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Oltre il confine: giovedì prossimo inizia il Salone del Libro

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Si apre il 18 maggio il XXX Salone Internazionale del Libro di Torino. Oggi Ttl de “La Stampa” dedica 24 pagine all’evento: una guida per muoversi consapevolmente tra i 5 lunghi giorni (le le ancor più lunghe 5 notti) della manifestazione, con contributi di e su Amitav Ghosh, Jonathan Lethem, Anif Kureishi, Annie Ernaux, Claudia Rankine ecc. Qui il pezzo introduttivo di Nicola Lagioia.

di Nicola Lagioia

Quella dei confini è una questione complicata. Dedicare un Salone del libro a un simile tema significa prendere il polso al nostro tempo sentendo sotto le dita, si spera, due insidie opposte. L’irrigidimento dell’idea di confine evoca il nostro lato più violento e primitivo: chi sta da questa parte si sente membro della stessa tribù, chi è fuori acquista le dimensioni del nemico. La paura è il più antico combustibile emotivo dell’umanità, quando ne siamo invasi ci sentiamo i guardiani delle Termopili. L’assenza di vergogna per la condizione umana fa il resto: amiamo ingannarci, negli occhi dei bisognosi crediamo di vedere lo scintillio delle armi persiane. Chi solleva muri cova la violenza dei deboli di spirito, non ha speranza di costruire un futuro che non grondi lo schifo del passato.

Ma chi vagheggia la cancellazione dei confini con la serenità che gli farebbe correggere un vecchio errore a colpi di bianchetto – magari fischiettando Imagine di John Lennon – è a sua volta un superficiale, nel peggiore dei casi nasconde un lupo sotto le coltri dell’uomo di pace. I confini determinano la varietà del mondo (etnica, religiosa, politica, culturale, naturalmente geografica, persino culinaria) e sognare di azzerarli vuol dire rendere digeribile, innanzitutto per la propria coscienza, la bramosia di assimilare, di colonizzare, di annullare le differenze, di rendere tutto uguale, cioè identico a sé, il sogno dei megalomani in colletto bianco. Si tratta di una brutalità diversa da quella che anima i costruttori di muri, più presentabile, non meno pericolosa. La dinamica è opposta, la matrice identica: l’odio del diverso, la certezza di vantare i diritti che si negano agli altri. Oggi viviamo tra due fuochi, due divoratori di bellezza si contendono le nostre vite.

I confini andrebbero prima di tutto rispettati. Ma anche resi disponibili al corteggiamento grazie alla nostra naturale inclinazione a non bastarci. Avvicinate un confine, sarete entrambi magnetici.

Bisogna certo arrendersi all’evidenza che, al di là di quella soglia, di quella linea tratteggiata, di quel momento di discontinuità, ci sono modi di fare, di pensare, di essere, di vivere diversi dai nostri, ai quali riconoscere dignità. Ma questo ha un prezzo. Non si può superare un confine senza sentire il dislivello, la difficoltà, lo smarrimento, l’asperità che sempre proviamo quando entriamo in una dimensione diversa da quella in cui la nostra solitudine si sente così a proprio agio da farci appassire. L’altro è impegnativo, ma è l’unica possibilità che abbiamo per non svanire. L’altro ci definisce (diventiamo riconoscibili ai nostri stessi occhi solo rispetto a ciò che non siamo) ed è la porta di accesso al futuro. Lo è anche in chiave biologica: il sesso prevede l’attraversamento del confine per antonomasia, quello tra i corpi, ci fa piombare nell’intimità dell’altro, con tutta la meraviglia e lo spavento che ciò comporta. La vita ha origine nella dimensione dove identità e confusione, forza e abbandono, fantasma dell’amore e spettro della violenza cercano un impossibile (eppure a un certo punto vero) punto di equilibrio.

I confini non vanno resi invalicabili. Non vanno neanche violati. Ma sulla possibilità che il nostro lato animale produca quella particolare vibrazione dello spirito a cui per debolezza di pensiero, per insufficienza di linguaggio figurato associamo l’immagine di ponte, si gioca buona parte dell’evoluzione umana.

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