Portrait of majestic powerful adult red deer stag in Autumn Fall forest

Ode al cervo che gioca a calcio

di Daniele Manusia

Ode all’uomo che scivola via

Quando ti ho visto per la prima volta pensavo saresti stato uno dei tanti uomini che cadono e basta. La grande tradizione dell’uomo che scivola sulla buccia di banana. Pensavo tu fossi un clown involontario, uno di quelli che suo malgrado sa, o scopre all’improvviso, quanto camminare sia vicino a cadere. John Berger in un saggio su Charlot diceva che i clown sanno che la vita è crudele, che “i clown sono abituati a perdere”, che trasformano la loro malinconia in uno scherzo.

Ma non c’è niente di malinconico nel tuo modo di cadere. Non c’è nessuna consapevolezza, nessuna conoscenza acquisita. Né prima, né dopo la caduta.

Sei preso nei tuoi pensieri, che non sono veri pensieri. Sei la caricatura di un impiegato, dell’essere umano funzionante per uno scopo puramente sociale, convenzionale. Cammini con la giacca in mano e lo zaino su una spalla sola, così è più facile infilarli in macchina al volo. È Natale, sul vialetto hai messo un pupazzo di plastica a forma di Babbo e delle candele giganti, sempre di plastica – forse è stata tua moglie, i tuoi figli, se ne hai – dietro la siepe bassa che ricorda un muretto. La macchina è lì vicina, si intravede. Nella mano libera forse avevi già le chiavi, chissà. Non avevi freddo solo con la camicia?

Vivi in una casa su cui non batte il sole la mattina, ma non ci pensi. Così come non senti freddo, ammesso che faccia freddo, non pensi che il vialetto può essere ghiacciato. Per questo quando ci metti sopra il piede la tua gamba destra si allontana dal resto del tuo corpo.

Ma ti riprendi, in qualche modo riesci a non cadere. Non sei uno che cade te. Non sei un clown. Questo ce lo dice anche il fatto che la tua camicia è infilata bene nei pantaloni. I clown di solito hanno qualcosa di fuori posto. E tu sei il contrario di qualcuno che vuole apparire fuori posto. Tu sei uno che se scivola su una lastra ghiacciata si allunga, poggia una mano a terra, un ginocchio, incrocia i piedi e si rialza.

Però si vede che non sei uno abituato a stare in equilibrio precario. Che non fai i conti sulla realtà fisica e metafisica del posto in cui vivi. Non fai i conti con il freddo, con il ghiaccio, con la pendenza del vialetto.

A cosa pensi mentre il ghiaccio ti porta via?

Fossi stato in te, avrei pensato una cosa tipo: Eppure ero così vicino alla mia macchina.

https://twitter.com/NoContextHumans/status/1209044701468385280

Una volta in piedi sembri di nuovo in controllo della situazione. E chissà se questa è un’illusione che si può covare davvero anche quando ormai si è con un piede dall’altra parte dello spettro, quella in cui non controlliamo più nulla. Chissà se non ti sei reso conto nel momento stesso in cui ti sei rialzato che per te era finita, che non potevi più farci niente. Che la vita è crudele. Perché per noi che ti guardiamo cadere è evidente.

Voglio dire, è sorprendente come poi vanno a finire le cose, ti seguiamo con suspance e apprensione, anzi, ma è chiaro che sei solo un manichino mosso da leggi della fisica che stanno complottando contro di te.

Mi viene in mente però che se io sto vedendo il tuo video – la seconda volta, quando già so come va a finire, è ancora più divertente – c’è una possibilità che sia stato proprio tu a caricarlo online, a metterlo a disposizione del resto dell’umanità. L’inquadratura è quella di una telecamera di sicurezza, con cui controlli che nessuno ti entri in casa mentre dormi. Che nessuno uccida tua moglie e i tuoi figli. O ti freghi la macchina. Ed è ironico anche questo, il fatto cioè che una telecamera di sicurezza alla fine abbia immortalato il momento in cui ti rendi conto che non puoi essere sicuro neanche quando ormai sei a un metro dalla tua macchina, dalle tue abitudini quotidiane, dalla routine. Sarebbe bastato cadere in maniera diversa, sbattere la testa all’indietro e sarebbe stato tutto vano. Una morte non comica, ma ridicola.

Ma se fosse così, se davvero sei stato te a caricarti su internet mentre cadevi e scivolavi, significa che qualcosa lo hai imparato. O che magari lo avevi già imparato e sono io ad aver dato per scontate troppe cose.

Magari tu sei uno che fatica ogni giorno a stare in piedi. Magari quella camicia, l’orologio e i pupazzi natalizi sono tue piccole conquiste che non dai affatto per acquisite. Magari hai passato dei brutti anni in gioventù, dormito su divani di amici, in garage, fatto lavoretti, consegnato pizze mentre già ti cadevano i capelli. Magari sei già caduto, hai avuto una dipendenza, un lutto, una sfortuna, e ti sei rialzato.

Mi viene in mente allora una cosa che ha detto Louise Bourfeois: “L’orizzontalità è il desiderio di farla finita, di dormire”. È a questo che cercavi di resistere in modo così buffo e fallimentare?

Chi lo sa, può anche darsi che non avessi freddo perché avevi fatto una bella colazione calorica, un po’ di esercizio, proprio per affrontare le durezze della vita e dell’inverno. Magari sei uno di quelli che non vuole scendere a compromessi con gli ostacoli, con i propri limiti, uno di quelli che si fanno la doccia fredda, che rinunciano ai confort per temprarsi. Il tuo calore interiore è più forte di qualsiasi inverno. Può darsi anche che i tuoi pensieri andavano alle cose che dovevi fare quel giorno che servivano sì ad assicurarti un posto in società, ma soprattutto ad assicurarti il bene della tua famiglia, dei tuoi affetti. Perché sai che niente dura. Magari mentre scivolavi hai pensato: Ecco, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Lo sapevo che avrei perso tutto da un momento all’altro.

Non ci sono possibilità che tu sia morto. Alla fine del video ti vediamo rialzarti. Altrimenti, se ci fosse stata la possibilità che tu fossi morto, non sarebbe affatto divertente – anche se, per me e chissà quante altre persone che li avessero visto senza saperlo, lo sarebbe stato lo stesso. Ci sono molte possibilità però che ti sia fatto male e che rialzandoti subito non lo dia a vedere. Tutto sommato però non ti sei fatto abbastanza male da rendere ingiustificabile quel piccolo spazio comico in cui stai in piedi e scivoli a valle, come se non fossi uscito di casa per entrare in macchina e andare a lavoro ma per pattinare, per farti quella discesa.

Quando agiti i piedi e ti giri di schiena sembra quasi che anche tu ti diverta. Sembri avere stile, che il tuo stile sia agitare le braccia e pattinare sul posto. Come se cadere e scivolare fossero il tuo modo di camminare. Scivoli e cadu per alzarti dalla scrivania e andare alla macchina del caffè; scivoli e cadi mentre stringi la mano a un possibile cliente.

La cosa certa è che in quel momento, come tutti gli uomini che scivolano, stai pensando solo alla tua scivolata e a come andrà a finire. Non c’è passato o futuro, neanche prossimo. Non sei nessuno, non sei un impiegato, non sei uno con un passato complicato. Sei solo uno che non vuole cadere.

E però cadi. E vai a sbattare contro un palo che sembra messo lì appositamente per quello. Per schiacciate le tue costole e lasciati un segno astratto, una nuvoletta viola e nera di Rothko, che sfuma nel rosa giallastro della tua pelle, un colore che immagino a metà strada tra il maialino da latte ben cotto e una coscia di pullo ruspante cruda.

Sto pensando che forse non esiste una cosa come un clown involontario. Che per far ridere davvero, per essere dei maestri della risata, la volontarietà è condizione necessaria. Te sei come una farfalla spillata dalla comicità stessa al proprio muro, hai una tua bellezza ma non sei un performer.

Il tuo significato è nella tua transitorietà. Non ti vediamo mai in faccia, non ti sentiamo neanche. Arrivi, cadi, ti rialzi, scivoli via e finisci contro un palo. Questo è il tuo senso. In loop. Perfettamente dentro all’inquadratura fissa – e se la camera non si muove, il tempo non esiste.

Per questo non c’è nessuna malinconia: perché non c’è nessuna alternativa. Quella che subisci te – ancora e ancora, tutte le volte che vogliamo – non è la crudeltà della vita ma, semplicemente, la materialità della vita stessa. Che poi per la nostra società questa – quella materiale – sia la sua essenza più pura è una cosa che va oltre il tuo video.

In ogni caso te, come me, non hai chiesto niente di tutto ciò.

 

Ode al cervo che gioca a calcio

 

 

Ok, come sei finito dentro a quel cervo?

O forse è una cerva?

Anzi no, cervo. Se non sbaglio solo i maschi dei cervidi hanno le corna. Che se non sbaglio si chiamano “palchi”. Per le renne credo sia il contrario, cioè solo gli esemplari femmina sono dotati di palchi.

Ma capisco che queste cose non fanno la differenza.

La sola differenza la fa il fatto che tu, o meglio la tua anima, adesso è finita dentro quel cervo.

Ma come ci sei finito? E come potremmo tirarti fuori?

L’immagine del video è sgranata, forse persino vecchia. Sto parlando forse con un’anima del passato, che magari adesso è finita da qualche altre parte? Mh. La porta da calcio, unica presenza umana in quel parco che potrebbe stare davvero in ogni parte del mondo (tranne in Africa, in Africa i cervi sono estinti), sembra nuova. Quindi no, direi che siamo ancora in tempo a tirarti fuori da lì.

Da qualche parte nel mondo la tua anima è intrappolata in un cervo. E l’unico modo che hai di chiedere aiuto è segnando un gol a porta vuota nel giardino di chissà chi.

Ed esultando, poi.

Questo video è pieno di misteri: chi è che filma? E perché non fa qualcosa dopo averti visto esultare con quella piccola sgroppata? O magari lo ha fatto; magari questo video sta circolando con questo proposito.

Certo deve essere una cosa implicita, nessuno avrebbe il coraggio di dire chiaramente: Guardate questo cervo, non può essere un semplice cervo, ci deve essere una persona dentro. Per caso riconoscete qualche vostro amico o parente passato a miglior vita, come si dice, dal modo in cui tocca la palla o da come esulta?

No, sarebbe troppo strano. E però, è evidente. Quindi forse, perché no, questo video circola su internet solo per me.

Perché io sono l’unico che poteva riconoscerti da quei piccoli dettagli.

https://twitter.com/travisakers/status/1205850298633400320

Lo sai da cosa ti ho riconosciuto?

Dal modo in cui hai toccato la palla con la zampa destra.

Anche quando giocavamo insieme – anzi, anche quando giocavamo contro, tu facevi l’attaccante e io ti marcavo – ti preparavi con un tocco superfluo di destro, prima di concludere. Anche quando mi avevi già saltato secco – perché mi saltavi secco ogni volta, o mi scappavi alle spalle sulla linea del fuorigioco – ed eri da solo davanti al portiere, prima di piazzarla piano all’angolino come hai fatto nel video, come hai fatto con il tuo nuovo corpo da cervo, ti toccavi la palla col destro.

Sembravano cazzate quelle, una parte irrilevante delle nostre vite, ma ora occupano tutto lo spazio a tua disposizione nei miei ricordi.

E che sensibilità hai conservato anche nel passaggio alla tua vita da cervo, con quale dolcezza porti palla con lo zoccolo e con quale chirurgica precisione mandi la palla all’angolino con il palco destro (si dice, palco destro? Immagino che non abbia senso una distinzione del genere per tutti quei cervi che non giocano a calcio).

E poi esulti con il pugnetto e il saltello, come facevi quando ancora giocavamo insieme ed eravamo entrambi esseri umani. Cioè, il pugnetto lo posso solo immaginare, ma c’è. Poi scuoti la testa e torni alla tua vita normale. Perché di gol ne hai segnati talmente tanti che, insomma, va bene esultare ma poi, dopo una scrollata di spalle, torni a centrocampo.

Anche se adesso sei un cervo e quello, magari, è il tuo primo gol da cervo.

Quello è l’atteggiamento di un cervo che ha segnato moltissimi gol.

Di te sapevo pochissime cose, che non eri di Roma, che volevi fare l’attore, che da solo davanti al portiere non perdonavi. Abbiamo giocato insieme poche volte in fondo, ma ti penso ogni volta che entro in campo. Non ti ho dimenticato, in questi anni. Sapevo, o meglio sentivo, che non eri davvero sparito nel nulla, scomparso, come si dice, che da qualche parte dovevi stare. Ti cercavo negli altri campi ogni volta che giocavo, se vedevo uno con la maglia di Inzaghi mi avvicinavo alla rete, anche se sapevo che non potevi essere te.

Adesso so dove sei, o anzi, so in cosa sei. Devo solo trovarti e capire come farti uscire da lì. Già, ma dove potrei metterti?

Questo è tutto un altro paio di maniche. Quali altri animali possono garantirti quanto meno la gioia di giocare a calcio, meglio di un cervo? Di sicuro tutte le scimmie antropomorfe, ma forse sarebbe troppo strano. Potrebbe diventare frustrante, per uno che è stato uomo, diventare una scimmia. Metti che riesci a giocare abbastanza bene ma comunque non bene come prima e alla fine diventi più infelice di adesso?

Un cane, forse? Il cane di Lionel Messi ad esempio sembra molto sereno mentre Messi lo riempie di sombreri nel campetto di casa e forse anche io e te potremmo avere quel tipo di rapporto, anche se io non sono il miglior calciatore al mondo e neanche te, in fondo, saresti felice di prendere sombreri.

Ricordo ancora, anzi, quella volta in cui a te è riuscito un sombrero perfetto. Che poi hai controllato la palla e sei andato al tiro dopo pochi passi. Ti ho maledetto tra me e me dopo quel gol e ti sono entrato male l’azione dopo. Adesso naturalmente mi sento in colpa, vorrei essermi comportato in modo diverso con te… ma non apriamo il cassetto delle cose che avrei voluto fare diversamente e per cui ormai è troppo tardi perché altrimenti non finirei più.

Mi hai perdonato? Dico per quella brutta entrata. Se ti trovassi, se trovassi il cervo del video, cioè, saresti felice di vedermi? Ti ricorderesti di me? Immagino tu abbia molte persone a cui tenevi di più che non a me, che mi chiamavi, o ti chiamavo, solo per giocare.

Il fatto però è che rischi di venire cacciato e solo io posso salvarti. Perché i cacciatori non sanno che i cervi giocano a calcio se li lasci tranquilli, con una palla e una porta a disposizione. Se ci fosse stato un altro cervo in quel prato avreste fatto un uno contro uno? I cacciatori non sanno che ci sei te dentro quel cervo. Perché proprio in un cervo sei finito?

Aspetta un secondo, adesso ricordo.

Eri te, per caso, il cervo che quella notte, la notte del mio matrimonio, quando sono andato a pisciare ubriaco all’inizio del bosco, perché non avevo voglia di fare la fila per il bagno, è sbucato da dietro un albero e mi ha fissato negli occhi per dei secondi lunghissimi? Il tempo che finissi di pisciare ed eri già tornato nella parte di bosco al buio e non ho pensato a seguirti, il buio mi sembrava un limite da non superare. Sono rimasto in contemplazione per qualche secondo, vicino a qualche tipo di epifania, poi però mi sono perso di nuovo in cose banali, tipo il fatto che stavo prendendo freddo alle palle. Era il tuo modo di dirmi che i miei pensieri ti arrivavano?

Se tornassi in quel bosco, ti ritroverei?

Ho capito, forse non hai voglia di farti trovare, di farti tirare fuori da quel cervo. Stai bene lì. Magari quella è davvero una miglior vita rispetto a questa dove io sto invecchiando ed è sempre più facile saltarmi nell’uno contro uno.

Magari se davvero ti incontrassi di nuovo saresti in grado di saltarmi anche sotto le mentite spoglie di quel cervo. Un tocco con lo zoccolo destro e poi il tiro con i palchi. Proprio come in quel video.

Certo magari ci rimarrei male, lì per lì. Voglio dire, farsi fare gol da un cervo è davvero da… polli. Ah ah ah, sto pensando a quanto sarebbe spiacevole se la mia, di anima, finesse nel corpo di un pollo. Il cervo ha una sua indubbia nobiltà. Anzitutto vive all’aria aperta, devi comunque andartelo a cercare, un cervo. E i cacciatori cercano proprio la nobiltà, vorrebbero appropriarsene. Ma sbagliano, non tutto è a nostra disposizione. E sbaglierei anche io, a pensarci bene, se provassi davvero a tirarti fuori da lì.

Ti continua a girare per boschi, troppo furbo per qualsiasi cacciatore. Pronto ad approfittare della prima porta vuota che incontri, della prima palla vagante. Proprio come quando eri qui.

Io, continuerò a pensarti.

 

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