Omaggio a Giuseppe Genna

Durante la presentazione di Assalto a un tempo devatato e vile. versione 3.0 a Libri Come, domenica 28 marzo a Roma, Tommaso Pincio è intervenuto all’incontro leggendo questo “Omaggio a Giuseppe Genna”, in cui racconta il suo rapporto con il libro e con l’autore. Buona lettura e buon inizio di settimana.

di Tommaso Pincio

È da diverso tempo ormai che Giuseppe Genna perturba le nostre lettere. In rete e sulla carta stampata. E dico perturba non perché sia per vocazione un agitatore. È il suo semplice esistere che scuote. Solitamente, con uno scrittore, la partita si risolve con un «mi piace» o il suo contrario. Talvolta, tanto il «mi piace» che il suo contrario si amplificano in forme di adorazione incondizionata o rifiuto assoluto ma soltanto in rari giungono a toccare lo scrittore al di là di quel che egli scrive. La persona, solitamente e per quanto possibile, viene lasciata al riparo, risparmiata.
Il caso di Giuseppe è diverso. Certo, c’è chi lo ama e molto per quello che scrive e altri che, per la stessa ragione, lo amano meno. A un certo punto del suo percorso Giuseppe ha iniziato a usare per sé una strana definizione: il Miserabile scrittore. Era qualcosa di più di un comune epiteto, un nomignolo, un nick di battaglia affibbiatosi da sé. Giuseppe non si era semplicemente autobattezzato Miserabile né si limitava a palesare una discendenza adottiva da un assai noto maestro dei tempi andati. Giuseppe, quando si presentava al mondo in questa maniera — un mondo che era perlopiù quello della rete di cui egli un profondissimo conoscitore — parlava di sé in terza persona. Definirsi il Miserabile scrittore non era per lui un’obliterazione momentanea del nome, era un modo per parlarsi in terza persona, considerasi altro da sé, guardarsi da fuori.
Di più: era un modo di espellersi.

Sì, perché Victor Hugo a parte, è difficile immaginare che Giuseppe non abbia considerato le implicazioni meno specificamente letterarie che quella parola, miserabile, fatalmente contiene. Miserabile perché? verrebbe infatti da chiedersi. Miserabile perché scrittore? O miserabile benché scrittore? L’attributo stesso miserabile ha una doppia natura, può indicare una persona degna di commiserazione, uno sventurato per il quale provare compassione e pietà, ma anche un individuo abietto, avvezzo alle peggiori bassezze morali o semplicemente un’incapace. Quale che sia il senso cui davvero pensava Giuseppe, traspariva una vocazione alla reiettutidune. Riferendosi a sé stesso in terza persona nei termini del Miserabile scrittore, Giuseppe si bandiva da sé, si dichiarava reietto a sé stesso.
Per lunghi anni, giacché è lungo ormai il tempo che vede Giuseppe e me legati da un’amicizia fraterna, ho pensato che questa cosa del Miserabile, pur con tutte le implicazioni che ho detto, che fosse un vezzo, una figura retorica, un gioco letterario, una chiave offerta al lettore per meglio entrare nella sua opera. Insomma, mai e poi mai sono stato sfiorato dal pensiero che Giuseppe fosse davvero un paria, tanto più un paria di sé stesso. Finché un giorno pubblicai su un quotidiano un articolo dove, tra le tante cose, parlavo di un libro di Giuseppe che mi aveva grandemente impressionato, Italia de profundis. L’indomani ricevetti sul mio cellulare un messaggio minatorio. Un sms dal tono rabbioso e imperativo col quale mi si intimativa di non scrivere mai più, in futuro, di Giuseppe Genna. Io non ci potevo credere. In tutta la mia carriera di pubblicista, carriera non più brevissima ahimé, mai mi era capitata una cosa del genere. È vero che le mie inclinazioni di americanista mi avevano portato a scrivere rarissimamente degli autori del nostro paese, nondimeno una simile reazione a un articolo mi pareva del tutto sproporzionata. Potevo indubbiamente rincuorarmi concludendo che il compilatore del messaggio fosse un po’ fuori di testa, come del resto lo siamo tutti noi che facciamo una ragione di vita di questa poco pratica ossessione di mettere insieme una parola dopo l’altra. Però.
Dopo averci meditato, mi risolsi a confidare l’accaduto a Giuseppe. Non si stupì affatto. Cose del genere gli erano già capitate in passato. «Causo reazioni di questo tipo» mi disse. Per il mio bene mi consigliò di fare quel che si ordinava nel messaggio, non scrivere mai più di lui in futuro. Posto che non sono uno cui piace obbedire agli ordini — ché se ho deciso di diventare scrittore è stato proprio per amore della libertà di alzarmi al mattino quando più mi pare, senza un capo che mi rimproveri per il ritardo o per ciò che dovrei o non avrei dovuto fare — tanto odio mi pareva insensato.

Giuseppe è fra le persone più buone e generose che mi sia capitato di conoscere. Posso capire nutrire riserve anche accese per la sua opera, ma un rifiuto tanto radicale e assoluto della persona era per me incomprensibile, oltre che inaccettabile. Così ho pensato che volevo capire, convinto che ci fosse qualcosa nel modo in cui Giuseppe scrive, in quel suo farsi scrittore Miserabile, che poteva spiegare tutto ciò.
Spero mi perdonerete se, per illustrare quanto ho compreso, partirò un po’ da lontano. Per la precisione, dalla creazione del mondo. Immagino voi tutti sappiate che intorno a questa faccenda si è molto dibattuto e si continua dibattere. Sintetizzando, le scuole di pensiero sono due. Da una parte c’è chi crede il mondo sia stato progettato da un essere intelligente a scopi benigni. Dall’altra ci sono quei testoni degli scienziati che si ostinano a vedere nell’universo null’altro che una astrusissimo manifestazione di leggi fisiche e matematiche, le quali operano senza mira alcuna. In tempi recenti, si è cercato di trovare una via di mezzo escogitando un nuovo concetto, il cosiddetto principio antropico in base al quale il mondo sarebbe finemente regolato per permettere a noi, sventurati e senzienti abitanti del pianeta Terra, di osservarlo.
Non sono un luminare dell’astrofisica, ma dalla modestissima postazione di incompetente mi sento di giudicarla un’idea quantomeno bislacca, giacché è un po’ come dire che il suono sia stato creato con il preciso scopo di consentire a voi di udire le irrilevanti cose che vi sto dicendo ora. In realtà, quel che di affascinante c’è nel misterioso e maestoso big bang — cioè a dire nell’infinito instante in cui tutto il popò che ci circonda era condensato e sospeso in un minuscolo spazio alla maniera di un pisello in un baccello — è che l’universo non avrebbe mai potuto espandersi e aggregarsi in galassie più o meno grandi, in cose più o meno significanti, in creature più o meno evolute, in cervelli più o meno consapevoli, il famoso pisello nel baccello fosse stato un concentrato armonico e omogeneo dell’universo. Perché se lo fosse stato — armonico e omogeneo — l’universo si sarebbe espanso in maniera perfettamente uniforme, impedendo alla forza di gravità di dire la sua. Le particelle di materia se ne sarebbero andate per i fatti loro e nulla si sarebbe aggregato, niente sarebbe nato.
La cosa incredibile, difficile a comprendersi cioè, è che il pisello dell’origini, l’universo allo stato zero, era un concentrato grumoso. C’era un po’ di roba qua, un po’ di roba di là, con qualche buco in mezzo. Una specie di gruviera, insomma. Perché vi dico questo? Ve lo dico perché il pisello grumoso indica che l’essenza dell’universo è l’aggregazione disomogenea. Il mondo è un concentrato di centri e periferie. Punti in cui le cose sembravano convergere e distese, perlopiù desolate, dove quelle stesse cose danno l’impressione di disperdersi fino a scomparire.
La miserabilità di Giuseppe è per l’appunto la miserabilità della periferia. Assalto a un tempo devastato e vile contiene pagine di dolente bellezza sulle disgregate esistenze che si vivono nelle zone marginali delle nostre città, nella fattispecie di Milano e dintorni lombardi. Ma c’è qualcosa di più di questo. Tutta la scrittura di Giuseppe è caratterizzata da un voce speciale, una maniera precipua di guardare le cose. Spesso, nei libri di Giuseppe, la presenza dello scrittore che guarda quanto viene raccontato è così forte che il guardare diventa un entità a sé. Un personaggio a parte.
C’è un libro, intitolato Le teste, dove Giuseppe racconta la venuta al mondo di uno sguardo. All’inizio il lettore fatica un po’ a capire. Viene descritto l’interno di una bocca, poi un dente marcescente, dal quale, d’un tratto, esce ciò che Giuseppe chiama espressamente «lo sguardo». Dal canale del dente lo sguardo accede nel cavo orale, che ci viene figurato come un universo rosso, viscoso e buio. Lo sguardo è dentro la bocca come in un invaso uterino e lì rimane finché non giunge un’onda di sangue così colossale da obbligare la bocca ad aprirsi. Una luce bianca e assoluta travolge lo sguardo e lo sguardo gli si fa incontro, alla luce, trascinato via dal fiotto di sangue.
«È la doglia» scrive Giuseppe, «È il parto. È l’espulsione». Lo sguardo fuoriesce. Va incontro alla luce che penetra nell’antro della bocca. Ecco, adesso è fuori, nell’aria. Lo sguardo è fuoriuscito da quell’universo orale e si allontana a velocità insostenibili e vede…
Vede la testa. La testa è una testa umana e lo sguardo è fuoriuscito dalla sua bocca sanguinante. Nella fattispecie si tratta di una testa decapitata. Ma poco importa, perché leggendo ciò che scrive Giuseppe si ha sempre questa sensazione: la sensazione di uno sguardo che espulso dalla sua fonte, dal suo stesso occhio. Uno sguardo vomitato nella periferia del mondo dal suo centro d’osservazione. Credo di non sbagliarmi se indico in questo speciale sguardo la vocazione alla reiettitudine di Giuseppe, la pulsione che lo ha spinto a fare di sé un Miserabile. E credo anche sia questa miserabilità a rendere tanto difficile, per alcuni, sopportare ciò egli che scrive. Questa miserabilità è la stessa ragione per cui tanti preferiscono tenersi a distanza, mentre tanti altri, come me, lo sentono per contro prezioso, vicino, indispensabile come il migliore degli amici. Come il mio miserabile amico Giuseppe Genna.

Tommaso Pincio, Roma, 28 marzo 2010, © minimum fax, tutti i diritti riservati

Commenti
5 Commenti a “Omaggio a Giuseppe Genna”
  1. Laura scrive:

    grazie.Leggere questo mi ha riconciliata con la giornata.

  2. stef scrive:

    Basta con le recensioni degli amici… questa è l’Italia… se la cantano e se la suonano… credono che basti l’incessante battage in rete per regalare il successo di vendite… forse qualcuno ancora ci casca… si ha bisogno di critici veri e non di una cerchia, piuttosto ristretta, di scrittorucoli che si recensiscono fra loro… basta!

  3. Donata F scrive:

    Caro Tommaso,
    anche io – come Laura qui sopra – ti ringrazio per quello che hai scritto e, conoscendo Giuseppe ed essendo sua amica da anni, non posso che concordare con quello che dici e discordare da quel che commenta il malfidente (o la malfidente) Stef. I francesi dicono “Honni soit qui mal y pense” (spero di non incorrere nella penna rossa di qualche esimio francesista), ma, senza scomodare la Francia, basta ricordare Platone, che parla della diffidenza ad oltranza (del “mal (y) penser”) come una forma estrema di stupidità: il cinismo (ante litteram, s’intende) sarebbe proprio il contrario di quel che si pretende. Del resto, la maggiore furbizia non è necessariamente una manifestazione di intelligenza (intus-legere). Credo che sia un’offesa all’amicizia pensare per principio che la stessa sia cieca (o mafiosa, tutto sommato siamo in Italia) e non problematica. Anzi. L’amicizia e la stima sono un esercizio e una manifestazione/incarnazione continua, e spesso dolente (ma spesso “gaudiosa”), di problematicità, stante la complessità ineliminabile dell’essere umano. Solo chi si attesta nelle semplificazioni può pensare che l’amicizia, e la sua testimonianza, sia un’abrasione dello spirito critico. Perciò, come amica e come “letterata” (per quel che vale) testimonio che questo, di Giuseppe, è un libro importante. Un libro che fa riflettere. Un libro che possiede una lingua (più lingue, più tradizioni dentro l’alveo gigantesco dell’amore per la lingua/le lingue, l’idioma/gli idiomi). Solo chi non ha orecchio può dubitare che in questo libro non vi sia lingua, non si facciano i conti con la lingua. Orecchio: paradiso perduto, eden prima della caduta, riconquistabile e presente sempre, in ogni istante, ma così bistrattato (violentato?) come la “miserabilità” (su cui assumo le tue analisi come qualcosa che per “troppa vicinanza” – che è pur sempre una categoria blochiana – non so e non oso pronunciarmi). Qui, in questo libro, le tradizioni si intrecciano, e si fanno i conti con le tradizioni e col vissuto: lo sguardo estreflesso – espulso – delle tradizioni e del vissuto. Le dolenti porte per cui si entra sono le stesse che non è il caso di citare, ma che Céline non si è peritato di citare nel suo Casse-pipe, trasfondendole nell’orizzonte lurido di una caserma. Nessuno può risentire ciò che non ha sentito, riconoscere ciò che mai ha ascoltato o udito. Che dire? Non ho voglia di scomodare i padri nobili e ignobili, perché la miserabilità pare essere questo, dopotutto: una forma di ignominia. Tanto vale starci (e dolere) ed evitare quel malpensare che ci rende tutti più miseri (non miserabili, proprio miseri come diceva Hegel). Esercitare l’amicizia come un’arte del discrimine interiore che non si accontenta, come la lettura, come la scrittura: un’arte dello scrupolo.

  4. Giorgio scrive:

    Fuffa!

  5. db scrive:

    la terza persona la usava mennea. il vento del nord spazzola l’urbe (lecchino di majorino incluso).

Aggiungi un commento