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L’arte di saper raccontare. Intervista a Paco Roca

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di Natalia La Terza

Paco Roca è uno dei più importanti fumettisti contemporanei. Nato a Valencia nel 1969, è arrivato in Italia con Alessandro Editore e poi con Tunué, che ha pubblicato tra gli altri, i suoi graphic novel più famosi: il pluripremiato Rughe, diventato un lungometraggio d’animazione, L’inverno del disegnatore, Memorie di un uomo in pigiama e, quest’anno, La casa, un’opera autobiografica che ha come protagonisti tre fratelli, riuniti alla morte del padre in un’abitazione che per ognuno di loro ha significati, ricordi e suggestioni diversi.

Incontro Paco a Più libri più liberi, la Fiera della piccola e media editoria che si svolge ogni anno a Roma, e aspetto, prima di parlargli, che finisca la dedica al ragazzo che l’ha intervistato prima di me, un’illustrazione che imita e personalizza la copertina del suo ultimo libro, il disegno di un ragazzo con un cappello di paglia e scarpe di tela che innaffia il suo giardino.

Hai sempre voluto fare il fumettista?

Volevo fare animazione, ma era più difficile. È un lavoro che non puoi fare da solo quando sei piccolo, a casa tua: hai bisogno di una squadra che lavori con te. Fare fumetti, invece, mi dava una libertà totale.

Cosa c’era nella libreria di casa tua?

I miei non erano grandi appassionati di letteratura. La mia famiglia apparteneva alla classe media, operaia, c’era qualche libro, qualche fumetto, ma a casa mia non si respirava cultura: è stata una passione che ho coltivato io.

In La casa, José dice alla ragazza che il padre non leggeva mai i giornali dove si parlava di lui, che li faceva a pezzetti per coprire i grappoli d’uva e non farli mangiare dagli uccelli. Una volta scoperta la tua passione, la tua famiglia ha incoraggiato le tue aspirazioni?

Le professioni artistiche di tutti i tipi venivano scoraggiate. Potevi disegnare per hobby, nel tempo libero, ma quella del fumettista non si considerava una professione seria. Mio padre desiderava per me un lavoro normale, ma col passare del tempo il suo atteggiamento è cambiato molto, soprattutto quando mi ha visto felice di fare quello che facevo, e quando si è reso conto che potevo guadagnarmi da vivere così.

Qual è stato il momento in cui hai iniziato a scrivere e disegnare graphic novel?

I fumetti mi sono sempre piaciuti. La spinta a iniziare a disegnare me l’hanno data quei fumettisti pubblicati in Spagna negli anni 50, che sono i protagonisti de L’inverno del disegnatore: Josep Escobar, Guillermo Cifré, José Peñarroya e Carlos Conti.

Quali sono state le tue prime illustrazioni?

Ho lavorato per tanto nella pubblicità. Il primo incarico che ho avuto è stato quello di disegnare un cartello per chiedere alla flotta americana di andarsene.

Hai fatto un graphic novel, La casa, sulla storia di una casa, e precisamente la tua; uno, Le strade di sabbia, dove c’è un personaggio che non riesce più a tornare alla sua e si ritrova in un hotel ai limiti dell’immaginazione; un’altra, Rughe, dove i personaggi, ormai anziani devono abbandonare la loro casa per trovarne un’altra, il pensionato. La casa e la famiglia sono elementi al centro della tua opera: li troveremo anche nei tuoi prossimi libri?

Sì. Finisco sempre a parlare dello stesso tema e degli stessi personaggi, della memoria, dell’origine, e quindi della casa. Posso anche travestirlo: creare una casa surreale o disegnarla in un altro stile, ma il tema rimane sempre quello. Si può parlare dello stesso tema per due motivi: o perché non riesci ancora a svilupparlo come davvero vorresti o perché ti evoluzioni anche tu, e ogni volta lo vedi da un punto di vista diverso. Rughe e La casa sono la stessa storia. In Rughe racconto della vecchiaia di mio padre, in La casa della morte di mio padre: parlo sempre della mia relazione con lui, da angoli diversi.

Il tuo primo lavoro è stato in campo pubblicitario e leggendo La casa scopriamo che anche tuo padre lavorava nella pubblicità: “portava gli annunci ai giornali”. A pagina 17, Silvia guarda una sua foto da giovane e dice che ha “un’aria alla Don Draper”. Anche a te piace Don?

Mi piace Don Draper e mi piace tantissimo Mad Men, ed è tutto vero: mio padre lavorava nella pubblicità, in un’agenzia, ma come una sorta di fattorino, niente a che vedere col glamour di Don Draper.

Vedi molte serie?

Alcune. Non ho molta pazienza nemmeno per le serie comics, non riesco a seguire quelle francesi e i manga. In televisione è un po’ lo stesso, preferisco le mini serie alle grandi, lunghissime serie, perdo velocemente l’interesse. Ma confido molto nelle potenzialità delle mini serie, che hanno un formato che dà molta più libertà di quella che c’è al cinema, e la possibilità di approfondire singoli temi. Mi piacciono anche Black Mirror, Vinyl, Daredevil, Seinfeld, e sono un grande fan di Ricky Gervais e di The Office.

Ci sono scrittori che ti piacerebbe illustrare, libri di cui vorresti fare una versione in graphic novel?

Per i temi che tratta e perché lo conosco, mi piacerebbe adattare le opere di Javier Cercas. Ora sto lavorando a un progetto con Javier Pérez Andújar, ma quello che mi piacerebbe fare è illustrare libri di non fiction. I graphic novel si sono dedicati per tanto tempo alla fiction, ma il percorso che sta facendo la non fiction è davvero interessante e in crescita. Sarebbe molto bello fare un graphic novel di un libro della scrittrice russa Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, Svetlana Aleksievič.

Ho trovato su YouTube un video dove introduci un corso di scrittura comics. Quanto pensi che si nasca scrittori e quanto si possa imparare ad esserlo, allenando, addestrando il proprio talento?

Credo che alcune persone abbiano un talento naturale: lo capisci subito, parlandoci. Ci sono persone che in una semplice conversazione, senza nessun tipo di studio, riescono a rendere interessanti cose di tutti i giorni. Ma è anche un mestiere che si può imparare: l’importante è alzare gli occhi dal tuo mezzo di comunicazione e osservare le altre forme di narrazione. È una tecnica molto utile per trovare ispirazione. Quello che conta è l’arte di saper raccontare, di saper rendere interessante qualcosa. Come diceva Paul Auster: “Le cose succedono a chi le sa raccontare”.

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