piacere o non piacere, a me non è piaciuto, punto, non m’interessa farmi convincere del contrario e ci mancherebbe perchè sono adulta e libera di avere le mie opinioni

    gli strumenti per valutarlo le assicuro che li ho e anche ben solidi

    per raccontare la sporcizia non serve essere sporchi, centinaia di anni di storia dell’arte e un secolo e passa di cinema ce l’hanno insegnato molto bene, nella Grande bellezza (ne parlo perchè i francesi nel loro delirio di superiorità anti-Italia, l’hanno snobbata a favore dei loro film quest’anno) c’erano parecchia sporcizia e realtà sotto il tappeto elegante, perfettamente comunicate con una straordinaria sensibilità, qui invece ho visto personaggi meschini o presentati in modo misero e inelegante

    la differenza è che la grande bellezza con la sua celebrazione del bello sotto al quale si nascondevano altrettanta meschinità e superficialità ci portava alla fine a trovare comunque un senso nelle cose, a sentire, a riempire gli occhi e il cuore
    qui invece c’è solo abbrutimento in mezzo all’abbrutimento
    l’unica cosa che salvo di questo film sono i bambini, gli unici personaggi innocenti e presentati con occhi teneri, ma la protagonista anche qui monoespressiva, non comunica nessuna passione nemmeno per loro, sempre assorbita nel suo mondo, nelle sue pulsioni animalesche, da se stessa, che cosa dovrebbe comunicare mai questo film se non una visione orribile della realtà che non lascia nessuno spiraglio di etica e speranza? e per etica intendo semplicemente credere in qualcosa ed essere onesti verso gli altri (cosa che la protagonista ovviamente non è, visto come tradisce con leggerezza il presunto amore della sua vita)

    e con questo la saluto
    buona domenica

  123. Ilaria scrive:

    Se a lei non interessa “farsi convincere” [nessuno qui voleva farle cambiare idea], forse non dovrebbe nemmeno partecipare alle discussioni di un forum che esistono anche per confrontarsi, scambiarsi opinioni, eventualmente rivedere le proprie e magari, dico magari, uscirne più ricchi.
    Qui il dibattito non era Grande Bellezza-Adèle, ma parlare di un film, che certamente fa discuere e, come nel suo caso, anche arrabbiare.
    Lei parla di etica mancata, ma non vedo cattiveria nella protagonista femminile. Lei, cara Marta, mi pare un po’ bacchettona, ma son contenta abbia potuto vedere questo film, che forse sì, l’ha urtata, ma ad ogni modo le ha permesso di entrare in contatto con un mondo diverso rispetto a quello a cui lei è abituata. E chissà che, fra qualche tempo, ritornando sulle sue posizioni, possa anche trovarvi uno spiraglio di luce.

  124. tommaso scrive:

    L’attrice va benissimo fintanto che interpreta una ragazzina, crolla tutto nella seconda parte quando le due protagoniste dovrebbero essere più adulte e mature. Secondo me Antonioni e Wong-Kar-Wai hanno raccontato l’eros mille volte meglio di Kechiche semplicemente perché sono registi mille volte più dotati artisticamente e tecnicamente di Kechiche, che con Couscous aveva raggiunto l’apice.

  125. Orientale scrive:

    Ma questa Marta da dove viene? Da quale convento di clausura?
    Modesta come poche. Facci sapere dove tieni gli strumenti per valutare i film. In cantina o in garage?
    A scuola sicuramente era sempre fuori tema, come in questo caso.
    Il film non è la Grande bellezza, chissenefrega della Grande bellezza.
    La perla poi sono le pulsioni animalesche.
    Scommetto che tu questo film lo bruceresti, se potessi.

  126. Alberto scrive:

    Se posso avanzare una critica sul tuo pezzo ho visto molta indignazione, se vogliamo piccolo-borghese, di queste scene insistite di sesso sporco, tutto esplicito. Immagino di avranno disturbato anche la bocca sporca di sugo e il moccio al naso. Secondo me invece non è una scelta così stupida, il personaggio di Adèle, stupidotta e instintiva, finisce per essere realistico, col suo accontentarsi di un lavoro di maestra elementare con le crisi nervose, insomma è caratterizzato abbastanza bene. Ma per me la pellicola non era critica sociale né voyeurismo, l’ho visto piuttosto come una rappresentazione dei sentimenti, irrazionali e animaleschi. E in questo non lo si può criticare.

  127. Franca scrive:

    interessante questo articolo
    io l’ho trovato più che altro un film sulla giovinezza e il suo dissolversi
    la scena in cui l’ex amichetta è diventata un’intellettualoide tutto sommato conformata e stereotipata, è un po’ quel momento in cui crollano tutte le illusioni adolescenziali scontrandosi contro chi ha deciso di abbandonare la ribellione per trovare un ruolo più comodo nella società degli adulti
    non lo definirei né un film sessuale né sull’amore, ma proprio un film sull’adolescenza

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