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Il romanzo e la Storia

Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande, uscito sul Corriere del Mezzogiorno, su L’ora di tutti di  Maria Corti.

Quando spiffera il vento per le stradine di Otranto immerse nell’umido del mare e nelle chiacchiere della gente, è possibile ascoltare la voce dei personaggi di Maria Corti. L’ho pensato qualche settimana fa, passeggiando da solo per il centro della città idruntina, sollecitato dalla coincidenza di un doppio anniversario. Quest’anno ricorrono i dieci anni dalla scomparsa della scrittrice, e i cinquanta dalla pubblicazione per Feltrinelli del suo capolavoro, “L’ora di tutti” – circostanza ricordata in un’ottima sezione critica pubblicata sull’ultimo numero della rivista “l’immaginazione”, edita da Manni.

Ho riletto di recente il romanzo di Maria Corti e l’ho trovato un libro straordinariamente bello, soprattutto per i primi due terzi. “L’ora di tutti” racconta della presa di Otranto da parte dei turchi nel 1480, una tremenda mattanza che mietette migliaia di vittime passate a fil di sciabola. Ma quegli eventi, nel romanzo, costituiscono in realtà un fondale metastorico. Sulla scena ci sono soprattutto Loro, alcuni dei martiri le cui ossa e i cui teschi sono raccolti nella cappella della navata destra della Cattedrale. Sono alcuni di Loro – in un ordito in cui l’io narrante si fa io plurale, io corale sapientemente montato – a raccontare gli eventi, o meglio la propria prospettiva soggettiva in relazione a essi. Così quei morti che parlano da un luogo fuori dal tempo, raccontando le proprie passioni, le proprie paure, il loro orgoglio e la propria innocenza, diventano artefici di un coro triste e dolente. Nel suo essere metastorico e antirealistico, “L’ora di tutti” restituisce dei laceranti brandelli di vita. Si fa metafora di ogni assedio.

Prendiamo il personaggio del pescatore Colangelo, mandato insieme ad altri pescatori sulla mura della città a respingere l’assalto dei turchi. La descrizione – attraverso i suoi occhi e i suoi orecchi – dell’arrivo delle galee, delle bombarde, e soprattutto dell’urlo con cui i turchi si lanciano all’assalto (“una cosa tremenda, fuori dall’immaginazione, pure rimanendo un urlo”) è di una vividezza estrema, da togliere il fiato. Prendiamo lo splendido personaggio femminile di Idrusa e la sua vita difficile, tanto diversa da quella delle altre donne. Prendiamo il capitano Zurlo, quasi antesignano di una lunga schiera di eroi meridionali, tragici e lucidi di fronte all’implodere della Storia, l’unico consapevole fin da subito che resistere all’assedio è cosa vana e che questo presto si sarebbe concluso in un bagno di sangue. Il momento della sua morte, un attimo fulmineo come tutti i trapassi degli io narranti de “L’ora di tutti”, è forse uno dei passaggi più intensi del romanzo. Nel momento in cui gli invasori entrano dalla breccia che si sono aperti, Zurlo urla di mettersi in salvo. «“Correte nella cattedrale. Mettetevi in salvo.” Mentre ripetevo: “Salvatevi”, agitando in aria la spada, i turchi mi presero di mira, colpendomi al petto, e caddi a terra. Non sentii molto dolore, più che altro un gran colpo, mentre cadevo, cui seguì un annebbiarsi della vista. “Ecco com’è fatta la morte”, pensai, “ma non è una cosa tanto difficile. Mi pare che si possa proprio andare. Anzi, non è per niente difficile.”»

La caduta di Otranto fu un evento cruciale, condotto dalle forze ottomane di stanza a Valona, con il tacito assenso dei veneziani, cui in fondo non dispiacque il duro colpo inferto agli aragonesi. Secondo alcune fonti, i morti furono dodicimila. La storiografia recente è portata a ricondurre la tragica mattanza a una frattura geopolitica, frutto di un lucido scontro tra le potenze dell’epoca, più che a una sorta di guerra di religione. Eppure il suo esito fu, come narra la tradizione, e come ricorda Corti nel suo romanzo, lo sgozzamento di tutti coloro i quali non si convertirono all’islam. La città sarebbe stata ripresa dagli aragonesi solo l’anno successivo.

In un modo o nell’altro, è il sedimentarsi della Storia in questo angolo di Mediterraneo che Maria Corti prova a interrogare. Come se, attraverso occhi che non sono quelli turistici dei forestieri, scrostando la patina superficiale della modernità, sia possibile riconoscere quel passato nei volti, nelle parole, negli sguardi degli attuali otrantini. Ed è proprio l’entrare in empatia con Otranto e i suoi angoli nascosti che permette a Maria Corti di elaborare un racconto del sogno, o dell’oltretomba.

A cinquant’anni di distanza dalla sua prima pubblicazione (ora e possibile recuperarlo nei tascabili Bompiani) e a dieci dalla scomparsa del suo autore, “L’ora di tutti” rimane un libro importantissimo nella letteratura del Novecento, un libro incredibilmente moderno con cui fare i conti. Un libro da leggere e rileggere come uno spartito musicale – opera imprescindibile per chiunque rifletta sulle forme della scrittura, sulle sorti del romanzo e sul peso della Storia, anche dopo il Novecento.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
5 Commenti a “Il romanzo e la Storia”
  1. sterco scrive:

    Le riscoperte sono sempre un atto di gratitudine e di riscavo quando la siccità morale e letteraria toglie il fiato. La critica (L’ora di tutti, prima esizione 1962!) aveva catalogato il romanzo, dalle terzepagine alla “Fiera letteraria”, dall’Officina ai Quindici, nel “pastone storicista delle violenze geofisiche e delle passioni identitarie e teopolitiche”. Rispettando la splendida filologa Maria Corti. Altrochè sbrego della patina superficiale della modernità!! Dal noir-realismo all’ur-realismo, al realismo dell’acciaio che provvede all’accidia della crisi, all’inoccupazione e al pauperismo mediterraneo. Nel momento in cui, in ogni parte del mondo, è posto in ridicolo il realismo scientifico, filosofico e linguistico. E la razionalità acquista
    forme pluripolari, diegetiche, superluminali. E’ la negazione del Novecento, un vero e proprio Negazionismo delle tragedie, della Ricerca disperata, dell’Irrisolto, della Prova abissale, della libertà e della amica
    finitezza. E’ forse una nuova Shoà spirituale: guardare il futuro con gli occhi all’indietro. Caro Alessandro, se guardi alla tua Taranto e agli abbagli del suo passato modernista – forse tu non puoi ricordare – gli eco-neo-pourpose-dignitas-atarassia bancaria appartengono a una antiretorica plebea e perdente.
    C’è una terza vita, coi suoi romanzi inauditi e i suoi pensieri inascoltati.
    Sterco.

  2. sterco scrive:

    Succede qualcosa nel mondo, che la nostra stupidità non riesce a capire!??
    Un lampo, di ratio, uno squarcio poligonale, agonistico, agonico, che ci ha trovati indesiderosi e impreparati!?? Una semplice prolessi di accadimenti – che l’intelligenza non sa – e la stupidità declina come evento, prodigio – rischierebbe il prossimo Nobel, per non-sense of drama e quantic-humor!

  3. polimena nicola scrive:

    L’ho letto per caso ma mi è piaciuto moltissimo, umanissimi i personaggi con le loro storie. Unico neo nelle descrizioni dei paesaggi : i fichi d’india nel 1480 non esistevano in Europa

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  1. […] una recensione approfondita vi rimando a questo articolo di Alessandro Leogrande apparso un anno e mezzo fa su minima e moralia, il blog di minimum […]

  2. […] nel 1764 e fu considerato come il primo romanzo gotico, ma anche di Maria Corti con il suo romanzo “L’Ora di Tutti” e di Roberto Cotroneo con […]



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