Oh Maria

di Tiziana Lo Porto

C’è nella storia del New Yorker una copertina talmente famosa che basta dire il nome perché i newyorkesi la visualizzino a mente. Si chiama New Yorkistan, è datata 10 dicembre 2001, e al momento vanta un quattordicesimo posto nella classifica delle 40 copertine di riviste più belle degli ultimi quarant’anni. Disegnata sopra c’è una mappa di New York nei colori pastello con nomi inventati e multiculturali (in un misto di yiddish, persiano e newyorkese) al posto dei veri nomi dei quartieri della città. Così il Bronx si chiama Bronxistan, con dentro l’oasi felice e per niente pericolosa Notsobad (Noncosìmale), mentre Central Park è Central Pakistan, e la zona della Columbia è Liberaci (da “liberal”). A firmarla due degli illustratori più celebri della città: Rick Meyerowitz e Maira Kalman.
Maira Kalman è nata nel 1949 a Tel Aviv, quando aveva quattro anni si è trasferita a New York con la famiglia, e da lì non si è più spostata. Illustratrice, scrittrice e designer, ha realizzato una dozzina di magnifici libri per bambini e sette per adulti. L’ultimo è And the Pursuit of Happiness, viaggio nell’America post-Obama in cerca di quel che resta della democrazia, pubblicato prima come (seguitissimo) blog sul New York Times e poi diventato un libro per la Penguin. Il più chic è The Elements of Style, versione illustrata dell’omonimo ultracelebre manuale di scrittura del 1918 firmato William Strunk, Jr. e E.B.White. Il più poetico è The Principles of Uncertanainty, diario scritto e illustrato di un anno della vita dell’artista (anche questo, prima blog e poi libro). I prossimi saranno su Lincoln e su Thomas Jefferson.
Di poche settimane fa l’inaugurazione al Jewish Museum di New York, in collaborazione con l’Institute of Contemporary Art della University of Pennsylvania, della personale Maira Kalman: Various Illuminations (of a Crazy World). In mostra fino al 31 luglio, trent’anni di lavori e di oggetti collezionati dall’artista. Ovvero, il meglio del suo mondo. “La musica, la luce, i miei figli e la mia famiglia, i libri, e i viaggi”, mi dice quando le chiedo di provare a elencare cinque delle sue “varie illuminazioni”. Mentre i suoi cinque posti illuminanti di New York sono “Central Park, il Metropolitan Museum of Art, il Museum of Modern Art, camminare a Chinatown, camminare ovunque”. Maira Kalman ama New York. “La adoro”, mi dice. “Di solito disegno le persone che vedo per la strada, e questa è una cosa che puoi fare dappertutto. Ma non potrei vivere in nessun’altra città degli Stati Uniti, questo è certo”. Quando non è a spasso per la città, la trovi dentro una libreria, o in un caffè di Manhattan. “Il Café Sabarsky (il caffè della Neue Galerie, nell’Upper East Side, ndr) in questo momento è il mio preferito”, dice. “Disegno e scrivo lì, oppure nel mio studio”. Mi spiega il suo lavoro, e le chiedo se le viene in mente il verso di una poesia che riesca a definirlo. Cita Goethe, il Faust: “Un brivido mi afferra, lacrima segue lacrima, / si sente molle e tenero questo cuore severo; / quel che adesso possiedo lo vedo da lontano, / e quello che svanì diventa reale e vero”. E poi aggiunge che “più che il mio lavoro, sono versi che definiscono una parte di me”. Per definire il suo lavoro sceglie invece tre aggettivi: “eccentrico, letterario, narrativo”. E spiega che a muoverlo è soprattutto “il desiderio di non annoiarmi, di raccontare storie in cui ci siano dentro tutte le cose importanti e anche quelle non importanti”. Le chiedo se anche la religione, il suo essere ebrea, rientri tra le cose importanti. “Essere ebrea può significare un sacco di cose”, risponde lei. “Significa che ho senso dell’umorismo? Senso del tragico? Senso del coraggio? Significa sentirmi una outsider? Forse sì, forse significa tutto questo. Con ciò non voglio dire che la religione mi piaccia particolarmente, ma è anch’essa parte della vita”.

Questo articolo è uscito per D-Repubblica.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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