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Occupy République

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(fonte immagine)

Démocratie, t’es où? Lo striscione è attaccato a una delle statue al centro di place de la République. Sul basamento sono deposti i ricordi per i morti negli attentati di qualche mese fa: candele, fotografie, parole, fiori, magliette, qualche bandiera della Francia. Ha appena finito di piovere, e a Parigi l’aria è fredda. La domanda — Democrazia, dove sei? — non è affatto banale; e non è banale nemmeno che sullo striscione vi sia una domanda, così semplice e insieme disperata.

Sono le dieci di sera del 9 aprile 2016 — o meglio del 40 marzo, secondo il conto tenuto dai manifestanti della Nuit debout. La traduzione più adeguata del nome è “notte in piedi”: dove debout mantiene la stessa ambiguità semantica dell’italiano, perché indica anche l’essersi alzati dal letto. Dunque una condizione di veglia, di occhi bene aperti.

Da dieci giorni una folla di persone si reca in place de la République e qui passa la notte impegnata in attività di vario tipo — proiezioni di documentari, dibattiti, musica, riunioni, persino “banchetti filosofici”. Una forma assolutamente spontanea di protesta nei confronti del governo, e impermeabile alla capitalizzazione da parte di forze politiche anche di estrema sinistra.

La proverbiale scintilla che ha appiccato l’incendio è stata la rivolta del 31 marzo contro il progetto di riforma del Codice del lavoro, ispirata in parte al Jobs Act italiano. Ma la legna era pronta a bruciare da tempo: sindacati, giovani e precari non hanno mai visto di buon occhio il remissivo e moderato di Hollande.

La piazza è stracolma di persone, e apertamente frammentata in diverse anime. In un angolo un gruppetto di ragazze appartenenti a un collettivo femminista si passa il megafono per discutere dei diritti LGBT. Vicino a loro sorge una capanna edificata da alcuni anarchici, una specie di fortino la cui distruzione — recita una scritta — sarà percepita come una provocazione. (Un’altra scritta a fianco sottolinea: Respect existence, or expect resistance).

Dall’altro lato, un gazebo con delle indicazioni su come sostenere la protesta, il punto ristoro dove mangiare qualcosa e bere un bicchiere con offerta libera, e la bancarella delle edizioni Libertalia. Gran parte della piazza è però occupata da una rassegna di interventi che durano due minuti l’uno al massimo — regola che ho visto osservata con grande diligenza. Chi parla si trova di fronte un vasto pubblico di persone che ascoltano reagendo tramite i segni creati dal movimento Occupy cinque anni fa.

Ascolto qualche speaker. Un attivista che lavora da anni in Iraq racconta le condizioni del popolo al di là della cronaca politica. Viene sollevata la questione delle prigioni, “forme di concentrazione della miseria sociale”e dunque motivo urgente di riforma o abolizione. Un intervento sul cibo vegano e l’impatto della carne sull’ecologia e l’economia. Un intervento sulla musica alternativa. E un ragazzo che si limita, goffamente, a difendere la questione del rispetto — rispettare le diverse voci che si danno cambio sul palco. Mi colpisce perché di fatto non dice granché, ma l’applauso conciliante del pubblico mostra al meglio quanto tale principio sia percepito e diffuso.

Abbiamo imparato a conoscere questo tipo di azione diretta con Occupy Wall Street, e l’abbiamo vista prendere piede in Europa con gli Indignados in Spagna. Si tratta di usare i propri corpi per rianimare dal basso un luogo, riviverlo da capo, bloccarne la funzione normale o istituzionale; e insieme praticare delle forme, per quanto minimali, di democrazia partecipata e deliberazione collettiva. (Da questo punto di vista, la Nuit debout non ha nulla di caotico: pur nei molti spiriti che la animano, rivela un senso di collaborazione spontanea).

Parigi inoltre è un caso particolare. La città sta elaborando il lutto subito, cercando di reagire alla minaccia diffusa del terrore: queste notti acquisiscono dunque un ulteriore valore simbolico. E simbolico è anche il luogo dove ci si riunisce, a poca distanza dagli attentati del 13 novembre 2015. (Si dice che al terrorismo occorra rispondere con maggiore democrazia: nobile intento, ma ben poco frequentato. Per questo la domanda posta dagli attivisti della Nuit debout suona ancora più dolorosa. Democrazia, dove sei?)

La direzione verso cui puntano i militanti, comunque, è abbastanza chiara; la somma degli interventi la esprime bene pur nella loro diversità. Una protesta radicale e libertaria che agisca contro il sistema partitico a favore dei soggetti più deboli e indifesi. La Nuit debout non è dunque una manifestazione, bensì — come ha detto un attivista — “un’opera di costruzione continua, finché non otterremo qualcosa di concreto”.

Ancora una volta colpisce l’assenza di rivendicazioni precise, o di una serie di richieste esplicite al governo. Di fatto, questa è la strategia principe dei movimenti di piazza degli ultimi anni: rifiutare il negoziato, mantenere l’organizzazione fluida, ed evitare qualsiasi contaminazione. Intervistato da Le Monde, il professore di scienze politiche Yves Sintomer ha sottolineato che la Nuit debout “esprime piuttosto dei valori, una visione, un’utopia”. Nel frattempo, le occupazioni hanno cominciato a diffondersi anche in altre città francesi.

Ma a che pro?, si obietterà. Davvero queste persone credono di poter cambiare qualcosa? Io ritengo di sì, ma anche se ciò non accadesse e la gente si stancasse più in fretta del previsto, ogni singola notte in piedi resterebbe comunque preziosissima da un punto di vista politico. Perché mostra come una parte della società sia ancora sveglia e vigile — débout, appunto — e non ipnotizzata dal sistema mediatico o dal ricatto del terrore. E perché consente a chiunque di rieducarsi un poco al controllo diretto degli spazi comuni; all’auto-organizzazione; all’ascolto di proposte e dibattiti su temi rilevanti; e persino al piacere di stare fianco a fianco in un progetto forse precario, ma assai sentito. Alla République di Hollande e Valls stanno opponendo la loro propria République. È una forza con cui anche il Partito socialista dovrà cominciare a fare i conti.

Termino la mia serata ascoltando insieme a centinaia d’altri la musica improvvisata di una banda di ottoni e percussioni. L’atmosfera è sempre festosa: e il rischio, abbastanza visibile, è che la Nuit debout si svuoti del suo contenuto politico per diventare una semplice massa di persone che bevono, fumano e ridono. E a dirla tutta le facce più numerose in place de la République sono giovani e bianche. Questo è senz’altro un punto su cui gli attivisti devono lavorare: soltanto attraendo anche le classi sociali più deboli il progetto potrà acquisire una vera forza d’impatto, e togliersi di dosso il pericolo della deriva bo-bo (borghese e bohémien). Allo stesso modo, è importante che la protesta fluisca verso le banlieus e non rimanga confinata unicamente nel centro.

Eppure, è anche vero che questo tono non è di per sé un male. Perché dovrebbe esserlo? Alla politica formale del palazzo si oppone una politica di relazioni non mediate, capace di discutere in modo serio di alcuni problemi concreti e subito dopo di sedersi per terra e bere una birra.

In un momento dove le democrazie europee stanno dando cattiva prova di sé — fra sinistre solo di facciata e pericolose tentazioni totalitarie e nazionaliste — è consolante che i cittadini provino a sperimentare delle forme di aggregazione e lotta politica.

Certo, un “rivoluzionario di professione” potrebbe augurarsi che questa lotta abbia rapidamente la meglio sullo spirito allegro e libertario della piazza. Ma non credo che i due aspetti siano separabili. Forse dovremmo ricordare la triste considerazione di Albert Camus, per cui nel ventesimo secolo “la rivoluzione ha perduto i suoi prestigi di festa”: un errore che in queste notti parigine sembra, fortunatamente, molto lontano.

Giorgio Fontana (1981) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato alcuni libri (l’ultimo è Per legge superiore, edito da Sellerio). Collabora con diverse testate ed è stato fra fra i condirettori del pamphlet letterario Eleanore Rigby.
Commenti
Un commento a “Occupy République”
  1. darrel scrive:

    “”è consolante che i cittadini provino a sperimentare delle forme di aggregazione e lotta politica.””

    ..quello sopra non è il tipo di lotta politica che porti molto lontano

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