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L’età della compulsione

di Christian Raimo Una parte sempre più cospicua dell’informazione e della politica di questi ultimi tempi consiste nello smentire, nel fare faticosamente le pulci alle notizie – che invece non lo sono – riprese e propalate da altri giornalisti e politici (in genere in Italia la Lega e il Movimento 5stelle). Soltanto nella passata settimana […]

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Sarajevo, venticinque anni dopo

Questo pezzo è uscito su Altraeconomia, che ringraziamo.

A venticinque anni dall’inizio della guerra in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo, creare un terreno di incontro tra le diverse memorie del conflitto è la cosa più difficile che si possa immaginare.

In un tale contesto, il teatro è forse l’unico luogo all’interno del quale è stato fatto un piccolo passo al di là dei reciproci steccati. Il MESS, il più antico festival di teatro dei Balcani, è ormai giunto alla sua 56esima edizione. Nato nel 1960 sotto la vecchia Jugoslavia, non si è arrestato neanche negli anni dell’assedio, tanto che nell’agosto del 1993 fu mandato in scena uno straordinario Aspettando Godot diretto da Susan Sontag.

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Su “Qualcosa, là fuori” di Bruno Arpaia

Il 16 aprile su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, Amitav Ghosh ha scritto di come la narrativa che tratta o racconta di mutamenti climatici fatichi a essere praticata. E, quando lo è, fatichi a essere compresa e a trovare recensori e attenzione, o il dibattito che meriterebbe. Diceva: “si potrebbe sostenere che la narrativa che si occupa di cambiamento climatico sia un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari”. Per poi notare che “quando decidono di scrivere del cambiamento climatico i romanzieri non optano quasi mai per la narrativa”.

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Francis Scott Fitzgerald e la ricerca della verità

Immagino che sia felice, oggi, Francis Scott Fitzgerald, di sapere che a quasi settantasette anni dalla sua morte, l’insegnamento più importante lasciato agli scrittori che continuano a crescere leggendo la sua opera gira tutto attorno al cardine della serietà. Quando un attacco cardiaco lo uccise, a fine 1940, la prigione dorata del successo e della fama mondana ancora lo perseguitava. Nessuno pensava alla seria dedizione al lavoro di scrittore quando sentiva parlare di lui.

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Piccola città. Per una storia culturale dell’eroina

Guardate questa bambina. Questa bambina sono io.

Ho la piuma in testa e delle foglie in mano. È il 5 settembre del 1976 e Democrazia Proletaria festeggia sul monte Amiata le elezioni del 20 giugno, dove ha preso l’1,5 per cento. Ben 6 deputati. Ma io queste cose non le so. So, però, che c’è babbo che ha dipinto di rosso la porta del PdUP a Grosseto, e a me questo nome, Pdup, mi sembra che rimbalzi.

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Il fantasma della tecnologia: intervista a Olivier Assayas

di Rosario Sparti

Aereo, treno, motorino. Maureen è in continuo movimento, afflitta da una routine che non le concede respiro: possiamo osservarla durante i suoi sfiancanti spostamenti ma non riusciamo mai a metterla davvero a fuoco. Il senso di alienazione che vive la rende invisibile, una presenza fantasmatica che si fa materia solo per essere al servizio degli altri. “Sono completamente sola o posso entrare veramente in contatto con qualcun altro?” sembra chiedersi, mentre interroga il telefonino come fosse una tavola ouija. E noi ci stringiamo intorno al suo quesito rassicurati da un’unica certezza, il magnetismo di Kristen Stewart, corpo iconico presente in ogni scena di Personal Shopper. Fischiato e premiato al Festival di Cannes, il film – in sala dal 13 aprile – è un nuovo brillante capitolo del cinema di Olivier Assayas: anarchico come il punk (Clean), inquieto come l’adolescenza (L’eau froide), autoriflessivo come il metacinema (Irma Vep), fragoroso come un esplosione (Carlos).

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Sull’arte di trovare la voce. Intervista a Fabrizio Gifuni

(fonte immagine)

Nel suo corpo abitano alcune fra le pagine più brulicanti e vorticose della letteratura tutta. Ha recentemente portato in scena al Teatro Vascello le opere di Camus, Pasolini, Testori, Cortázar, Bolaño. Di quest’ultimo ha appena letto in audiolibro Notturno cileno, edito da Emons. Fabrizio Gifuni sa suonare le parole ad alta voce, trasferirle dalla pagina alla scena con l’abilità di un traghettatore esperto.

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Matti da giocare, ecco la terapia del pallone

Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

«Io non provo vergogna di essere matto» dice Luis, ridendo. «Se sono matto sono matto». Luis è il portiere uruguagio che difende i pali della nazionale italiana, un oriundo, come Sivori e Maschio nei bei tempi andati. Solo che questa è la nazionale dei pazienti psichiatrici e il mondiale si è giocato in Giappone, non in Cile. Luis soffre di depressione, per tenerla a bada prende farmaci da quando ha dieci anni. Depakin 500, Zyprexa 20 mg. Antiepilettici, antipsicotici. «E quando avevi la depressione cosa facevi?», gli chiede la voce fuori campo del regista, Volfango De Biasi. «Mi tagliavo» risponde Luis.

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La stanza di Therese: un estratto

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dall’ultimo libro di Francesco D’Isa, La stanza di Therese (tunué).

di Francesco D’Isa

Ho contemplato il panorama di questa stanza fino allo sfinimento e ho ripetutamente imposto posizioni, ruoli e confini agli oggetti che mi circondano. I libri, soprattutto. Ne ho acquistati a sufficienza da creare tre ziggurat sulla scrivania (li impilo dal più grande al più piccolo) e due sui comodini, mentre il rimanente dorme nei cassetti.

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Vita di nullo, un racconto eroicomico

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

In Canzone quasi d’amore Francesco Guccini descrive quell’esperienza diffusa e insieme individuale che è «il vivere in provincia» attraverso l’oscillazione tra due poli che sono «la grazia o il tedio a morte»; prima ancora, per il Federico Fellini di Amarcord e I vitelloni la provincia è il luogo della vitalità e delle brume, degli impulsi incoercibili proprio malgrado trattenuti, delle attese e delle procrastinazioni: la piattaforma immobile da cui lo sguardo si allunga malinconico fino a oltre l’orizzonte a cercare qualcosa che non trova mai.