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“Ossa di sole”. La visione di Mike McCormack

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di Giorgia Tolfo

Immaginate un uomo al centro di una stanza della casa in cui ha vissuto gli ultimi venticinque anni. Immaginate che sia il 2 Novembre, il giorno della commemorazione dei morti, in un piccolo paese della contea di Mayo (Irlanda). Il rintocco della campana dell’Angelus, “tonfo sistolico” di una “parrocchia ai margini di questo mondo conosciuto”, si diffonde nell’aria, attraversando il villaggio, i campi circostanti, i boschi, e poi lentamente, ritmicamente, le stratificazioni geologiche e le ere che le hanno adagiate, unendo tra loro il presente, il qui e ora di quest’uomo, con l’origine del mondo.

Su questi rintocchi prende il via la narrazione di Ossa di sole, pluripremiato romanzo di Mike McCormack uscito ora per i tipi de Il Saggiatore nella bellissima traduzione di Luca Fusari.

McCormack, classe ‘65, nato a Londra ma cresciuto in Irlanda, non è uno scrittore prolifero – due raccolte di racconti e tre romanzi nell’arco di un ventennio – ma è un autore che ha raggiunto silenziosamente lo status di cult grazie al suo contributo alla nuova ondata di scrittura sperimentale irlandese. Ancora inedito in Italia, Notes from a coma (2005) anticipava la nostra era dominata dai flussi di dati, immaginando la storia di JJ che in seguito a una tragedia personale decide di offrirsi come volontario per testare una nuova soluzione al sovraffollamento del sistema penitenziario europeo, che consiste nel farsi mettere in stato di coma su una nave ancorata al largo delle coste irlandesi. Qui, sospeso tra coscienza e incoscienza, la sua vita viene messa in diretta; ogni suo respiro, milligrammo di cibo o attività neuronale è condiviso con spettatori di tutto il mondo che finiscono per assistere al suo risveglio come si trattasse di una resurrezione religiosa. Ma è con Ossa di sole, pubblicato originariamente da Trump Press, minuscolo editore indipendente irlandese, che finalmente il nome di McCormack è uscito dal sottosuolo per raggiungere la visibilità tanto meritata.

Ispirandosi ai saggi di Heidegger e rinnovando la tradizione del monologo interiore che dal modernismo arriva ai nostri giorni, McCormack tesse un racconto che si snoda sulle pagine in una lunga singola frase, un’onda sonora, un ruminare, avanzare e ritornare della memoria che tocca i punti cardinali della vita di un uomo – fede, scienza, arte, famiglia, amore e politica – e si interrompe soltanto per i respiri e le pause del pensiero.

sembrava che tutti gli eventi della mia vita convergessero nel punto in cui rifiutavano di presentarsi sotto forma di resoconto chiaro, arrangiandosi invece a mo’ di vorticosa serie di dubbi, instabile reticolo di domande

Marcus è tornato tra i vivi per poche ore e in queste ore, solo in casa, confuso e spaventato all’idea di sparire nuovamente, ripercorre alcuni momenti chiave della sua vita, in un crescendo che culmina con il ricordo dei giorni precedenti la morte, passati ad accudire la moglie vittima di un’intossicazione collettiva derivante “da chissà quale virus ontopolitico” insediatosi nelle tubature dell’acquedotto del paese.

Nel racconto di questi giorni e nel corpo della moglie non solo si realizza la fusione tra corpo privato e pubblico, tra spazio intimo e sociale che si trovava già nel precedente Notes from a coma, ma si visualizzano anche tutte le tensioni che pian piano si sono materializzate e accorpate nello stream of post-consciousness di Marcus.

Si tratta di spinte opposte e distruttive come quelle che attraversano le tre diverse colate di cemento armato gettate per fondare le fondamenta della nuova scuola del paese, che per la loro diversa composizione si contrarranno ed espanderanno a velocità diverse, rischiando di compromettere la tenuta della costruzione ma che di contro garantiranno l’equilibrio tra società appaltatrici, consiglio cittadino e richieste degli abitanti. O di spinte contrarie ma armoniche, come quelle che servono a creare la tensione che sostiene i ponti.

Tutto in Ossa di sole si gioca tra un continuo parallelismo e sfondamento di quel limite tra narrazione intimista e affresco sociale da un lato e ingegneria edile dall’altro. Ogni evento viene filtrato e scomposto attraverso il prisma delle scienze ingegneristiche – meccanica, edile, gestionale –, nel tentativo di ricostruirne la struttura portante e le forze che li tengono assieme. In tale processo si manifesta pienamente la consapevolezza che “il mondo è uno sgangherato prodotto di componenti casuali avvitati insieme alla cieca”, “una costruzione che ronza vicina al crollo” tanto che “per scardinare cielo e terra sarebbe bastato sfilare un solo ma essenziale perno”. Attorno a questa possibilità – quella di un collasso – si condensa l’interesse di Marcus, perchè “la mente dell’ingegnere non smette mai di pensare al crollo”. La crepa nel ponte, il punto di cedimento, quella perdita di armonia e “briciolo di caos” che rischia di far saltare tutto non riguarda però solo le strutture, ma è una tensione immanente il creato, un abisso su cui ci si affaccia in ogni istante, è quella minaccia di cortocircuito che esiste come possibilità anche nel sistema più perfetto.

Eppure a fronte di questa minaccia sempiterna che pende sulle nostre teste, c’è qualcosa che in qualche modo impedisce che si realizzi del tutto, che fa sì che anche nel crollo si possa ricreare un nuovo ordine. Si tratta di quella tensione tra immanente e trascendente, pragmatico ed estetico, spirituale e materiale, privato e pubblico, che trova incarnazione nello sguardo di Marcus sul mondo.

In questo sguardo le parti di una turbina eolica smontata e trasportata su un camion attraverso il paese diventano dapprima “ossa luminose di una creatura massiccia”, poi una delle migliori idee rinnegate dal mondo, “uno dei suoi destini migliori”, infine, “Dio o qualche suo aspetto essenziale, contagiato dalla morte […] ridotto a farsi mandare al confino o a rottamare in territori estranei alla nostra giurisdizione, posti dove gli dèi vengono smantellati e smontati e i pezzi riciclati o buttati via”. Però, anche in questa caduta degli dèi, ricorda Marcus mentre osserva il passaggio del camion, c’è chi continua a vedere in queste macchine di proporzioni enormi, nel loro girare costante e nel ronzio della dinamo, una forma di preghiera simile a quella delle ruote buddhiste. Ed  è così che il centro del crollo viene di nuovo sospeso: tramite la transustanziazione della macchina in materia divina, scienza e tecnica entrano in un nuovo ordine simbolico.

Le operazioni più prosaiche assumono caratteri mistici: il padre disfa il motore di un trattore e affronta “l’altare dello smontaggio con in mano nient’altro che la chiave inglese […] come in un gesto di perdono”, la moglie agita nell’aria un test di gravidanza su cui è apparsa una linea “definita quanto una linea tracciata sulla sabbia o il contorno di un topografo o uno di quei paralleli globali […] che demarcano i confini nazionali”, i prezzi delle azioni finanziarie diventano “indici e grandezze di una nuova cosmologia”. In questo mondo, gli economisti sono degli sciamani che hanno perso la capacità di pronosticare il futuro, politici e ingegneri si fanno nuovi demiurghi.

Nel procedere di questa narrazione inarrestabile, a tratti lirica, apocalittica, mistica e prosaica – l’ultima parola è “vaffanculo” –  Marcus/McCormack racconta una vita per nulla speciale e allo stesso tempo la straordinarietà dell’umano, quella facoltà che ci rende, appunto, speciali e ci permette di andare oltre la dimensione fisica della nostra esistenza. Ci racconta di quell’istinto di salvezza che salva dal crollo, perché se anche tutto attorno frana e abbiamo “perduto completamente l’istinto animale per la catastrofe […] l’istinto che spinge alla fuga o al decollo in massa […], la sintonia primordiale con il pericolo”, in fondo finchè siamo umani possiamo ancora riuscire a vedere la bellezza e un senso nel disordine. Ed è così che possiamo ancora stupirci per le mucche Angus che riposano sotto le palle di specchi nella più bella sala da ballo della contea di Mayo, ora rudere abbandonato, o ritrovare un nuovo ordine del creato nei pezzi smontati di un motore.

Pian piano in questo ordinamento del mondo si materializzano le ossa di sole, “quel rarefatto amalgama di tempo e luce il cui sviluppo è visibile ogni minuto del giorno”, che altro non sono che “tutti i ritmi umani che ci tengono uniti e legano il mondo in una comunità, quei riti, ritmi e rituali che quotidianamente sostengono il mondo”.

E in questa visione McCormack sfiora il capolavoro.

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Giorgia Tolfo è nata a Marostica (VI) nel 1984 e vive a Londra. Ha conseguito un dottorato in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna, scrive su varie testate online ed è programmatrice del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL).

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