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Le cose che restano, il primo romanzo di Jenny Offill

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(fonte immagine)

In italiano si dice codice crepuscolo: è la traduzione più fedele a violet hour, l’ora in cui il cielo si avvicina alla notte, ma la luce resiste ancora; è il modo in cui si definisce l’ora in cui sei chiamato a affrontare la morte e i confini incerti di una scomparsa, il buco nero in cui le cose vengono risucchiate. Le cose che restano, il debutto di Jenny Offill, scritto nel 1999 e tradotto adesso da una magnifica Gioia Guerzoni inizia così: con una madre che racconta di quando una volta non esisteva il buio assoluto e una bambina che sa che sta parlando di morte e che, forse, non arrendersi all’oscurità è un modo come un altro per tenere tutto, non dimenticare niente.

Questo romanzo è la storia di Grace e dei suoi genitori o di quello che ne è rimasto. C’è una madre che si veste da sirena, spiega la storia dell’universo come se la scienza fosse solo l’altra faccia delle favole e lavora in un centro per rapaci. E c’è un padre che ha un laboratorio nel seminterrato per lavorare o forse per nascondersi, costruisce case di bambola che si illuminano e cresce la figlia come una pagana, perché è più razionale così. Così Grace, tutte le domeniche, si mette alla finestra e tira i sassi alle macchine che vanno in chiesa: se ci fosse un Dio, pensa, sarebbe questo il momento per farsi vivo; ma non succede niente.

I genitori le impediscono di giocare con il bambino che abita nella casa di fronte, trovano che per lei sia ancora troppo pericoloso attraversare da sola la strada: i due si mandano messaggi dalla finestra, luce accesa, luce spenta, breve, lungo, lungo, breve, poi di nuovo il buio; Grace pensa che il bambino sia morto e chiama la polizia. Quando arriva, non si chiede cosa sia successo davvero: per lei la morte è una cosa che capita, che abita lo stesso mondo liminare in cui lei si muove.

Lo zio le spiega il corpo umano in termini numerici: duecentosei ossa, tre chili di pelle, quattordici muscoli per sorridere: “Mio zio aveva detto tutte quelle cose alla tele. Ma niente sui vermi. A cena, interrogai mio padre sull’anima. Volevo sapere se sembrava un verme. Ti scivolava fuori o volava via?”. Il romanzo di Jenny Offill è pieno di momenti così, di oggetti e discorsi incongri, ma sono solo queste le cose che restano, quelle a cui ci si appiglia, mentre tutto il resto del mondo, fuori dalla casa in cui Grace vive, studia, gioca, pare svanire nella nebbia. O, forse, risucchiato in un buco nero, lo stesso dove sono finite l’altra bambina, la sorella che Grace non ha mai conosciuto, e sua madre, la donna di cui ci si era innamorati perché l’unica che non si annoiava mai, quella donna che oggi toglie sua figlia dalla scuola, le insegna cosa succede quando le stelle esplodono, i matrimoni si disgregano lungo i bordi e le persone smettono di orbitare l’una attorno all’altra.

Questo è portentoso della scrittura della Offill, la capacità di rimanere come in bilico sui cornicioni e di raccontare com’è che una persona si piega su se stessa fino ad entrare nel palmo di una mano: Lydia Davis è il paragone che viene in mente, la lingua spietata, la stessa enigmaticità, le stesse ombre lunghe che rendono la realtà un oggetto ambiguo e indecifrabile. Kafka scrive, in una lettera a Milena, che “nessuno canta così puramente come coloro che si trovano nel più profondo inferno. È il loro canto che scambiamo per il canto degli angeli” ed è questa voce che le due scrittrici sono in grado di ascoltare ancora e che provano a riportare a noi.

Grace è la voce che racconta Le cose che restano perché è una bambina, una figura ancora vicina al mondo del limite, quello della violet hour, il punto di passaggio tra questo e un altro mondo: la verità e la finzione si confondono come nei giochi dell’infanzia, come nei sogni, saturi di fantasmi di un’altra vita.

Di lutto e di perdita, ecco di cosa si nutre la sua scrittura, ma la perdita di cui si parla è di sé, delle parti che ognuno sacrifica, non degli altri; come in Sembrava una felicità (il libro che ha portato la Offill in Italia, sempre NNE, 2015): la donna che voleva essere un mostro di letteratura finisce per non avere neanche più un nome, essere solo la moglie, diventare madre.

Le donne della Offill paiono consumate dall’intensità dei sentimenti che loro stesse suscitano: come un profumo troppo forte o un giglio sotto una campana di vetro, non sopravviveranno a se stesse; sembrano quasi sirene portate a riva, che progressivamente perdono la loro magia; inadatte a vivere tra la gente, impossibilitate a tornare sott’acqua.

Così Le cose che restano forma una specie di continuo di Sembrava una felicità, pure in anticipo di sedici anni: ad Anna, la madre di Grace, della donna che rideva nelle foto del viaggio di nozze, restano qualche stranezza, la strada che porta verso l’unica città che abbia mai amato e l’infinita tenerezza per Edgar, il ragazzo che tiene Grace, dal petto incavato e le letture difficili, l’ultimo a vedere perché tutti si innamoravano di lei, a sedersi sul divano che ha ancora l’impronta del suo corpo, l’odore dei suoi abiti.

In una poesia, Warshan Shire scrive che pensa agli amanti come agli alberi, alla ricerca della stessa luce: gli amori delle donne e degli uomini di Jenny Offill assomigliano a queste architetture vegetali, ma una delle due parti cresce a dismisura, ruba luce, acqua, uccide l’altro, forse senza neanche averne coscienza. Questa scrittrice riesce a raccontare com’è difficile darsi e tenersi insieme, essere mostri di letteratura e madri, vivere nel proprio corpo e nelle appendici degli amati, senza fare della propria scrittura un saggio da condividere; ne fa letteratura, storie che meritano di essere lette.

“Quella notte, mi raccontò degli uomini iena in Africa che hanno due facce, una davanti e una dietro. «Aspetta» dissi. «Dove nasconde la faccia cattiva?».  Mia madre si toccò la nuca. «Qui» disse.”

Sara Marzullo è nata a Poggibonsi (SI) nel 1991. Si è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra città e romanzo. Collabora con varie testate, tra cui il “Mucchio Selvaggio”.
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