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Operazione deresponsabilizzazione. A proposito della miniserie “Generation War”

Ieri sera e stasera è in onda su Rai Tre la miniserie intitolata Generation War sulla Germania nazista.

Quando nel 2010 si è aperta a Berlino la mostra su Hitler e i tedeschi (HitlerunddieDeutschen) sono andata a vederla: era la prima volta che in Germania si organizzava una cosa del genere. I giornali ne avevano parlato un sacco: “i tedeschi fanno i conti con il consenso”, avevano scritto, e io pensavo “alla buon’ora”. Avevo da poco scritto un documentario per Rai Tre sulla medicina nazista e mi aveva colpito notare come, a differenza dell’Italia, gli archivi audiovisivi tedeschi fossero male organizzati, sintomo anch’esso, pensavo, di una rimozione collettiva oscurata, nella consapevolezza pubblica, da decine di serie Tv autoprodotte sul Terzo Reich. Non mi aspettavo dunque granché da questa mostra ma quello che ho trovato era davvero al di qua di ogni mia aspettativa: su Unter der Linden non c’erano indicazioni esterne, il viale delle parate di Hitler doveva rimanere spoglio di ogni simbolo nazista, seppure funzionale alla mostra, che era nascosta nel seminterrato del DeutschesHistorischesMuseum. Per trovarla bisognava davvero cercarla, non c’era la possibilità di entrare nel museo per un’altra cosa e dire “toh adesso me la guardo”. Solo chi sapeva, chi aveva letto i giornali, poteva decidere di andare a vederla. La mostra era povera, quaderni, lettere, che denunciavano l’amore dei tedeschi per Hitler: bella scoperta, e in più una premessa, Hitler era amato anche perché mentiva e i tedeschi non sapevano quello che faceva, soprattutto dopo l’inizio della guerra quando le peggiori atrocità si erano spostate sul fronte orientale. Una mostra sul consenso con queste premesse, il consenso estorto con l’inganno, bel punto di arrivo dopo sessant’anni di pedagogia antinazista e ricerca storiografica, una mostra inutile dunque? Ripenso a questa domanda che mi ero fatta allora guardando le tre puntate di Generation War, in onda stasera su Rai Tre: miniserie tedesca prodotta da ZDF, diffusa in Germania nel marzo 2013 e negli Stati Uniti pochigiornifa.

Perché Generation war arriva alla stessa conclusione: Hitler ha tradito il popolo tedesco, che ha creduto in lui in buona fede; Unsere Mutter, unsere Vater, le nostre madri, i nostri padri richiamati dal titolo originale della miniserie, hanno avuto colpe, sembrano dirci gli autori, ma sono colpe che hanno espiato, e la vicenda dei cinque giovani protagonisti della serie è, in questo senso, paradigmatica.

La trama. Estate 1941. La Germania ha appena l’invaso l’Unione Sovietica, e cinque amici si incontrano per l’ultima volta in un locale di Berlino, sono Wilhelm (Volker Bruch) patriottico e convinto che la guerra finirà in un lampo; suo fratello Friedhelm (Tom Schilling), intellettuale e pacifista ma costretto a partire per il fronte. Charlotte (Miriam Stein) che non vede l’ora di raggiungere l’Unione Sovietica per prendere servizio come infermiera, rappresentando in questo suo slancio tutte le donne tedesche, come lei stessa dichiara; Greta (Katherina Schüttler) vuole diventare la nuova Marlene Dietrich, è innamorata di Viktor (Ludwig Trepte) ebreo, e per salvarlo diventerà l’amante di un nazista. Ma la storia ancora è agli inizi, e tutti sperano di ritrovarsi a Berlino per Natale. Non andrà così.

Wilhelm, Friedhelm e Charlotte sono la quintessenza di quello che per gli autori doveva essere la gioventù nazista: cresciuta a pane e Hitler eppure in grado di provare sentimenti, sono i padri e le madri richiamati nel titolo. Hanno un cuore al punto tale da avere nella loro cerchia ristrettissima un ebreo: Viktor Goldstein, figlio di un sarto reduce della prima mondiale, ancora convinto, nel 1941, che cucirsi la stella gialla sulla giacca sarà per gli ebrei un bene e non la fine.

I tre giovani “ariani” partono per il fronte, Greta e Viktor rimangono insieme a Berlino, ma per poco, la stretta antisemita si fa più feroce e Goldstein decide di fuggire negli Stati Uniti: per aiutarlo Greta diventa l’amante di un nazista che a sua volta le promette di farla diventare una cantante famosa. Ma le vite dei cinque amici continuano a incrociarsi per tutta la durata della guerra: si incontrano ogni tre per due, negli ospedali militari in Unione Sovietica, sui campi di battaglia, perfino nei boschi, come ha notato anche David Demby sul New Yorker “The Germans invaded the Soviet Union in June, 1941, with more than three million men, yet these five people keep bumping into one another on the Eastern Front as if they were crisscrossing a large fairground”. Comunque, malgrado questo ottimismo psicogeografico, niente andrà come da loro previsto o sperato, e le tre puntate (due nella versione distribuita negli Usa e in Italia) sono una lenta discesa agli inferi, da dove non c’è ritorno. Solo tre sopravviveranno, fantasmi, in una Germania distrutta, nella quale i nazisti si ricicleranno senza problemi anche grazie all’aiuto degli americani (non dimentichiamo questo punto).

Le reazioni. In Germania la serie è stata accolta con entusiasmo: i quotidiani sono tornati a discutere delle “persone normali” coinvolte, loro malgrado, nella guerra e nello sterminio degli ebrei. Il quotidiano DerSpiegel ha scritto che Unsere Mutter, unsere Vater è un punto di svolta nella rappresentazione audiovisiva della guerra poiché mostra senza alcuna reticenza scene di violenza tradizionalmente censurate dai media tedeschi: e in effetti la ferocia del conflitto sul fronte orientale è resa molto bene da un punto di vista televisivo, anche grazie al fatto che la fiction è costata 14 milioni di euro, ed è un esplicito omaggio a Spielberg e al suo Saving Private Ryan. La fattura è stata elogiata anche dalla stampa anglosassone, ma se gli inglesi sono stati per lo più entusiasti della miniserie, gli americani hanno espresso maggiori perplessità che si riassumono perfettamente nella frase di Adam Kirsch “The manipulation of sympathy, the defiance of historical realities, the insistence on showing the exception rather than the rule: these are practically requirements when it comes to making a middlebrow war movie. America has made plenty of them; but when the Germans do it, the rest of the world has a right to be concerned” (il resto dell’articolo qui). E qui sta il primo punto critico, percepito anche da molti osservatori sui social network, ovvero: possono i tedeschi romanzare il proprio passato, possono portare sullo schermo l’eccezione e non la regola? Sicuramente ci saranno stati uomini e donne simili a quelli raccontati nel film, ma narrare la loro storia insegna qualcosa, è giusto?.

LaurenceZuckerman, sul New York Times, ha scritto una lunga riflessione sulla serie tedesca GenerationWarShowsNaziMassKillersWithLoveinTheirHearts mettendo in rilievo come i personaggi protagonisti siano assolutamente poco realistici, mentre, afferma Zuckerman, ormai le ricerche hanno dimostrato che “Were there any good Germans during WWII? Over the past two decades, the odds have narrowed. “No serious scholar has attempted to argue that ordinary German men did not become mass killers,” Holocaust historian Christopher R. Browning wroterecently, “or that the Wehrmacht—the institution shaping the experience and behavior of by far the largest groups of Germans in World War II—was not heavily implicated in Nazi criminality.” Ma, aggiunge, a lui Generation war è piaciuta: “Which makes the following fact deeply uncomfortable: I enjoyed watching the series immensely. As entertainment, it is at turns enthralling, horrifying, and moving. The acting is first-rate, and the work has a very strong antiwar message. I even found myself tearing up at times”. In effetti ha ragione, anche se io non mi sono mai commossa.

Perché farla?. A questa domanda risponde la Suddeutsche Zeitung quando, all’uscita del film, nel marzo del 2013, scrive: “la fiction offre la prima e ultima possibilità per la generazione che ha oggi sui trent’anni di chiedere conto ai propri nonni delle proprie biografie reali, i loro compromessi immorali, le possibilità mancate di agire per il bene, insomma ogni singolo comportamente che, moltiplicato per milioni di persone, ha portato il paese alla catastrofe”. Il regista Philipp Kadelbach, e lo sceneggiatore, Stefan Kolditz, hanno dichiarato che loro intenzione era quella di stimolare un dibattito fra generazioni e infatti dopo la messa in onda i talk show sono stati popolati per giorni da vecchissimi sopravvissuti che hanno condiviso le loro memorie personali. Un fenomeno, questo, che l’Italia ha conosciuto nel 1994, con la messa in onda della controversa serie Combat Film: allora come oggi dare la voce a chi aveva aderito al totalitarismo suscita indignazione da un lato, pone nuovi problemi rispetto al ruolo giocato dai media nella costruzione di un senso del passato che risponde più alle esigenze del presente che non a quelle della ricerca storica, per cui in Generation war, come in Combat film, si sdogana in modo definitivo l’idea che i morti, alla fine, sono tutti uguali. Così, tornando alle intenzioni del regista e dello sceneggiatore, questo bisogno di domandare ai propri padri, ai propri nonni, è lo specchio entro il quale leggiamo oggi quel passato che non passa di cui in Germania si discute almeno dai tardi anni Settanta: e infatti era dai tempi di Holocaust e poi di Heimat che un prodotto per la Tv non suscitava un dibattito simile. E dunque come nel caso di Heimat e di ogni prodotto culturale, ci parla molto di più del tempo in cui viene prodotto che del periodo di cui parla: come ha scritto A. Scott su The New York Times: “As the Second World War slips from living memory, as Germany asserts its dominant role in Europe with increasing confidence, and as long-suppressed information emerges from the archives of former Eastern bloc countries, the war’s cultural significance for Germans has shifted” (qui)

Madri e padri. Eppure il cinema tedesco non è nuovo a questo tipo di analisi, e la “scoperta” del rapporto padri figli, la necessità di fare domande, l’urgenza di farle prima che tutta la generazione coinvolta nel nazismo scompaia per sempre, appare tristemente retorica e fuori tempo massimo se si pensa a episodi come il dialogo con la madre di Fassbinder in Germania in autunno (Deutschland im Herbst 1978), o quella di Von Trotta in Anni di piombo (Die bleierne Zeit, 1981) per citare soltanto i più eclatanti. E’ stata Renate Siebert, fra gli altri, a tematizzare il rapporto fra generazioni da un punto di vista storiografico in un’ottica soggettiva. Nei suoi racconti autobiografici racconta delle sue esperienze di militanza e di studio all’Università di Francoforte, presso l’Istituto diretto da Adorno. “La tragicità della situazione che vivevano i ragazzi e gli adolescenti in Germania negli anni ’50 e ’60, a pochi anni dalla sconfitta del nazismo, quando non c’erano punti di riferimento tra gli adulti, non si parlava degli orrori del nazismo e dell’olocausto (ci si limitava a sussurrare: “noi non lo sapevamo”). Le violentissime discussioni con gli adulti, il vergognarsi di essere tedeschi”. Tutte questioni che dovrebbero essere dunque, ormai, superate, sia dal cinema che nel dibattito pubblico. Ma evidentemente non è così. Generation War fa tabula rasa di tutto questo lavoro critico e rovescia i termini della questione: la soggettività in crisi è quella dei padri, non dei figli per i quali “comprendere” ad ogni costo diventa un imperativo categorico. La pietà che si prova verso di loro dunque, finisce per essere (quasi) la stessa che si prova verso i cittadini ebrei dell’Unione Sovietica, se non maggiore: loro infatti, i cinque protagonisti, i padri, li conosciamo bene e pure se uno di loro è ebreo la sua guerra sembra una passeggiata in confronto a quella degli amici che combattono nella Wermacht. Prevale dunque un sentimento di cristiana pietà, un universale pacifismo, che nasconde ogni specifica responsabilità nella notte in cui tutte le vacche sono nere.
La fine. Sopravvivono in tre. Uno di loro riconosce in un ufficio alleato, nella Berlino occupata del 1945, un ex comandante nazista: lavora per gli Americani. Anche il futuro, dunque, è ipotecato. Forse il momento più sincero dell’intera narrazione, quello nel quale, al bisogno di comprendere i padri, subentra l’impossibilità di giustificarli. L’unico, ma anche solo per questo la fiction merita di essere guardata e discussa, perché nelle pieghe della burocrazia statale, in Germania come in Italia, rimangono nel dopoguerra le tracce più importanti dei regimi dittatoriali. Una storia ancora troppo poco raccontata, che Generation War ha il merito di ricordare.

 

Un altro tempo (Primo episodio) e’ l’episodio numero 1 della Stagione 1 della serie televisiva Generation War – Le nostre madri, i nostri padri Girato in Germania, la prima trasmissione originale è stata Domenica 17 Marzo 2013 su ZDF. Prima trasmissione italiana Venerdì 7 Febbraio 2014 su Rai 3. Genere: Drammatico, Guerra

Un’altra guerra (Secondo episodio) e’ l’episodio numero 2 della Stagione 1 della serie televisiva Generation War – Le nostre madri, i nostri padri Girato in Germania, la prima trasmissione originale è stata Lunedì 18 Marzo 2013 su ZDF. Prima trasmissione italiana Sabato 8 Febbraio 2014 su Rai 3. Genere: Drammatico, Guerra

Un altro paese (Terzo episodio) e’ l’episodio numero 3 della Stagione 1 della serie televisiva Generation War – Le nostre madri, i nostri padri Girato in Germania, la prima trasmissione originale è stata Mercoledì 20 Marzo 2013 su ZDF. Genere: Drammatico, Guerra

Vanessa Roghi è una storica del tempo presente e ricercatrice indipendente. Fa ricerca sulla storia della cultura: ha scritto di donne e preti, di Manzoni e Le Monnier, di diritto degli autori e della fatica di guadagnarsi da vivere con la scrittura. Ma il suo amore più grande è la storia della scuola. I suoi ultimi saggi sono “La lettera sovversiva” (Laterza 2016) e “Piccola città” (Laterza 2018). Le piace pensare che l’immaginario storico possa avere un posto nel dibattito storiografico, fa di tutto per portarcelo. Ha insegnato per anni alla Sapienza ma poi ha smesso. Fa documentari di storia per Rai Tre.
Ha due figlie che si chiamano Alice e Anita. Pensava che dopo Nick Drake e Fabrizio De Andrè la musica avesse poco da dire poi meno male sono arrivati i Radiohead.
Commenti
24 Commenti a “Operazione deresponsabilizzazione. A proposito della miniserie “Generation War””
  1. Tommaso scrive:

    interessante, puntuale, utilissima analisi. Ma secondo me si liquida con troppa leggerezza la funzione di quell’ “entertainment” sempre o ignorato o condannato a priori. In una narrazione storica la trama merita lo stesso spazio e la stessa attenzione dell’analisi storica. Un punto di vista più narratologico l’ho trovato qui: http://www.dudemag.it/index.php/blog/dispenser/voyeur/16160-generation-war

  2. Ivan Demarco Bordet scrive:

    Si ricordino bene, molto bene, l’Artiglieria Russa su Berlino e la smettano di cercare maggiore influenza a est perchè questa volta l’Artiglieria Russa sarebbe nulcleare.
    Ivan

  3. Stefano scrive:

    Non capisco una cosa, perché tradurre le citazioni degli articoli in tedesco e lasciare in lingua originale quelli in inglese, o traduci tutto o non traduci niente, forse ci vuole dire che il tedesco, essendo difficile, non è alla portata di tutti, ma caspita, un po’ di inglese lo devi conoscere altrimenti sei out

  4. Piermassimo Ghidotti scrive:

    Aldilà delle opinioni mi sembra che la figura saliente sia quella del fratello “codardo” ma pensante che si trasforma in eroe robotizzato.Egli compie un’azione catartica quando uccide la spietata ss.In questo mi ha ricordato la lezione di Bertold B.,a cui viene attribuita la frase non sua:dove stà il nemico?Il nemico marcia sempre alla tua testa.Mi pare che se,come ampiamente condiviso,i tre altri “colpevoli” intraprendono una discesa verso l’orrore,pur con riabilitazione da lieto fine che concede o il ritorno o il riscatto nella morte,la parabola del pacifista controvoglia descriva un’inversione verso l’alto nella consapevolezza che spesso ciò che vuole la maggioranza non è la cosa migliore,anche in democrazia e anche in Italia,con vent’anni di Silvio B.e Umberto B.
    Che l’atrocità della guerra sul fronte russo venisse dall’ideologia è risaputo,ma la descrizione manca di marcare che i Russi erano a casa loro e che dietro l’esercito tedesco operavano le squadre della morte contro ebrei e comunisti.
    Può essere un punto di partenza sulla rivisitazione ma non certo un traguardo raggiunto.Su questi temi una stiracchiata sufficienza.
    piermassimo.

  5. carla scrive:

    Il film non è stato trasmesso in forma integrale. Sono state tagliate alcune scene che avrebbero definito meglio alcuni dei temi sopra citati.
    Ha senso trasmettere un film e, a discrezione, tagliare delle scene, tra l’altro tra le pìù impegnative??
    Carla Liverani

  6. Roberto-T scrive:

    Intanto vorrei sottolineare il buon tratteggio dei personaggi che ci permette di varcare la sogli del loro io è penetrare in mondo lontano e per noi davvero alieno. Se tratteggiare i caratteri dei personaggi e revisionismo, quì ci siamo, ma se ci sforziamo di leggere il prodotto per quello che percepiamo, allora possiamo andare indietro al 1941e non giustificare, anzi condannare un mondo malato. Però capire è un imperativo per noi è per il futuro. Non parole vuote, ma la consapevole conoscenza di tutti i punti di vista. Piuttosto auspicherei maggiore apertura per la nostra parte di storia…dalle leggi razziali al brutale fascismo squadrista ed al fatto che c’eravamo anche noi in russia. Anche da noi i fascisti sono allegramente usciti puliti dalla guerra ed in sostanza non hanno pagato alcun conto con la storia. Anzi sono rimasti una forza politica che manco ha abiurato più di tanto le sue radici. Se Fini ha riconosciuto l’enormità dell ‘olocausto c’è però tanto ancora da raccontare nella consapevolezza che anche noi ci siamo scoperti antifascisti ecc…

  7. Mauro scrive:

    Si, condivido molto dell’articolo, ma, a proposito di rimozioni, mi pare che, per esempio, la questione della Germania bombardata, sia ugualmente messa in secondo piano. Ci sono le macerie ma in fondo girano auto e la vita in città non è poi così male. Ho è stato che sia un modo di non fare retorica, non appesantire il ruolo di vittime, perché la Germania la sua distruzione l’ha ampiamente meritata. Non so, su questo aspetto mi pare che il film non di pronunci negativamente.

  8. Mi riallaccio a quanto scritto da Carla , e denuncio che qui in Italia è già la seconda volta che una miniserie tedesca sulle tematiche del nazismo e della shoah viene letteralmente trasmessa in una versione supertagliata da bassa macelleria ! è Successo anche lo scorso dicembre su canale 5 con la miniserie UNA FAMIGLIA ( DIE ADLON ) sulla storia del celebre albergo di Berlino che ha attraversato tutta la storia del XX secolo ( e soprattutto il nazismo e la shoah ) ebbene anche in questo caso invece di mandare le 3 puntate originali di 90 min. l una della versione tedesca , la miniserie è andata in due puntate di 2 ore circa . Stesso spettacolo per Generation War ( e poi perché tradurlo in inglese con questo titolo ? non andava bene “Le nostre madri , i nostri padri” ? ) , ci voleva molto per rai tre a mandarlo in onda in 3 serate da 90 minuti ? NO ! due serate di due ore …

  9. Piero scrive:

    Dopo aver visto la miniserie, condivido interamente l’opinione dell’autore dell’articolo. La fiction, è vero, porta un messaggio nettamente anti-nazista e pacifista; tuttavia è improntata su una rappresentazione troppo edulcorata delle responsabilità del popolo tedesco durante la seconda guerra mondiale. Forse questo indirizzo risponde all’esigenza narrativa di un film-tv nazionalpopolare, ma è troppo lontano dalla verità storica. La fiction indulge solamente sulle scissioni dei protagonisti, combattuti tra gli ordini criminali e la loro coscienza morale. Sarebbe stato più coraggioso mostrare come cadesse, sotto il regime totalitario, ogni distinzione morale, ogni idea di giusto e sbagliato. La tragedia vera è stata quella di persone condotte a compiere brutalità senza nemmeno rendersene conto, non già i dilemmi morali che affliggevano queste persone mentre commettevano brutalità. Ogni tipo di narrazione in questo senso oltre ad assolvere i protagonisti di quegli atti, è anche un tradimento della verità storica.

  10. matteo scrive:

    Ho trovato questa fiction un po’ ipocrita sinceramente, come se ci si volesse lavare la coscienza rispetto ai crimini commessi, nascondendo il tutto dietro un generico ideale guerresco che portò questi giovani a compiere uno dei più immani massacri, senza presentarli per quello che effettivamente erano: convinti nazisti con tutto quello che ne comportava. Mi ricorda un po’ l’operazione che avvenne in Italia nel dopoguerra quando improvvisamente nessuno più era stato fascista….
    Ma quindi veramente vogliamo credere che chi esegue ordini sia meno colpevole di chi li impartisce? Io credo che non si possa affrontare con tanta leggerezza un tema delicato come quello che pertiene all’individuazione delle reponsabilità collettive. La fiction contiene poi passaggi antistorici ed assolutamente improbabili come i partigiani polacchi (e sottolineo polacchi!!!!!) più antisemiti dei nazisti, i russi presentati come se la Russia non fosse casa loro e non fosse legittimo difenderla e via dicendo.

  11. Vanessa scrive:

    #Piero autrice dell’articolo.
    Ho visto la versione originale adesso vedrò quella andata in onda su Rai tre per capire i tagli. Credo siano stati fatti dalla distribuzione che ha preparato un pacchetto per l’estero (pure USA).
    #Stefano ho tradotto il pezzo tedesco e ho sbagliato a non tradurre quello in inglese, hai ragione.
    Sul merito metto tutto insieme e ci ragiono, grazie dei commenti.

  12. Riccardo scrive:

    No, in USA, almeno al Film Forum di New York, è uscita la versione integrale di 270 min.

  13. Piero scrive:

    @Vanessa, ops scusami!! Ho letto il nome di Christian Raimo sotto il titolo e ho pensato fosse lui l’autore! Complimenti per l’ottimo articolo 😉

  14. Giuseppe scrive:

    E’ solo una fiction ma quando vedo i crucchi che le prendono di santa ragione mi diverto da matti; alla fin fine questo è quello che è contato e che conta.

  15. marta scrive:

    In Germania la fiction ha una funzione educativa troppo spesso sottovalutata. Da anni, oramai, vediamo film per la TV prodotti in Germania che sono la summa dei buoni sentimenti e del bene che trionfa sul male. Generation war è stato scritto e diretto proprio con lo stesso fine.
    Detto ciò, essendo cresciuta con dettagliatissimi racconti di guerra, mentre lo guardavo la mia mente tappava i buchi narrativi e quindi l’ho valutata una fiction parziale, come solo i tedeschi sanno fare, ma ben fatta. Mi sono appassionata alla storia, soprattutto di Greta, e mi è piaciuta. Ma certo, il contenuto storico è sotto gli di tutti.

  16. Federico scrive:

    Io sono un appassionato di II Guerra Mondiale e, senza timore di risultare poco modesto, direi che conosco molto bene tutte le implicazioni storiche, politiche, sociali e militari.
    A me “Generation war” è piaciuta.
    Soprattutto in considerazione che è stata prodotta in Germania.
    Hanno avuto il coraggio di raccontare che anche persone “normali”, inserite nel contesto sbagliato, possono commettere crimini incredibili.
    Non mi pare poco.
    Non ho visto alcun tentativo di “sconto” delle responsabilità dei singoli, ben descritte nei diversi episodi.
    Anche se nella realtà improbabile, trovo comprensibile, per esigenze del romanzo, il fatto che i personaggi si incrocino così spesso in un teatro così vasto.
    Assai apprezzabile è stato anche l’evolversi degli avvenimenti, fedeli alla realtà storica e alla competenza per i costumi e le attrezzature.
    Alla fine quindi, il mio giudizio è positivo.
    Saluti.

  17. Federico scrive:

    A proposito, una cosa importante.
    Per tutti quelli che si indignano sull’esecuzione di ordini disumani e contro il codice militare di ogni epoca, ricordo che è molto facile giudicare seduti ad una scrivania, in pace e tranquillità. senza che nessuno minacci la tua esistenza.
    Un pò diverso è quando sei al fronte, inserito in un sistema molto più grande di te, dove contravvenire non solo può mettere a rischio vita e carriera ma anche i tuoi cari ed i tuoi amici.
    E questo vale sempre, quando si cerca di capire fatti accaduti in tempi remoti quando sussistevano condizioni ambientali un po diverse da oggi. Senza contare l’evoluzione in termini sensibilità e di valori che c’è oggi rispetto ad allora.
    In definitiva, non è corretto valutare con il metro di oggi , fatti di 70 anni fa, perché i più non hanno dati sufficienti per giudicare realtà e contesto di allora.
    Saluti.

  18. domenico anfora scrive:

    Io penso che l’autore di generation war abbia avuto l’onestà di rappresentare una realtà: nella Germania nazista molti uomini “normali” erano entusiasti di Hitler o, quantomeno, lo accettavano, riducendo man mano il loro livello morale e trasformandosi in assassini, in complici del male più grande del XX secolo. Non bastava avere un animo sensibile come il fratello minore, la guerra coinvolgeva tutti nel proprio malefico vortice. Vengono espresse verità che spesso si è taciute per convenienza politica: l’antisemitismo non era esclusivo della Germania, ma esisteva anche in Polonia, Ungheria, Russia, ecc.
    Trovo questa serie realistica, eccezionale tecnicamente e stimolante per chi volesse riflettere su quell’immensa tragedia che fu la seconda guerra mondiale, dove la Germania nazista fu la principale colpevole, ma non l’unica (vedi l’URSS di Stalin).

  19. Mario Rosselli scrive:

    … Personalmente, ho trovato la fiction ben fatta, e anche abbastanza equilibrata su responsabilità e crimini. Non va dimenticato il periodo storico, e il tutto va anche visto alla luce della mentalità e della “moralità” di quegli anni. Per quanto riguarda le “incredibili coincidenze” che portano i cinque a incontrarsi spesso, questo fa parte della fiction, buona o cattiva che sia: dai Tre Moschettieri che incontrano proprio D’Artagnan appena arrivato a Parigi, a Indiana Jones che “ottiene” un autografo proprio da Hitler. E le atrocità, checchè ne dica la “storiografia ufficiale”, erano DAVVERO commesse da ambo i lati, e l’antisemitismo era davvero condiviso quasi da tutti (chi non l’ha fatto, legga “Maus”, che non credo possa essere definito “revisionista”)
    La “stonatura” che ho notato io, si ha invece qualdo l’ufficialessa russa salva Charlotte dallo stupro, asserendo “siamo liberatori, non violentatori”. Una frase sel genere è stata sicuramente pronunciata, e molte volte: ma altrettanto sicuramente, fa parte dell’atteggiamento delle “truppe di seconda linea” e successiva riflessione sulla ormai conquistata Germania. Suona invece davvero inverosimile in bocca a un ufficiale del “primo assalto”, specialmente se quegli stessi suoi uomini hanno appena finito di uccidere a sangue freddo i feriti di un ospedale.

  20. Francesco scrive:

    Concordo con chi ha fatto notare la strana disparità di trattamento fra le citazioni in lingua inglese (riportate in originale) e quelle in lingua tedesca (tradotte).
    Non sembra un criterio logico, somiglia molto alla legge del più forte (siccome gli Americani – per ora – ci dominano e hanno soldi e basi militari in Italia allora ti devi arrangiare a leggere nella loro lingua)…
    Capisco che l’argomento militaresco possa indurre a questo tipo di mentalità…

  21. Francesco scrive:

    Ho visto solo ora le scuse dell’Autrice che mi erano sfuggite…
    Dunque, considero di avere già avuto risposta.
    Grazie

  22. Fabio scrive:

    Voglio solo sottolineare il fatto che da noi, in Italia, stiamo ancora aspettando un prodotto che parli delle imprese del nostro esercito nella.lotta antipartigiana in Jugoslavia durante le seconda guerra mondiale oppure del valido contributo dato dagli italiani (non solo repubblichini) ai tedeschi, dopo l’armistizio per la deportazione degli ebrei.
    Cio’ premesso, la fiction I nostri padri e le nostre madri, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta comunque un sforzo critico significativo che da noi non e’ ancora stato fatto (ma in Italia, si sa, il movimento partigiano ha riscattato tutti, ….. pure i fascisti, che notoriamente erano molto meno cattivi dei nazisti …..).
    Per il resto, sul piano meramente cinematografico, tanto di cappello, si tratta evidentemente di un eccellente prodotto.

  23. Vanessa scrive:

    Fabio ciao ma l’hai vista da poco?

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