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Pablo D’Ors, Entusiasmo.

di Stefano Zangrando

Qualche anno fa il percorso di Pablo D’Ors, sacerdote madrileno e scrittore di scuola centro-europea – si veda il felice esordio de Il debutto (Aìsara 2012) –, aveva raggiunto una sorta di equilibrio ben rappresentato dalle sue sorti editoriali in Italia: mentre Vita e Pensiero lo accoglieva in catalogo con il fortunato Biografia del silenzio (2014), un intenso saggio sulla meditazione, la collana Compagnia Extra curata da Ermanno Cavazzoni per Quodlibet, che già lo aveva ospitato con Le avventure dello stampatore Zollinger (2010), si apprestava a mandare in libreria L’amico del deserto (2015), in cui vocazione letteraria e religiosa si armonizzavano in una storia iniziatica ancor sempre segnata da quella dote romanzesca che Milan Kundera, uno dei maestri di D’Ors, chiama la «saggezza dell’incertezza». Da allora tuttavia è l’editore cattolico milanese a diffondere in italiano l’opera del presbitero, peraltro fra i quaranta consultori per la cultura di papa Francesco, benché la sua attività principale sia quella di cappellano d’ospedale nella capitale spagnola. In effetti tanto Sendino muore (2015), parabola esemplare sul decedere, quanto L’oblio di sé (2016), diario immaginario dell’eremita e missionario Charles de Foucauld, esprimono sì la scelta di non lasciarsi alle spalle quella misura raggiunta, ma la declinano entro vicende fortemente connotate in senso religioso. Così è di recente apparso presso lo stesso editore anche il lavoro in cui D’Ors ha riposto le sue maggiori ambizioni autobiografiche, che il narratore dal nome anagrammatico di Pedro Pablo Ros definisce fin dalle prime pagine «memorie immaginarie» o «autobiografia segreta».

Entusiasmo, questo il titolo, narra in una struttura tripartita una vicenda spirituale ed esistenziale dove i riferimenti sono molto più letterari che patristici, come l’amato Hesse e il Musil del Törless, mentre il solo modello religioso dichiarato, non senza autoironia, è quello di Ghandi. E la sua qualità – mentre il racconto si svolge fra i “divini” paesaggi naturali degli Stati Uniti, le parrocchie di Madrid con la loro gioventù vitale, gli spazi ristretti del seminario o le realtà missionarie dell’Honduras – è quella che D’Ors ha altrove teorizzato osservando che «un buon romanzo è tale solo se chi l’ha scritto ha una vita interiore». È infatti un percorso di autoriflessione oltre che di narrazione a posteriori, dalla soglia dei cinquant’anni, quello che accompagna il lettore attraverso le tre tappe della «grazia», comprensiva di un’esperienza mistica di visitazione che è fra i brani più arditi del volume, dell’«iniziazione» e della «profondità». E il narratore sa sempre accogliere e illustrare la debolezza, l’imperfezione e la fragilità che fanno di lui un uomo tout court, nel bisogno erotico o amoroso come nella frizione tra le classi sociali. È quello che egli chiama «il dolore della contraddizione: voler essere una cosa e desiderare l’esatto contrario; essere attratto da un polo a un estremo e da un altro a quello opposto, desiderare il cielo e la terra… Quanto ero stupido! Come se non fosse la cosa più naturale del mondo! Come se non succedesse a chiunque avesse il cuore al posto giusto!». È semmai proprio nell’uso del linguaggio simbolico, da «cuore» ad «anima» fino al vario repertorio della mitologia cristiana, che il testo si concede un’indulgenza maggiore e quindi risulta forse, oggi, meno “universale”. Del resto D’Ors è ben consapevole della minor fascinazione esercitata oggi dal cristianesimo rispetto a un tempo, come anche delle ragioni culturali di questa, e ne parla con rammarico partecipe così come accoglie nelle sue pagine annotazioni critiche sui sacerdozi troppo facili o sui limiti di una vocazione vissuta soltanto, da molti compagni di seminario, come protesta o ribellione verso lo status quo. Le pagine più memorabili restano tuttavia quelle in cui la bellezza e la problematicità dell’andare verso la «verità» sono rappresentate dai personaggi stessi, come nella trasandata sapienza di padre Aureliano, orientata alla teologia della liberazione, o nel dogmatismo austero di don Emiliano, affiliato all’Opus Dei, o ancora nel confronto ravvicinato con le donne bellissime che costringono Ros a prender sempre di nuovo coscienza del peso della rinuncia. All’«entusiasmo» subentra così, in tutti questi casi, il «dubbio», due poli che vibrano poi di una maggior tensione nella pratica sul campo del seminarista, dall’assistenza ai disabili fisici a quella dell’anziano padre Faro, all’esperienza con gli operai di Madrid – fino alla sintesi della terza parte: la missione honduregna, dall’entroterra contadino alla costa atlantica, è un confronto serrato con la povertà e la violenza. Ciò non impedisce tuttavia il continuo, pervicace ridestarsi di uno stupore che si apre alla ricchezza del mondo, fino a un finale che ha il sapore di una rivelazione incarnata, in cui convergono innocenza e assoluto. E la sua pregnanza è tale che la preghiera nell’ultima pagina è poco più di un’appendice.

 

 

 

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