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L’omicidio di JFK, un terremoto nella narrativa americana

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Il 22 novembre 1963 veniva assassinato a Dallas John Fitzgerald Kennedy. Pubblichiamo un brano di un articolo di Francesco Longo uscito su Europa ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

Il giorno dell’omicidio Kennedy l’America perse la sua innocenza e la letteratura trovò un pozzo nero che traboccava di storie. Tra il più grande mistero americano e i romanzi c’è un legame che è stato sviscerato una volta per tutte da Don DeLillo: «Le trame possiedono una logica. C’è una tendenza, nelle trame, a evolvere in direzione della morte». Per DeLillo, trame politiche e narrative condividono una stessa inclinazione: la morte è «insita nella natura di ogni trama. Nelle trame di narrativa come in quelle di uomini armati», si legge nel suo libro su Kennedy, Libra.

I tre maggiori romanzi che hanno raccontato l’omicidio di Dallas rivelano l’influenza che quell’evento ha avuto sulla narrativa statunitense. Libra di DeLillo (Einaudi), American Tabloiddi James Ellroy (Mondadori) e 22/11/’63 di Stephen King (Sperling & Kupfer). Per tutti e tre l’assassinio Kennedy rappresenta la quintessenza della Storia e appare come l’emblema e l’origine dei loro generi letterari: il complotto postmoderno per DeLillo, il crime politico per Ellroy, l’orrore quotidiano per King.

Quando DeLillo scoprì che da ragazzo aveva vissuto a pochi isolati di distanza da Lee Harvey Oswald – nel Bronx – decise di scrivere un libro che raccontasse quella vita. Dopo tre anni di lavoro, nel 1988, uscì Libra. Addentrandosi nel labirinto di complotti e cospirazioni, si arrese davanti al fatto che la biografia dell’assassino fosse altrettanto labirintica e ingarbugliata: Oswald «si considerava parte di qualcosa di vasto e travolgente». I protagonisti del libro provano a risalire «le traiettorie dei proiettili fino alle vite che occupano l’ombra». Non manca chi da anni si è consacrato a scandagliare ingrandimenti fotografici, bibliografie, lettere e filmati amatoriali: «Per concludere che la materia dei suoi studi non è la politica, o il delitto, ma uomini dentro piccole stanze».

American Tabloid è il primo libro di una trilogia di Ellroy sulla recente storia americana. È composto da 100 capitoli che vanno dal novembre 1958 al 22 novembre 1963, data in cui inizia Sei pezzi da mille (che termina nel 1968). Mentre DeLillo celebra ancora i miti americani, per Ellroy «l’America non è mai stata innocente» e il lungo American Tabloid denuncia la nostalgia che «ci propina un passato che non è mai esistito». Compito del suo libro è dimostrare che l’ascesa dei Kennedy fu supportata da cerchie corrotte, e si candida a «demitizzare un’era e costruire un nuovo mito». Se DeLillo è ipnotico, affascinante e visionario, e usa Kennedy per mostrare che la Storia è spinta da una corrente di forze ingovernabili («io credo profondamente che esistano forze, nell’aria, che costringono gli uomini ad agire. Chiamala storia, o necessità, o come ti pare»), al contrario Ellroy è duro, spietato, sostituisce alla paranoia l’avidità umana, è telegrafico e sempre dissacrante: «Jack Kennedy è un dongiovanni liberale stagionato con i valori morali di un segugio da punta» (dice qualcuno nelle sue pagine). Scandali, frodi fiscali, mafia, cadaveri, l’America di Ellroy è fatta di inseguimenti, bordelli, neve da spazzolare via dai cappotti, vento che ulula e rovescia i bidoni della spazzatura. Qui tutti odiano i Kennedy.

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  1. […] cinquantesimo anniversario dell’assassinio di JFK, ieri abbiamo pubblicato due riflessioni di Francesco Longo e Cataldo Bevilacqua. Oggi chiudiamo il cerchio con un estratto da Omicidi americani, la raccolta […]



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