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On the Corner, quarant’anni dopo

Quarant’anni fa, il 1° giugno 1972, Miles Davis entrava in studio per registrare l’album «On the Corner». Riproduciamo un estratto dall’autobiografia di Miles Davis e un articolo di Lester Bangs sul significato di quello storico disco. 

Da Miles. L’autobiografia di Miles Davis con Quincy Troupe

Ero sempre più interessato a sviluppare una sonorità nera e questa era la direzione in cui si muoveva la mia testa allora: più ritmiche, più funk, piuttosto che rock bianco. […] Avevo Sly Stone e James Brown in mente quando entrai in studio nel giugno del 1972 per registrare On the Corner. In quel periodo tutti quanti si vestivano da fuori di testa, avete presente? Con quelle scarpe con la zeppa tutte gialle, e di un giallo elettrico, per di più, fazzoletti al collo, fasce nei capelli, gilet di pelle e roba del genere. Le donne nere si mettevano quei vestiti attillatissimi che gli facevano spuntare fuori il culone. Tutti ascoltavano Sly e James Brown e cercavano allo stesso tempo di essere fichi come me. Il mio modello ero io stesso, con qualcosa di Sly, di James Brown e dei Last Poets. Volevo riprendere la gente che veniva ai concerti, vestita in tutti questi strani modi, specialmente i neri. Volevo vedere tutti questi diversi tipi di abbigliamento e le donne che cercavano di nascondere i loro bellissimi culoni, cercando di tirarli in dentro.

Mi ero fatto prendere dalle teorie musicali di Karlheinz Stockhausen, il compositore d’avanguardia tedesco, e di un altro compositore inglese che avevo incontrato a Londra nel ’69, Paul Buckmaster. Mi avevano preso molto prima che registrassi On the Corner e di fatto Paul fu ospite a casa mia nel periodo in cui incisi l’album. Venne anche in studio. Lui amava molto Bach e così cominciai a interessarmi a Bach mentre Paul era lì dalle mie parti. Cominciai a capire che molte delle cose che mi aveva detto Ornette, sul fatto che si poteva suonare qualcosa in tre o quattro modi indipendenti l’uno dall’altro, erano vere, perché anche Bach aveva composto in quel modo. E poteva essere roba veramente funky, tosta. Quello che stavo suonando in On the Corner non aveva etichetta, anche se la gente pensò che fosse funk perché non sapevano come altro chiamarlo. In realtà era una specie di combinazione fra le idee di Paul Buckmaster, Sly Stone, James Brown e Stockhausen, altre idee le avevo riprese dalla musica di Ornette, altre ancora erano mie. La musica era una questione di spazi, di libere associazioni di idee musicali intorno a un nocciolo fatto di ritmo e improvvisazioni della linea di basso. Mi piaceva il modo in cui Paul Buckmaster usava il ritmo, lo spazio; e lo stesso valeva per Stockhausen.

Questo era il concetto, l’attitudine che ho cercato di mettere nella musica di On the Corner. Una musica su cui potevi battere il piede per aggiungere un’altra linea di basso. Volevo anche smettere di suonare nei piccoli club, e suonare questo tipo di musica ti fa uscire da quel genere di locali. Tutti quegli equipaggiamenti elettrici e quel sound erano eccessivi per i piccoli club dove si suonava di solito il jazz. Dall’altro lato avevo anche scoperto che era difficile suonare strumenti acustici negli spazi più grandi perché nessuno sentiva quello che suonavamo. Suonando con strumenti acustici in posti molto grandi non si distinguevano il fraseggio musicale né l’accompagnamento che lo seguiva. Non si sentivano tutte le note di un piano in un gruppo molto grande. Le orecchie della gente dovevano sforzarsi di sentire gli strumenti acustici perché si erano abituate ad ascoltare gli strumenti amplificati. In tutto quello che si suonava, i fiati in sezione dovevano arrivare sempre più in alto nella chiave di violino. La plastica stava invadendo tutto e la plastica ha un altro suono. La musica è cambiata riflettendo quello su cui si sono sintonizzate le orecchie della gente. È più elettrica perché è questo che la gente vuole ascoltare. Il suono si è alzato, questo è tutto.

[…]

La Columbiadistribuì On the Corner nel 1972, ma non lo spinse per niente, così non andò bene come pensavamo noi. La musica era stata pensata per un pubblico di giovani neri, ma loro lo trattarono come se fosse un qualsiasi album jazz e lo pubblicizzarono in quel modo, spingendolo sulle radio jazz. I ragazzi neri non ascoltano quelle stazioni; ascoltano quelle di r’n’b e certe stazioni rock. La Columbia cercò di venderlo alla solita gente abituata al jazz vecchio stile, che non poteva proprio capire quello che stavo facendo. Era una perdita di tempo suonare quella roba per loro; loro volevano sentire la mia vecchia musica, che non suonavo più. Quindi a loro non piacque On the Corner, ma non mi aspettavo che gli piacesse; non era fatto per loro. Questo divenne un altro tasto dolente nelle mie relazioni con la Columbia e i problemi si stavano accumulando in questo periodo. Un anno più tardi, quando Herbie Hancock fece uscire Headhunters e vendette come il pane fra i giovani neri, alla Columbia tutti dissero: «Oh, ecco di cosa parlava Miles!» Ma ormai era troppo tardi per rilanciare On the Corner, e vedere come vendeva Headhunters mi fece solo incazzare di più.

Da Deliri, desideri e distorsioni di Lester Bangs

«Miles Davis: musica per i morti viventi» (1981)

[…] La verità è che il jazz degli anni Ottanta, sempre se ne esisterà uno, probabilmente è iniziato nel 1972 con On the Corner. Dio solo sa quanto poca era la gente che negli anni Settanta aveva bisogno di quel disco, me compreso, che avevo seguito e adorato tutto quello che Miles aveva sfornato da Birth of the Cool in poi e invece On the Corner non sono nemmeno riuscito ad ascoltarlo, e men che meno a farmi toccare dalla sua fiamma fredda e a capire quali erano le sue intenzioni, per ben cinque anni dopo l’uscita.

Credo che uno dei motivi per cui tanti di noi hanno avuto problemi con quel disco, che rappresentava la svolta più estremista tra tutte quelle di Miles, era che nell’album si sentiva l’assenza proprio di quella qualità emotiva di cui parlava Crouch. È sempre stato un assioma che comunque Miles ci metteva più anima degli altri, anche se gli altri erano superiori tecnicamente, o se negli anni Sessanta sembrava che i suoi alunni tipo Coltrane lo avessero “sorpassato”, o persino se a troppe orecchie i suoi assoli di tromba sembravano gli stessi da decenni. Ecco: se non si poteva certo accusare On the Corner di ripetere sempre lo stesso assolo, si poteva però accusarlo di non contenere alcuna emozione distinguibile (e infatti così è stato).

I due fattori chiave che ci mancavano erano il ritmo e l’atteggiamento. Per la prima volta un album di Miles Davis non era concepito come puro sfondo per il tipo di suono di tromba profondamente emotivo che c’era su dischi come Sketches of Spain e My Funny Valentine, ma come un mondo e una percezione del mondo compiuta, in cui tutte le parti erano ugualmente essenziali per il tutto. Era come se un grande quadro raffigurante tutta una città sotto forma di mappa prendesse vita, guizzando. Era come un alveare. Quelli che continuano a non “capirlo” forse farebbero bene a registrarlo su cassetta e ascoltarlo passeggiando nel centro di Detroit, sulla Quattordicesima Strada di New York, o in qualsiasi area urbana davvero trafficata e affollata. (Anche se, fatto curioso, la prima volta che l’ho sentito davvero ero in Giamaica, e all’improvviso ha preso vita in modo quasi osceno e spaventoso, dandomi un inconfondibile senso di minaccia.) Come mi ha detto una volta una mia ex ragazza mentre passavamo nel ghetto di Detroit ascoltandolo sull’autoradio: “Ho capito: è un disco sulle condizioni ambientali”. Ma quell’ambiente non deve essere per forza funky: quella che all’inizio sembrava una mancanza di emozioni nella musica, in realtà si è rivelata un’alienazione talmente estrema che potevamo farci l’abitudine ed entrare davvero nel disco solo col tempo, a mano a mano che ci rimettevamo in pari con Miles. In effetti questa musica sembra cambiare a seconda dei diversi ambienti in cui la si ascolta, e commentarli: in zone più squallide, ai veri e propri angoli delle strade, non si limita a catturare i ritmi del movimento umano, ma è come se ogni strumento, e ogni minuscola figura melodica o ritmica (quelle che una volta sembravano scarabocchi o ghirigori) che fa una breve apparizione, scompare e ricompare qualche minuto dopo, fosse un personaggio diverso tra quelli che vedete regolarmente passare nella vostra interzona di quartiere, che all’inizio si confondono, ma poi diventano gli attori di una recita urbana senza inizio e senza fine della quale tutti fanno parte. Ascoltatelo da Macy’s, o nell’impersonale midtown di Manhattan, e diventa percettibilmente sempre più freddo e le entità guizzanti sempre più sinistre.

In effetti il disco è piuttosto freddo ovunque lo ascoltiate, ma è un freddo causato dalla rabbia per la morte del cuore. Se sembra che Miles stia perdendo la sua capacità di sentimento, è solo perché ha previsto quello che presto sarebbe cominciato a succedere a tutti noi. Vi siete mai sentiti emotivamente compressi? È da qui che nasce On the Corner, e quasi tutta la musica seguente di Miles. Prendete il cuore più esuberante del mondo e sottoponetelo a una forza sconosciuta con una pressione quasi inimmaginabile, comprimetelo e schiacciatelo inesorabilmente fino a ridurlo a una minuscola palla piccola e fredda di odio color nero antracite. Poi guardatela mentre comincia a girare nel vuoto, sputando ogni tanto qualche ago di luce. Ecco cosa ci sento in questa musica, oltre all’impressione di essere costantemente circondati da entità aliene, insetti e rettili, che vi sciamano tutto intorno lì all’angolo. […]

Alcuni critici e fan alienati hanno liquidato questa musica come una serie di esperimenti falliti che non avrebbero dovuto essere diffusi, o addirittura spazzatura rimasta sul pavimento della sala di incisione, che rivela solamente il calo di perizia tecnica di chi l’ha creata, ma solamente perché la maggior parte di loro non riesce a sentirla e, se ci riesce, quello che sente non gli piace. Dopotutto, a chi fa piacere sentirsi dire sei morto per mezz’ora o un’ora di fila? A nessuno, quindi naturalmente la cosa si traduce in uscite come quella del batterista jazz che una volta mi ha detto: “Persino la maggior parte dei musicisti che dicono che gli piace On the Corner di Miles in realtà stanno solo cercando di fare i fichi”.

Il che può anche essere vero, ma comunque non nega (non può negare) la realtà ogni giorno sempre più manifesta, direi, cioè che questa musica parla di qualcosa, e questo qualcosa è quello che stiamo diventando: esseri post-umani e, contemporaneamente, ossessionati dalla tecnologia. […]

A questo punto penserete sicuramente che ho stiracchiato all’inverosimile una semplice impressione soggettiva. Va bene, allora, date un’occhiata a quelli che avete intorno. Vi sembrano persone? Che diavolo, non valgono nemmeno abbastanza come animali. Già “androidi” ci si avvicina di più, e “mutanti” ancora di più. Sono diventati le macchine che adorano, dei post-umani compiuti. Ora andate a guardarvi allo specchio. Vi piace quello che vedete? Pensate di essere abbastanza fichi, eh? Be’, riflettete sul fatto che quando si guardano allo specchio tutti pensano la stessa cosa. E a loro voi sembrate grotteschi quanto loro lo sembrano a voi. Ora andate a mettere sul giradischi, per esempio, il secondo lato di On the Corner. Vi sentite più a vostro agio ora?

Commenti
2 Commenti a “On the Corner, quarant’anni dopo”
  1. frankbernardi scrive:

    La fotografia continua e brutta del presente. Il quale presente prima era meraviglioso, per caso? O e’ il Bitches Brew che gira e rigira sul giradischi fino alla deformazione piu’ totale? Lo ascolteremo ancora, ogni tanto sperando di non stare li’ a sentirlo, e invece il disco era proprio quello li’. Arenati sull’orrida spiaggia incatramata aspettiamo l’orrida ultima ondata. La fanciulle del Kilimanjiaro sono passate di qui tanto tempo fa, forse sono diventate delle grasse mamme blues o hanno sposato un ingegnere di colore o magari un olandese appassionato di jazz. Noi continuiamo a non essere convinti e quasi quasi siamo tentati di dare ragione al suo rivale Coltrane. mah,,, Un momento, non avverti un calore, il bagliore dei bei tempi? forse. no. non so, Era solo una impressione.

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  1. […] il modo in cui Paul Buckmaster usava il ritmo, lo spazio; e lo stesso valeva per Stockhausen. Leggi il resto di questo articolo » Like this:Mi piaceBe the first to like this […]



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