o.j. simpson

O.J. Simpson. La storia delle storie

oj-simpson-white-ford-bronco-car-chase

Sei un uomo nero in America e combatti la tua guerra. Se ottieni un successo personale, hai fatto breccia.
Walter Mosley – O.J.: Made in America

Appena O.J. ha fatto i soldi ha tagliato la corda e non è più tornato. È diventato bianco.Beh… Ha gli sbirri alla calcagna. È di nuovo nero adesso!
American Crime Story. The People v. O.J. Simpson

Io non sono nero, sono O.J. Simpson.
O.J. Simpson

Se non fosse completamente vera, e qualcuno ce la raccontasse, la storia di O.J. Simpson ci parrebbe una sciarada. Una congettura narrativa piena di sofisticazioni, invenzioni, estensioni e iperboli. Moltissime  ̶  addirittura troppe  ̶  le cose che contiene: la varietà di generi narrativi raccolti insieme, la proliferazione di argomenti suscettibili di approfondimento, un quantitativo di personaggi da far venire il capogiro. La storia di O.J. Simpson è la storia di un paese intero, l’America. Un uomo, un afroamericano, e la riscrittura di una vita a opera di sé stesso battezzati a enigma, a macchia storica di un’intera nazione.

Due recenti prodotti filmici ne ricostruiscono la storia. In entrambi i casi la vicenda è restituita in un racconto seriale. Concentrare il discorso, compattare la narrazione, ridurre la durata: impossibile. O.J. Simpson è saga. E infatti, ecco American Crime Story. The People v. O.J. Simpson basata sull’omonimo libro di Jeffrey Toobin, scritta da Scott Alexander e Larry Karaszewski, prodotta da Ryan Murphy e O.J.: Made in America un’epopea di oltre sette ore, diretta Ezra Edelman. Un documento imponente, straordinario, premiato con l’Oscar.

Il 2016-17 è stato un anno particolare per il cinema americano. Tre film su cinque in corsa per il miglior documentario trattavano il conflitto razziale: I’m Not Your Negro, 13th, e O.J.: Made in America. Si è parlato della stagione del “black power” per via dell’uscita di una profusione di film sul tema. Da Moonlight a Fances, da Loving a A United Kingdom passando per Il diritto di contare, solo per citarne alcuni.

American Crime Story. The People v. O.J. Simpson circoscrive il discorso. Parte dal delitto e ricostruisce il mitico inseguimento del 17 giugno 1994, quando O.J. rifiutò di costituirsi per l’accusa di duplice omicidio e intraprese una fuga con l’amico storico, Al Cowlings, a bordo di un suv Ford Bronco bianco per le autostrade nei dintorni di Los Angeles.

Prese in ostaggio se stesso. Minacciava di ficcarsi un proiettile in testa se qualcuno lo avesse intralciato nella corsa. Concepì quello che Kato Kaelin (vicino di casa e testimone al processo), non senza ironia, ha definito «uno dei più grandi party che Los Angeles abbia mai visto»: capannelli di persone ai bordi delle strade a incitarlo, erano in migliaia sui cavalcavia a declamare “Free O.J.” e «Go, O.J., go», lo slogan degli spot della Hertz di cui il campione del football era stato testimonial negli anni ’70 e che lo consacrarono, oltre il campo da gioco, nella tv nazionale.

I neri, guardando il piccolo schermo,  si specchiarono per la prima volta in un eroe fatto con i loro stessi pigmenti: «Ci piaceva guardarlo. Sembrava uno di noi»; i bianchi riconobbero in lui «un’immagine tranquillizzante». Su questo, è preziosa l’analisi del Dottor Harry Edwards, uno tra gli oltre 70 intervistati nel documentario di Edelman: «l’obiettivo di O.J. Simpson era quello di far sì che gli altri non lo identificassero solo per il colore della sua pelle ed è proprio per questo obiettivo che la società dei bianchi non solo lo ha accettato, ma lo ha anche sostenuto. […] Hanno avallato l’idea che fosse possibile cancellare l’essenza nera, la cultura nera. È questo che rendeva O.J. appetibile».

E quello sciame di auto della polizia che «non lo toccavano, lo accompagnavano». Una sequenza d’azione che scombinò il palinsesto tv: la diretta della finale dell’NBA ridotta a quadratino nella parte bassa dello schermo. Oltre 95 milioni di persone assistettero alla sospensione della partita Houston Rockets contro New York Knicks e alla messa in primo piano del «The Bronco Chase».

Fino ad arrivare al caso giudiziario del secolo e alla sconvolgente ripercussione mediatica che ebbe a metà degli anni ’90. La macchina da presa nella serie di Ryan Murphy è sempre in movimento, per restituire l’inarrestabile «circo mediatico» che il caso generò, la risonanza epica che ebbe sull’informazione e come quest’ultima abbia riverberato i propri effetti in tribunale: influenzando l’azione di avvocati e giurati, depistando l’attenzione dai fatti, determinando gli sviluppi sostanziali fino al verdetto finale.

Il processo O.J. Simpson, oltre a stravolgere la vita privata di tutti i coinvolti, polarizzò una popolazione. Da una parte i bianchi e dall’altra i neri. A un mese dall’omicidio il 63% dei bianchi pensava che O.J. fosse colpevole, il 56% dei neri riteneva fosse innocente. Più di un anno dopo, il 77% dei bianchi sosteneva la colpevolezza, mentre il 72% dei neri continuava a proclamare la sua innocenza. Quello di O.J. Simpson è il processo che ha cambiato la storia dei diritti civili degli afroamericani: «O.J. è stato una nave», dichiara l’attivista Danny Bakewell in O.J.: Made in America, «uno strumento che ha permesso a qualcosa di venire fuori e di essere esposto».

In O.J. i neri intravidero un riscatto, un rimborso, il risarcimento per tutti i torti, le violenze, le discriminazioni subite. Eula Love (3 gennaio 1979), 39th and Dalton (1° agosto 1988), Rodney King (vittima di un terribile pestaggio da parte dell’LAPD il 3 marzo 1991), Latasha Harlins (16 marzo 1991). Fu Johnnie Cochran, l’avvocato afroamericano della difesa, a trovare gli argomenti per ribaltare la prospettiva di tutta la faccenda.

Johnnie  Cochran sfoggiò i muscoli e il cervello dell’avvocato senza scrupoli e riuscì a scagionare Simpson. Seppe orchestrare gli equilibri interni della squadra (O.J. aveva dalla sua un team di 7 avvocati, tra cui Robert Shapiro, il legale più famoso di Hollywood), spostò l’intera questione sul piano razziale, trovò la chiave per rendere dubbie prove evidenti, escogitò il modo di connettere il caso specifico alla storia del razzismo, lo collegò ad altri episodi di discriminazione, vendicò i pregressi sopraffattori e violenti dell’LAPD e trasformò O.J., l‘uomo «che non aveva mai fatto niente per la comunità, la cui voce era muta su tutte le questioni legate alla gente nera» (Danny Bakewell, attivista dei diritti civili), «in una vittima dei diritti civili» (Jeffrey Toobin).

O.J.: Made in America è un’opera immensa: quasi tutte le citazioni contenute in questo articolo provengono da lì. Il regista chiama a “testimoniare” amici e nemici, parenti e poliziotti, scrittori e sociologi, giurati e testimoni, tifosi e registi, tracciando di Simpson un ritratto completo, il più esaustivo e rigoroso che si possa concepire.

Si apre con i fasti di un campione in erba, quel fenomeno del football cresciuto a San Francisco, nel team della USC (University Southern California), capace di oltre 2000 yards in una sola stagione (1973 nelle file dei Bullafo Bills), per risalire alle origini, a una famiglia proveniente dalla Lousiana, prima che Orenthal James Simpson nascesse, il 9 luglio 1947, e diventasse un mito.

Quella predisposizione naturale per l’ambizione che si è presto trasformata in una corsa smodata al successo, «essendo nato in un ghetto la cosa che mi interessava di più non erano i soldi, ma la fama. L’essere conosciuto» (O.J. Simspon). La volontà di essere il migliore, di sfondare nello sport  ̶  oltre lo sport: nel cinema, in televisione  ̶  la necessità di correre il più forte possibile, «di scivolare» in orizzontale o in verticale sul campo, con l’obiettivo di raggiungere il massimo, di battere il record di Jim Brown, di battere ogni record.

Ma anche la necessità di piacere alle donne. Il bisogno di attenzione e di possesso. La gelosia folle e insana per la seconda moglie, una giovane donna bianca «che di football non ne sapeva niente». Nicole Brown aveva appena 18 anni quando conobbe The Juice (il soprannome assegnatogli quando giocava nei Bills e che lo ha sempre accompagnato). Nicole tentava di spiegarsi le percosse, la violenza domestica che subiva. “Mi picchia perché suo padre era gay?”, domandò a un certo punto a Ron Shipp, membro dell’LAPD  dal 1975 al 1989 e amico di entrambi i coniugi Simpson, in seguito a uno dei molti episodi di sopraffazione del marito. Tutti questi episodi sono rimasti impuniti.

Per arrivare, anche in O.J.: Made in America, all’assassinio, stavolta mostrato in maniera chiara, inequivocabile. Il cadavere di Nicole disarticolato in profondità, dalla gola fino al collo. Le venti pugnalate scaricate sul torace di Ronald Lyle Goldman. Le gocce di sangue sul cancello, i rivoli di sangue sul vialetto della villa, le pozze di sangue sui corpi lacerati, il guanto che ha fatto storia. Il guanto che non calzava: una delle prove con cui Cochran persuase la giuria che era stata compiuta una manomissione intenzionale della scena del crimine a opera della polizia. Il responsabile sarebbe stato Mark Fuhrman, lo sbirro che pronunciava la parola “negro” a ogni piè sospinto. I nastri vocali di Fuhrman scatenarono l’opinione pubblica degli afroamericani, erano «una prova che non poteva essere nascosta alla giuria», malgrado «non avesse alcun legame con l’omicidio». Quando Fuhrman ha capito che quel caso avrebbe potuto mandare all’aria anche la sua vita ha cominciato ad appellarsi al quinto emendamento, il diritto di non rispondere, di non auto-incriminarsi, come fosse una preghiera da recitare.

E quindi, l’interminabile processo, un capitolo complesso, dal peso preponderante, accecante, un capitolo che non si è mai risolto davvero.

Il processo O.J. Simpson durò 267 giorni, coinvolse 133 testimoni, 1105 pezzi di prove, 45.000 pagine di trascrizione in tribunale. Il paese intero ne seguiva gli sviluppi in tv. Un’attesa durata 267 giorni e poi risolta in poche ore. La giuria deliberò in un batter d’occhio: votò la non colpevolezza dell’imputato. Una giuria composta di 12 persone che vivevano in una camera d’albergo da mesi. «Ho passato 266 notti lontano da casa, senza poter parlare con gli altri giurati, senza avere contatti con nessuno, tranne me e i miei pensieri», confessa Yolanda Crawford, giurata numero 2, in O.J.: Made in America. 12 persone isolate nel tempo e nello spazio. 8 di queste 12 persone erano donne afroamericane, 9 dei 12 giurati avevano un conto in sospeso con i bianchi.

Il giurato numero 6, uscendo dall’aula a verdetto deliberato, alzò il pugno, un gesto che si rifaceva all’atto di protesta di Tommie Smith e John Carlos alle olimpiadi di Città del Messico del 1968. Si scoprì che era stato un membro delle Black Panthers.

Ezra Edelman ci racconta anche questo, racconta altre storie: le storie che precedono, confluiscono e seguono il caso O.J. Simpson. Edelman abbraccia la complessità, si fa scanner volto a cogliere la stratificazione, ad accogliere i punti di vista, ad accludere le contraddizioni e le estensioni, lo aggancia alla Storia.

Dunque, forse è vero quello che sostiene Robert Lipsyte (reporter del The New York Times): «O.J. Simpson era l’atleta reazionario», perché ha potuto beneficiare delle conquiste dei fratelli che lo hanno preceduto senza interessarsene; e pare ancora più vero ciò che sostiene Danny Bakewell, attivista dei diritti civili, presenza traversale nonché voce tra le più significative nel documentario: «Il processo O.J. Simpson si è avvantaggiato della storia razziale di Los Angeles».

E tutto ci riporta a oggi, alla prigione di Lovelock, Nevada, dove Simpson risiede dal 2008, in seguito a una condanna a 33 anni per sequestro di persona e rapina a mano armata. Ma non per omicidio, non per l’omicidio di Nicole Brown Simpson, la ex moglie, e di Ronald Lyle Goldman, l’amico. Non è per l’efferato duplice omicidio avvenuto a Brentwood, la notte del 12 giugno 1994, quartiere residenziale della zona ovest di Los Angeles, dove fu ritrovato anche il cadavere di Marylin Monroe, che O.J. sconta la sua condanna.

Imperdonabile assassino, assassino graziato, presunto innocente, innocente colposo, penalmente assolto. Da qualsiasi punto di vista la si voglia guardare, l’assoluzione di O.J. Simpson è il frutto di un compromesso storico, sociale e mediatico. È la conseguenza di equilibri che poco hanno a che fare con l’evidenza delle prove, e che riportano alla contorta matassa della questione razziale e ai sempiterni miraggi e retaggi del sogno americano.

È fuorviante e riduttivo guardare la parabola di O.J. Simspon e leggere nel verdetto solo un’omertosa sospensione del giudizio da parte delle istituzioni. Ci si è decisi a riscattare la discriminazione razziale puntando sull’eroe e non si è fatta giustizia sul colpevole perché l’uomo era già entrato nelle grazie di un Paese intero: «O.J. è stato il primo a dimostrare che i bianchi avrebbero comprato i prodotti pubblicizzati da un nero» (Dr. Harry Edwards).

O.J. Simpson è stato il primo nero a entrare in un golf club aperto a soli bianchi, è stato il primo nero a organizzare party nella sua villa con i poliziotti di Los Angeles, è stato un nero che si è comportato da bianco: «Hanno cercato di convincermi a entrare in politica. All’università è successo un paio di volte con il movimento per i diritti dei neri. Penso che cercassero di sfruttarci e molto spesso la cosa ci ha danneggiato. Se io dovessi parlare per qualcuno sarebbe solo a nome di me stesso».

La parabola di O.J . Simpson chiama a sé il biopic, il racconto di formazione, il racconto sportivo, il riscatto sociale, l’horror, il giallo, l’action movie, il legal thriller, il romanzo storico e politico, il grottesco, il revenge movie, il genere carcerario e chissà cos’altro ancora. Anche per questo, quella di O.J. Simspon è la storia delle storie.

Soprattutto, è una storia di diritti civili, o una storia di diritti civili al contrario. È la storia controversa di un battitore solitario che «ha fatto con la sua immagine ciò che nessun’altro avrebbe contribuito a fare. Egoismo ideologico vincente» (Robert Lipsyte).

Per concludere, una nota che sul giornalismo italiano. Fa impressione la lucidità che da subito espresse Emanuela Audisio, corrispondente dagli Stati Uniti per La Repubblica. I suoi articoli, quello del 26 settembre 1994, a inizio processo, e quello del 2 ottobre 2015, illuminano e disturbano, scuotono per la fermezza e la rassegnazione con cui squarciano il velo della controversia per affondare nella verità, una verità in fondo non riconosciuta, eppure limpida e inequivocabile. Scrive Audisio: « Come disse un’onesta infermiera nella sua casa con inferriate e lucchetti a South Central: è pericoloso uccidere i simboli, anche se sono violenti, prepotenti, assassini. Perché vorrebbe dire non aver più la possibilità di sognare. Con quel processo l’America nera provò a pareggiare i conti».

O.J. Simpson, oggi è il tuo compleanno, compi 70 anni. Chissà cosa pensi nella tua cella a Lovelock ripassando a mente tutto quanto. Pensi al «momento in cui hai cominciato a scrivere questo romanzo… sulla vita di O.J. Simpson»; pensi a Nicole che  ̶  lo ripetevi continuamente  ̶  hai sempre amato troppo;  pensi a quell’uomo ricco chiamato O.J. Simpson sfuggito all’omicidio del 1994 e punito a scoppio ritardato; pensi ai fratelli della giuria che hanno intravisto nella tua non colpevolezza un rimborso per quello che era stato afflitto a Rodney King;  pensi alla mano vincente di Johnnie Cochran sulla tua spalla che sussurra «è finita. Torni a casa! Torni a casa»; pensi a quelli che hanno provato a incastrarti: Marcia Clark e Christopher Darden, «un nero senza potere e una donna», gli avvocati dell’accusa che si sono battuti per dimostrare le tue colpe e così facendo sono stati gli unici a portare avanti la causa per i diritti civili dei neri? Quando alleni la squadra del carcere, lo senti ancora l’eco del pubblico che declama The Juice? A cosa pensi O.J. nella tua cella, al miracolo della scarcerazione che potrebbe arrivare il prossimo 20 luglio?

Qualsiasi cosa pensi, spero di non incontrarti mai. Potrei rischiare di cadere nella trappola di cui parla la giornalista Celia Farber: «l’O.J. effect», il fascino della tua presenza. La strana sensazione per cui, quando lo hai davanti, quando ci parli, non pensi che O.J. Simpson sia innocente, ma dentro di te, coltivi la fantasia che lo sia.

O.J., sei diventato mostro, quando eri già icona. E quando si è un’icona si diventa intoccabili. È un fatto di memoria, una questione di autoconservazione, di privilegio. E di desiderio. E questo status  ̶  almeno questo  ̶  non l’hai ottenuto tu. Non è una tua responsabilità; non è colpa tua. Lo ha stabilito l’America, il mito, lo hanno deciso i bianchi.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
Aggiungi un commento