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Roma attraverso i fulmini
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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. ROMA. “A Roma tutto quello che c’è di vero sta sottoterra”. La frase lapidaria arriva alla metà perfetta di un libro che sfugge a ogni definizione, esordio di un non romano alle prese con enigmi e incubi che a Roma valgono oggi come duemila anni fa. Romanzo esoterico, misterico, di formazione, per... (Continua a leggere)

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La lotta di classe ai tempi dello sfruttamento 2.0

di Giacomo Gabbuti   Di libri come Non è lavoro, è sfruttamento, si dovrebbe dire, sicuramente, che sono utili. In poche, agevoli pagine, non appesantite da note o apparato bibliografico eccessivo, ed alleggerite regolarmente da qualche grafico mai di complessa interpretazione, Marta Fana mette insieme il lavoro minuzioso che ha compiuto negli ultimi anni. Così […]

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Viaggio nel cuore della Siria

I bordi della strada che collega Sarajevo a Mostar sono disseminati di lapidi invadenti, le quali esprimono l’urgenza di redifinire l’anima del paesaggio. Quel che si è voluto cancellare, uccidendo, resta una presenza fisica, estremamente umana, finché esiste qualcuno con la forza e la limpidità necessarie a raccontare la distruzione, il cuore in frantumi di uno Stato imploso.

«Scriverai tutto quello che ti dico?».

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In principio era Cleopatra, regina del Nilo (e della negazione)

Con un gioco di parole difficilmente traducibile in italiano (c’entra l’omofonia, toh), gli anglofoni fanno riferimento a quanto sia facile foderarsi gli occhi di prosciutto e vivere nel rifiuto di qualcosa di manifesto, ma anche quanto — basta il giusto calembour, appunto — sia altrettanto facile salvarsi.

“And either of those options is 100 percent OK”. Ovvero: vale. Tutto. Con quest’espressione (letteralmente: “e entrambe quelle opzioni sono al cento per cento valide”), la gran parte dei pop/indie/culture/lifestyle blog in lingua inglese che passano sul nostro radar — un radar egoriferito, il feed composto delle sole cose che ci gratificano, in un circolo di autoassoluzione continua, a Zuckerberg piacendo — concede la propria benedizione alle posizioni più antipodiche.

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Una performance dal Festival di letteratura italiana a Londra

Che cosa vuol dire essere uno scrittore o un poeta italiano? A chi appartiene il linguaggio? Da queste domande nasce la collaborazione poetica Il Cielo in una stanza/This World We Live In, presentata in esclusiva alla prima edizione di FILL, nuovo festival di letteratura italiana a Londra, che ha aperto le porte a un pubblico di oltre 1500 persone il weekend del 21 e 22 Ottobre 2017. Cinque poeti da background differenti, e con diversi livelli d’italiano e d’inglese, si interrogano su appartenenza, nazionalismo ed esilio, mettendo alla prova le potenzialità della comunicazione linguistica e della traduzione attraverso la pratica poetica. All’alba di Brexit, in una Londra incredula e divisa in cui le frontiere geografiche e identitarie si ridelineano dolorosamente, Simon Barraclough, Maria Borio, Alessandro Burbank, Marzia D’Amico e Chrissy Williams, bilingui per nascita, scelta o vocazione, si sono messi a confronto sotto la guida creativa di Livia Franchini (CORDA Magazine). Il risultato è una performance collettiva intratradotta, giocosa e anomala, in cui rimandi biblici si intrecciano alle dichiarazioni fiorentine di Theresa May e la satira politica ai suoni dell’infanzia, levando un grido unico di comunione lirica e politica, in grado di oltrepassare i nuovi confini nazionali. (foto di Alessandro Mariscalco).

CHRISSY WILLIAMS

My cousin tells me how she says “shiep”,
how it always comes out “shiep”.
She wants to talk about “a shiep”
but always, always, it comes out “shiep”.
“You can put a shiep on a shiep”, she says,
“but the other way it is ridiculous.
If only shiep and shiep were not so similar.
And do not even talk to me about shiets.”

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Ricordando Severino Cesari

Severino Cesari ci ha lasciato ieri notte. Lo ricordiamo riproponendovi questa intervista uscita originariamente su Repubblica per i vent’anni di Stile Libero, la collana fondata assieme a Paolo Repetti.

di Gregorio Botta

Sono la strana coppia dell’editoria italiana, gli ex ragazzi terribili che violarono il sacro tempio dell’Einaudi con giovani scrittori, disc jockey, epistolari amorosi rubati alla rete, videocassette, comici, persino con “Striscia la Notizia”.Sono passati vent’anni, mille titoli pubblicati, 17 milioni di copie vendute.

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Proust a vent’anni: i racconti dell’amore corrotto

Da ragazzi, i genii sono almeno un po’ più umani? Sì, ma è bene non illudersi: sono genii giovani, semplicemente. La tentazione, nel prendere in mano i Racconti di Marcel Proust pubblicati dall’editore fiorentino Clichy nella collana Père Lachaise, dedicata a testi inediti o perduti degli autori più rilevanti della letteratura moderna e contemporanea, è quella di aggirarsi per queste pagine, monocolo sull’occhio, alla ricerca di segni premonitori della Recherche: farlo, però, o limitarsi a farlo, significherebbe non rispettare l’autonomia artistica di queste nouvelles e non sapere apprezzare la loro perfetta conclusività.

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L’impero del sogno

È appena uscito in libreria per Mondadori L’impero del sogno, il nuovo romanzo fantastico di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dalla prima parte. ~ … Per un attimo la terra smette di tremare. Poi addirittura si incurva, proprio accanto a me, tra me e gli Elfi della macchina, che reagiscono rimescolandosi, ruotando, innalzandosi come gli […]

mangia preda ama foto

Mangia, preda, ama

Questa estate ho letto sul Guardian una storia di aquile e falchi che mi ha molto toccato. Non so cosa abbia intrugliato dentro me, ma mi sono tornate in mente alcune cose sulla scrittura, come modo di sentire e vedere la realtà, e sulle relazioni, (il terrore di) avvicinarsi all’altro e chiedere aiuto.

E comunque, la storia è questa: British Columbia, un falchetto rimasto solo nel suo nido, senza più genitori − probabilmente predati da rapaci più grandi −, disperatissimo, implora aiuto. Comincia a stridere e piangere, fa un gran baccano, fregandosene se quel pianto a squarciagola possa attirare l’attenzione dei predatori. E infatti, manco a dirlo, arriva un’aquila calva che lo prende e se lo porta nel suo nido, assieme ai suoi tre aquilotti; bestiole che per dimensioni sono quattro volte lui.

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L’America di Colson Whitehead

Sarebbe bello inventare una parola per la tensione che si crea durante la lettura di alcuni libri d’avventura, quelli – nello specifico – come I viaggi di Gulliver, o La macchina del tempo, in cui a ogni approdo segue una fuga o uno smarrimento, e poi una nuova scoperta spesso peggiore della precedente. La parola dovrebbe descrivere l’angoscia che anticipa il nuovo scenario: Brobdingnag dopo Lilliput, il futuro dei lepidotteri dopo l’anno dei morlocchi. Non è proprio suspense, perché ha in sé qualcosa di esasperante, un misto discorde tra curiosità e misericordia. Cosa succederà a questo epigono di Ulisse? Dove finirà? E soprattutto: in quante terribili vie nuove possiamo comparire, una volta lasciata la via vecchia?

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Ingannato sia l’uomo, ingannate siano le donne dell’ultimo film di Sofia Coppola

Quanto può essere difficile avvicinarsi all’Altro quando ci si è costruititi la nostra corazza di certezze e rassicurazioni? Quando il consueto non lascia spazio alla sorpresa, al rischio? Cosa accade quando la cornice protettiva che la società vuole per noi, la corazza che ci teniamo stretta poiché è la sola che conosciamo e ci porta conforto, viene incrinata, sbalestrata, e, nell’infrangersi, minaccia di far crollare tutto? E prima di tutto il terreno sui cui, con la dovuta noncuranza, abbiamo da sempre appoggiato i nostri piedi?

L’arrivo del caporale John McBurney (Colin Farrell) nella vita delle sette donne dell’ultimo film di Sofia Coppola ha la portata dello sbarco di un extra-terrestre, eppure John McBurney viene dalla terra.