donne, Pacifico

Le donne, ovvéro tutto quello che è un uomo

Marcello è un editor, o meglio ancora un lavoratore cognitivo, ma Marcello è anche un compagno, un amante, un fratello e un figlio. E qui finiscono le definizioni, le etichette possibili, perché in realtà Marcello è la forma umana oggi possibile di una dolcezza contemporanea fatta di contraddizioni molli e di un’indolenza infinita.

Le donne amate (Rizzoli) andrebbe letto tutto d’un fiato perché fatto di un solo irrefrenabile ritmo narrativo, una corrente in parte travolgente e in parte navigata da un protagonista che trattiene a stento il caos di una dolcezza vera e propria protagonista di un romanzo sommerso dall’acredine di un tempo cinico e più che complicato, astioso. L’odio infatti nelle pagine di Francesco Pacifico non affiora mai, nemmeno sotto la classica etichetta del tradimento e la tanto criticata mollezza di una generazione, spesso opposta all’obbligata e – sia mai, necessaria flessibilità si tramuta qui in una qualità straordinaria capace di attutire i colpi ed isolare i frastuoni. La mollezza in alcuni casi, ma la dolcezza spesso dunque quali elementi di cura, di relazione con quel frastuono scenografico che è il potere di Roma in continua riflessione con l’opacità stitica prima ancora che pragmatica di una Milano che si crede europea come ogni provincia italiana si crede la Capitale.

Le donne amate non è un catalogo e non è un ritratto generazionale, Francesco Pacifico racconta la storia di un uomo ridicolo perennemente sull’orlo della sua tragedia. Un uomo sull’orlo dei quarant’anni come di un matrimonio, un uomo circondato per non dire accerchiato. Per certi versi un uomo, Marcello che si sorprende sempre con le donne amate della propria stessa sostanza. Marcello infatti prende corpo nelle scelte come nelle occasioni facendosi illuminare dalle relazioni che lo circondano, senza però essere mai in grado di definirle, di aprirle come di chiuderle.

Un continuo scorrere di messaggi, mail, chat che non prendono mai davvero la tridimensionalità di un confronto, anzi il confronto assume anche vis a vis i toni dello chattare compulsivo e al tempo stesso meditato, due luoghi sempre lontani se non opposti, due sguardi che si ritrovano in un comune altrove, spesso abbandonati l’uno all’altro.

Marcello lavora nell’editoria, forse la più grande industria decadente contemporanea, e lo fa vivendo la contrapposizione di una precarietà assurdamente sbilanciata, tra aperitivo, cene, compensi volatili, alte competenze e altrettante alte raccomandazioni, un tourbillon che lo vede scagliato in continuazione tra Milano e Roma, tra gli unici due luoghi possibili dell’ambizione all’italiana.

Ma dove Francesco Pacifico riesce ad essere più efficace? Probabilmente proprio nella scrittura che riflette un tono piano a tratti quasi piatto, un’ingenuità si potrebbe dire meditata e felice che riporta la traslucida inquietudine di un protagonista mai del tutto schiacciato, mai del tutto sconfitto e quindi capace di sostenere sulle sue spalle i sentimenti medi, quelli terribili non per il loro dolore quanto per i loro obbligati compromessi. Pacifico disegna lo stereotipo del lavoratore culturale, del precario emotivo, del figlio sempre grato ed obbligato al padre, ma lo fa rendendo quello stereotipo preciso nella sua stilizzazione, non gli interessa andare oltre o costruire una retorica o un personaggio romanzesco perché in verità oggi nulla è più credibile di uno stereotipo, ultimo tragico traguardo di un’umanità scomposta e in perenne controluce.

Non è una questione generazionale perché in fondo anche i padri, anche i vecchi vestono con scarpe da ginnastica e Moncler, ma di perdita totale della prospettiva, una perdita che Marcello sa assumere su di sé come un semplice dato di fatto e non come una sconfitta. Marcello non ha bisogno di ulteriori conferme o di nuovi obiettivi, ama all’occasione, evitando le scelte in quanto ormai in ogni caso prive di senso. Le cose capitano bene o capitano male, ma capitano e così va per l’amore con Barbara e con Eleonora sempre in bilico, sempre incerto. Non sembra esserci infatti un vero e proprio spazio di crescita per Marcello, ma solo la possibile illuminazione di una fragilità perenne.

Le donna amate non è un romanzo di formazione, le condizioni sono date e più che un’evoluzione dei personaggi e delle loro stesse vicende il lettore affronta un continuo e intenso scavo, a tratti doloroso. Un ripensamento che l’autore inserisce costantemente anche nelle pagine attraverso una rilettura del romanzo del protagonista: cosa raccontare, come e perché farlo. L’esile differenza che riduce ogni spazio tra l’autore e il suo protagonista, tra colui che racconta e colui che si occupa dei libri degli altri è il centro di un discorso romanzesco che Le donne amate coglie appieno. Uno spazio che non è più né privato, né pubblico e che tuttavia restituisce possibilità letterarie per una contemporaneità dell’intimo quale ultimo rifugio della narrazione.

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
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