Nuovo cinema paraculo. Superscialla (stai molto sereno, la tua rendita di posizione non te la tocca nessuno)

di Christian Raimo

Quando fra qualche lustro vorremmo capire qualcosa del periodo che stiamo attraversando potremmo forse trovare, in piccoli segnali laterali ai bordi delle grandi notizie, i sintomi più eloquenti. Alle volte faccio anche io così, mi vado a rivedere il giornale del 9 maggio 1978 e accanto alla notizia di Moro ammazzato, c’è quella dell’assassinio di Peppino Impastato, oppure in alto a destra la pubblicità del J&B. Così quando qualcuno andrà a recuperare la data della fine del berlusconismo, magari potrà leggersi la Repubblica del 16 novembre, e sotto la notizia dell’insediamento del governo Monti, s’imbatterà l’articolo di Concita De Gregorio su Scialla!, il film d’esordio dello sceneggiatore Francesco Bruni. E invece di interrogarsi in maniera critico-politica su cosa è significato questo passaggio dalla deriva berlusconiana al commissariamento del governo Monti, potrà ritrovare delle risposte in un filmetto innocuo e bruttarello, ma cristallino nella sua ideologia.

Addirittura, si direbbe, iconico.

C’è proprio un immagine infatti che viene utilizzata dallo stesso Bruni come chiave di volta della storia.

È la famosa scena in cui Enea prende sulle spalle il padre Anchise, una scena che simbolicamente mostra un aspetto della sua famigerata pietas, la devozione filiale. Proprio quest’immagine viene inquadrata in un momento clou del film, zoomata da un libro di latino. C’è Fabrizio Bentivoglio [che, superspoiler, è Bruno, uno sfaccendato cinquantenne che in gioventù ha fatto lo scrittore e l’insegnante e che invece da anni campa con le ripetizioni private e facendo il ghostwriter per le biografie di personaggi sedicenti famosi, a cui un giorno la madre di uno dei suoi studenti, Luca, rivela una notizia sconvolgente che però in effetti non lo sconvolge molto: Luca è suo figlio. Lei glielo confessa mentre sta partendo per il Mali (per lavoro? è un’interprete del linguaggio dei segni precaria?) e praticamente gli chiede / lo obbliga a tenerselo in casa per i sei mesi che lei starà via ma mi raccomando senza rivelargli però la verità, e occupandosene quindi come professore-tutore] che ha deciso di sottoporre Luca a un regime di studio più intenso. Lui non ne vuole sapere, e Bruno s’infervora e gli spiega con l’immagine di Enea-Anchise (che il figio scemotto chiama Ascanio) il senso che i romani attribuivano alla pietas. Poi in uno dei tanti non-colpi di scena di una sceneggiatura telefonatissima, verso la fine del film Luca si troverà a caricarsi sulle spalle e a trasportare per le scale di casa un Bruno acciaccato (due ernie “telefonate”) dopo aver difeso il figlio in una rissa. “Come Ascanio co’ Enea” “No, era Anchise”, sottolinea la sceneggiatura, generosa per le persone con problemi alla corteccia frontale.

È talmente consapevole la scelta di quest’immagine che qualcuno, forse Bruni stesso, ha deciso di usarla anche per la locandina del film, che sembra la versione aggiornata del mito.

Ma questa stessa immagine, a pensarci bene, svela l’ambivalenza del messaggio del film. A guardarla con attenzione, si può vedere un figlio che si prende sulle spalle, sul sellino posteriore del motorino, il padre; oppure. Oppure si può vedere un padre che si accolla sul figlio: che gli si carica lui sopra, e il figlio non può fare a meno di portarne il peso.

Sembra proprio che questa seconda lettura possa svelare la luce sinistra che promana dal progetto Scialla!: l’idea di fare un film che nel criticare una generazione di smidollati cinquantenni, li ritragga invece in un modo talmente bonario da essere onni-assolutoria con tutti gli errori di una generazione. Non solo assolutoria, ma alla fin fine addirittura esaltante: pur avendo inanellato una dopo l’altra una serie di cazzate che non gli hanno permesso di essere pienamente adulti e responsabili, questi sedicenti adulti ora possono permettersi di caricare il peso della loro crisi di mezz’età sulle nuove generazioni. La crisi politica, sociale, economica, la crisi dei modelli famigliari, educativi che non hanno saputo affrontare non vieta loro di gravare appunto su chi ha la forza fisica e la fiducia per sostenerli.

In questo senso il film di Bruni è un film chiarissimo nella sua costruzione ideologica: è un film che vuole rivalutare la paternità, come afferma lo stesso regista in quest’intervista senza però affrontare nessuna delle altre crisi che stanno intorno alla crisi di questo ruolo, ossia quella di tutte le agenzie educative (la famiglia, la scuola, il rapporto tra le generazioni, la coesione sociale). Tutto il resto intorno a Luca e Bruno è destinato a rimanere uguale, acriticamente accettato, e Luca non sembra far altro che aver imparato una lezione alla fine: il modello egoistico del padre è preferibile ad altri modelli egoistici. Imparerà a vivere di rendita sociale come il padre, fancazzista a cinquant’anni?

Vediamo. Qual è il modello che il padre gli offre: Bruno è un sedicente letterato, uno scrittore che in gioventù sembra avere avuto qualche riconoscimento, la cui cultura è testimoniata dai tanti libri che ha in casa e dal fatto che presta alla pornostar di cui sta redigendo l’autobiografia da ghostwriter dei libri elitariamente colti, libri di poesia: Szymborska, e soprattutto Patrizia Vicinelli, il cui volume Non tutti ricordano è mostrato una tale quantità di volte nel film che sembra un product placement per la collana Fuori Formato de Lettere. È un letterato che da giovane se ne andava a leggere i suoi racconti in giro per l’Italia e si rimorchiava qualche attrice altrettanto sfaccendata, la metteva incinta e poi via, si scordava pure di farle una telefonata (così, rivela a Luca alla fine del film, è accaduto pure con sua madre). Bruno, che aveva trovato da giovane un posto come insegnante di lettere, ma poi si è stufato perché la scuola con tutte le sue regole, i suoi orari, i suoi metodi educativi lo spallava troppo, e ha preferito fare più soldi con le ripetizioni private e con le biografie scritte per gli altri, tutto in nero ovviamente. Quando Francesco Bruni nell’intervista lo descrive come un loser e poi noi lo vediamo sullo schermo pensiamo che il regista non abbia un’idea precisa di cosa sia un loser. Perché Bruno vive una casa niente male a San Saba, il quartiere più fico di Roma, perennemente illuminata dalla luce caravaggesca del direttore della fotografia Catinari, e può svegliarsi quando gli pare e fare colazione al bar, campare crassamente 1) sulla crisi della scuola pubblica che lui stesso ha contribuito a avallare rifiutando l’impegno quotidiano che questa chiedeva, e 2) sulla crisi dell’editoria che fa chiudere per mancanza di fondi collane come quella in cui è stata pubblicata Vicinelli per dare spazio a libri-monnezzoni tipo le biografie delle pornostar che lui stesso contribuisce a scrivere. C’è un filo di ragionamento su tutto questo nel film? No.

Il personaggio che, come confessa nell’intervista, dà esplicitamente ispirazione al Bruno di Bruni è Drugo del Grande Lebowski; ma al contrario del film dei Coen dove la parabola della perdita era chiara, ed erano chiare le parti in gioco [Drugo, si dice nel film è stato uno dei più importanti leader studenteschi (uno degli autori della Dichiarazione di Port Huron, manifesto del movimento americano degli Studenti per una Società Democratica) e ora invece vive veramente in una casa dei sobborghi, disoccupato, loser a tutti gli effetti proprio perché come gli dice il Lebowski ricco quando Drugo va a reclamare il suo tappeto: “La vostra rivoluzione è finita, signor Lebowski! Condoglianze! Gli sbandati hanno perso! Faccia come i suoi genitori, accetti il mio consiglio: si trovi un lavoro! Gli sbandati perderanno sempre! Mi ha sentito, Lebowski? Gli sbandati perderanno sempre!”], qui l’aver fatto cazzate in gioventù, l’aver fatto del disimpegno la propria bandiera, non comporta una vera crisi – si ha sempre una casa a San Saba, un figlio che se ti rifai vivo a quindici anni non ti manda a fanculo, qualche famiglia ricca a cui spillare i soldi. Se i Coen dicevano: quella rivoluzione è fallita e adesso è la finanza post-reaganiana a comandare il mondo, l’unica possibilità di rimanere coerenti con quegli ideali è non aver a che fare per nulla con questa brutta gente, non compromettersi, imbarbonirsi, trovarsi un cantuccio in cui giocare a bowling con altri due amici altrettanto scoppiati, Bruni sembra dire contro se stesso, inconsciamente, che la società italiana non è cambiata perché qualcuno invece di impegnarsi seriamente ha preferito fare da parassita al welfare formale e informale e rimanere un adolescente viziato, a citare Pasolini e Vicinelli.

È indicativo proprio il conflitto che in tre occasioni Bruno ha con le insegnanti di Luca, con le quali va obtorto collo a parlare nei colloqui con i genitori in vece della madre [madre che pure, lo vogliamo dire, se ne sta, unico genitore di un figlio quindicenne chiaramente a rischio, sei mesi a lavorare a cosa? in Mali (!) e si fa sentire ogni quindici giorni per sapere se va tutto bene!]. L’insegnante di lettere, la Di Biagio, con cui Bruno ha a che fare, è molto agguerrita e sicura di sé. Una militante della scuola. E oppone all’ex-insegnante Bruno un’altra idea di didattica. La didattica basata sulle competenze. Che Bruno invece chiaramente schifa, per un’idea invece di didattica basata sulla cultura umanistica vaga e rimpianta. È un conflitto serio, lo sa chi vive nella scuola. Tra chi come la Di Biagio cerca faticosamente di fare acquisire degli strumenti e chi come Bruno rimpiange la scuola in cui è stato educato lui, prima della Riforma Brocca. Bruno probabilmente non è stato un cattivo insegnante (probabilmente non è stato neanche quell’insegnante prodigioso che viene a un certo punto favoleggiato nel film quando incontra un ex allievo), ma è stato un insegnante che ha deciso di non aggiornarsi, che ha creduto che quella cultura umanistica della scuola gentiliana-crociana gli desse una sorta di superiorità morale, e adesso oppone questa superiorità morale all’insegnante che gli parla di questa strana parola, “competenze”. Anche qui allora si apre un’ulteriore faccia di quel poliedro della crisi che Bruni inquadra senza mettere a fuoco: la crisi di quegli intellettuali che, superbi di una loro superiorità morale-intellettuale, studenti di una scuola generosa e inclusiva come quella degli anni ’70 e ’80, ora non hanno voglia di aggiornarsi, di mettersi in discussione e sanno solo blaterare di “giovani che non capiscono”, di “inutili competenze”, di un tempo rimpianto in cui la scuola serviva anche come sistema di potere per riasseverare le differenze di classe. Insomma le Paole Mastrocola, i Cesari Segre, gli Umberti Galimberti, che sono proprio i modelli di riferimento educativi per molti insegnanti e genitori di sinistra. Questa scuola, piena di nozionismo e professori che usano i metodi personali, che non si confrontano, che non accettano mai di farsi valutare, che campano con le ripetizioni private appunto, è quella che Moretti trentacinque anni fa metteva alla berlina in Ecce bombo. Bruni invece sembra avere a cuore ancora la stessa idea di scuola che aveva in Ovosodo, film di cui era sceneggiatore. Se guardiamo questa scena con gli occhi di oggi e la confrontiamo con un’altra clip di Scialla!, è come se ricavassimo qual è l’idea di didattica di Bruni: quella di un mondo semplificato, in cui la letteratura è la biografia di Nelson Mandela, e Patroclo e Achille erano du’ froci, e in fondo le storie del mondo sono tutte uguali, e per cui studiare le tecniche non serve, ma l’importante è intuire, farsi un’idea, capire approssimativamente le cose, Baricco. Quell’idea che in Ovosodo veniva messa in bocca allo studente outsider Piero (Edoardo Gabriellini) ora è diventata per Bruno addirittura un metodo per gli insegnanti.

Ma ci sono ancora altri dettagli che vanno sottolineati nell’ideologia del film. Uno sta tutto nel finale [superspoiler]. Ed è il sassolino nella scarpa che Bruni sembra volersi togliere contro l’eroizzazione dei delinquenti che avviene nei vari Romanzi Criminali. Qui Vinicio Marchioni si presta al gioco e interpreta un boss della malavita romana, un superspacciatore, elegante e colto, che guarda Truffaut con gli amici e si tiene uno Schnabel in casa. A questo boss detto appunto Il Poeta, Luca, ingenuamente avviato insieme a due suoi amici sulla strada del piccolo spaccio, si ritrova a rubare in casa un po’ di coca e un mucchietto di soldi. Il Poeta allora lo fa braccare, ma quando lo acciuffa, lo trova insieme al padre. E qui: agnizione e grazia. Bruno infatti è stato il suo professore di lettere al liceo, quello che gli ha fatto amare la cultura, Pasolini e compagnia, e per cui lui adesso è sì un megaspacciatore ma anche un cinefilo: padre e figlio vengono non solo risparmiati dal pestaggio, ma addirittura accompagnati a casa nel macchinone superlussuoso del Poeta. Così, tutto pare tenersi. Bruno non si fa molti dubbi sul proprio ruolo educativo, anzi. L’ex insegnante che ha lasciato la scuola perché troppo piena di regole e impegni quotidiani e stipendi bassi, adesso che si ritrova davanti un suo ex studente diventato un megapusher, accetta addirittura di scrivergli la biografia: ossia, se lo spettatore non si inganna, di foraggiare coi soldi dello spaccio di coca la sua nuova vita famigliare, in cui si occuperà a tutti gli effetti di Luca. Scusate: e a noi, questo personaggio dovrebbe stare simpatico? E, a parte la simpatia, dovrebbe essere un modello educativo, paterno?

Francesco Bruni sembra volerci dire di sì. Perché Bruno in realtà una morale ce l’ha. Ed è quella che non vuole che questa biografia che sta scrivendo diventi un film. Quando negli ultimi fotogrammi, Il Poeta gli dice che se viene bene questa biografia c’è un produttore interessato a farne un film, Bruno ha un moto di stizza, e se ne va. Non si possono dare ai giovani questi modelli di eroi come in Romanzo Criminale. Che cos’è uno si chiede allora che Bruno non approva? La spettacolarizzazione? Il cinema? Le immagini che sostituiscono la scrittura? Perché la biografia scritta sì e la serie tv no? La risposta in realtà sembra più sottile e sembra avere a che fare più con una questione di sostanza che di forma narrativa. Quello che Bruno non tollera è il conflitto. È il conflitto che le nuove generazione possono portare alla sua di generazione. La possibilità di una vera messa in discussione, di una reale definitiva accusa. Di una presa di posizione irriducibile, che significherebbe realmente dover accettare una sconfitta, o almeno una coscienza di una crisi generazionale forte. Il successo della mitologia di Romanzo criminale è vero che è per molti ragazzi borghesi è, come testimonia questo pezzo di Tommaso Giagni , soltanto un’esibizione della propria fasulla arroganza. Ma per altri, meno borghesi e meno integrati, mette in mostra e potentemente anche un conflitto più reale, quello tra classi, quello tra chi ha i soldi e chi non ce l’ha, tra chi ha una casa a San Saba e chi per andare a scuola si deve svegliare alle sei e prendere tre autobus. Mostra questa tensione sociale. Che invece risulta essere il vero rimosso del film. Così la sua stigmatizzazione degli eroi della Magliana risulta ancora più rischiosa, perché sembra voler ribadire un concetto: voi proletari, voi ragazzi drop-out, non avrete mai voce. Scriveremo noi le biografie al posto vostro. Racconteremo noi la vostra storia. Diremo noi, sulla prima pagina di Repubblica qual è il bene e quale è il male, dove ridere e dove riflettere. Se vi sta bene così, okay, potete far parte della società. Altrimenti, ciccia.

E ora, caro ragazzo portami, a cavacecio ancora un po’.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
12 Commenti a “Nuovo cinema paraculo. Superscialla (stai molto sereno, la tua rendita di posizione non te la tocca nessuno)”
  1. Lorenzo scrive:

    “la letteratura è la biografia di Nelson Mandela, e Patroclo e Achille erano du’ froci, e in fondo le storie del mondo sono tutte uguali, e per cui studiare le tecniche non serve, ma l’importante è intuire, farsi un’idea, capire approssimativamente le cose, Baricco.”

    Una delle descrizioni più chiare mai lette sul significato della letteratura oggi…

  2. carlo scrive:

    non capisco tutto questo livore contro la generazione degli anni 50/60. O forse solo del’60? Non è chiaro quando inizi il degrado socio-politico-economico-morale-etico-ambientale-storico (cosa dimentico?)-ecc..ecc.. secondo Inglese e secondo la così detta generazione TQ. Con lo stesso metro quelle del ‘40 avrebbero dovuto fucilare i loro padri perchè gli accollarono fascismo e nazismo. Per retrocessioni storico-temporali dovremmo condannare ora per allora la generazione di Napoleone responsabile della rivoluzione tradita. E così via. Arriveremmo presto al capostipite, vero colpevole di quella insopportabile barbarie dal nome umanità. Solo un’annotazione: gli anni ’70 hanno registrato la produzione normativa senza precedenti nella storia della Repubblica italiana in materia di protezione dei diritti civili e di cittadinanza (lavoro , sanità, casa, beni pubblici) e della dignità delle persona . Tutto inizia a smontarsi a metà degli anni ’80. Seppelliti Moro e Berlinguer, inizia l’era Craxi/Andreotti che scimmiottando lo Yuppismo statunitense impresse un colpo durissimo alla cultura solidale (di destra e di sinistra) su cui si fondò il partito della corruzione, l’antistato politico-mafioso che degradava dall’interno le istituzioni democratiche sulle orme del “progetto Gelli” di cui Berlusconi è stato il più autorevole interprete.

    Ripeto qui quanto già detto altrove sull’argomento (Nazione Indiana, nei confronti di Biondillo)

    “” (TQ)…che sbloggano complimentandosi a vicenda per i gran bei “pezzi” pubblicati qua e là , mentre in giro per il mondo si crepa ammazzati per gli stessi identici motivi di fondo. Sai qual è la differenza, biondillo? I TQ italiani possono contare sui padri, su coloro contro cui hanno ingaggiato una sterile, miope, infantile polemica generazionale. Possono contare sull’appartamentino di proprietà, sulla pensioncina e sul generale walfare scaricato dallo stato sulle famiglie. I TQ del Nord Africa( ma nel Sud Africa è peggio) hanno padri poveri quanto loro e la miseria è l’unico comune denominatore, ragion per cui ai blog , ai twitter ed ai facebook si è affiancata la piazza reale, non certo per una manifestazione che tanto poi a casa scrivo tutto sul mio blog, o ci faccio un libro, un pezzo da sballo, ma che figata! L’istat dice che l’80% degli italiani è proprietario di alloggio. Nel senso che un quarantenne disoccupato, costretto a stare ancora in famiglia è considerato proprietario di un alloggio. Non ho mai sentito una sola parola di indignazione nell’essere considerato un figlio di famiglia in età adulta (Sì, certo, ricordo la violenta polemica attorno ai “bamboccioni” Ma erano e restano parole). Nel nord Europa, da sempre, un ragazzo che resti in famiglia dopo 23/25 anni viene letteralmente insultato, perde ogni dignità sociale. Sono persuaso che in questo periodo le parole hanno perso di peso, non possono più considerarsi “pietre” in un’epoca liquida, se non aeriforme, con buona pace di Bauman. La macchina della comunicazione le ingoia, le trita e sforna prodotti di consumo di massa. Contro questo sistema valgono solo i fatti ed i popoli senza padri lo sanno bene e ci mettono il corpo.””

  3. Nadia Russo scrive:

    Ehm…
    il padre di Tommaso Padoa Schioppa era amministratore delegato delle Assicurazioni Generali.
    E il padre di La Russa? parlamentare.
    E il papà di Veltroni? dirigente Rai.

    E adesso rapportate l’iniziale patrionio di potere famigliare di questi signori al risultato in uscita…

    No, tanto per capire da che parte stanno – se mai ce ne debbano essere – i veri bamboccioni.

    Sulla generazione dei fascisti (i padri giudicati dai figli) si dovette discutere a lungo (anzi, troppo a breve) prima di arrivare all’amnistia.

    E la generazione dei Sessanta inscenò contro padri meno colpevoli di questi qui attuali un carnevale che forse aveva qualcosa della ricreazione di cui parlò De Gaulle.

    Qui, si dia almeno la libertà di un dibattito serio, che mi pare esserci seppure con qualche scivolata e molte (invece) impennate di stile e di sostanza.

    Cioè, se questo dibattito qui è miope e infantile, quello di tanti sessantottini che fu? prenatale?

  4. Nadia Russo scrive:

    Ovviamente era una risposta all’interessante e stimolante post di Carlo

  5. christian raimo scrive:

    @ Carlo @ Nadia Russo

    Sembra che io non possa essere d’accordo con voi, e invece lo sono: quello che critico in quella generazione che viene esaltata in Scialla! è semplicemente la sua mancanza di autocritica, e l’idea che l’autolegittimazione morale ed economica debba essere passata di padre in figlio.

  6. Nadia Russo scrive:

    …e perché sembra che tu non possa essere d’accordo con me se io lo ero esplicitamente con te? Pensieri del tè…

  7. carlo scrive:

    concordo poco con entrambi. è evidente la libertà e l’opportunità d’una critica anche aspra verso un periodo storico ma che non può esaurirsi nell’asfissia d’una polemica generazionale. Nadia in particolare ironizza in modo leggero ma forse dimentica (difficile che non sappia) come i figli assieme ai padri lottarono (studenti ed operai uniti a volte anche contro la diffidenza e le indicazioni del PC), conquistarono ciò che sappiamo. Dentro quella lotta comune c’era anche una critica ai costumi, alla morale, alle tradizioni, alla cultura d’una generazione che sarebbe stata l’ultima “pesantezza” d’un mondo in liquefazione. Ma Bauman è sociologo non veggente. Critica aspra e profonda che faceva il paio con la solidarietà. L’avversario non era la generazione dei padri ma un mondo da cambiare dove anche i padri erano visti quali vittime inconsapevoli e testarde. Trovo inconsistente questa polemica perchè semplifica in modo imperdonabile e pare il fondamentalismo del “qui ed ora” , vera ideologia del presente che tutto potrebbe ingurgitare senza neppure un senso di colpa.

  8. marino scrive:

    non ho visto il film condivido tuttavia le questioni che emergono. l’evitamento del conflitto, ineludibile tra generazioni, è una disgrazia. probabilmente chi lo elude non ha “strumenti” per gestirlo, si sente impreparato, preferisce nascondere le differenze. questa strategia di rimozione denutrisce le relazioni, le sgretola dal di dentro, sino alla rottura sul lungo periodo, consegnando il soggetto-persona a una sorta di vuoto sociale ed esistenziale.

  9. Francesca Serafini scrive:

    APPLAUSO!

  10. Interessante riflessione. Scialla! rappresenta secondo me molto bene (certa) Italia di oggi e lo scontro generazionale che mette in scena è molto realistico: da una parte la generazione disillusa e rassegnata che ha vissuto il ‘68 e ha visto concretizzarsi nella generazione successiva tutti i timori e gli ostacoli da combattere e dall’altra parte quella dei giovani d’oggi, senza ideali e disciplina.

  11. kapola scrive:

    Egregio Raimo ammiro il tuo coraggio nella tua ficcante invettiva, credo però che tu non abbia idea di cosa sia uno sceneggiatore. Scomodare ideologie per un filmetto che non passerà alla storia mi sembra alquanto prestestuoso. Così come un analisi così analitica e profonda che si può dedicare al massimo a un film di Malick. Quanto poi alle riflessioni politiche e sociali ma perchè dovrebbero esserci? Se minimamente le sfiora Virzi, in questo film vengono totalmente messe da parte. Concordo sul fatto che esiste un punto di vista di padre 50enne di cui a me frega poco sui giovani d’oggi (che brutta parola) e si stupisce di come sia difficile afferrarli e farli ragionare secondo un suo modello di comportamento. E dunque, se si tratta di commedia voglio ridere (e non rido) e non preoccuparmi di verosimiglianze. Se invece si tratta di qualcosa di leggermente più alto allora comincio a preoccuparmi. Ma sono anni che i registi guardano la vita dalle serrature degli appartamenti di San Saba o Prati. Dalla Comencini a Ozpetek non se ne salva nessuno. Questo film, a parer mio, sembra molto più innocuo e non ideologico se non in maniera inconsapevole. Già il titolo è innocente. Immagini questo gruppeto di radical chic che di fronte a una torta rustica di un brunch domenicale si raccontano e stupiscono di come cambi lo slang romano tra i loro pargoli che cominciano a crescere. Quindi “Scialla” è già l’avviso di un istant movie visto da un 50enne. Esattamente come il Vanzina dei “Fichissimi” o di “Sballato gasato completamente fuso”. con la differenza che lì si andava a esplorare da dentro il mondo dei coatti non li si osservava con bonaria diffidenza salvo poi ravvederli nel finale (questo sì fastidioso). Il finalino autocitazionista con Marchioni a me non ha dato fastidio. Resta il dubbio di perchè Bentivoglio venga classificato ancora come attore e non come veneto depresso.

  12. DaniMat scrive:

    “Quando vorremmo…, potremmo …”? Sono perplessa, Raimo.

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