1ornamento

Ornamento. Nell’America di Juan Cárdenas

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«Quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito. Basta aprire la porta per scorgere l’eloquente immagine: centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una stanza vuota, attraversata solo dall’ombra fresca e lunga della marmaglia, a un piano vuoto di un edificio vuoto, di un edificio razionalista in passato bello e splendente, costruito a immagine e somiglianza degli edifici razionalisti in passato belli e splendenti delle città razionali. Centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una città irrazionale un giorno hanno battuto, su centottantotto fogli di carta intestata delle Assicurazioni Tequendama, un discorso armonioso e razionale che qualcuno avrebbe letto con devozione negli uffici e nei corridoi del Ministero della Destituzione: quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito e non sarò milioni, sarò l’unico esempio, rotti gli schemi, l’esempio inimitabile[…]»

Quattro donne partecipano a dei test per la sintetizzazione di una nuova droga, non ne conosciamo i nomi, sono numerate da 1 a 4. Quando ricevono le prime dosi, le prime 3 si addormentano, la numero 4 (così sarà chiamata per tutto il libro) rimane sveglia e comincia degli strani sproloqui che il medico a capo dell’esperimento decide di trascrivere. Il brano qui in alto è l’attacco del terzo monologo della numero 4. L’ho riportato sperando che faccia su chi legge lo stesso effetto che ha fatto a me. Ci troviamo davanti a una serie di frasi apparentemente senza una sequenza logica – I monologhi della numero 4 si scioglieranno in uno più lungo posto nell’ultima parte del libro –, eppure noi qualcosa vediamo, qualcosa che va oltre all’effetto della droga assunta. Vediamo una carrellata di immagini che sembrano uscire da un film e che, per lo straordinario ritmo della prosa di Juan Cárdenas, ci si attaccano addosso prima ancora di trovare loro un significato.

La prima frase poi è irresistibile, al punto da sembrare il primo verso di una poesia che si annuncia stupenda. Il medico trascrive, medico che in Ornamento (Sur, 2018, trad. Chiara Muzzi) è la voce narrante. Voce che cambierà di capitolo in capitolo passando dal tono rigoroso dello scienziato, a quello disorientato dal fascino della numero 4, a quello di un apparente innamorato, a quello di un uomo pieno di dubbi, incubi e paure dell’ultima parte.

Il laboratorio è in una città che potrebbe essere ovunque, ma ben presto Cárdenas, insinuando qualche piccolo dettaglio, ci dirà che siamo in America latina, molto probabilmente nella sua Colombia. Una Colombia post narcos e post Escobar, dove ci si avvia verso la legalizzazione delle droghe. In particolare, la nuova droga ha effetto solo sulle donne, regala a chi la assume ciò che occorre e non reca con sé il danno degli effetti collaterali. Questo è un punto centrale perché lo scrittore colombiano nel suo racconto tecnologico, più realistico che distopico non fa altro che dirci che gli effetti collaterali sono già capitati. I protagonisti di questo romanzo sono quell’effetto e si muovono come in un labirinto fatto in informazioni rimosse ed emozioni indotte. Se non ci comanderà un microchip lo farà una droga. Tutto qui.

Alla fine, dopo averci riflettuto molto, capimmo che il prodotto aveva un mercato potenzialmente di massa, soprattutto perché i bassi costi di produzione ci avrebbero permesso di introdurlo in diversi segmenti di popolazione, senza distinzione di classe sociale.

Un elemento che credo interessi l’autore sia quello delle coppie. Due gemelli sono i direttori del laboratorio, due cani sono quelli a cui il nostro narratore si affeziona, protegge e a cui pensa, due scimmie sono le sorveglianti. Una coppia sono il narratore e sua moglie, un’artista famosa e tossicodipendente come tutti quanti, due coppie sono le quattro donne. Un’altra coppia sono la numero 4 e la figlia.

La variante è proprio la numero 4, misteriosa e affascinante, che entrerà come terzo elemento nella coppia artista/narratore. Elemento di gioia inizialmente, passionale a un certo punto, irrinunciabile per il medico, emotivamente ingestibile per sua moglie. Destabilizzante nell’insieme, in una relazione a tre in cui contano più il controllo che il sesso, più la riconoscenza che l’abbandono, più ciò che si è perduto che quello che si sta guadagnando.

Camminiamo per qualche istante senza dire niente. Le piacciono le chiese coloniali?, mi chiede all’improvviso, forse a disagio per il lungo silenzio. No, rispondo, in realtà no. Mi guarda stupita. È impossibile che non le piacciano le chiese coloniali, dice, sono così belle. Le spiego che non sopporto i fronzoli e le modanature e lo stile tanto carico, meno ancora le statue di arcangeli e santi. Mi fanno paura, le dico, soprattutto perché erano le classiche cose che piacevano ai narcos degli anni Ottanta. Le scappa una risata. Sono certo che non sia una donna ingenua. La risata intelligente delle donne ha una musica particolare, uno spargimento cristallino di note ben strutturato. Il suono è completamente diverso da quello della risata delle donne ornamentali, che ridono solo per far piacere agli uomini. Se dipendesse da me, le dico solo per non farla smettere di ridere, se dipendesse da me ordinerei di demolire tutte le chiese, di bruciare tutti i santi. Le sue risate s’infilano nervose nei vuoti lasciati dal fitto intreccio dei rami. I cani abbaiano.

La numero 4 sparirà per riapparire, come in una sorta di miraggio, per raccontare, come se stesse saltando da un’allucinazione all’altra, la sua vita, in un monologo che è una piccola perla narrativa all’interno del libro. Monologo in cui l’ornamento assumerà un nuovo, per certi versi inquietante, significato. La nuova droga sarà un successo e poi? Il narratore e la moglie, invece, cadranno in una specie di quadro malinconico e vuoto dal quale non sapranno uscire. La numero 4 tornerà solo durante i sogni del medico, con la sua risata che si sovrapporrà a quella della moglie.

Juan Cárdenas ci mostra un pezzo di futuro non impossibile e nemmeno troppo distante, lo fa con una bella scrittura, proseguendo a suo modo la tradizione della letteratura sudamericana, arricchendola con elementi occidentali. Per farlo parte dalla scienza e finisce con le emozioni, ma le sovrappone per tutto il tempo, le mette sullo stesso piano. Come egli stesso ha dichiarato in una recente intervista (chi volesse può leggerla tutta sul sito di edizioni Sur):

Lo scopo di qualsiasi disciplina è cercare di inventare un modo per leggere il mondo, di avvicinarlo alla conoscenza. E tutti questi impulsi in un certo senso sopravvivono ed esistono tra loro delle connessioni sotterranee: la religione e la scienza e la letteratura… non sappiamo bene come operano, ma la letteratura cerca di esplorare le connessioni sotterranee fra mistico e religioso e scientifico.

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano. Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani. Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014. È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con Rivista Undici e Doppiozero. È capo redattore del litblog Poetarum Silva.
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