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Il gotico siciliano di Orazio Labbate: una recensione di “Suttaterra”

orazio labbate

(Immagine: Mahkeo via Unsplash)

Arriva il secondo romanzo di Orazio Labbate e mi sorprende con la stessa intensità con cui mi colpì il suo primo libro Lo Scuru; allora mi stupì la potenza della lingua, una sorta di reinvenzione del dialetto siciliano che mischiato all’italiano, mai banale di uno scrittore esordiente, andava a creare una sorta di terzo linguaggio che affascinava e trascinava nel mistero profondo di quella storia, dove la religione, la magia, le paure di un ragazzo avvolgevano in un modo impetuoso.

Oggi, in Suttaterra, ciò che conquista è la potenza delle immagini; ogni frase che Labbate scrive, ogni gesto che compie un personaggio, ogni descrizione ti compare davanti all’istante come un fumetto, come una fotografia. Immagini che però non stanno mai ferme, che si trasformano in continuazione e costringono il lettore alla corsa, alla ricerca di un appiglio che svanirà tre righe più avanti, a un viaggio – infine – sulla riga sottile che separa vita e morte e che, in Suttaterra tende a svanire o a confondersi.

«L’alba penetrava nella casa e dopo la fine della pioggia si alzò un vento lieve, che irrompeva dagli spacchi del legno vecchio delle travi. Giuseppe pensò che fosse lei a respirare nell’aria delle stanze. La chiamò, ma non gli rispose. Allora aprì i cassetti e li buttò sul pavimento. Spazzò via gli scaffali. I libri si accasciarono alla terra come ombre. S’introdusse nel soggiorno. Divaricò con forza l’anta di un mobiletto fino a spaccarla e il vuoto mostrò due videocassette: MATRIMONIO e VIAGGIO DI NOZZE, dicevano le etichette. Prese la seconda e la inserì nell’apparecchio. Si sedette in poltrona con un tremito, come temendo di essere raggiunto alle spalle da qualcheduno invidioso della sua scoperta».

Cose così. Giuseppe Buscemi fa il becchino a Milton, in West Virginia, è figlio di Razziddu, il predicatore protagonista de Lo Scuru, emigrato dalla Sicilia tanti prima. Un padre severo, posseduto da una sorta di mistero violento della fede, un padre strano venuto da una storia di tormenti, da una scioccante e disastrata frontiera gotica posta tra Gela e il mare. Giuseppe, come ogni cosa in questo libro, s’accascia alla terra come fanno i libri del brano qui sopra. La terra è destino e confine, approssimazione, vicinanza alla morte. Sua moglie Maria è morta un anno prima, ma spedisce una lettera da Gela, Giuseppe la riceve, non può che darla per vera. Non conta più il fatto che Maria sia morta o viva, contano il mare e una nave, conta la spinta che lo deve condurre in Sicilia, conta il tempo che ci vorrà a ricomporre la frattura. E frattura è la nave, una nave che è essa stessa tempesta, che è regno di fantasmi, di presagi e scoperte. La nave che in mezzo all’Oceano balla un ballo d’assenza. La nave che pare venire da nessuna parte ma che da qualche parte porta.

E dopo la nave c’è un porto, un petrolchimico, c’è la terra di Gela e di Butera, la terra di Sicilia, che da sempre mi rimanda più al fuoco che all’acqua, la ruggine e gli specchi infranti, hotel che sanno d’inferno, di luna park, nani e ballerine, preti e madonne, strade che si aprono, muri che si innalzano. Un vento che avvertiamo anche quando non è scritto, che soffia come un’ansia, come una speranza, come una paura. Che soffia sopra un miraggio, padre di tutte le fate morgane; se tutto è finzione, la morte e la vita sono loro stesse l’invenzione, e il sacro diventa la letteratura. E letteratura sono Giuseppe e Maria, che messi in fila per nome ricordano altro sacro e qualche bestemmia.

«A Gela il tempo era scuro. Durante la luna di miele il pendolo dell’orologio fu freddo. La giostra del luna park su cui si erano fermati a sedere era immota. Lui sedeva su un cavalluccio; lei dentro una maldestra riproduzione della carrozza di zucca di Cenerentola».

Il gotico, e poi l’horror, da dove vengono se non dalle leggende popolari? Da leggende oscure alimentate dai racconti orali, da paure che vanno e vengono, che ritornano solo in alcune notti. E il racconto gotico non può fare a meno della Sicilia, di quel mistero fatto di silenzi e di rito liturgico. Labbate è di quelle terre e quei silenzi li conosce e sente quell’oscurità, e credo che veda, ogni volta che scrive, donne e uomini di pietra davanti al mare, che veda strade polverose, che veda preti figli del demonio, che veda cristi che fanno paura, perché al sud, il padreterno è più implacabile che misericordioso. Labbate mischia la sua identità sicula con l’altra sua passione che è, mi sembra molto chiaro, la letteratura nordamericana. Il ramo della letteratura americana che viene dalla pietra, dalla bibbia, dai fiumi e dalle praterie, e che è figlia di Faulkner, di McCarthy, e di altri che ci hanno preso il cuore attraverso il racconto della solitudine e di quello che non si spiega. Perché gli uomini fanno ciò che fanno? Non c’è risposta, ci sono soltanto nuove domande.

«”Questa città è la Terra nell’Apocalisse”, pensò il ragazzo. “Io e te Maria, dove siamo? Dove siamo finiti? Perché non sei qui?”».

Se questo libro è il viaggio di un uomo che va in cerca della moglie morta ma viva, è anche un libro che ti dice che è l’uomo stesso che potrebbe essere morto; Suttaterra è una storia che parte da un dolore e da una condanna, è una sorta di fantasma, un incubo, che somiglia a qualcuno che almeno una volta abbiamo visto passare.

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano. Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani. Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014. È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con Rivista Undici e Doppiozero. È capo redattore del litblog Poetarum Silva.
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