Operazione Geronimo


Questo articolo è uscito sul numero di giugno della rivista Lo Straniero.

di Giuliano Battiston

“Geronimo E-KIA”. È il primo maggio 2011, la voce del vice ammiraglio William McRaven, a capo del Joint Special Operations Command (JSOC) degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dell’attesa incerta dei più alti rappresentanti dell’amministrazione americana, dal presidente Obama al vice Joe Biden, dal segretario di Stato Hillary Clinton a Robert Gates, segretario alla Difesa. Con asciutto linguaggio militar-burocratico, McRaven certifica la morte (enemy-killed-in action) di Geronimo, nome in codice per Osama bin Laden, lo sceicco saudita che con sguardo messianico, gesti stanchi ma suadenti e un imponente serbatoio di finanziamenti e retorica jihadista per più di vent’anni – dalla creazione nel 1988 di “al-Qaeda al-Askariyya” (la “base militare”) – ha ridisegnato la mappa politico-militare dell’islamismo radicale, trasformando un’organizzazione nata per difendere le terre musulmane minacciate dall’imperialismo muscolare dell’Occidente in un brand terroristico esportato in franchising in ogni angolo del globo, dalle opulente città europee ai degradati slum delle megalopoli asiatiche e africane. Uno zelante religioso salafita, divenuto icona contestata o ammirata grazie all’incontro con Ayman az-Zawahiri, il medico e ideologo egiziano che sin dall’età di quindici anni sognava la creazione di quell’“avanguardia dei pionieri” descritta nei testi rivoluzionari (Pietre miliari, La giustizia sociale nell’Islam) del pedagogista Sayyd Qutb, fatto impiccare da Nasser nel 1966. Lawrence Wright, ne Le altissime torri, spiega che proprio dall’incontro tra l’“anima” saudita – pragmatica e scaltra – e quella egiziana – ideologicamente solida e carica di un sordo rancore verso i corrotti regimi arabi -, sarebbe scaturita la miscela esplosiva e contagiosa di al-Qaeda, deflagrata in tutta la sua carica materiale e simbolica con gli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York. Un duro colpo al cuore del nemico a stelle e strisce, ma anche l’occasione per i neoconservatori, allora egemoni sia al Pentagono che alla Casa Bianca, per consolidare “il momento unipolare” descritto nel 1990 su Foreign Affairs dal saggista Charles Krauthammer, con l’invasione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, nell’ambito della più grande narrazione della politica estera americana dalla caduta del muro di Berlino: la “guerra al terrore” dichiarata dal presidente manicheo del “o con noi o contro di noi”, il rude texano George W. Bush.
L’omicidio di bin Laden, salutato da Barack Hussein Obama come il più importante risultato nella lotta contro il terrorismo (oltre che con un “giustizia è stata fatta” che sintetizza la distanza tra la cultura politico-giuridica d’oltreoceano e quella europea), solleva però nuovi interrogativi sugli obiettivi ultimi della “guerra al terrore” e sulla stessa legittimità dell’intervento armato in Afghanistan. I primi a interrogarsi sono proprio gli afghani: da Kabul ad Herat, da Jalalabad a Mazar-e-Sharif, le reazioni più comuni alla notizia del ritrovamento del saudita barbuto in una villa di Abbottabad, a meno di 100 chilometri dalla capitale pakistana Islamabad e a poche centinaia di metri da una delle più blasonate accademie militari locali, sono due: la prima è che bin Laden, piuttosto che il fiero difensore delle masse musulmane calpestate dall’arroganza del ricco e corruttore Occidente (un’idea che circola soltanto negli ambienti più radicali, e marginali), rimane il politico del terrore che ha sfruttato l’ingenuità del popolo afghano per cinici interessi personali, lasciandogli in eredità una guerra immeritata ed estremamente costosa in termini di vite umane (l’ultimo rapporto sulle vittime civili della missione Onu in Afghanistan registra, con una stima al ribasso, 2800 vittime nel solo 2010); la seconda è che la guerra al terrorismo, da dieci anni a queste parti, la si sta combattendo nel posto sbagliato. Lo sostengono i cittadini ordinari e lo sostiene l’intero quadro politico di Kabul, dai parlamentari della Wolesi Jirga (la camera bassa del parlamento), che hanno invitato ufficialmente le truppe occidentali a spostare l’attenzione militare in Pakistan, a personaggi di spicco come l’ex capo dei servizi segreti Amrullah Saleh, fino al presidente Karzai in persona, che nei mesi scorsi aveva più volte invitato la Nato a occuparsi dei santuari dei movimenti antigovernativi al di fuori dei confini afghani, alludendo implicitamente al vicino pakistano, per il quale l’Afghanistan continua a essere un’area di profondità strategica nella partita senza esclusione di colpi che gioca con l’India dalla partizione del 1947, con i gruppi guerriglieri islamisti (da Lashkar-e-Taiba ai talebani pakistani, fino alla rete Haqqani, di base nel nord Waziristan) usati come strumento di politica negoziale in sostituzione del dialogo diplomatico.
Ad accusare il “paese dei puri” non è però soltanto l’Afghanistan. Nel discorso in cui ha annunciato la morte di bin Laden, il presidente Obama ha sottolineato che l’individuazione del compound di Abbottabad è stato il frutto della “cooperazione tra il nostro controterrorismo e quello pakistano”, ma a molti analisti è sembrato soltanto un accorgimento retorico per rendere meno doloroso agli occhi dei vertici pakistani l’affronto di un’operazione militare condotta a loro insaputa. Le bordate diplomatiche contro la presunta promiscuità dei servizi segreti pakistani, in particolare l’ISI (l’Inter-Services Intelligence Directorate), con il jihadismo stragista sono piovute da molto in alto: tra i primi ad esporsi, John Brennan, consigliere della Casa Bianca per la sicurezza interna e per l’antiterrorismo, che nella conferenza stampa del 2 maggio ha giudicato “inconcepibile” immaginare che bin Laden abbia potuto vivere per cinque anni ad Abbottabad senza qualche supporto all’interno del Pakistan; a seguire è intervenuto Leon Panetta, oggi capo della Cia e futuro segretario alla Difesa, che con un’insolita intervista al Time ha sostenuto di aver preferito non avvertire la controparte pakistana dell’operazione del Navy Seal Team per evitare brutte sorprese. Scontate, le repliche pakistane: il presidente Asif Ali Zardari, con un lungo editoriale sul Washington Post, ha rivendicato gli sforzi, e i costi, della guerra condotta dall’esercito pakistano contro i gruppi ribelli, ricordando inoltre come lo sceicco saudita sia il presunto responsabile dell’omicidio di sua moglie, Benazir Bhutto, “il peggior incubo di bin Laden in quanto leader donna democraticamente eletta, progressista, moderata, pluralista”. Da parte loro i vertici militari – dal generale Ahmed Shuja Pasha, capo dell’ISI, al generale Ashfaq Parvez Kayani, capo dell’esercito – hanno nicchiato, soffiando sul fuoco del risentimento popolare e politico verso un’operazione condotta in spregio della sovranità del Pakistan. Sanno bene di essere ancora essenziali nella partita che gli Stati Uniti stanno giocando in chiave regionale, e aspettano che passi la buriana per riprendere i bizantinismi fin qui adottati, usando parte dei soldi ricevuti in chiave anti-terrorismo dagli Stati Uniti per aiutare alcuni gruppi jihadisti, almeno fino a quando non saranno convinti di avere garanzie tali sui futuri assetti geo-politici dell’Afghanistan (e dunque dell’area) da rinunciare al doppio gioco. All’interno dell’amministrazione Obama, qualcuno spera che questa sia l’occasione giusta per costringere il recalcitrante alleato pakistano a una maggiore trasparenza, ma i più smaliziati sono consapevoli che si tratta di mere speranze: il Pakistan, ha sostenuto Christine Fair, della Georgetown University’ School of Foreign Policy, “può essere descritto sia come il pompiere che come il piromane, ma trova sempre i modi per rinnovare la sua rilevanza strategica”, come dimostrano le dichiarazioni dello stesso segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che si è affrettato ad annunciare ufficialmente la necessità “di una forte cooperazione con il Pakistan”, seguite da quelle di Mark Toner, tra i portavoce del Dipartimento di Stato americano, per il quale “la cooperazione con il Pakistan nel contro-terrorismo è nei nostri interessi di sicurezza nazionale”. Al di là delle recenti, superficiali increspature, Stati Uniti e Pakistan sanno dunque di avere bisogno l’uno dell’altro: senza i finanziamenti e l’appoggio politico degli Stati Uniti, il Pakistan perderebbe gran parte della propria solidità finanziaria e politico-militare, e rischierebbe il collasso, camminando già da anni lungo il sottile crinale che divide gli Stati funzionanti da quelli falliti; senza il contributo del Pakistan, gli Stati Uniti non riusciranno mai a uscire dal pantano afghano senza perdere del tutto la faccia. Quel che gli Stati Uniti stentano a riconoscere, sono invece le conseguenze impreviste dell’ormai decennale tradizione di aiuti concessi al Pakistan, conseguenze di cui ha parlato sul New Yorker Lawrence Wright (The Double Game. The unintended consequences of American funding in Pakistan): la creazione di un servizio segreto, l’ISI, divenuto “uno stato all’interno dello stato”, refrattario a ogni tentativo di democratizzazione (come testimonia il frettoloso ritiro del provvedimento annunciato nel 2008 con cui il governo pakistano intendeva sottoporre l’ISI al controllo del ministero dell’Interno); la creazione o l’appoggio a una galassia di gruppi islamisti che rispondono ormai soltanto parzialmente ai loro finanziatori. Tra questi, il movimento guidato da mullah Omar, i Talebani.
L’uscita di scena di bin Laden apre nuovi scenari, nella partita tra gli studenti coranici e le truppe straniere. Dall’ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul, Karl Eikenberry, al blasonato generale David Petraeus, a capo delle truppe americane e Nato in terra afghana, dall’inviato speciale per Afghanistan e Pakistan Marc Grossman al segretario di Stato Hillary Clinton, non c’è alto esponente dell’amministrazione americana che non abbia sottolineato l’importanza del momento: la morte di bin Laden “apre possibilità per trattare con i Talebani che non esistevano prima”, ha affermato la Clinton, che ha invitato i turbanti neri ad approfittare dell’occasione. Prima ancora che per i turbanti neri, la morte di bin Laden offre però un’occasione all’amministrazione Obama. Fin qui, il presidente americano non è riuscito a imprimere una svolta strategica rispetto al suo predecessore: ha sofferto l’eredità di una situazione sul terreno complicata dagli interessi divergenti dei vari attori regionali, ma anche le contraddizioni di un orientamento politico che dichiarava la disponibilità a negoziare con il nemico soltanto da una posizione di netto vantaggio militare (da qui la schizofrenia tra timide aperture negoziali e massicce operazioni militari). Oggi, riconosciuta l’impossibilità di una soluzione militare, eliminata gran parte della pesante ipoteca qaedista che pesava sull’ipotesi negoziale (anche in chiave di legittimità agli occhi dell’opinione pubblica interna), Obama gode di margini di manovra molto più ampi, che potrebbe usare per portare a compimento il graduale piano di disimpegno militare annunciato nell’ultimo vertice di Lisbona dello scorso novembre, e per mantenere la promessa di riportare a casa parte delle truppe americane già nella prossima estate. Negli Stati Uniti il vento politico soffia a favore del presidente, che potrebbe tentare un riavvicinamento con le cancellerie europee, che da tempo cercano di sganciarsi da una guerra che si sta perdendo e che non è la loro. Non mancano gli ostacoli: da una parte i falchi del Pentagono, che faranno resistenza sia nei confronti del ritiro definitivo delle truppe – previsto per il 2014 -, sia nei confronti del negoziato con i Talebani; dall’altra le stesse strategie militari dell’amministrazione Usa: oltre all’abbandono delle armi e al rispetto della Costituzione afghana, gli americani hanno sempre posto ai turbanti neri come condizione per il negoziato politico la rinuncia ai legami con al-Qaeda, nascondendo a se stessi e all’opinione pubblica internazionale che quello tra i seguaci del mullah Omar e il movimento di bin Laden è sempre stato un matrimonio di convivenza tattica, molto fragile, segnato da dissidi e spaccature e da una incompatibilità ideologica di fondo. Lo hanno dimostrato due ottimi ricercatori e giornalisti di base a Kandahar, Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn, con un libro recente e importante, An Enemy We Created: The Mith of the Taliban/Al Qaeda Merger in Afghanistan, 1970-2010 (Hurst), in cui riprendono i temi già sollevati nel saggio “Separare i talebani da al-Qaeda: la chiave del successo in Afghanistan”, pubblicato alcuni mesi fa per il Center on International Cooperation della New York University. E in cui spiegano come le strategie dell’esercito americano e di quelli Nato, mirate a colpire i leader talebani, abbiano “indebolito l’intera struttura di comando e la capacità della leadership centrale di far rispettare le decisioni”, tanto che i membri ancora attivi della vecchia generazione talebana avrebbero visto decrescere significativamente la propria autorità, mentre si sarebbe progressivamente affermata una nuova generazione di combattenti, meno nazionalista delle precedenti, meno incline al negoziato, più motivata ideologicamente e permeabile alle sirene del jihadismo qaedista, trasformando la battaglia contro “gli invasori stranieri” nel sacro jihad contro i “crociati infedeli”. Se si cerca un accordo negoziato – questa la conclusione dei due autori – “è poco sensato provare a distruggere le organizzazioni con cui si vuole negoziare”. I Talebani della vecchia guardia – non “degli implacabili oppositori degli Stati Uniti o dell’occidente in generale ma di loro specifiche azioni o politiche in Afghanistan” – sono da tempo pronti al negoziato: nel corso degli ultimi tre anni hanno cercato di smarcasi dall’abbraccio soffocante e malsopportato dei gruppi filoqaedisti, e la morte di bin Laden potrebbe garantire loro ulteriori margini di manovra. Anche l’amministrazione Obama sembra più incline di prima a sedersi attorno al tavolo negoziale: in un discorso del 18 febbraio presso l’Asia Society di New York, Hillary Clinton ha parlato della necessità di un “responsabile processo di riconciliazione”, lasciando intendere che sia il tempo di rinunciare alle pre-condizioni fin qui stabilite. E assicurando che gli Stati Uniti hanno lanciato, parallelamente a quello militare, “un surge diplomatico, per spingere il conflitto verso un esito politico che rompa l’alleanza tra i Talebani e Al-Qaeda, per chiudere con la guerriglia e aiutare a produrre non solo un Afghanistan più stabile ma una regione più stabile”. Bisognerà vedere se Obama avrà il coraggio e il credito politico sufficiente per andare fino in fondo e se gli Stati Uniti saranno capaci di tenere a bada gli appetiti strategici dei partner regionali in un momento estremamente delicato per il futuro dell’Afghanistan: a marzo Hamid Karzai ha annunciato le sette aree la cui sicurezza, nell’ambito del programmato piano di “transizione”, già a luglio passerà sotto il controllo afghano: oltre a Kabul, al sud la città di Lashkar Gah, capoluogo della provincia dell’Helmand; al nord Mazar-e-Sharif, provincia di Balkh; a ovest Herat, nell’omonima provincia; e poi ancora Mehterlam, nella provincia di Laghman, nell’est del paese, e le province del Panjshir e di Bamiyan, da sempre ostili al movimento dei turbanti neri. Il 16 aprile invece è stata la volta dell’annuncio della Commissione congiunta tra Afghanistan e Pakistan, avallata dagli Stati Uniti, con il compito di portare pace e stabilità sulle catene dell’Hindu Kush. A farne parte, pezzi grossi dell’establishment pakistano, dal primo ministro Yusuf Raza Gilani al capo dell’esercito Ashfaq Pervez Kayani, per finire al direttore generale dell’ISI, Ahmed Shuja Pasha, insieme agli omologhi afghani. Secondo indiscrezioni della stampa afghana, il Pakistan avrebbe imposto condizioni stringenti per assicurare un aiuto non soltanto formale: una consultazione sulle nomine più delicate; un coinvolgimento nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane; un ruolo di primo piano nella riconciliazione coi Talebani; un limite alle attività del consolato indiano di Kabul. E una supervisione su tutti gli accordi militari con Stati Uniti e Nato, proprio negli stessi giorni in cui i vertici americani si affrettavano a smentire le notizie sulla presunta volontà degli Stati Uniti di costruire una base permanente militare nei dintorni di Mazar-e-Sharif, una notizia che ha infiammato i dibattiti regionali, con Pakistan e Iran che hanno fatto sapere che non vogliono sentirne parlare, e interni, con gli interventi dei principali protagonisti della politica afghana. Dopo Ismael Khan, l’ex signore della guerra nominato Ministro dell’Acqua e dell’Energia, che ha rifiutato perfino l’idea di una base a stelle e strisce nel paese, è stata la volta di Abdullah Abdullah, il principale sfidante di Karzai alle scorse presidenziali: per lui, sarebbe un modo per garantire la stabilità del paese. I tubanti neri, anche se implicitamente, in uno dei loro ultimi comunicati hanno fatto sapere che non permetteranno il prolungamento dell’occupazione americana e la “resa alla schiavitù” e combatteranno “fino a quando le forze straniere non lasceranno l’Afghanistan e le cause della guerra non verranno rimosse”. A dispetto della morte di bin Laden, c’è chi si dice sicuro che in Afghanistan la guerra continuerà fino a quando i turbanti neri non sentiranno parole simili a quelle pronunciate il 15 febbraio 1989 dal comandante delle forze sovietiche in Afghanistan, generale Boris V. Gromov, mentre attraversava il ponte dell’Amicizia, al confine con l’Uzbekistan: “Non c’è un solo soldato o un ufficiale sovietico alle mie spalle. La nostra presenza in Afghanistan, durata nove anni, termina adesso”.

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