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Occupy tre anni dopo

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

di Alberto Mucci

Nathan Schneider è un blogger ad attivista che ha seguito Occupy fin dall’inizio, da quando il 17 settembre 2011 Zuccotti Park, distretto finanziario di New York, è stata occupata per la prima volta. Raggiunto da Pagina99 racconta: “Prima che cominciasse tutto ho partecipato a numerose assemblee in cui si discuteva quello che da li a poco sarebbe diventato Occupy. A quelle riunioni c’erano vecchi attivisti del movimento no-global, ambientalisti, ma anche giovani universitari ritrovatisi tutti assieme sull’onda di quanto accaduto in Spagna con gli Indignados e in Medio Oriente. E ad ogni assemblea le domande erano le stesse: dobbiamo avere richieste ben precise? E nel caso perché? Perché dovremmo essere noi ad avere le risposte chi stava in cima non è riuscito a prevedere la crisi finanziaria? Occupare uno spazio pubblico in mezzo alla città come in Egitto è una strategia utile qui da noi? È giusto presentarci senza un leader o dovremmo averlo?”.

I dubbi raccontati da Schneider sono gli stessi che hanno caratterizzato Occupy per tutta la sua durata e ancora adesso, a tre anni di distanza, sembrano non aver trovato risposta. “Abbiamo optato per la piazza per un semplice motivo– racconta in un’intervista con Pagina99 Joel Handley, 25 anni, sorriso ancora pieno di speranza e capello molto più corto di quello di tre anni fa – la finanza era corrotta, la politica era corrotta, le organizzazioni no-profit e le amministrazioni locali erano corrotte. Allora cosa fare? Confrontarsi con queste entità per tentare di cambiare le cose dall’interno non era una via praticabile; bisognava pensare a qualcosa di diverso, di radicalmente diverso”. È per questo motivo che secondo Joel, la piazza, questo spazio vuoto in cui nulla era ancora definito e tutto in divenire rappresentava l’unica soluzione possibile. E il 25enne di Chicago non è stato l’unico a pensarla così.

Tra chi tre anni fa condivideva la stessa opinione c’è Tim, un’insegnate di storia di trent’anni che senza alcuna ritrosia si definisce un’attivista. Il capello biondo arruffato, gli occhi lucidi delle persone sempre curiose, in una conversazione con Pagina99 racconta come anche durante i primi giorni di Occupy Sydney la scelta della piazza è apparsa subito come la migliore opzione e come questo abbia “permesso a Occupy di trovare una soluzione ad uno dei grandi limiti delle manifestazioni tradizionali in cui ci si riunisce sempre con un motivo ben preciso, si protesta lungo un percorso prefissato, ma conclusa la marcia si torna a casa, si dimentica e torna tutto come prima, come se nulla fosse cambiato. Con Occupy no, almeno all’inizio mi è parso come se la solita routine della manifestazione fosse spezzata, l’atto della protesta si prolungasse nel tempo, la piazza diventasse una casa e si potesse come movimento avere un un’influenza di qualche tipo”.

Nonostante l’entusiasmo, le speranze di Tim sono durate poco: quello che per un attimo è parso rivoluzionario in meno di un mese si è trasformato “in una protesta come tutte le altre, con un’unica differenza appunto: il tempo impiegato a manifestare prima di tornare a casa perché appena sono giunte le prime difficoltà – polizia violenta, organizzazione da tenere in piedi, tempo da dedicare ogni giorno a costruire qualcosa che andasse al di là di una critica – la paura di perdere quanto posseduto ha preso il sopravvento e molti hanno deciso di tornate a casa. E per cosa: per una routine in cui si è per lo più sfruttati?”.

Mentre parla Tim gesticola sempre più velocemente e la voce si fa più amareggiata. Ed è forse per questi motivi che dopo Occupy Sydney Tim ha concluso che l’atto del manifestare è quasi del tutto inutile, espressione di una minoranza in antitesi ad una maggioranza fondamentalmente indifferente. “C’è una frase di Bush (George W.) – continua a spiegare  – secondo me centrale per capire quello che sto cercando di dire. Quando gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Iraq, a Londra tre milioni di persone sono scese in piazza per dire “no”. Bush si trovava in Inghilterra e lo sai cosa disse? Questa è la democrazia per cui stiamo andando a combattere in Iraq. Ecco: Occupy è stato un po’ come una giustificazione di un senso di colpa, uno strumento per dare legittimità, una parvenza democratica, a chi in realtà non vuole cambiamento”.

Parole dure, ma che tre anni dopo la fine di Occupy accomunano molti dei suoi ex partecipanti. Tra questi di nuovo Joel i cui pensieri sul post-Occupy fanno eco a quelli di Tim. “Quando Occupy Chicago è finito mi sono accorto di quanto il movimento fosse rimasto chiuso su se stesso. C’eravamo tutti dentro e pensavamo di essere al centro del mondo quando invece non era così: eravamo poco più di una notizia saltuaria sui giornali, un disturbo alla routine cittadina e mi chiedo come abbiamo fatto a non accorgercene prima”. Non a caso se a Joel fosse data la possibilità di tornare indietro, a quei pomeriggi passati davanti al Chicago Board of Trade, cercherebbe coinvolgere tutte quelle persone fuori dalla cerchia dei più immediati simpatizzanti di Occupy e soprattutto a spiegare come i punti fondamentali della protesta – ineguaglianza, corruzione, ambiente – siano di interesse comune e non di una sola minoranza. “Abbiamo fallito perché non siamo riusciti a coinvolgere l’americano di tutti i giorni, quello o quella che si alza al mattino, lavora e che è una delle vittime spesso inconsapevole della diseguaglianza e dei problemi che oggi attanagliano l’America”.

Altra critica frequente tra gli ex attivisti è quella di aver scelto una strategia senza leader. Secondo Schneider la decisione è la conseguenza di una generazione cresciuta con un rapporto ambiguo al potere, una generazione che per aggregarsi usa quasi esclusivamente i social media e che non aveva pensato a come l’aggregazione sarebbe stata gestita una volta avvenuta. “Per capire la relazione con il potere della nostra generazione basta guardare alla cultura delle start-up e di come al suo interno sia importante mantenere una parvenza di finta non-gerarchia, un’illusione ugualitaria a tutti i costi.” È forse proprio per questo che Occupy ha svolto i suoi ruoli più importanti dopo la fine ufficiosa del movimento.

Rose Seymour, 26 anni, iscritta alla facoltà di legge e al tempo uno dei membri più attivi di Occupy Portland racconta a Pagina99:  “Nonostante il movimento si ritraesse come il 99 per cento ci siamo accorti di come questa categoria non fosse per nulla uniforme. È con Occupy che molti di noi si sono accorti – in maniera profonda – della discriminazione razziale e della violenza della polizia. Basta guardare cosa è successo nelle ultime settimane a Ferguson: molti di quelli che chiedono uno stop alla violenza della polizia e si sono attivati nell’ultimo mese sono ex Occupy che se non avessero avuto parte nel movimento tre anni mai si sarebbero accorti della profonda realtà del razzismo”. Non a caso i network creati nei mesi di Occupy sono rimasti solidi nel tempo e negli anni sono stati usati in diverse e più specifiche battaglie.

Un esempio eclatante è il lavoro svolto da molti ex Occupy dopo l’uragano Sandy abbattutosi su New York nel 2012 e a causa del quale migliaia di persone dell’area metropolitana della città sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. La rete lasciata dal post-Occupy è stata la prima a rispondere, a sapere chi contattare, ad organizzare la logistica degli aiuti tanto che uno studio della Homeland Security (il Dipartimento della Sicurezza Interna) ha tessuto le lodi di quella che i media hanno chiamato Occupy Sandy.

Occupy è finita si. Le piazze sono occupate sono vuote e ogni anno, il giorno dell’anniversario, il 17 settembre, sempre meno persone si presentano a ricordare. Qualcosa per è rimasto e non è trascurabile: nuovi network di attivisti pronti a mettersi in gioco, un po’ di delusione, ma anche una maggiore consapevolezza – tra gi ex attivisti, come per i politici e il resto del paese – su temi come la diseguaglianze e il debito e l’importanza di trovare una soluzione a questi problemi.

Commenti
Un commento a “Occupy tre anni dopo”
  1. Cornetta Maria scrive:

    Un grande scrittore che io ammiro molto parla di “pecore anarchiche” descrivendo un certo tipo di comportamento politico molto diffuso. Ogni ideologia non è mossa da alti ideali, ma dalla semplice e volgare difesa di interessi materiali, gli unici che, secondo un certo tipo di persone, siano degni del sacrificio personale. ” Finché la barca va, lasciala andare” diceva una canzone ed in molte società ognuno si barcamena tra la moderata trasgressione delle leggi e la difesa del suo “orticello”… L’illusione di un mondo più giusto è il sogno degli eroi, un miraggio che acquieta le coscienze rispetto ai sensi di colpa ma che resta lontano dalla concretezza della vita di ogni giorno. E’ anche umano, del resto: cercare la forma meno colflittuale di adattamento è nella nostra natura, una componente della sopravvivenza. Gli eroi, purtroppo, anche se degni di ammirazione, sono sempre morti…

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