taranto_ponte

“Ossigenarsi a Taranto” (ossigenare Taranto)

Questo articolo è uscito sullla «Gazzetta del Mezzogiorno»

Taranto e taranta. «Guardare da vicino le parole, conduce lontano lo sguardo» ammoniva l’aforista viennese Karl Kraus. Così, fra i due lemmi fratelli si iscrive l’essere biunivoco – ed equivoco – della Puglia di questi ultimi anni. Apulia felix et infelix nel contempo, baciata e avvelenata dall’olimpo: l’ebbrezza e l’Ilva, Dioniso e Tanato; ovvero la danza e l’acciaio, Efesto e Tersicore. Due morsi dello stesso ragno nel Salento che per Ernesto De Martino è «la terra del rimorso», quindi del pentimento e del tormento, ma anche del mordere di nuovo, appunto.

Una Puglia siffatta può ricordare «la sonnambula meravigliosa» degli studi  antropologici di Clara Gallini sul magnetismo ottocentesco. Isterica e seducente, orgogliosa e patologica, essa somatizza e ipnotizza, è riottosa alla ragione e persino alle interpretazioni dell’inconscio o dell’irrazionale. Naturale che gli esorcismi della politica (culturale) non funzionino più. Per esempio, l’anteprima dell’estate scorsa a Taranto della «Notte della Taranta» – il festival dei concerti salentini – attirò quasi più polemiche che pubblico (modesti entrambi). L’arcaismo danzante fattosi festival di successo della World Music provò a reincarnarsi nella originaria funzione terapeutica, cioè a purificare nel ritmo i problemi economici, sociali e giudiziari del Siderurgico, ma la catarsi fu gioco forza rinviata.

Le acrobate, le tre statuine del museo nazionale archeologico tarantino («Marta») che ispirarono il bel film di Silvio Soldini nel 1997, non autorizzano acrobazie permanenti. Per la Puglia e in primis per Taranto tornano validi gli scarni versi postbellici di Raffaele Carrieri: «Non sono dove mi vedete/ Non sono dove mi credete/ Né dalla parte opposta./ Di luogo in luogo muto./ Nessun occhio mi tiene/ Né cuore fedele». Compressa dalle opposte mitologie della festosa Puglia tarantata e di quella tragica tarantina, la realtà rischia di tornare a essere ctonia, inghiottita da una voragine come il carro di Anfiarao. È il re di Argo, fuggitivo dopo la sconfitta dei Sette contro Tebe, raffigurato sul vaso monumentale che introduce l’esposizione del «Marta» appena riaperto.

Il destino stesso della città ionica pare in ostaggio della cronaca, delle dichiarazioni e delle promesse che provengono dal Palazzo o dall’Ilva – cruciali perché sono in gioco i posti di lavoro e la salute pubblica -, eppure non sufficienti a dare respiro a Taranto. Si dice che qui si manifesti l’alternativa tra occupazione e ambiente: «un caso nazionale». Beh, è un po’ riduttivo, visto che il dilemma riguarda un proletariato o sottoproletariato globale costretto a subire condizioni avverse in cambio del salario, in Asia come in America Latina. Non residui di un passato dickensiano, bensì effetti perversi di un capitale machiavellico per cui il fine giustifica i mezzi, a costo della salute.

In tal senso Taranto è un caso internazionale. Metaforicamente somiglia a una città aperta ceduta al «nemico» nella speranza, rivelatasi illusoria o fallace, di limitare i danni: la resa della terra e del mare negli anni ‘60 in cambio del benessere. Allora festeggiarono sia la Dc di governo sia il Pci che vide l’opportunità di una classe operaia nel Sud (lo ricorda un documentario di Cecilia Mangini e Mariangela Barbanente, In viaggio con Cecilia, ora sugli schermi). Taranto è  l’approdo occidentale di storie aspre e modernissime che l’Europa del primato dei diritti è chiamata a contenere e a sanare, per non cedere il passo al modello selvaggio e distruttivo dei beni comuni in nome del profitto. La malinconia dell’Europa, la sua senilità incombente sono qui più evidenti che altrove. Perciò Taranto potrebbe a ben diritto essere assunta fra le capitali della rinascita europea.

Non a caso, tale potenza/impotenza simbolica negli ultimi tempi ha scompaginato copioni consolidati. A Taranto un segretario generale della Cgil e varie personalità della sinistra sono stati contestati dalla piazza, fino a rinunciare ai comizi nell’ex città simbolo delle tute blu. Riguardo a Taranto un governo «tecnico» – era solo ieri l’altro – ha evocato la possibilità di ricorrere alla Corte costituzionale contro i provvedimenti di un giudice, per poi cambiare idea il giorno dopo. Per Taranto è stata concepita pochi mesi fa una campagna turistica della Regione Puglia nutrita di spiagge «caraibiche», allegre tavolate fra i trulli e passeggiate cittadine, con l’obiettivo manifesto «di lanciare il territorio di Taranto quale prodotto del brand of experience Puglia, nella situazione di crisi generata nell’arena mediatica dalla controversa vicenda della vicina Ilva». Un’Ilva talmente… vicina da non scorgersi affatto nelle fotografie! Un altro esorcismo. O forse, parafrasando Pascal, la Regione ha le sue ragioni, che la ragione non conosce?

Raccontare Taranto non può risolversi nell’americanata folkloristica del film Third Person, un passo falso del premio Oscar Paul Haggis (2013). Significa piuttosto non dimenticare la «Poisonville» scandagliata da Giancarlo De Cataldo nel magnifico reportage Terroni che lo rivelò nel 1995, ripubblicato da Sartorio nel 2006. «Poisonville» è la città dei veleni, del piccolo crimine, delle ambizioni «milanesi» di una borghesia che non si ritrae, anzi, di fronte alle guasconate dello sceriffo Giancarlo Cito, eletto sindaco nel 1993, il primo caso italiano di populismo televisivo a far breccia nelle istituzioni (sul tema è tornato  Alessandro Leogrande in Fumo sulla città, Fandango 2013).

Secondo Cesare Brandi, ed eravamo nel 1960, Taranto «potrebbe essere stupenda e invece è squallida». Il sommo esteta «pellegrino di Puglia» preferiva la provincia e come lui i bravi narratori Vito Bruno e Mario Desiati, mentre i palazzi del rione Italia Montegranaro sono prediletti da Cosimo Argentina. E poi ci sono il quartiere Tamburi e l’Ilva nei libri-inchiesta dei Colucci, Alemanno, Foschini, Vulpio, Campetti, nell’invettiva di Mellone, nel combattivo memoir di Michele Riondino e negli scritti di Sofri che spigola aneddoti e persone in città. Ma anche il cinema non smette di esplorare Taranto con i film o i documentari firmati da Di Robilant, D’Amico, Pisanelli, Angiuli…

Altro che «ossigenarsi a Taranto», che, recita un celebre sfottò di Arbasino, «è stato il primo errore». La politica avrebbe il compito di ossigenare Taranto, nel senso di una città che all’Ilva (comunque vada a iniziare la bonifica), affianchi dell’altro. Il «Marta» potrebbe integrarsi con l’Università, prendendo esempio dall’accordo firmato ieri tra i Musei torinesi, il Politecnico e l’Accademia Albertina. Quanto alla città vecchia sarebbe prezioso, insieme agli interventi urgenti contro i crolli, un orientamento verso «la cultura per la qualità sociale» (Walter Santagata). Il che equivale a incoraggiare relazioni fra cittadini, a coltivare la bellezza, a favorire la creatività non in nome dello sviluppo economico, ma quale ingrediente di fiducia e cooperazione. Non poco in un contesto del genere.

Il salentino Edoardo Winspeare dieci anni fa girò a Taranto un ottimo film, Il miracolo. Un ragazzino, investito da un’automobile mentre scorrazza in bicicletta, incredibilmente si salva e viene da tutti considerato capace di guarire col semplice tocco della mano. Per Winspeare il vero miracolo del bambino folgorato da una luce quando si trova tra la vita e la morte, è «la capacità di vedere la dolcezza laddove nessuno la vede, di cogliere l’autentica natura delle cose che altri si limitano ad aspettare».

Sguardo e genius loci. Mentre lo inseguiamo, il futuro a volte ci segue. Non basta voltarsi, però aiuta.

 “Il futuro della memoria: Taranto, cultura, sviluppo” è il tema del convegno che si svolgerà domani 8 febbraio a Taranto (ex Convento di San Francesco, II Facoltà di Giurisprudenza, via Duomo, ore 10.30), organizzato dalla Commissione Cultura di Confindustria nazionale, dall’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari e da Confindustria Taranto. I lavori saranno introdotti e coordinati da Alessandro Laterza, vicepresidente nazionale Confindustria, e conclusi  dal ministro per i Beni, le Attività culturali e il Turismo Massimo Bray. Intervengono: Antonio Uricchio,  Ippazio Stefano, Vincenzo Cesareo, Luigi La Rocca, Aldo Siciliano, Giulio Volpe, Dino Borri, Francesco Canestrini, Domenico De Bartolomeo, Clara Cottino,  Oscar Iarussi, Piero Massafra.

Oscar Iarussi (Foggia, 1959) vive e lavora a Bari. Giornalista professionista, saggista, critico cinematografico e letterario, è nell’Ufficio del Caporedattore Centrale della “Gazzetta del Mezzogiorno”, di cui a lungo ha curato le pagine culturali e per cui tiene anche il blog “Tu non conosci il Sud”.
È nel comitato esperti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ha collaborato con festival a Montréal e a Edimburgo, è stato presidente della Apulia Film Commission, e ha ideato varie iniziative tra cui le rassegne multidisciplinari “Frontiere – La prima volta” e “Tu non conosci il Sud”.
Tra i suoi libri: “Andare per i luoghi del cinema” (il Mulino, 2017), “Ciak si Puglia, cinema di frontiera 1989-2012” (Laterza, 2013),  “Visioni americane. Il cinema “on the road” da John Ford a Spike Lee” (Adda, 2013), “C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita” (il Mulino, 2011), “Psychoanalysis and Management: The Transformation” (con David Gutmann, Karnac Books, 2003). A lungo fra gli autori di “Belfagor”, scrive per le riviste “il Mulino”, “Lettera Internazionale”, “La Rivista del Cinematografo” e “Reset”.
Aggiungi un commento