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Origine e identità nel nuovo libro di Melissa Panarello

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di Chiara Babuin

Gli Oceani è il nome della collana editoriale de La Nave di Teseo, che ospita tra i suoi titoli anche il nuovo romanzo di Melissa Panarello. Niente sembra più opportuno del nome di questa collezione editoriale per introdurre il mondo amniotico, lunare, materno de Il primo dolore, il nono libro della scrittrice catanese, il primo firmato con il suo nome per intero.

Per “primo dolore” s’intende il lungo processo di sofferenza fisica, ma anche psichica, che porta una donna a dare alla luce una nuova vita: dalla prima contrazione al parto. E infatti è proprio in questo momento che il romanzo inizia, biforcandosi parallelamente in due linee narrative: la storia di Rosa, una donna di 42 anni, che racconta in prima persona ciò che sta provando e l’ardente desiderio di maternità che l’ha portata fino a quel punto, mentre la sua mente, adesso che sta per partorire, ripesca e s’interroga sulla figura di sua madre: donna terribile, priva d’amore, bella e traumatizzante; e la storia di Agata, narrata in terza persona, una ragazzina che si è appena affacciata al mondo adulto, piena di sogni pianti di nascosto, che si ritrova a dover portare un pancione di nove mesi, senza capire il reale motivo di questa sua condizione.

Rosa e Agata: la prima con un passato difficile, fatto di fantasmi e disagio sociale, ma con un presente accogliente, agiato, in cui le persone che la amano cercano di accudirla e sostenerla in ogni modo; la seconda imbevuta di un’innocenza che sfiora l’ingenuità, vittima dell’indifferenza e dell’ignoranza sociale, prigioniera di un destino che non si è scelta, di una famiglia che ha preferito il bene sociale al suo, di un marito non voluto e di una gravidanza non realmente desiderata.

Due storie diverse, due contesti diversi, due approcci alla maternità praticamente opposti, eppure Rosa e Agata hanno un filo rosso che le unisce. Perchè il libro è un passo a due, un intervallarsi senza sosta tra cuori palpitanti e teste confuse, fino all’ultimo respiro.

Quanto detto sinora, però, non deve ingannare il lettore: il libro di Melissa Panarello non è un romanzo sentimentale dai toni stucchevoli e sdolcinati. Anzi.  Lo stile della scrittrice siciliana è glaciale nell’esprimere i sentimenti delle sue protagoniste, è bruciante nel dar nome a ciò che agita i loro corpi, a ciò che occupa e scalpita nella loro mente, fulminante nel presentare la psicologia dei personaggi, senza barocchismi o descrizioni inutili. Questa poetica asciutta e affilata rende il corpus narrativo estremamente denso, tanto da lasciare il lettore stesso in balia di confuse e fortissime emozioni.

Anche perché il più grande pregio de Il primo dolore è il ritmo; generato, oltre che dallo stile, dall’alternanza delle storie delle due protagoniste: malgrado si pensi al parto come una cosa estremamente comune, quotidiana l’intensità che ne scaturisce dalle due storie lo fa percepire (come è giusto che sia), come un’esperienza enorme, travolgente, che segna uno spartiacque nella vita di chi la genera, la vita. Quindi il lettore si ritrova a divorare quest’immensità, senza riuscire a mettere pausa nella lettura, come un’inarrestabile montagna russa che gonfia il cuore, gela il sangue nelle vene e fa lacrimare gli occhi.

Diventare madre è rendersi conto di come (e quanto) l’Origine e l’Identità coincidano, in questo passaggio di consegne da e tra madre e figlie. Un suggello tutto femminile, in cui il maschio sembra non avere spazio, ma dove tutto ciò non avrebbe luogo senza la sua esistenza. Perché è questo il viaggio de Il primo dolore, che non a caso inizia con una drammatica citazione di Elsa Morante: “Dalle altre femmine uno può salvarsi, può scoraggiare il loro amore: ma dalla madre chi ti salva?”.

La risposta è contenuta nelle ultime, potentissime pagine di questa nuova prova letteraria di Melissa Panarello, che, a ragione, può dismettere quella “P” puntata dopo il nome, che l’ha resa famosa da adolescente, per esibire fieramente il suo cognome per intero, all’insegna di una maturità audacemente raggiunta e di una maternità imminente.

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