George Orwell

Orwell 1.5

Attenzione questo pezzo di informazione culturale contiene inopinatamente degli spoiler molto pesanti.

Un mese e dieci giorni fa usciva in edicola l’ultimo numero dell’inserto settimanale di Pubblico, che si chiamava Orwell. Il giornale papà chiudeva per mancanza di introiti, il figlioletto Orwell accettava (subiva) le disgrazie del padre. Dire che non ce l’aspettavamo è dire poco. Diciamo che la scena che riproduce metaforicamente la nostra reazione quando siamo arrivati in redazione e ci è stato detto che avevamo pochi giorni di vita è stata questa.

Ma, poi, quasi con un meccanismo automatico, la redazione (quelle venti-trenta persone che hanno dato vita a questo esperimento di soli tre mesi) ha continuato a vedersi, tutti i lunedì a casa di Carolina Cutolo, e a sentirsi, per mailing-list. Racconto tutto questo non per fare un diario delle mie malinconiche settimane di gennaio, ma perché avevamo cercato fin da subito un rapporto di trasparenza nei confronti del lettore e quindi ci piacerebbe continuare così. Continuare a vedersi aveva uno scopo: continuare a fare una cosa che evidentemente – dai riscontri veramente affettuosi, dagli attestati di stima che avevamo ricevuto – ci eravamo convinti anche noi che ci venisse bene.

Avevamo avuto la presunzione di supporre che in Italia si potesse creare un inserto culturale con un budget limitato in grado di fare una critica culturale che fosse anche politica, con pezzi lunghi, idiosincratici, totalmente liberi nella scelta dei temi, che al tempo stesso ponessero il problema di cosa vuol dire fare critica culturale in un contesto in cui l’informazione culturale è fortemente pubblicitaria – e ora che pareva ci fossimo riusciti, questa cosa non ci andava giù. Insomma, credo sia normale, ma ci dispiaceva essere morti. Per cercare di farvi capire come ci sentivamo, forse potreste vedere questa scena.

Mentre cercavamo di recuperare i 16.000 euro che Pubblico ci doveva (ci deve), abbiamo subito pensato quindi a quali fossero le soluzioni pratiche per continuare Orwell, e se possibile rilanciarlo, farlo ancora più bello e inventivo, più aperto ai lettori, più internazionale, più artistico (perché alla critica non si può chiedere una qualità estetica pari alla narrativa?). Per soluzioni pratiche abbiamo inteso un insieme molto largo di idee da cui abbiamo finito con l’escludere quelle del tipo “Ho un mio zio che è emigrato in Cile negli anni ’50 e pare sia diventato molto ricco, potrei provare a rintracciarlo” o “E se facessimo un inserto culturale che viene trasmesso per via medianica?”. Abbiamo insomma compreso che avevamo creato un gruppo e che questo era (è) un capitale umano che sarebbe un peccato molto grave disperdere.

Ora, a un mese e passa dal nostro passaggio da rivista attiva a rivista dormiente, le cose stanno più o meno in questo modo: come forse alcuni sanno, Pubblico ha ricevuto l’interessamento di un finanziatore nuovo che vorrebbe rilevare la testata: la notizia la potete leggere in molti posti e con varie inesattezze accluse, ma per capirci potete dare un occhio qui. Se tutto questo accadesse, che ne sarebbe di Orwell? La cosa che ci siamo risposti è: che intanto accada, e poi ne parleremo.

Nel frattempo stiamo cercando di capire anche come un progetto culturale del genere può autofinanziarsi. Quanto le persone sarebbero disposte a spendere per avere un inserto settimanale di cultura? Un euro, cinquanta centesimi, venti centesimi, nulla? Si può pensare a un crowdfunding? Si possono trovare dei mecenati che coprano dei costi vivi? Si può pensare di vivere on line e riuscire in tempi non brevi ma nemmeno millenari ad autosostenersi se non addirittura a guadagnare abbastanza per investire in tutte quelle idee che ci sono venute facendolo questo giornale (far tradurre pezzi dall’estero, commissionare inchieste, organizzare dei piccoli eventi, etc…)? Come se la passano Doppiozero, Il Post, Lettera 43, Linkiesta? Così o così?

E ci siamo detti, sempre nel frattempo, che un modo per cercare di mantenere un rapporto con i lettori che ci hanno seguito, lettori critici esigenti complici (piccoli segni: con gioia e stupore vediamo aumentare il numero di follower su Twitter nonostante Orwell non vada più in edicola), era – ora che anche il sito di Pubblico non è più accessibile – di preparare per loro un ebook antologico dei pezzi usciti su carta, e di aggiungere qualche nuova traccia regalo. Lo faremo a breve.

Per adesso ci sembrava debito comunicarvi insomma che siamo vivi, e che praticamente ogni giorno ci mangiamo le mani perché ci vengono in mente in un modo pavloviano pensieri del tipo: “Questo lo devo proporre a Orwell”, “Su questo bisogna farci un numero speciale di Orwell”. “Devo segnalare questa cosa sul twitter di Orwell”. E siamo sicuri di non darcela per vinti. Spero ci capiate come ce la viviamo, altrimenti potete vedere questa scena qui.

A presto. Decisamente a presto.

 

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
13 Commenti a “Orwell 1.5”
  1. Dino Marino scrive:

    Mi sembrate un gruppo di persone per bene che cerca di fare una cosa buona spero che ci riusciate, continuo a pensare ( sperare ) che ci siano qualche migliaio di persone disposte a spendere qualche 2/3 € a settimana(magari via tablets ) per un prodotto culturale fuori dal coro e dalle marchette reciproche di autori recensori editori.

  2. Simone Nebbia scrive:

    Bene, mi fa molto piacere e seguirò l’evoluzione delle vostre riunioni. Ho rivisto alcuni articoli recenti e pensavo che per gli attuali sarebbe carino, al posto di “Questo pezzo è uscito su Orwell”, sostituire non tanto un ipotetico “sarebbe” ma magari un ben augurante “Questo pezzo uscirà su Orwell”…

    Ciao
    Simone

  3. scrive:

    me lo sento che tornerete in edicola, ancora più in forma e belli.

  4. fafner scrive:

    Ho comprato Pubblico solo il sabato perché c’era Orwell: abbastanza da contribuire alla vostra rovina, non abbastanza per evitarla. Il quotidiano non funzionava. Voi invece avete scritto l’unico inserto culturale che non era un patchwork di pubbliredazionali barattati per recensioni.

    Se chiedete consiglio a Il Post, vi diranno che il futuro è il modello scelto da Andrew Sullivan. Magari potete chiedere perché non cominciano a seguirlo loro per primi.

  5. Complimenti, sinceri, da una che lavorava per Saturno, che non ha saputo reinventarsi e trovare altre forme di vita 😉

  6. zaphod scrive:

    Curioso, non ci conosciamo e anch’io ero un acquirente saturnino (del sabato) di Pubblico, però ogni tanto ancora mi spunta in mente un’idea e uno dei pensieri è “adesso la scrivo e la propongo a quelli di Orwell”. Curioso, dicevo, e anche di dove si andrà a parare…

    Ci sono esempi di micropublishing interessanti in rete, magari vi interessa…

  7. Gloria Gaetano scrive:

    Intanto io preparo un sito di inediti, con brani scelti e presentazioni, Naturalmente li scelgono persone e donne che hanno letto molto. Che sono preparate.
    Un xcontributo per l’editoria. media ,grande e piccola, che dovrebbe smetterla di seguire il mercato. La piccola, poi, ed è una vergogna, continua a chiedere soldi agli autori. Se uno investe una cifra per pubblicare, almeno dovrebbe divenire soc io. E poi, vi chiedo, per piacere, di non parlare sempre e solo di cultura e letteratura o arte al maschile. Parlate anche di donne che hanno talento e scrivono magnificamente. Ci guadagneremo tutti.

  8. Gloria Gaetano scrive:

    E proviamo a chiedere se ognuno di noi può dare 1000 e, a persone. Si fa una specie di cooperativa o impresa sociale che reinvesti gli utili nella stessa asspociazione. Ma chi versa è socio, consulente e dev’essere competente. Vediamo se ce la facciamo a fare la cifra necessaria. Si nomina un amministratore, un c onsiglio di soci., di coloro che si dedicano alla cultura. Si puà fare, forse. Lancio il sasso nello stagno. Se non cambiamo stile, modello economico, cultura aperta anche a dissidenti e ,è il mio pallino, donne storiche saggiste, non ne veniamo mai fuori

  9. Lucia De Santis scrive:

    Sono contenta che ci siete ancora, là dietro. Sarei disposta a pagare per rivedervi su fogli fruscianti svolazzanti, sì: 2/3 euri se inserti, anche più se assoluti. Orwell era uno dei pochi posti in cui leggendo le prime tre righe o la firma di un articolo non si poteva indovinare tutto il resto.
    Auguri per le idiosincrasie, per i 16 K, a Carolina Cutolo per la sua casa: per tutto.

  10. Gloria Gaetano scrive:

    Ho fatto la mia proposta. La ritenete inattuabile? Molti sarebbero disposti ad aiutarvi… e a collaborare economicamente e con recensioni

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  1. […] (l’ex)inserto culturale di Pubblico? Scopri cosa ha in serbo la piccola (e alacre) comunità @http://www.minimaetmoralia.it/wp/orwell-1-5/  Share this:CondivisioneTwitterFacebookLinkedInGoogle +1PinterestTumblrRedditEmailLike this:Mi […]

  2. […] pezzo è uscito su Orwell. Parlare di Zerocalcare può apparire già superfluo: sembra ormai noto a tutti e non passa giorno […]

  3. […] momentaneamente e suo malgrado uscito dalle edicole. Per sapere dove e come ritornerà, leggere qui]stampa o crea pdfAltri articoli su questi argoment1:Quello che vampiri, lupi mannari e mutanti non […]



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