paco ignacio taibo II

“Sono un sindacalista di cuore”. Intervista a Paco Ignacio Taibo II

paco ignacio taibo II

(l’autore ringrazia Maria Pina Iannuzzi per la traduzione)

«Il nemico non sarà chi è nato dall’altra parte della frontiera, né chi parla una lingua diversa dalla nostra, bensì colui che non ha la ragione, colui che vuole violare la libertà e l’indipendenza degli altri». Paco Ignacio Taibo II ha costruito a immagine e somiglianza di queste sue parole i quattro protagonisti della novela negra y policiaca L’ombra dell’ombra (la Nuova frontiera, 235 pagine, 16.50 euro), ambientata a Città del Messico all’alba degli anni Venti del secolo scorso, quando al potere c’era il generale Álvaro Obregón che promise agli statunitensi di non espropriare gli interessi delle compagnie petrolifere.

I quattro tipi intorno ai quali lo scrittore costruisce il romanzo sono un giornalista di alta levatura, Manterola che nella cronaca nera ritiene vi sia la vera letteratura della vita e vi ritrova l’anima del mestiere; Tomás Wong, ex operaio di una compagnia petrolifera, cittadino di molti mondi e sindacalista sulla barricata; l’avvocato Alberto Verdugo ribellatosi al destino da latifondista previsto dalla famiglia per difendere prostitute e Fermín Valencia, poeta per vocazione e pubblicitario per fame.

I personaggi sono coerenti nella volontà di andare avanti sulle tracce della lotta politica a sinistra, quando tutto sembra svanire: «E se si può chiamare illusione quel miscuglio di vaghe aspirazioni che, a mano a mano che passano gli anni, finiscono col diventare pretesti per continuare a vivere». Si narra quel che succede quando una rivoluzione, come quella messicana, viene sconfitta. I quattro investigano su una serie di attentati, nei quali sono coinvolti casualmente, nel contesto di un tentativo di un gruppo di militari di occultare il fallito piano per la creazione di una repubblica indipendente nell’area petrolifera nel nord del paese. L’intreccio è altamente frammentato, riuscendo nell’ambizione di raffigurare il tumulto degli eventi politici e sociali di un’epoca.

Paco Taibo, le dissero che era impossibile radicare il romanzo polar in Messico, perché era un genere anglosassone. Lei ha mostrato che non era così, mischiando le carte col romanzo storico e d’avventura. Quanto considera ancora il giallo in grado di appropriarsi di frammenti di mondo e saperli raccontare?

«L’immaginazione di uno scrittore noir o di romanzi polizieschi è superiore a quella di tutti i comandanti di carabinieri, questura e riesce così ad andare più in profondità; perciò il romanzo noir ha la strana virtù di essere più realista della realtà. Credo che abbia la stessa virtù che ha caratterizzato la comparsa del neopolar negli anni ’70 – ’80 del secolo scorso, è la cosiddetta teoria dell’iceberg: viviamo in una società nella quale l’iceberg è visibile al 10%, mentre il 90% rimane sott’acqua. La visione prodotta dal giornalismo, la sociologia, l’analisi politica percepiscono soltanto quel 10% e non arrivano a comprendere il restante. Il giallo ben fatto approfondisce molti aspetti, anzitutto consente l’uso della visione soggettiva e si entra nella psicologia, collegando il mondo soggettivo dei personaggi. La seconda virtù del romanzo noir di qualità è la capacità di riunire elementi apparentemente dispersi e accostarli, metterli in relazione. L’ombra nell’ombra è in effetti un romanzo storico di avventure con un cuore giallo poliziesco, che racconta il dopo la sconfitta della rivoluzione messicana negli anni Venti».

La prima edizione del romanzo risale al 1986 e ha segnato una svolta nel suo percorso letterario. In che modo lo guarda oggi?

«Temevo per il linguaggio, la storia e che a nessuno importasse più quello che è accaduto in Messico negli anni Venti. In vista della riedizione italiana, ho riletto la versione spagnola del libro e mi è sembrato che, stranamente, il linguaggio non fosse affatto invecchiato. Ho la sensazione di unire generazioni di lettori. La trama della cospirazione, complotti per impadronirsi delle risorse paese, nella cospirazione continua a essere di grande attualità nella nostra società, perciò mi è parso un libro notevolmente moderno. Doveva essere una cospirazione messicana, che assomiglia a quelle italiane: ogni apparenza di realtà è falsa, ogni spiegazione plausibile è falsa, ogni spiegazione ufficiale è una grandissima menzogna».

Lei articola la dinamica del rapporto tra oppresso e oppressore, e anche la sua sovversione. La scelta di non avere uno sviluppo lineare del giallo con quattro protagonisti, al posto del classico personaggio centrale che domina tutta la trama, corrisponde all’intenzione di costruire un’identità collettiva?

«Nei miei incubi peggiori riguardanti la letteratura ci sono le etichette affisse sul petto, c’è la figura di colui che attacca i prezzi ai prodotti al supermercato. Il libro è nato come una contraddizione, la letteratura è scontro, è conflitto senza gerarchia. In tutti i miei romanzi ci sono dei disobbedienti al discorso che ci viene imposto e asfissia. Dicevano che non potevo cambiare il mio modello, perché stava funzionando bene, i libri vendevano con un grande impatto sui lettori. E io ho cambiato.

Ho detto no a un solo personaggio che assorbisse la scena per un romanzo che dividesse la centralità. Ne volevo quattro, molto diversi tra loro e straordinariamente forti, che con la stessa grande intensità si contendessero il cuore del libro. Questo mi avrebbe permesso di distribuire l’informazione, di farla arrivare in maniera frammentaria in modo da costringerli a sedersi per rimettere ogni tassello al proprio posto. È un po’ la sensazione con cui vivo, abbiamo bisogno di sederci per riunire l’informazione, perché ciò che ci arriva frammentariamente non dà una visione d’insieme. Ciò era essenziale per toccare i problemi sociali del 1922, momento in cui la rivoluzione messicana è stata sconfitta, con quattro punti di vista indomiti».

Quanto le interessava che L’ombra dell’ombra fosse anche una rilettura critica della Rivoluzione messicana, una reazione al disincanto della fase istituzionale?

«Pancho Villa è morto, Zapata è morto, la rivoluzione era ormai perduta e i problemi sociali persistevano. Desideravo, quindi, che i quattro personaggi ricostruissero una visione d’insieme della tensione sociale del Messico post-rivoluzionario. Mi aiutava a fare la domanda che il libro esprime: chi ha vinto la rivoluzione messicana? Noi no, noi l’abbiamo persa. Le buone intenzioni della rivoluzione furono manipolate dagli opportunisti dell’antico regime col proposito di conservare il potere. Ho maneggiato la nostalgia dell’utopia. La letteratura mi ha aperto la porta e a partire da ciò, ho cominciato a studiare seriamente la rivoluzione, finendo per scrivere la biografia di Pancho Villa».

Nel romanzo è molto importante la dimensione del gioco. Qual è il senso del domino?

«Ho una relazione interessante con il domino, me lo propose mio nonno, che l’aveva appreso in una carcere spagnola condannato a morte perché era un commissario politico di un battaglione socialista. Come tutti i socialisti era un po’ autoritario, gli piaceva tantissimo vincere sul nipote e mi massacrava senza spiegare nulla. Negli anni Settanta ho imparato a giocare a domino sul serio durante gli scioperi davanti alle fabbriche in Messico. Tra dibattiti e altro giocavamo in modo quasi violento. Fondamentalmente avevo bisogno di un posto, dove i personaggi potessero riunirsi e raccogliere informazioni e dove si creasse un metalinguaggio. Si parla del gioco, ma al tempo stesso si parla di ciò che sta accadendo e il pretesto è il domino che è un gioco d’astuzia, di riflessione, per indovinare che cosa hanno i nemici».

Fra i personaggi c’è una figura a lei cara, che ricorre, quella del sindacalista. Che cosa ne è oggi del sindacato?

«Sono un sindacalista di cuore, sono stato sindacalista militante per molti anni della mia vita e continuo a essere in contatto con i sindacati più vicini alla lotta che ci sono in Messico. Sono cresciuto in una famiglia in cui il massimo rispetto che si poteva ottenere consisteva nel parlare del sindacato asturiano dei minatori. Per me il sindacalismo non è una scelta difensiva, è una scelta offensiva, soprattutto nella misura in cui nelle nostre società sta crescendo in modo brutale, smisurato e assurdo il lavoro precario. Tra dieci anni chiederemo a un giovane cosa significa la parola “vacanza” e non saprà di cosa stiamo parlando. Maledizione! Abbiamo impiegato un secolo ad ottenere tutto questo! Chiederemo ai giovani cosa significa “riposo del settimo giorno” e ci risponderanno “del settimo che?”. Chiederemo loro cosa significa anzianità di servizio e ci risponderanno “quale anzianità se lavoro con contratti di sei giorni, di undici giorni, di un mese e mezzo?”. Tutti quei risultati raggiunti nella vita quotidiana dei lavoratori, del mondo dei lavoratori, si stanno perdendo e il sindacalismo, quello vero, non gli apparati burocratici sindacali, è l’unica possibilità di frenare questo processo di distruzione di valori che considero universali».

Un altro suo idealtipo è il giornalista. Manterola ama la professione, ultima barriera tra la società e la barbarie. Per usare le sue parole la disinformazione in Messico è stata la principale arte del ventesimo secolo, quando però anche la rilevanza letteraria del giornalismo è cresciuta esponenzialmente.

«Ogni volta che mi lasciano una pagina in bianco, scrivo un canto d’amore al giornalismo, credo nella professione del giornalista come a una delle grandi professioni del XX e del XXI secolo. Credo sia la voce dei muti e l’orecchio dei sordi, credo che senza il giornalismo le nostre società sarebbero completamente indifese, ma allo stesso tempo credo si tratti di un ambito di corruzione, di burocratizzazione, di apatia, di interessi commerciali noiosi e tristi, di banalità, di volgarità, e penso che sia anche territorio di guerra. Ma confermo che scriverei un canto d’amore al giornalismo».

La corruzione e il crimine sono elementi costanti nel romanzo. E negli ultimi quindici, venti anni in una maniera crudele sono tornati con una violenza e una virulenza sconosciute alla società messicana. Desaparecidos, raid squadristi, torture: i numeri delle vittime ormai fanno impallidire quelli delle dittature latinoamericane. In che modo si è aperto l’abisso?

«La guerra contro il narcotraffico è stata un processo delirante sin dall’origine. Un Presidente, Calderón, che ha vinto le elezioni con 0,4 % di voti in più, decide di creare una cortina di fumo di grandi dimensioni per legittimarsi e legittimare il proprio potere, dichiarando l’inizio di una guerra, i cui motivi furono assolutamente politici ed esterni. È una guerra nordamericana in territorio messicano, offerta in regalo da Calderón agli Stati Uniti senza ottenere nulla in cambio. La polizia a disposizione permeata ovunque di narcotrafficanti: i grossi funzionari dell’apparato di polizia sono vincolati a una o all’altra banda di narcos, quindi tutta l’intelligence che possiede il governo è fasulla. L’armamento dei narcotrafficanti era superiore a quello della polizia nel momento iniziale della guerra, e inoltre era aperto il traffico d’armi alla frontiera: impiegarono un anno per impedire ai nordamericani il controllo del traffico d’armi e loro dissentirono. Il sistema giudiziario, quanto quello carcerario, minato fino alle radici dalla corruzione. Come poteva essere credibile questa guerra?».

I recenti omicidi di Miriam Elizabeth Martinez Rodríguez, un’attivista di riferimento nella lotta alla piaga delle sparizioni forzate, di cui era stata vittima la figlia Karen Alejandra, e Javier Valdez Cárdenas, il sesto giornalista messicano assassinato dall’inizio del 2017, freddati in agguati dei sicari dei cartelli della droga confermano l’assenza di argini alla violenza ormai endemica.

«Si tratta degli ennesimi episodi di una catena quotidiana di omicidi. È terribile il livello di mancanza assoluta di sicurezza, quanto il numero delle vittime innocenti ovunque nella società messicana. Il narcotraffico, nel momento in cui Calderón iniziò questa guerra, era strutturato in cinque-sei grandi bande, che avevano creato una grande distribuzione sul territorio nazionale in sostituzione dei narcotrafficanti colombiani. I narcos messicani dall’essere solo trasportatori della droga colombiana erano diventati produttori e controllavano totalmente l’ingresso negli Stati Uniti, soprattutto della cocaina. Si è colpito con un bastone un vespaio, moltiplicando le bande e in maniera tale che nel primo anno della guerra, il numero dei criminali attivi si era addirittura triplicato o quadruplicato. Si è ramificata un’economia, filiera criminale. Quando crei un mondo con mille sicari, quei sicari oltre a trasportare droga, difendere a mano armata i territori della banda, cominciano ad ampliare i loro traffici in altre aree: traffico di migranti, pagamento per protezione e tutto questo si espande a macchia d’olio e giunge a coprire altre zone. Il narcotraffico è vincolato economicamente ai governanti corrotti di quasi tutto il Paese».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
2 Commenti a ““Sono un sindacalista di cuore”. Intervista a Paco Ignacio Taibo II”
  1. Claudia Janneth Baquero scrive:

    Bellissima intervista. Uno scrittore che merita e che ha fatto tanto per la narrativa ispano-americana. Mi aspetto altri articoli così interessanti nella vostra rivista.

  2. Gabriele scrive:

    Grazie Claudia

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