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Padri, figli e la morale del fallimento

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Questo articolo è apparso sul Venerdì di Repubblica.

Ci sono scritture la cui sostanza è riassunta nell’incipit di Congedo dai genitori di Peter Weiss: «Ho cercato spesso di stabilire un colloquio con l’immagine di mio padre e con quella di mia madre, oscillando tra rivolta e sottomissione. Ma mai ho potuto cogliere e capire l’intima natura di queste due sfingi poste a guardia della mia vita».

Che a prevalere siano la rivolta o la sottomissione, il rimpianto o la rabbia, per un figlio il confronto con chi lo ha preceduto è un compito ineludibile. Non per ornarsi orgoglioso o recriminatorio di un albero genealogico, ma perché mettere a fuoco ciò da cui si proviene è utile a raccontarci, in una forma necessariamente traumatica, come siamo fatti.

Per quattro decenni Botho Strauss, poeta e drammaturgo tedesco tra i più importanti della generazione post bellica, ha scritto del padre dando forma a Origine (traduzione di Agnese Grieco, appena pubblicato da il Saggiatore), un libro in cui il memoir familiare serve a verificare che quanto chiamiamo «esistenza», più che a un sistema logico e organico di nessi di causa ed effetto corrisponde a un pulviscolo di immagini indisciplinate se non incoerenti.

Classe 1890, laureato in chimica, perito per l’industria farmaceutica, ammiratore di Thomas Mann e della filosofia di Ortega y Gasset, Eduard Strauss attraversa prima il nazionalismo, poi la Repubblica di Weimar, la Seconda guerra e la Germania divisa sempre con i gemelli ai polsi, una sigaretta Finas tra le dita, uno spillone con la perla infilzato al nodo della cravatta. Azzimato, manierato, senz’altro appariscente («Lui era un uomo inattuale, e lo era con forza e rabbia»).

Di quella figura tenacemente installata in una media borghesia fatta di certezze e rituali inscalfibili, l’occhio sinistro distrutto in guerra da un proiettile che lo rendeva simile a un dio della mitologia norrena, il figlio cataloga la particolare qualità dell’andatura (i passi mai strascicati), i capelli con la riga a destra, le mani a volte inquiete, a volte incapaci, oppure ferme e oneste, così come la postura assunta guardando la tv o scrivendo o leggendo – la punta del dito che prima di girare pagina già si infila tra le successive.

Nonostante la memoria si impegni a estrarre bagliori dalla massa nera della storia familiare, a rimescolare i piani generando una percezione del legame inedita e spiazzante è però un’intuizione estrema: «Quello che unisce me e il padre è qualcosa come una morale borghese del fallimento, che per generazioni si è tramandata nella nostra progenie modesta».

Solo allora, quando amarezza e rovina smettono di essere considerate contingenti rivelandosi come condizioni costitutive e comuni a tutti, padre e figlio diventano fratelli.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
Un commento a “Padri, figli e la morale del fallimento”
  1. Elena Palatini scrive:

    Dagli esordi fino ad oggi il drammaturgo tedesco rimane il più profondo tra gli autori della Germania contemporanea.

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