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Oikocrazia ovvero la distopia nella realtà

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di Sergio Mancuso

“L’oikocrazia arriva a proporsi come un modello universale che soprassiede alle tradizionali declinazioni della politica, dalla democrazia all’autoritarismo – regimi dei quali semmai, tenderà a emulare le forme, riducendoli a epifenomeni” [1]

L’Età dell’Oikocrazia. Il nuovo totalitarismo globale dei clan di Fabio Armao è un libro che si legge velocemente, ricco, scorrevole. Un pregio, per un saggio che vuole essere accademico ma dedicato alla divulgazione di massa per i non addetti ai lavori. Con una vasta rete di informazioni ci rende consapevoli di dati e configurazioni geopolitiche mondiali che sfatano miti e raggiungono l’obiettivo: rimangono addosso, nella mente, fanno pensare proponendoci, nell’epoca dell’informazione istantanea, un momento di riflessione ponderata.

Le trasformazioni avvenute in campo tecnologico hanno scardinato le categorie novecentesche verso cui le giovani generazioni non trovano più nessun riscontro, mentre quelle “vecchie” vi rimangono ancorate per un’abitudine formale che non ha più applicazione nella vita di tutti i giorni. I network sociali oggi costruiscono delle enclosure quotidiane che si sostituiscono alla società globale, che sono la società globale in uno dei tanti paradossi della moderna caduta delle barriere nazionali dove si annullano i confini spaziali ma si riscoprono fortemente quelli della territorialità vera, presunta o digitale come impalcatura portante della vita quotidiana. Seguendo la disamina socio-politica di Armao, troviamo la riscoperta della struttura del clan come struttura di riferimento del sistema sociale.

per il grande manager come per il black bloc, l’autocategorizzazione come membro di un clan può prescindere del tutto dall’idea di nazione e assumere una connotazione “cosmopolita”[2]

Non si è intervenuti mentre il capitalismo trionfava sulle economie di stato, creando il precario equilibrio del sistema finanziario globale che si poggia su una crescita incontrollata del credito privato, e questo nuovo modello di società, tanto vero quanto inquietante, ricalca il totalitarismo delle distopie di Huxley e Orwell, si pone come modello universale partendo dal basso, e si estende lungo tutta la struttura sociale divenendo il fulcro attorno al quale ruota la costruzione dell’identità comunitaria del cittadino.

Il clan può essere facilmente identificato con la criminalità organizzata, ma è solo uno degli esempi: esso costituisce la struttura familistica di potere nella politica, nell’economia, nel lavoro e negli ideali comuni. Questa costruzione di pensiero è tornata in auge riprendendo il sostrato clientelare delle società antiche, e come la famosa rana di chomskyana memoria, l’uomo moderno vi si è trovato invischiato senza rendersene conto, ne è divenuto parte fondante. Il clan prende forma sostituendo l’era dei diritti individuali mettendo al cento gli interessi di una famiglia immaginata.

Tutto questo è stato possibile, a mio avviso, anche grazie alla riscoperta in epoca moderna dell’arte della retorica e dello storytelling, che collega l’interiorità alla collettività; da sempre la narrazione è desiderio di identità, la ricerca del narrare si sovrappone all’antropologia in una intersezione abbastanza netta.

L’uomo moderno cerca l’immediatezza, e lo storytelling funziona perché l’uomo vuole essere ingannato, desidera continue conferme della propria visione del mondo. All’interno di questa esigenza si realizza il clan riducendo le condizioni d’incertezza dell’individuo e si pone come attore centrale della nuova realtà. Ciò crea un disagio sociale bicefalo che propone una rilettura fluida dei confini della legalità e dell’illegalità adattandosi di volta in volta ai bisogni del clan coinvolto. Crea quindi “cluster di sovranità in competizione tra loro”, mettendo da una parte in discussione il bisogno inalienabile di vivere in una società di diritto, dall’altra mette in moto un processo di disinteresse e di alienazione diffidente, portando all’apatia e al senso d’inutilità dell’uomo moderno che tenta di sfuggirne supportando interessi clanici e costruendo di volta in volta le condizioni alienanti che cerca di combattere.

Questo porta a una definitiva e terribile mancanza di immaginazione, ma soprattutto di immedesimazione partecipativa verso l’Altro. Si viene a creare una rete in cui questi atti patogeni si ramificano e come le fronde degli alberi che s’intersecano si supportano l’un l’altro, si tolgono l’ossigeno l’un l’altro lottando, avvinti in un abbraccio mortale, per la luce del sole o meglio per raccogliere quanto più potere possibile, quanti più adepti al proprio clan. L’individualità forzata del nostro secolo si trasforma in una subordinazione in cui la libertà e l’autonomia del singolo si assoggetta agli interessi del proprio clan che alimenta l’attaccamento emotivo dei propri membri nel momento in cui essi sentono di non trovare posto all’interno della società. Il clan, nella disamina dell’autore, trova la propria legittimazione strutturale in quanto intermediatore tra il singolo soggetto e una società resa troppo complessa.

Oggi la struttura sociale ha assunto dimensioni talmente ampie da restituire al clan la centralità a livello microsociale che aveva perso all’inizio dell’era moderna. [3]

L’Età dell’Oikocrazia apre a riflessioni estremamente interessanti anche a riguardo del linguaggio: in La morte della verità la scrittrice e premio pulitzer Michiko Kakutani parla della celebrazione dell’opinione rispetto alla conoscenza e di un complessiva svalutazione della verità oggettiva, e la soggettività dell’integrazione oikocratica può ricondurre alle sue parole: la verità si basa su un traballante tavolo postmodernista dove è la verità riconosciuta dai membri di un clan l’unica accettabile e condivisibile, e su questa costruzione a base clanica, che non cerca l’autorevolezza della verità, si fonda anche la moderna politica che mira a costruire consensi e identità di gruppo generando la sensazione di appartenere a una famiglia immaginata costruendo di fatto una politica medializzata dove la forma del messaggio va a discapito del suo contenuto arrivando ad utilizzare, pubblicamente e senza remore, anche le fake news che più si adattano alla costruzione archetipica del proprio elettorato.

Questo abbraccio della soggettività si è unito alla svalutazione della verità oggettiva: la celebrazione dell’opinione rispetto alla conoscenza, dei sentimenti rispetto ai fatti. [4]

Il saggista che ci ha condotti fin qui denota, con estrema lucidità, come uno dei pilastri fondativi di questa “nuova società” sia dovuto al fatto che sempre più governi hanno ceduto le proprie prerogative, non potendole più mantenere e/o gestire, a interlocutori privati, diventando di fatto dei meri appaltatori. La conformazione a base clanica intercorre lungo tutta la nostra società, anche laddove crediamo non ve ne sia traccia,  l’esempio più lampante che può servire a racchiudere nel microcosmo di una semplice istituzione, il macrocosmo dell’economia globale, a mio parere si trova all’interno dell’informazione accademica.  Un impero fondato sull’enclosure informatica, sulla clanizzazione di stampo economico. In anni non troppo lontani, per abbattere i costi le istituzioni di ricerca scientifica decisero di appaltare le proprie riviste a istituzioni commerciali che ne riducessero il peso in fattore economico, ingenerando un cortocircuito: hanno donato di fatto il monopolio dell’informazione accademica alle entità editoriali che vi hanno costruito un impero[5].

Gli autori e le loro istituzioni devono prima pagare per poter pubblicare i propri scritti all’interno di queste riviste e poi sborsare pesanti gabelle per l’accesso di lettura ai loro stessi contributi; lo status quo monopolistico ha poi generato una seconda e più subdola accettazione del clan all’interno della sfera sociale e formale dell’informazione accademica ovvero anelando pubblicare con riviste ad alto impact factor e formando, spesso del tutto gratuitamente, i comitati scientifici della peer review, gli autori e le loro istituzioni di fatto mantengono in piedi un sistema clanistico che va a loro completo discapito[6]eppure tutto viene assoggettato al bisogno di rientrare all’interno di un clan, questa volta, di elezione culturale.

Confesso di aver letto con estremo piacere il primo capitolo della trilogia saggistica di Fabio Armao, trovando spunti interessanti e una visione dell’umanità particolareggiata e interessante che apre porte e spalanca visioni per una maggiore comprensione del mondo che resterà impressa nella mente di chi legge, come la vista di un particolare che da sempre si coglie con la coda dell’occhio senza mai essere focalizzato, e che una volta messo a fuoco, è impossibile non cogliere ovunque.

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[1]Fabio Armao, 2020,  L’età dell’oikocrazia, Meltemi editore, Milano.

[2]Ibid.

[3] Ibid.

[4] Michiko Kakutani, La morte della verità. La menzogna nell’era di Trump, 2018, Solferino, Milano.

[5] Nel ’91 con il progetto TULIP la casa editrice Elsevier pose le basi del mercato attuale.

[6] per una trattazione più approfondita Caso, a cura, Digital Rights Management. Problemi teorici e prospettive applicative, 2008.

Commenti
Un commento a “Oikocrazia ovvero la distopia nella realtà”
  1. sergio falcone scrive:

    Cambiano le forme del dominio di classe, il dominio di classe rimane immutato.
    Ovunque io vada, c’è sempre chi domina e chi è dominato o, meglio, chi si fa dominare. Anche negli ambienti che si pretenderebbero diversi. Uno dei motivi per i quali non credo più a nessuno.
    Le rivoluzioni sono tutte fallite e nessuno ne vuole prendere atto. Quelle che ascolto sono solo verità ideologiche.

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