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Quando i padri scrivono ai figli

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Se per Lord Chesterfield a metà ’700 il padre è chi scrive lettere al figlio per chiarirgli quali comportamenti adottare in società, è sempre per via epistolare che durante la detenzione Antonio Gramsci raccomanda ai figli lontani di mangiare con appetito e studiare con profitto, facendo di nuovo coincidere paternità e scrittura.

Una paternità che muta nel tempo la sua sostanza: da visione del mondo salda e tetragona diventa sempre più vaga e fugace (dunque sempre più umana). Così che a inizio ’900 Kafka immagina un padre che provando a tagliare una forma di pane con un coltello non riesce neppure a intaccare la crosta: «Non è più strano che una cosa riesca anziché che non riesca?», domanda ai figli perplessi.

Ugualmente incerti i padri raccontati da Bruno Schulz, padri labili, aeriformi, che si dissolvono nelle pareti. Ma tutt’altro che evaporare davvero, i padri continuano a essere narrati (e a narrarsi) per mettere a fuoco lo scarto tra ciò che fu il loro ruolo tradizionale e un nucleo di vulnerabilità sempre più incoercibile. I padri di carne si fanno «padri di carta» per narrare la loro inadeguatezza.

Sulla falsariga di Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest – un memoir che è il punto di non ritorno del racconto del lutto più spaventoso –, in Nell’ora violetta (Sellerio, traduzione di Maria Nicola) lo spagnolo Sergio del Molino si cimenta con l’indicibile:«Questo libro è un dizionario di una sola voce, alla ricerca di una parola che nella nostra lingua non esiste: quella che dà un nome ai genitori che hanno visto morire i loro figli». A partire dall’incipit, del Molino descrive l’anno trascorso dalla prima diagnosi della leucemia, quando Pablo ha dieci mesi, fino alla scomparsa del suo bambino.

Traslocare il proprio quotidiano in ospedale vuol dire apprendere nuove prassi, così come sopportare lo smarrimento che si avverte durante gli sporadici rientri a casa, quando la mancanza non è un vuoto ma «una massa che cresce e si impadronisce della cucina, del corridoio, delle stanze». Ci si ritrova allora a immaginare un altrove qualsiasi, «un posto bianco dove non succede niente», non tanto un luogo quanto «un futuro per noi», e intanto si spera, si cede, la fiducia fa ancora capolino, ma alla fine ciò che deve accadere accade e il dolore si rivela l’unico patrimonio, quello di cui ci si deve prendere cura, un altro modo per nominare il legame: «Io sono il mio dolore e il mio dolore sei tu».

Nella prima scena di Lettera d’amore allo yeti di Enrico Macioci (Mondadori), all’inizio di un’estate successiva a un grave lutto, padre e figlio percorrono in bicicletta il lungomare di una località turistica ragionando sull’abominevole uomo delle nevi, che per il bambino è oggetto d’amore e timore («Ti volio bene mi fai paura»). È la sintesi di che cos’è il rapporto tra un padre e un figlio: traballare insieme in groppa a un pezzo di ferro con le ruote, scorrendo piano su un filo di strada che non è visibile fino a quando non viene percorso. Durante questo viaggio funambolico occorre di continuo bilanciarsi, e si deve provare a rispondere a ogni domanda («chiacchierare coi bambini è questione d’equilibrio»). Scritto in una zona dell’immaginario dove si intersecano Stevenson, Melville e Stephen King, il romanzo di Macioci inserisce il racconto della paternità in un contesto horror, tra mostri fantasticati e reali (talmente fantasticati, viene da dire, da diventare reali), dando forma a una storia di fantasmi che permetterà al padre-narratore di scoprire di essere, nella vita del figlio, non chi deve salvarlo ma chi, da una posizione gregaria, può solo cercare di contenere i rischi («Io sono un rallentatore di mostri»).

Altrettanto (e orgogliosamente) gregario, terrorizzato all’idea che alla sua bambina possa succedere qualcosa di male (tanto da immaginare di preservarla rinchiudendola in un «bunkerino», uno spazio tempo iperprotetto e claustrofilico in cui non ci sia altro che il legame con la figlia), è il padre raccontato da Alessandro Garigliano in Mia figlia, don Chisciotte (NN Editore).

Alternando pagine di riflessione acutissima sul capolavoro di Cervantes alla descrizione di un uomo che passa il tempo cristallizzato in casa «seppellito dalla finzione», Garigliano mette in scena un padre disarmato che ogni giorno indossa il gessato grigio del matrimonio travestendosi da docente universitario per far credere alla figlia di esistere come gli altri padri, non essendo invece che «un uomo vecchio rispetto al futuro», dunque un individuo fuori sincrono, postumo, un po’ ridicolo e un po’ cialtrone.

Il suo lavoro più autentico, l’unica circostanza in cui è davvero presente, è osservare (e inventare) la bambina – «la sua nuovissima vita» – alle prese con un moltiplicarsi di avventure che coinvolgono lupi, draghi, principeffe; mentre nel suo sguardo la paura si mescola allo stupore culminando in un senso di struggimento, il padre comprende che in famiglia l’unico hidalgo visionario e temerario, chi trasfigura e combatte e ininterrottamente sperimenta il mondo secondo desiderio, è la figlia, mentre a lui tocca essere Sancio, colui che a dorso d’asino segue il cavaliere, un padre-scudiero, testimone e cronista letterario.

Un «padre di carta», autentico proprio perché rarefatto, volubile, creaturale; un padre ammutolito eppure narratore; un mitomane tragico: uno straordinario impostore.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “Quando i padri scrivono ai figli”
  1. La Pietra scrive:

    Elevando, in forma di serramento, una preghiera contro ogni intrusione.

  2. Presente scrive:

    Per esempio a guardare tutte le mie paternità, quelle reali e quelle vicarie, reali perché vicarie, perché scelte, assunte, logiche senza essere biologiche, ferocemente necessarie.
    Perché se, come dice Michele Apicella alla fine di Bianca, E’ triste morire senza figli, è altrettanto vero, forse di più, che senza figli è triste anche vivere – e allora i figli li cerchi dappertutto, li scavi fuori dall’aria, li costruisci con le molecole come si costruiscono i corpi con la neve, come Geppetto con Pinocchio, e poi di questi figli di aria neve legno e molecole te ne prendi cura, li guardi e li allevi, fai qualcosa, cerchi di essere utile.

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