1siti

Pagare o non pagare: intervista a Walter Siti

1siti

Pubblichiamo un articolo apparso sul Messaggero, che ringraziamo. (fonte immagine).

Nel saggio denso Pagare o non pagare (Nottetempo, 135 pagine, 12 euro), Walter Siti, critico letterario, già insegnante universitario, scrittore, insignito del Premio Strega con il libro Resistere non serve a niente, fa quel che si attende da un intellettuale: svolge un’attività critica e creativa, proponendo una lettura sociale dei movimenti del mercato, del lavoro e del denaro che in parte determinano desideri e costumi.

Siti, senza improvvisarsi economista e senza lasciarsi sedurre da profezie con pretese assolutistiche, analizza lo scioglimento di quella che definisce la catena socialmente consapevole che cinquant’anni fa appariva infrangibile: «Lavorare, essere pagati, pagare, comprare; che è evaporata in una nebbia di delusioni e speranze in cui sembra che il denaro abbia perso la propria funzione di perno, in quanto collegato al lavoro». Lui, nato in una famiglia operaia, racconta il blocco della mobilità sociale.

Siti, che cosa comporta la scomparsa progressiva della funzione identitaria del pagare?

«Ho l’impressione che per i giovani il diventare adulti, cominciando a guadagnare soldi con un posto di lavoro ragionevolmente stabile, fosse proprio un rito di passaggio dall’adolescenza. In mancanza di questo ognuno si arrangia come può, e spesso l’adolescenza è protratta oltre i trent’anni. Questa incertezza sul valore reale delle cose, del chi ci paga e per che cosa contribuisce a una specie di stato fluido in cui è difficile crearsi una strada precisa».

Ricorda la prima busta paga?

«L’ebbi in agosto. Era l’estate del 1965 e lavoravo presso un magazzino dell’Enel. Gridai la cifra a mia madre dal cortile di casa per farmi sentire da tutti e poi le comprai un ventilatore».

Perché asserisce che non siamo più in grado di stabilire il prezzo delle cose?

«Il consumismo si è caratterizzato fin dall’inizio per una sproporzione tra valore d’uso e valore di scambio monetario, ma oggi il divario è diventato così abissale da far perdere qualunque orientamento. I prezzi sono sempre più opachi con una duplice tendenza che nebulizza il valore: la corsa a ottenere il prezzo più basso e poi picchi assurdi verso l’alto sganciati da un reale aumento della qualità».

Nel mondo dell’iperconnessione alla portata di tutti riaffora, semmai sia mai andata via, la questione di classe?

«Ormai c’è un’oligarchia evidente e sempre più dominante, che supera la diarchia ricchi e poveri. In pochi davvero comandano il mondo. Negli ultimi venti anni, chiunque sia stato al governo, la forbice delle diseguaglianze si è allargata sembra in modo inesorabile. La partita si gioca tutta su questo divario. E la classe media rischia la lacerazione definitiva».

Che fare, se si continua a desiderare il massimo, quando a disposizione non c’è che il minimo?

«Viviamo la discordanza per la quale si desiderava una crescita illimitata e invece i mezzi sono venuti a mancare. Si proiettano immagini. Si nega e ci si traveste. Riteniamo che la tecnologia supplisca, dando dei surrogati di infinito delle illusioni. È come se si vivesse in una specie di bolla, in cui c’è ancora qualcosa da perdere per poter sperare di cambiare radicalmente le cose. E poi si danza sull’ambiguità del termine free in inglese. “Libero” e “gratis” non convergono. Qualunque potere cerca di dare cose gratis per ottenere in cambio informazioni produttrici di valore».

Che cosa la inquieta maggiormente della cosiddetta “gig economy”?

«Erano almeno cinquant’anni che non si avvertiva così forte l’asprezza dei rapporti di lavoro. Una volta tramontata la civiltà del lavoro novecentesca, che cosa inventiamo? La domanda portante, anche di questo libro, riguarda il come agiamo dinnanzi alla progressiva scarsità del bene lavoro. Non concordo con chi dice spesso che le rivoluzioni tecniche tolgano posti di lavoro ma anche ne diano nuovi. Almeno non quanti ne servirebbero».

Perché sostiene che nella tecnologia c’è spesso omologazione?

«Dal desiderio di combattere una multinazionale con l’invenzione ne nasce una più grande. Le start up libertarie, trasgressive e ribelli di successo vengono poi acquistate dalle multinazionali e arricchiscono chi le ha inventate. C’è molta libertà in vendita».

Lei farebbe volentieri piazza pulita di applicazioni per natura invadenti?

«Ci siamo messi nella condizione di dover scegliere tra servizi e privacy. Mentre cammino mi infastidisce molto il suggerimento della localizzazione del negozio che vende le mie scarpe preferite, ma non farei a meno delle indicazioni di Google Maps».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Aggiungi un commento