horror

Di orrore e dintorni. Intervista a Thomas Ligotti

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di Orazio Labbate

Dal concetto di “letteratura” ai luoghi soprannaturali, e oscuri, fondativi delle sue storie, attraversando il cinema horror, fino a domandarsi quanto valga il termine morte per uno scrittore.

Un ampio dialogo con uno tra i più importanti, visionari, autore contemporanei dell’Orrifico,  creatore di quell’horror filosofico a cui si è fortemente ispirato Nic Pizzolatto nella creazione del suo True Detective (1^ stagione ), la serie tv targata HBO.

Quali sono state le letture fondamentali che l’hanno iniziata?

I romanzi non mi hanno mai particolarmente interessato. Per quanto mi riguarda, la poesia e la saggistica sono le due forme più importanti di scrittura, poiché più di tutte le altre rappresentano un mezzo ineguagliabile di indagine ed espressione della propria visione del mondo. Vi sono, però, altre forme di scrittura non particolarmente poetiche o riflessive che mi attraggono in qualche modo. Lo scrittore inglese Graham Greene divise i suo romanzi in quelli da intrattenimento e quelli a scopo letterario. Sarà perché da piccolo non amavo leggere narrativa; non lo trovavo piacevole e non mi dilettava affatto. Ovviamente tutto quello che leggiamo deve dilettarci in qualche modo, altrimenti non catturerebbe la nostra attenzione. Per me, tuttavia, è una questione che va oltre questo criterio. Come intrattenimento guardo la tv e i film, non che siano necessariamente inferiori alla letteratura, semplicemente richiedono molto meno impegno all’intelletto.

I suoi racconti, così come i suoi lavori – parlo rispettivamente di “Teatro grottesco” e “La cospirazione contro la razza umana” (pubblicati entrambi da Il Saggiatore n.d.r) – trattano, riassumendo il più possibile, d’una concezione dell’orrifico totalmente originale e superba: dal gotico all’horror – presenti – ma tutto ciò fatto di una incredibile lingua filosofica interamente imbevuta di soprannaturale. Un soprannaturale dichiarato, cioè, come esistente. È palpabile. Mi sbaglio?

No, non ti sbagli. Anche se non credo al soprannaturale, il genere dell’horror soprannaturale mi ha permesso di esprimermi in merito a quello che, per me, vuol dire essere una creatura vivente dotata di coscienza.

Che cos’è, secondo lei, la letteratura?

La letteratura è stata spesso definita come tutto ciò che riconduce l’uomo alle cose più importanti della vita. Negli ultimi trent’anni o giù di lì, gli studenti sono stati incoraggiati a scegliere materie quali le scienze, la tecnologia, l’economia e l’impresa per farsi strada in questo mondo. Tuttavia, credo che ciascuno di questi settori sia finalizzato a sé stesso e non vada al di là del proprio raggio d’azione. Quando mi iscrissi all’università, nel 1970, vi erano delle valide alternative alle scienze, alla tecnologia e all’economia; percorsi seriamente strutturati che si rivolgevano a tutti quelli che desideravano capirne di più sul nostro ruolo nel mondo e non si accontentavano semplicemente di trovare un’occupazione. All’epoca ero molto curioso e incline all’arte per cui fui a lungo indeciso sul da farsi. Ero attratto dalla filosofia, dalla psicologia, dalla storia e da tutte quelle facoltà umanistiche che potevano offrirmi una visione più ampia dell’esistenza. Alla fine ho capito che tutte quante convogliavano nella ricerca di un’articolata conoscenza della letteratura. Tutto quello che contava di più per me, o forse che contava in assoluto nella vita, era la letteratura in tutti i suoi aspetti, in particolar modo quelli in grado di rivolgersi all’intelletto e alla passione. Potrà sembrare campanilistico da parte mia, ma non riesco a capire come sia possibile interessarsi a qualcosa che non sia la letteratura. Chissà, magari ai nostri giorni può sembrare un’idea vecchia e anche un po’ ingenua. Di sicuro si ha la sensazione che tutto sia stato messo da parte per lasciare spazio alla scienza e all’economia come garanzia del futuro. A mio avviso, questo nuovo orientamento comporta un rifiuto di quella che, per i buddhisti, è l’imponente questione della vita e della morte.  È tuttavia comprensibile, la vita e la morte sono concetti scomodi e quelli che non vogliono né gradiscono essere disturbati farebbero bene a stare alla larga dalla letteratura.

Mi parli del suo metodo di scrittura.

Non ho un metodo di scrittura, se ti riferisci ad un vero e proprio programma di produttività. Scrivo soltanto quando l’urgenza di scrivere è forte, e spesso questo sentimento è innescato da qualcosa di intensamente correlato alla mia vita. In passato ho scritto ovunque e a qualsiasi ora, anche mentre guidavo; so che la mia risposta può sembrare un cliché pretenzioso, specialmente se a sostenerlo sono quelli che pensano che scrivere sia al di sopra del fare carriera. Tuttavia molti scrittori eccellenti hanno fatto della scrittura la propria carriera cosi come tanti altri non lo hanno fatto. Edgar Allan Poe, per esempio, era uno scrittore a tempo pieno. Kafka, invece, era un impiegato all’Istituto per l’Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, e scriveva soltanto nel tempo libero.

Quanto è importante la cura della lingua, dello stile, perché si raggiunga l’orrore nella sua letteratura?

Nella scrittura lo stile può significare tante cose. Quasi tutti gli scrittori in qualche modo, hanno un proprio stile. La domanda da porsi è un’altra: di che stile si tratta? Io preferisco uno stile che si delinei attraverso la narrazione in prima persona di un personaggio molto acuto che ci sappia fare con le parole. Mi vengono in mente alcuni libri di Nabokov, tutti i romanzi di Raymond Chandler, i racconti di Bruno Schulz e di Jorge Luis Borges e le liriche di Leopardi, Philip Larkin e George Trakl.

Qual è “il luogo fisico” delle sue storie?

Le mie storie sono ambientate sia in grandi sia in piccole città, ma anche in luoghi fantastici lontani dagli insediamenti umani.

Luna Park, pensioni, città misconosciute, marionette, mondi che non dovrebbero esistere, territori “oscuri”, personaggi che chiamerei “satanici”. Perché sceglie questi palcoscenici, e quelle sembianze, per le sue storie? Dove potrebbero condurre tutt’insieme ovvero verso quale dimensione?

Come dicevo prima, le mie storie sono ambientate ovunque. Per quanto riguarda i miei personaggi prediligo soggetti fuori del comune, lontani da una vita ordinaria così ampiamente vissuta dall’intera razza umana. Anche io stesso non sono una persona ordinaria e con questo non intendo dire che sia migliore o più realizzato di tutti gli altri.  Per certi versi sono un tipo nella media e molto poco interessante, ma come certamente si può evincere dai miei testi, tutto quello che ho sperimentato nella mia vita, mi riferisco in particolar modo ad alcuni problemi psicologici ed affettivi, mi ha portato a concentrarmi esclusivamente sui personaggi oscuri e tenebrosi. Generalmente, alcune persone non si lasciano impressionare dagli aspetti più terribili e sconosciuti della loro vita; è più semplice per loro distogliere lo sguardo da ciò che è strano e doloroso. A volte sono costrette a vedere ciò che preferirebbero non vedere. In tutta onestà, mi è capitato di dover fare lo stesso; chi mai sceglierebbe di lasciarsi inghiottire da tutto ciò che è sconosciuto, spaventoso, strano e doloroso? Questo genere di cose non concilia affatto con la ricerca della felicità né con l’impulso alla sopravvivenza. Un’affermazione che di per sé è un anatema per la maggior parte di quelli che sono vivi così come lo è stato per coloro che non lo sono più. Se così non fosse, l’intera esistenza sarebbe abbastanza diversa. Probabilmente saremmo già estinti, anche se mi riesce difficile pensarlo. Come specie siamo perfettamente in grado di ignorare ciò che ci dà maggiormente pena.

Tra i film del genere horror, quale sente a lei più prossimo?

Ho visto tanti horror straordinari, ma soltanto alcuni sono tra i miei preferiti. Sostanzialmente, gli horror che potrei guardare ripetutamente sono quelli prodotti tra gli anni 70 e 80, vale a dire l’Esorcista, Omen, Alien, A Venezia…un dicembre rosso shocking, Shining e La cosa di John Carpenter. So che per i fanatici del genere possono sembrare poco esoterici, credo però che oltre ad essere degli horror di alto livello siano anche esempi straordinari di regia. Al contrario, i lavori di registi quali Herschell Gordon Lewis, Coffin Joe e Dario Argento non si avvicinano nemmeno lontanamente alle vette più alte del genere.

A proposito di soprannaturalità, la religione è un territorio ove essa impera. Crede nel combattimento tra Dio e Satana?

No, per niente.

Quali sono gli autori italiani che apprezza di più?

Oltre a Leopardi, apprezzo molto Dino Buzzati, il cosiddetto “Kafka italiano”. Preferisco di gran lunga i suoi testi a quelli di Kafka, che oserei collocare ad un livello anche inferiore. Mi piace l’idea dell’Esistenzialismo, molto meno gli scrittori spesso associati a questo genere, tipo Jean Paul Sartre e Albert Camus. Buzzati, invece, era un grandissimo scrittore esistenzialista oltre ad essere un maestro nello scrivere racconti che provocassero malessere ed evocassero il mistero. Le opere Bàrnabo delle montagne e Il deserto dei Tartari lo confermano, insieme a tutte le altre che ne evidenziano il genio oscuro.

Un’ultima domanda: Il ruolo della letteratura è potente tanto quanto quello della morte?

Niente è più potente della morte, ad eccezione, forse, della sofferenza. Di sicuro, senza la morte e la sofferenza non ci sarebbe la Letteratura.

Commenti
4 Commenti a “Di orrore e dintorni. Intervista a Thomas Ligotti”
  1. f.corigliano scrive:

    A parte le pubblicazioni ad opera de “Il Saggiatore”, bisognerebbe segnalare che di Ligotti sono usciti in italiano, per l’editore Elara, anche “Lo scriba macabro” e “I canti di un sognatore morto”.

  2. Casa scrive:

    Sarebbe bello indagare i legami tra questa sorta di “nuovo horror” e il realismo speculativo di Brassier e Meilassaux, anche considerando il peso che questa corrente filosofica ha in True Detective

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