Odisseo in Italia

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il primo epiteto attribuito a Odisseo è polytropos. Dai molti modi, dalle molte forme, dalle molte svolte. Capace di trasformarsi, adeguarsi alle situazioni e agli interlocutori, capace di cambiare strada e aggirare l’ostacolo con svolte improvvise. Odisseo è l’eroe dell’astuzia e il poema che racconta le sue vicende, intitolato proprio perciò Odissea (le vicende di Odisseo), è esso stesso versatile e dalle molte svolte. Non è un caso che i suoi lettori abbiano potuto ambientare quelle storie ovunque, addirittura in luoghi lontani e poco verosimili come il Mar Baltico. Odisseo del resto è carattere umano eterno, che va ben oltre tempi e luoghi. E diventa semmai parte integrante di quei paesi in cui le sue avventure furono cantate nei secoli. Si può viaggiare in molti modi, seguendo lo spirito odissiaco.

Maurizio Harari, archeologo, etruscologo, ha immaginato il suo personale percorso seguendo le tracce di Odisseo in un piccolo libro luminoso che ci spinge a attraversare un’Italia dove le strade dell’eroe presumibilmente non passarono ma dove giunse la sua fama, quella fama che “alta vola al cielo” da più di tremila anni. Andare per l’Italia di Ulisse (Il Mulino, pp. 129, euro **) ci accompagna da Volterra a Cortona, da Orvieto a Tarquinia, da Roma a Sperlonga. Un filo rosso percorre qualsiasi ricerca di chi abbia dedicato una vita agli Etruschi. Ha a che fare con l’aldilà, con quel mondo infero che Odisseo visitò vivo, seguendo le indicazioni di Circe.

Ma a questo aldilà – come racconta per lievi pennellate Harari – viene introdotto chi legga il poema innanzitutto da una vicenda famosissima e unica. Quella del Ciclope, l’enorme mostro monocolo, incapace di dare ospitalità agli stranieri e ai migranti, diversamente da quella che allora era la norma divina fra gli umani. È il solo caso in cui la famosa prudenza di Odisseo viene meno. L’arte di guardare lontano e prevedere catastrofi per evitarle cade proprio nel momento in cui l’eroe si trova di fronte a una realtà del tutto estranea all’umanità fatta di relazioni, leggi e rispetto di certe convenzioni. Viene preso dalla curiosità, allora, Odisseo, dall’urgenza emotiva di scoprire chi sia tanto selvaggio, un’urgenza che non si ripeterà più benché poi sia destinata a diventare il carattere centrale dell’Ulisse dantesco.

Raccontata in mille modi, l’astuzia con cui Odisseo riuscirà a liberarsi del Ciclope e della sua enorme grotta-prigione, ci appare debordante in una delle tombe più particolari fra le necropoli etrusche di Tarquinia. Per visitare la Tomba dell’Orco è necessario concordare l’appuntamento con anticipo. A poche centinaia di metri dall’ingresso della Necropoli dei Monterozzi, oltre la meravigliosa distesa di cumuli terrosi che segnano l’accesso a pezzi d’arte inarrivabili, sul limite del cimitero di San Lorenzo, fra i cipressi e le cappelle moderne, “là sotto è la fanciulla / bellissima dei Velcha” come scrisse Cardarelli che qui è sepolto. Si chiamava Velia, in effetti, la fanciulla il cui profilo colpisce più dell’aria fresca in cui si irrompe abbandonando la calura estiva e il “canto di gigli” delle cicale.

Non aveva nulla a che fare con Odisseo, questa Velia. L’eroe tuttavia si prende la scena di là di una parete sfondata per via di una ristrutturazione che collegò altre camere funerarie a quella dei capostipiti pochi decenni dopo. “Ne derivò uno strano corridoio, pensato a restituire architettonicamente l’interno della grotta di Polifemo” scrive Harari. E infatti ce lo troviamo di fronte, il mostro incapace di dare ospitalità ai profughi sbarcati via mare. L’ambiente ricordava “certi luoghi vulcanici della Sicilia e dei Campi Flegrei e fenditure fumiganti come possibili accessi al mondo dei morti”.

Pochi metri e sulla parete appare Tiresia, l’indovino cieco che istruisce Odisseo nell’Oltretomba. La luce elettrica lo illumina nei colori che l’antico visitatore vedeva scintillare sotto il baluginio delle fiaccole. Ai suoi fianchi Agamennone e Aiace sembrano vivi. Quando riemergiamo dalla tomba dell’Orco proviamo forte la sensazione di carnalità che proiettano le figure dipinte sulla parete. Qualcosa di molto diverso dalla descrizione omerica in cui i morti sono come fumo. Ma assolutamente in linea con le attese del “pubblico di un funerale etrusco”.

Fuori, del resto, domina un caldo asfissiante. Fra i monterozzi, i visitatori italiani si contano sulle punte delle dita. Perlopiù stranieri. Un’anziana danese spiega ogni cosa al nipote seduta su una panchina all’ombra di un ulivo. Conosce perfettamente la fratellanza di Tarquinia e Atene. Roma semmai è troiana. Ma è lì che dobbiamo andare. Neanche cento chilometri. E sulla sommità del Campidoglio, troveremo la più antica fra tutte le immagini italiane raffiguranti Odisseo.

Si tratta di un cratere dipinto a Cerveteri dal vasaio Aristonothos nel VII secolo a.C.. Svetta in una delle vetrine delle sale Castellani del Palazzo dei Conservatori. E racconta di nuovo l’accecamento di Polifemo. È “goffo” il mostro, “non è particolarmente grosso” e stira le gambe “con l’affanno d’uno che si desti d’improvviso da un’apnea notturna”. Ma è il movimento di chi lo ferisce che deve colpirci. Come la scena di battaglia navale dipinta sul retro del vaso. Immagini marinaresche che secondo Harari evocano le esperienze di migrazioni con cui i greci arrivarono in Italia, sbarcando a Ischia eppoi a Cuma, “migranti economici” provenienti dall’Eubea, poco prima dei profughi che sarebbero arrivati dall’Asia Minore, seguendo le rotte mitiche di Enea.

Stranieri e ospiti. A volte accolti con tutti gli onori, a volte rifiutati. Ma mai disprezzati come fece quel mostro di Polifemo. Una storia che non avremmo immaginato di dover rivivere in questi anni di presunta civiltà. L’estate del 2019 è un susseguirsi di notizie ciclopiche a cui si fa sempre più l’abitudine. Quando scendiamo verso il Circeo e il golfo di Gaeta, tutto questo diventa chiaro. L’ “odissea” di centinaia di naufraghi isolati in mare su navi che li hanno tratti in salvo e tuttavia considerate criminali importa poco ormai ai villeggianti che riempiono il litorale italico. La spiaggia di Sperlonga è zeppa di corpi su cui scivolano creme, odori dolciastri, musiche, panini, ombrellini, racchettoni. Solo in pochi vanno a interrogarsi sul passato e il presente verso l’estremità del golfo di fronte alla grotta, la spelunca che ha dato nome al paese.

Capolavoro architettonico e artistico quello che si fece costruire Tiberio. La grotta era il triclinio estivo della sua villa. Impossibile non visitarla e semmai perdersi nella magia dei gruppi scultorei che la riempivano  e che si possono ammirare dopo restauri e calchi di ricostruzione nel museo accanto. Ci spiega Harari che si trattava di “installazioni mirate a coinvolgere il fruitore” per immergerlo nell’immaginario odissiaco. Dai loro letti, l’imperatore e i suoi commensali osservavano quelle scene riflettersi nelle piscine create sul mare. Fra le varie scene, soprattutto, osservavano il modo in cui l’eroe aveva vinto il Ciclope. Una volta ancora. E con una vividezza plastica assoluta. Se ci lasciamo andare, anche noi possiamo rivivere quell’esperienza. Il mostro è addormentato. Ma noi riusciamo a vederlo già vittima della sua scarsa intelligenza a dispetto della violenza verbale e fisica, dopo che il palo di ulivo attizzato nella fiamma ne avrà perforato l’occhio. Odisseo, calmo, aspetterà soltanto di ascoltarne il grido quando chiama a raccolta i suoi simili: “Nessuno mi uccide con l’inganno, non con la forza”. Allora – cantano gli aedi per Odisseo – “rise il mio cuore”. Rifiutava l’ospitalità, l’idiota, e uccideva uomini. E preda di un senso sventurato di onnipotenza, non immaginava in alcun modo di dover trovare sulla sua strada un piccolo uomo da nulla, un Nessuno, capace di abbindolarlo.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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  1. […] Di Ulisse, del suo viaggiare per mare e della sua vittoria sul Ciclope, l’inospitale […]



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