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Paesaggio di palude con figure attonite. Ovvero, breve storia patetica o picaresca del quotidiano “Pubblico”.

C’è un precetto del Vangelo al quale cerco – ogni volta con fatica – di attenermi, ed è questo: “Se il tuo fratello commette una colpa, vai e ammoniscilo te e soltanto lui; se ti ascolterà, tu avrai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta con la parola di due o tre testimoni. Se poi neanche costoro ascolterà, dillo all’assemblea” (Matteo 18, 15-18). Cito forse questo brano perché mi sembra sia venuto sì il momento di raccontare una volta ancora ma per bene, in modo articolato – “all’assemblea” come si dice – una storia esemplare del Paese in cui ci hanno gettati, gli dei chiunque siano. Stiamo parlando di “Pubblico”, il giornale dalla parte dei primi e degli ultimi, il giornale morto nella culla. È di pochi giorni fa – del 14 febbraio – la notizia che il finanziere trentottenne milanese Alessandro Proto è stato arrestato dalla Guardia di Finanza e condotto diritto a San Vittore. Le accuse: manipolazione del mercato e ostacolo all’autorità di vigilanza – alla Consob. Proto non ha potuto festeggiare San Valentino con la fidanzata a cui aveva comprato duecento rose rosse, riportano i siti di gossip, e di questo mi dispiace. Ma allo stesso tempo mi sento di dire che è finita la storia di questo giornale, storia picaresca, demenziale, un po’ patetica, che ho vissuto dall’interno, io, a metà fra la comparsa e un caratterista alla Enzo Cannavale: il quotidiano più veloce della storia. Le agenzie giusto del giorno prima battevano che Proto aveva finalmente ufficializzato la sua offerta: 400.000 euro ai soci, Curti, Martani, Telese e Tessarolo; un altro assegno piccolo di 150.000 per debiti e pendenze (e in questi erano compresi anche i compensi a me dovuti, circa 2000 euro, un’inezia, più altri 14.000 dovuti agli orwelliani, ossia ai collaboratori di Orwell, ma questa storia ve la chiarisco dopo); altri quattro milioni per il rilancio del giornale che sarebbe uscito in edicola verso l’inizio di marzo, dopo le elezioni con un direttore (vattelappesca perché) donna. Se fossi stato più corretto con me stesso, quest’estenuata attesa che Proto ci salvasse, noi lavoratori di varia forma contrattuale e insieme le sorti dell’azienda, sarebbe stato bene che morisse prima. Bastava mi leggessi e dessi retta a qualunque articoletto dedicato a questo Proto. Davvero avevo voglia di lavorare ad un giornale posseduto da questo imprenditore quanto meno volubile, con una modalità di fare affari assolutamente misteriosa (azioni per il 2 e passa di RCS con i soldi ricevuti da quattro sconosciuti), così attento a turbare il mercato da essere capace – come scrive Linkiesta – di buttare fango su stesso pur di comparire sui giornali per poi smentire? No, non avevo. Ma pur avendo collegato, come altri miei colleghi, la speranza che il tizio in carne e ossa fosse meglio del ritratto digitale, bastava qualche giorno e ogni dubbio era fugato definitivamente dall’uscita proditoria contro Gianni Barbacetto (che sul Fatto aveva scritto roba perculante e critica sulle avventure da Munchausen del tycoon dei noantri):

Caro Barbacetto dei miei coglioni, l’articolo che ha scritto oggi è totalmente privo di ogni fondamenta [sic] su tutta la linea. Procederò per vie legali contro Lei e il Suo giornale. Ho fatto una offerta migliorativa a Aliberti di 6 milioni. Lei sa che Aliberti è in difficoltà e me la compro quella partecipazione e sa che ce ne sono altre in vendita. Mi dia qualche settimana e mi compro il giornale e la metto a pulire i cessi. Lei è la vergogna dei giornalisti. Scrive falsità solo per distruggere le persone. Con me non ci riuscirà frustrato di merda. Con stima, Alessandro Proto

Una minima coscienza, lieve, anche sottile, e una stima datata un bel po’ d’anni per quel che scrive Barbacetto e in generale un rimasuglio di etica giornalistica, mi avrebbero dovuto evitare di ipotizzare: “Ma perché no, potrei avere a che fare con questo personaggio strambo e irriverente!”. Eppure nessuno dei giornalisti di Pubblico (me compreso, intendi) ha marcato le distanze da questa volgarità mascherata da arroganza spacciata per sbruffonaggine venduta per carattere. Volete sapere perché? Per una sorta di double bind a cui c’eravamo legati stoltamente mani e piedi.
Facciamo un breve riassunto dei fatti: riandiamo a un anno fa. Luca Telese litiga con Marco Travaglio, non gli piace più la linea ancora giustizialista e antiberlusconiana dopo la caduta del governo Berlusconi. Litigano, molto. Telese lascia il Fatto e decide di aprire un suo giornale. Telefona agli amici, risoluto a trovare soldi senza ricorrere al finanziamento pubblico, e seguendo lo schema Poidomani che già era stato applicato con successo al Fatto in fase start-up. Servirebbe un milione di euro, se ne raccolgono 650.000. Ce ne mette – quello che si è capito – 100.000 lo stesso Telese, 100.000 Tommaso Tessarolo ex ad di Current tv, 100.000 Martani in nome della Wildside di Lorenzo Mieli e Mauro Gianani e di Martani fratello, l’uomo dei blockbuster, il Martani Marco (colui che scrisse “Notte prima degli esami”). E poi altre quote, alcune più piccole, anche di alcuni giornalisti che decidono di credere al progetto: Luca Bussoletti ne mette 30.000 per esempio, Federico Mello (ex-Fatto anche lui) 10.000. Telese a luglio e agosto 2012 va in giro per l’Italia a presentare il giornale. Parla dell'”Italia del coraggio” come la definisce lui, ossia i precari, le donne alla riscossa, gli insegnanti resistenti, gli operai dell’Ilva, gli operai sardi distrutti dalla crisi… Telese è euforico, cerca di convincere tutti a seguirlo in quest’avventura, fa campagna acquisti da altre testate o riesce a convincere giornalisti a spasso: c’è chi lascia un contratto iperblindato in qualche giornale di nome, chi decide di trasferirsi da Milano a Roma; e anche a me Luca Telese, sempre ipermotivazionale, mi dice: “Se va bene, ti faccio un contrattone e ti licenzi dalla scuola”. Io – che sono probabilmente fatto male eh – quando sento puzza di entusiasmo non mi fido, anche perché semplicemente sento la puzza di entusiasmo per il giochetto successo, e quindi in attesa del contrattone, Tessarolo – l’amministratore delegato – mi fa un contrattino: 200 euro a settimana come curatore di un inserto culturale che si chiamerà Orwell (200 euro in diritti d’autore), più 800 euro da distribuire ai collaboratori che scrivono i pezzi (a borderò). In tutto insomma 1000 euro lordi a settimana per quattro pagine, compresi i diritti per le immagini; 1800 se passiamo da quattro a otto pagine. Per confronti, fatevi conto che il fallimentare inserto del Fatto Quotidiano, Saturno, costava 12000 euro circa a otto pagine. Insomma budget gramissimo mi dico, ma la libertà totale sui contenuti, e alla fine accetto.
E facciamo questo benedetto inserto, che va discretamente bene se non benone. Il sabato il giornale vende dal 10 al 20% in più, grandi riconoscimenti, un sacco di traffico sui nostri pezzi ripostati in rete, qualità in indiscutibile ascesa. Il primo di dicembre più o meno riceviamo i primi soldi, quelli dei due numeri usciti settembre: 3500 euro – un numero a 1000, uno a 8 pagine e 2000, 500 le altre voci (metti foto, redazione). È l’unico denaro che incontra i nostri iban.
Perché un giorno – il 7 o l’8? – di dicembre, andando in redazione a impaginare, mi vien buttata sulla scrivania quella che prendo lì per lì per una battuta: il giornale chiude perché non c’è più la carta. La notizia è totalmente inaspettata, i dati sulle vendite elargiti fino ad allora a spizzichi e bocconi e per lo più edulcorati sembrano all’improvviso sul serio più neri di ogni nero. Le 9000 copie sufficienti a darci ossigeno sono state vendute solo nella prima settimana, per il resto la media si è assestata su un 3800/4000 copie, la tiratura è dieci volte tanto.
A quel punto io m’incazzo, mi faccio un giro della redazione su e giù per sfogarmi, mi viene da mollare tutto in quell’esatto momento, poi mi metto a impaginare, anche se mi viene da pensare un ganglio fisso: i soldi che ci spettano, quelli, li vedremo? Se è era così chiara la disfatta imminente perché soltanto pochi giorni fa c’era una festa deprimentissima e deserta del giornale, in cui Luca Telese ha continuato a parlare dell’Italia del coraggio e a glissare come niente fosse sul fatto che le cose che vanno così male? Non è irresponsabile non convidere almeno le preoccupazioni? Perché l’amministratore delegato, Tessarolo, giusto un paio di settimane prima, mi ha detto ok, continua tranquillo il tuo lavoro, mi ha promesso 1800 euro a numero per l’inserto con la doppia foliazione? Perché soltanto pochi giorni prima c’è stato un incontro in cui noi di Orwell – inclusa gente venuta a proprie spese da Sanremo o da Milano o da Firenze – ci si è incontrati con Telese e lui ci ha detto: bravi! l’inserto va alla grande! il sabato si vende! Anche più venti per cento! Dobbiamo investirci un sacco su st’inserto! Perché questa nonchalance se si sa già che la barca affonderà? Per meno di un mese – dall’Immacolata fino a fine anno – Telese viene in redazione e millanta soluzioni di rilancio, compravendite in dirittura d’arrivo che smentisce nel giro di sei ore. Non è un buon periodo per l’editoria cartacea, e questo lo sapeva anche prima di iniziare certo, ma è come se durante i tre mesi di vita questo mondo esterno chiamato Realtà fosse stato completamente invisibile. Per il resto è un direttore latitante: quasi mai in redazione alla chiusura; la libertà del nostro inserto è indifferenza sostanziale. Il 31 di dicembre Pubblico smette di arrivare ai giornalai, l’ultimo numero di Orwell io lo faccio gratis: ho la certezza, Telese me lo dice chiaro, per la prima e unica volta – “questo numero non vi sarà pagato”. Amen, ma il lettore, mi dico, andrà pure salutato in modo degno? Chiedo agli orwelliani di lavorare gratis, se vogliono, almeno per un numero, ma è un credito minimo dopo che me ne stanno dando un bel po’ a me che mi sono dimostrato un ingenuo, per dirla eufemisticamente, a non essermi accorto in tempo della fragilità dell’operazione e della difficoltà di farci pagare il nostro lavoro.
È Capodanno… ma già dalla sera del trentuno di fatto Telese si sfila dal giornale. Nell’ultimo editoriale si addossa molte colpe ma soprattutto si atteggia a martire di una truppa di coraggiosi (che non sa se vedrà la cassa integrazione e che comincia ovviamente a fidarsi pochissimo del suo capitano), poi otto ore dopo l’unico tweet che parte dal suo account a conforto di questa fine d’anno di merda è questo: “Santoddìo, c’é Fausto #Leali con una pantera che non conosco. Un duetto da urlo. #Raiuno“. E basta. Lui di Pubblico in pubblico non parla praticamente più. Kaputt, adieu, chi ha avuto ha avuto, scurdamoce ‘o passato. Ci abbiamo creduto a questa guerra, io soldato semplice uguale a chi mi è stato accanto per tre mesi. E ora: una piccola damnatio memoriae. Su twitter Telese commenta la televisione, le elezioni… Oggi – 19 febbraio, mentre 30 persone non sanno se avranno la cassa integrazione e decine di altri se i loro articoli verranno mai pagati – scrive che andrà a cucinare la pasta ubriaca dalla Parodi (qualcuno su twitter commenta: “Luca Telese dalla parte dei primi. E dei contorni”). L’Italia del coraggio, puff!, non ci sta più! Tessarolo ha un atteggiamento similare, ma scazzato, meno ambiguo, alza le braccia, da aruspice ipotizza che un giorno in là nel tempo arriverà il liquidatore e ci darà dei soldi, i nostri (gli stessi, vien da dire, che alcuni – molti – di noi stanno aspettando per esempio da un anno, un anno e mezzo, dalla liquidazione di Riformista: lì Antonio Polito si ritirò prima che la barca affondasse del tutto, addossando le responsabilità economiche ai lettori poco coraggiosi, alla sinistra che non c’è, etc…) Nessuno, Tessarolo meno di me presumo, ci crede veramente.
Inizia Carnevale, e arriva Proto, un riccone ultrastellare che nonostante Pubblico ogni giorno valga sempre meno – per risorgere occorrerebbe un rilancio grande stile per un quotidiano che sta ormai fuori dalle edicole da un mese – non si sa per quale ragione o bizza ha deciso di investire 4 milioni e passa per prendersi la testata. Ripianare i debiti, riassumere tutte le maestranze, e fare – sito e carta – un restyling sostanziale. Pare, chiaramente, a tutti, un bluff. Il punto è ovviamente: chi va a vedere? Chi dovrebbe fare secondo voi questo passo? Luca Telese, in quanto direttore ma soprattutto in quanto socio e quindi responsabile dei debiti che il giornale ha accumulato? L’amministratore delegato, Tessarolo? Aspettiamo il gesto. Ma Telese si sfila, subito, di nuovo. Non concorda con la linea editoriale, per questo non vuol fare il direttore: i 150.000 euro di debiti pregressi per i collaboratori, i giornalisti che non sanno cosa fare nel frattempo per campare non sono evidentemente una priorità di cui sentire il carico; lui non ci può pensare. L’amministratore delegato Tessarolo, cercando di mediare con un cdr combattivo (questo c’è da ricordarlo), cerca di tenere viva almeno la possibilità di cassa integrazione e di dar retta a quello che sembra l’unico investitore, nonostante il direttore-fondatore non sembra sentirlo più come roba sua.
Chi continua la trattiva con Proto (con il Proto di cui ogni giorno esce una dichiarazione incredibile sui giornali) lo fa per senso del dovere, per i posti di lavoro, per quei collaboratori che non hanno ancora visto un euro e che forse con la ricapitalizzazione potranno vedere appianati i debiti. Per far continuare comunque un giornale. Non c’è ancora un direttore, né un accordo, ma Proto vuol capire se lui si sta comprando una macchina redazionale che magari remerà contro di lui: lui – candidato della destra, devoto del Berlusca – e trenta persone – che, insomma, lui presume siano quasi tutte di sinistra. E alla fine? Anche per la lena buona della gente che si ingoia le uscite quotidiane del proteiforme Proto, la trattativa pare, e dico pare, andare in porto. E poi c’è il giorno dopo: l’arresto della Guardia di Finanza: il giornale vivo è un giornale morto.
A questo punto arriva il tempo delle riflessioni, il tempo in cui magari uno vede le pagliuzze nell’occhio dell’altro e non le travi nel proprio, ma una serie di pensieri io (e non solo io) ce li facciamo. Primo pensiero: penso che l’Italia del coraggio non esiste, e a questo punto io manco la voglio. Preferisco invece un’Italia di chi facendo delle scelte si fa carico delle conseguenze, tutte, fino in fondo. Penso che Telese e i soci di questa impresa strampalata dovrebbero – prima che arrivi il liquidatore – rimetterci di tasca propria i soldi, ricapitalizzare, perdere denaro per riguadagnare nell’extremis più abissale una qualche forma di quella fiducia che gli era stata elargita in quantità sesquipedali. E penso sarebbe necessario farlo per 4 motivi chiari: uno) perché il lavoro si paga, punto e basta; due) perché a nessuno hanno comunicato in tempo che l’acqua era arrivata fino all’orlo, altrimenti le persone avrebbero scelto se scendere, aspettare le scialuppe o affogare insieme a tutti (e io l’avrei evitato per esempio di chiamare altre persone, millantare crediti e futuri che non ho potuto ottemperare); tre) perché non han gestito in modo congruo la fase successiva, facendo sempre leva sulla supplenza di cdr e redazione nel tenere unite le maestranze del giornale; quattro) (motivo non da poco) perché Telese non ha mai fatto autocritica né cambiato linea editoriale né aspetto del giornale, anche quando qualcuno o molti gli hanno detto e ripetuto che non era la crisi, il prezzo alto…: era che il giornale in varie cose non piaceva. (Non era essenziale in una fase neonatale fare tesoro nel modo più scrupoloso possibile delle indicazioni dei lettori, della rete, di chiunque avesse delle critiche al giornale?). O quando altri – moltissimi – hanno deciso di considerare Pubblico un foglio infamante e criminale dopo l’insultante editoriale dei 25 stronzi, chiosato da Telese con la metafora immunologico-fascista: “È più igienico. Teneteli alla larga”. Insomma il sunto misero, solamente rivendicativo anche se corretto, sarebbe questo: rivogliamo i nostri soldi, ci spettano, son nostri, non sono nemmeno molti.
Ma c’è di più in questa storia. C’è qualcosa di sintomatico, c’è il racconto di un’editoria indipendente che non riesce a esistere. Di compromessi fatti o sperati che cambiano di fatto le regole del gioco… Molte coscienze sporche, a partire da quella di chi scrive.
Se penso all’imminente Parlamento coi suoi gruppi di partito nuovi di zecca e i giornali che si formeranno o si reinventeranno, giornali per cui bastano due eletti per un finanziamento garantito, mi pongo una semplice domanda: è possibile che per fare un giornale indipendente in Italia si passi o per questa strada o per i soldi di dubbia provenienza, per editori con scadenti qualità imprenditoriali e di dubbia patente liberale? Non si potrebbe dare vita (e soldi quindi) a progetti realmente indipendenti, non legati ad un partito, o non costretti ad attaccarsi per salvarsi dal naufragio al cappio del primo Proto che passa? Finanziamenti consistenti a cooperative giornalistiche, protezioni sociali eque per una categoria di lavoro come quella dei giornalisti dove c’è chi è iperprotetto e chi naufraga nello sfruttamento più vile – sfruttamento che la Riforma Fornero non ha fatto altro che alimentare, eliminando di fatto ogni assunzione, bloccando le collaborazioni continuative, lasciandoci con un’immensa montagna di informazione che non lo è in un paese di uomini decisamente poco coraggiosi?

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
23 Commenti a “Paesaggio di palude con figure attonite. Ovvero, breve storia patetica o picaresca del quotidiano “Pubblico”.”
  1. Deb scrive:

    Il fatto che dopo un solo mese, le pagine sarde in cui abbiamo raccontato la lotta dei lavoratori di Carbosulcil, Alcoa, Porto Torres, Ottana, ha chiuso, avrebbe dovuto quantomeno allertare un po’ tutti… diciamocelo anche questo.

  2. marco tarantino scrive:

    Scritto bello e condivisibile. Una brutta storia. Trovo soli un’imprecisione: Sansonetti non andò vada Liberazione prima che affondasse, ne fu cacciato dopo il congresso.

  3. a onor di cronaca scrive:

    a onor di cronaca è bene ricordare che la versione dell’editoriale di Telese apparsa sul sito di “Pubblico” era condita da centinaia di insulti da parte dei lettori del medesimo

  4. Nicola scrive:

    vado un po’ fuori tema, forse, e me ne scuso.
    Probabilmente le ragioni per cui il giornale non ha trovato il pubblico che cercava sono state discusse altrove, in discussioni e analisi tra addetti ai lavori e in “spazi” e tempi che mi sono perso. Tuttavia mi va di dire la mia in calce a questo pezzo.
    Non credo che il fallimento di Pubblico sia dovuto principalmente a una vaga cialtroneria di chi ha intrapreso questa iniziativa (elemento comunque importante, come l’articolo, con più educazione del sottoscritto, asserisce). Quanto piuttosto ad una vera povertà culturale del progetto editoriale, dovuta alla povertà culturale del direttore responsabile.
    Io l’ho comprato i primi due giorni, per curiosità, poi ho mollato. Ho comprato altre copie, per più settimane, solo il sabato, proprio per Orwell, che ho apprezzato. Per cui ti faccio i complimenti Christian. Per il resto, la linea editoriale, politica, culturale del giornale era inutile, sciatta.
    Era un giornaletto identitario, come comunque lasciava bene presagire la ruffiana dichiarazione “dalla parte degli ultimi e dei primi”. Non credo che tra il pubblico, tra i cittadini, di sinistra ci sia bisogno di riconoscersi, di consolarsi tra le macerie. Di leggere ciò che già si sa. Non so che farmene di cronache “morali” della dignità di lotte che si consumano, o delle porcherie della classe dirigente italiana. Si è cercato di costruire un Fatto un po’ più di sinistra, indirettamente però anche più buonista, più retorico, proprio perché a differenza del Fatto qui si presumeva di stare dalla parte di qualcuno, di serrare le fila su quanto è bello e giusto avere sentimenti di sinistra, mentre al Fatto prevale la furia grillina più iconoclasta, giustizialista e sommaria. Tutto ciò è roba consolatoria, roba di retroguardia. Per non parlare dello stile delle cronache politiche, sempre a metà tra satira e gossip.
    40 anni fa avevamo Lucio Magri e la Rossanda a fondare un giornale di sinistra, oggi abbiamo avuto Telese. Non è questione di coraggio, è questione di spessore intellettuale, di banale cultura, conoscenza,pensiero politico.
    L’unica strada che mi pare percorribile per una nuova pubblicazione cartacea nell’area di sinistra è immaginare una sorta di nuovo Manifesto, un giornale che esprima la cultura, e ne faccia sintesi, dei movimenti sociali presenti oggi in italia e che soprattutto tenti la strada, complessissima e stretta ed esposta a gelosie e sdegni, ma la sola necessaria a mio parere, di sviluppare questa cultura, produrne riferimenti, sollevarla un po’ dalle sue autonarrazioni, discuterne le criticità, le difficoltà, i problemi, i molti vicoli ciechi, fuori da autocompiacimenti, autoassoluzioni e da quel drammatico clima di vittimismo e di mania persecutoria che ci pervade spesso. certo non sono sicuro che ci siano gli uomini oggi in Italia in grado di fare una cosa così, ma credo di sì in fondo.
    ciao

  5. marco simonelli scrive:

    Credo che la morale sia: “Mai fidarsi di qualcuno che cucina con Benedetta Parodi”

  6. Enrico Marsili scrive:

    Non posso dire quello che penso fino in fondo, perche` gente come Telese ha l` avvocato facile, ma Il male aveva gia` pubblicato una serie di strisce su questo grosso personaggio che lo descrivono in maniera molto efficace. Vedi anche la gustosa storia che lo ha portato ad abbandonare Misfatto, poi passato al grande Disegni.

    Il personaggio e` la perfetta rappresentazione di un giornalismo allo sbando, che moltiplica i giornali, mentre i lettori calano di numero. Evidente anche la completa sottovalutazione delle dinamiche della rete (con poche eccezioni).

    Auguri agli orwelliani di non credere mai piu` a babbo natale e di sviluppare un feroce cinismo, perlomeno nei rapporti di lavoro in Italia.

  7. Davide scrive:

    Insomma, non è la prima nè sarà l’ultima volta che si ascolta una storia del genere. E’ il mondo editoriale di oggi, fatto di Telesi che la scampano con il loro faccione da impuniti – anche un po’ paciocchi, che fa tanto simpatia – e piccoli passionali collaboratori che la pigliano in saccoccia. Sarò un cinico, ma se fossi stato in Raimo non mi sarei illuso troppo che la storia del quotidianino Pubblico potesse essere diversa da quella di tante troppe altre testate sull’orlo del burrone o, peggio, già rovinosamente naufragate.

  8. Una storiaccia di ordinario capitalismo italiano. Bell’articolo, me lo segno.

  9. Andrea Cisi scrive:

    “quando sento puzza di entusiasmo non mi fido…” non sei strano tu Chris, è che sai perfettamente che oggi essere intraprendenti (e temerari) sulla pelle dei nostri sogni è un rischio, spesso più morale che materiale. E io ti capisco e capisco lo sconforto.

  10. Vaniuska scrive:

    MI stupisce ancora una volta che Luca Telese possa essere preso sul serio e considerato addirittura un giornalista che può occupare uno spazio a sinistra. Pubblico era un giornale brutto. Orwell un bell’inserto un po’ maschile e autoreferenziale, ma insomma come diceva mia nonna Averne.
    L’ho già scritto: di Orwell c’è bisogno, di Pubblico, francamente no.

  11. Gelo scrive:

    Io ho smesso di comprare ‘pubblico’ proprio dopo il fenomenale editoriale sui 25 stronzi, di più: qualche giorno prima stavo pensando di farmi l’abbonamento ma poi Telese mi ha fatto capire di essre più tra i primi che con gli ultimi.

  12. LaLeggivendola scrive:

    Bello capirci finalmente qualcosa di cos’è accaduto con Pubblico. Sinceramente non è che Telese m’ispirasse tutta questa fiducia, quindi non l’ho mai comprato. Però se avessi saputo di un inserto culturale, non dico che l’avrei afferrato senza remore, ma sicuramente avrei considerato l’idea. Il fatto – voglio dire, il problema – è che Pubblico non ha saputo neanche informare bene il mondo della propria presenza. Ci si aspetterebbe di trovare qualcosa di più su Internet, una presenza massiccia sui social-network, magari qualcosa pure nelle edicole. Per quel che ho potuto capirne – giusto qualche articolo qua e là e quello che leggo nei commenti più sopra – la progettazione è stata scadente e approssimativa. Come si fa a creare un giornale senza neanche decidere una linea editoriale ben precisa? Mi spiace per chi è stato preso in giro e spero che almeno i debiti verranno ripagati. Mi spiace per chi ha osato crederci e si è visto vittima di una fregatura. D’altronde siamo un paese che ricompensa l’inettitudine.

  13. Pietro De Vivo scrive:

    La storia riassume molto bene che tipo di personaggio sia Telese. Non aggiungo altro.

  14. LM scrive:

    E se andava bene e ti aumentavano lo stipendio ecc ecc? Non rimaneva il fatto che fin dal primo numero nessuna persona di buon senso poteva dar credito a quel giornale, assolutamente inconsistente rispetto alla concorrenza? Voglio dire, se spinto dal bisogno vado a lavorare per uno sprovveduto (nella migliore delle ipotesi), non devo mettere in conto che può fregarmi o può fallire?

  15. Mariateresa scrive:

    Storia esemplare di tante avventure editoriali…Proto è il capo della tipografia, in questo caso è stato solo un imbroglione. E Telese? Se la caverà…intanto fa lo spiritoso dalla Parodi a cui dice che il radicchio è afrodisiaco (bella coppia!) e fa duetti insensati con Porro che l’Ordine avrebbe dovuto perlomeno multare dopo l’incidente con la Marcegaglia..Labate lavora con l’Annunziata, insomma i giornalisti che ci sanno fare (leggi hanno i contatti che contano) restano sempre nel giro, alla faccia delle migliaia di disoccupati a cui gli Ordini pensano bene di aggiungerne altri con assurde scuole di giornalismo interne tenute sempre dai soliti noti…I soldi per le avventure editoriali mancano sempre prima o poi (piuttosto prima) mentre se c’è da sanare un bilancio dissestato della moglie o anche ex moglie di un nome che conta, che ci vuole? Consulenza Finmeccanica (una sorta di findomestic) e 500 mila euro son lì già sul vassoio…no, scusate, ma come si fa a tollerare ancora tutto questo???

  16. carlo gallione scrive:

    Continuo a pensare che l’alveo naturale per proseguire la felice esperienza di Orwell sia quella di un Manifesto svecchiato. Forse il nuovo inizio della testata può essere l’occasione propizia, in questo 2013.

  17. Gianni Lombardi scrive:

    Il caso del Fatto Quotidiano ha dimostrato che è possibile fondare un quotidiano di opposizione anche senza editori eccellenti e senza finanziamenti pubblici.

    Purtroppo bisogna anche rassegnarsi al fatto che, di norma, 2 nuove imprese su 3 falliscono entro due anni dalla nascita, e 9 nuovi prodotti su 10 vengono ritirati dal mercato in tempi anche minori.

    Razionalizzare col senno di poi purtroppo serve a poco.

    Sarebbe molto meglio avere degli ammortizzatori sociali universali per tutti i lavoratori e micro-imprenditori, invece di protezioni corazzate per i dipendenti pubblici e quelli delle grandi aziende, e niente del tutto per gli altri.

  18. Giaggys scrive:

    Sono stato contento di Vedere Telese uscire dal Fatto.
    Non c’entrava nulla in quel giornale, l’unico attualmente con idee e palle.
    Quello è un giornale coraggioso Raimo, piaccia o no.
    Travaglio fu prevedibilmente sibillino quando disse “Telese era un giornalista, ma adesso non so più cosa sia”, dopo che il nostro se n’era andato smerdando chiunque.
    Pensava di essere all’altezza di gente come Padellato, Travaglio, e Gomez, per autoconvinzione, non per meriti acquisiti.
    Pensava di essere un nome forte del giornalismo italiano
    Lui lo pensava, ed è normale, considerando il suo ego ipertrofico.
    Ma gli altri? mi chiedo onestamente. Ma come si può?
    Sinceramente non provo pena per nessuno,
    Se hai votato per vent’anni Berlusconi ti tieni il paese di merda che hai contribuito a creare.
    Il concetto penso sia chiaro.
    Come è chiaro il fatto che questa manica di scrittori italiani che potrebbero fare qualcosa (tipo metterci le loro idee e i loro soldi) per pubblicare qualcosa di buono, senza troppe pretese ovvio, non hanno ne il coraggio ne la voglia di farlo, presi come sono ad arrovellarsi nei loro piccoli mondi da centinaia di pagine.
    Quegli stessi scrittori, pure giovani, che manifestano un’idea di cambiamento senza muovere mai un cazzo di dito.
    E poi ci deve andare il giovane Dario Fo sul palco a dire “ribaltiamo tutto cazzo!”.
    O non è abbastanza di sinistra Dario Fo per voi?
    Tanto a voi questo interessa magari.
    Se l’Italia è messa così è colpa della classe politica mica di noi scrittori, “intellettuali”, e compagnia bella.
    Ma dove cazzo siete voi? Voi scrittori che un nome ce l’avete intendo.
    Vi spendete in qualche lotta per caso?
    Io negli ospedali che chiudono a Roma c’ho visto Erry De luca ad esempio
    Un altro giovane.
    Avete aspettato Telese per fare qualcosa di buono.
    E poi pure Proto.
    Aspettate
    Aspettate ancora

  19. Andrea scrive:

    Grazie per il resoconto, è molto onesto. Anche perchè coraggiosamente evidenzia la miopia che è stata di molti, Raimo compreso. Sia perché fidarsi di Telese è di un’ingenuità disarmante sia perché le sorti del giornale erano chiare a tutti fin dal primo mese.

  20. Francesca scrive:

    Eh, Giaggys, forse hai ragione. Ognuno di questi tempi si crede chi non è. Travaglio ad esempio, che credeva di essere un fiero avversario di Berlusconi, ha dimostrato da Santoro, davanti a milioni di telespettatori, di essere un suo servo involontario.
    Telese avrà un ego ipertrofico.
    “Il Fatto Quotidiano” ha a cuore alcune battaglie civili e politiche. Alcune condivisibili, altre di una demagogia e di una ristrettezza culturale impressionante. Per dire. Davanti a un’analisi del “manifesto” quelli del “Fatto” sembrno analfabeti di successo. Un po’ come quando in televisione il rozzo burino sbeffeggia il premio Nobel. Talmente ha in odio la cultura, “Il Fatto”, che l’ha esclusa dalle sue pagine.
    Allora, di chi fidarsi? Degli egocentrici pasticcioni e un po’ cialtroni che ti fanno fare però un giornale culturale completamente libero? O dei duri e puri che mettono la mano alla pistola davanti alla parola “cultura”?
    Siamo onesti a trecento sessanta gradi, per favore. Almeno a beneficio delle nostre coscienze.

  21. Amaranta scrive:

    Non ho mai comprato ‘Pubblico’ perché ho dato un’occhiata al sito e mi pareva quello di un giornale per la sala d’aspetto del parrucchiere che tenta di sembrare intellettuale (il giornale, non il parrucchiere). Non mi dispiace per Telese, mi spiace invece parecchio per chi non ha visto soldi per il proprio lavoro, che la gloria è bella ma non si può mangiare.

  22. Lucia Vergano scrive:

    E’ profondamente amareggiante leggere, ancora una volta, delle enormi difficoltà che si incontrano nel nostro paese a voler lavorare onestamente e coerentemente con le proprie inclinazioni e ambizioni. La carenza di spazi e tempi per l’elaborazione culturale, lo svilimento continuo e sistematico della professione intellettuale lascia davvero mortificati…

  23. arini scrive:

    Ho conosciuto personalmente proto e arini suo degno compare, mi hanno letteralmente disintegrato l’azienda rubandomi ogni liquidità con la maestria di chi non ha nulla da perdere.
    non sono scaltri sono ladri non dimentichiamolo.
    spero che lo stato che spende milioni di euro per intercettare Berlusconi faccia qualche cosa per capire dove sono finiti i denari rubati a noi imprenditori.
    ad oggi bruno arini vera mente delle truffe è a piede libero la procura di milano credo gli abbia offerto un caffè e il panettone per natale
    è una vergogna!!!! la gdf e la procura devono fare quache cosa

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