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Fare politica, dopo il voto

Riprendiamo un intervento di Martina Testa apparso originariamente su Medium.

di Martina Testa

I miei amici di Facebook li conosco tutti; sono, quasi senza eccezioni, persone mediamente colte, e progressiste come me. E, senza eccezioni, gli voglio bene. Ma tutti i loro post che ho letto prima durante e dopo le elezioni, post di accuse, controaccuse, sconforto, indignazione e presa per il culo nei confronti, complessivamente, di ogni forza politica italiana, nessuna esclusa, mi hanno stomacata. Tutti salvo uno, quello della mia amica Sabrina, militante di un certo movimento politico fin dalla prima ora, che ha postato una sua foto sorridente con il badge di rappresentante di lista al collo. Era felice di prestare servizio quel giorno al seggio, ed è stata felice del risultato.

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Il filo nascosto tra amore e potere. Sul film di Paul Thomas Anderson

For the hungry boy, my name is Alma. Per il ragazzo affamato. Il mio nome è Alma.
Comincia così la loro storia. Lui ha fame e lei è Alma, il suo cibo. Per via del suo nome, Alma vuole dire nutrimento. Alma è la cameriera che il grande sarto, il genio della moda Reynolds Woodcock nota mentre inciampa portando un vassoio, una giovane donna che lui crede di poter rivestire della classe che non ha, o semplicemente di una nuova pelle, quella che lui vuole per lei, per come la vede lui, per come la vuole lui.

La prima cosa che fa quando la invita a cena è levarle il rossetto dalle labbra, per vedere, dice, con chi sta parlando. Una richiesta di verità, si direbbe, mentre così inaugura il suo primo atto di potere su di lei. Lei deve essere come la vede, la vuole, lui. Il secondo atto sarà prenderle le misure, dimensioni, centimetri di corpo, il seno che non ha e che rimpolperà come e se lo vorrà lui, quel po’ di pancia che menomale gli piace e quei difetti che solo lui sa come nascondere sotto i suoi vestiti. Lui è il demiurgo, quello che la sa esaltare, che la rende bella agli occhi suoi e del mondo, l’unico che le dà quel che le manca. Lei è la sua creatura, grata, e a suo agio, con la sua vanità, un po’ arrivista e provinciale, ma sincera. Lei sembra subire, sembra assecondarlo, sottomessa, dedicata, geisha dolcissima, pronta a svegliarsi all’alba e stare in piedi all’infinito per soddisfare la fame di lui che insieme ai tessuti le cuce addosso il ruolo di donna rispettosa del suo metro, delle regole di un gioco che conduce da sempre con l’aiuto e la maestria del suo alter ego, Cyril.

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Hayden White: il passato messo in scena

Il 5 marzo è morto Hayden White, filosofo della storia e storico della cultura, autore di testi che hanno profondamente influenzato il dibattito accademico sul rapporto tra i fatti storici e la loro rappresentazione. Lo ricordiamo con un’intervista uscita sul manifesto nel 2006. Proprio quando, negli anni ’70, la polizia di Los Angeles lo considerava […]

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A tavola con l’Hyperion

Hyperion è il nome di una scuola di lingue aperta a Parigi negli anni ’70, che per alcuni fu il vero e segreto cervello delle Brigate Rosse. Questo è il racconto di un incontro con Corrado Simioni, fondatore di Hyperion. Simioni è scomparso nell’ottobre 2009. L’articolo è stato pubblicato nel novembre 2009 su L’Europeo.

L’arrivo.

Avvio il motore della macchina alle otto del mattino del 30 dicembre 2007, vigilia di capodanno. Raggiungerò il luogo in cui Corrado Simioni vive, una frazione collinare nel dipartimento della Drôme, Francia sud orientale, soltanto intorno alle sei di sera. Di Corrado Simioni si dice che sia stato, nei primi anni ’60, un militante della corrente autonomista del PSI. Dal quale poi venne espulso. Si dice che a Milano lavorò per L’Usis, un istituto culturale con compiti di diffusione della cultura americana nel mondo, ma all’occorrenza utilizzato in funzione anticomunista. Si dice che a Monaco di Baviera, alla metà degli anni ’60, lavorò per Radio Free Europe, emittente radiofonica foraggiata dalla Cia. Si dice che fu tra i relatori del convegno di Pecorile con il quale, nell’agosto 1970, si sciolse il Collettivo Politico Metropolitano e nacque il primo nucleo delle Brigate Rosse.

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A Milano, nella pioggia: “Follia maggiore” di Alessandro Robecchi

di Marta Fana

Piove troppo a Milano. E con la gravità la pioggia sfianca un pezzo di città, quello che non può rifugiarsi sotto i cartelloni pubblicitari che la invadono, quello che non può permettersi di guardarla dalla suite di un hotel a Porta Venezia. È il modo in cui la presenta Alessandro Robecchi – giornalista e scrittore che non ha bisogno di presentazioni – nel suo ultimo romanzo Follia maggiore (Sellerio Editore, pp.390, 2018).

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“Organizzarvi è un vostro dovere”. L’eredità di padre Óscar Romero

(fonte immagine)

A Napoli nella bellissima chiesa settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo, edificata alla fine del Cinquecento nel cuore del vicolo stretto di San Biagio dei Librai, s’incontrano le parole del Beato Óscar Arnulfo Romero. Padre Mariano Imperato, parroco da trentatré anni, è custode, studioso e divulgatore dell’autentico lascito testuale del buon pastore salvadoregno, assassinato il 24 marzo 1980 con un proiettile a frammentazione, esploso all’altezza del cuore, mentre celebrava la messa.

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Rocco 78

Una poesia di Marco Mantello composta nel 1998 e uscita nel 2002 su Nuovi Argomenti.

szalay

Ritratto d’Europa ai giorni nostri. Intervista a David Szalay

David Szalay sarà per la prima volta in Italia per tre appuntamenti: 17 marzo alle 16 a Libri Come, Auditorium Parco della Musica di Roma con Dario Pappalardo. Il 19 marzo alle 18 per l’anteprima di ScrittuRa festival alla biblioteca Classense di Ravenna con Matteo Cavezzali. Il 20 marzo (in collaborazione con il Salone Internazionale del Libro) alle 18.30 alle OGR Torino con Paolo Giordano (fonte immagine).

di Matteo Cavezzali (traduzione di Federica Angelini)

Nato in Canada, ha vissuto in Inghilterra e in Ungheria, quella di David Szalay è considerata una delle voci più interessanti della nuova letteratura internazionale. Finalista al Man Booker Prize, secondo il quotidiano britannico Daily Telegraph è tra i venti migliori scrittori under 40. Il suo quarto libro “All That Man Is” è stato pubblicato da Adelphi, tradotto da Anna Rusconi, con il titolo “Tutto quello che è un uomo”. Il libro le vite di nove uomini, in diverse età della vita, dall’adolescenza alla vecchiaia in nove paesi diversi, tracciando indirettamente la biografia di un continente: l’Europa oggi.

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“La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro. Una favola politica e d’amore radicale

La bellezza propria di un’opera d’arte sta in una dote: più la contempli più ne scopri le dimensioni. Questo genere di densità fa di un’opera d’arte un capolavoro.

Per questo sono tornata più volte sulla favola di Guillermo Del Toro, scoprendo alla fine che la storia evocata era profondamente diversa dai precedenti più immediati: La Bella e la Bestia di Cocteau, Il mostro della laguna nera di Jack Arnold. Per non dire, di tutte quelle altre pellicole in cui una creatura più o meno aliena entra in contatto con una creatura umana che, quando è una donna o un bambino, ha il potere di rendere più umano il «mostro».

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In memoria di Antonio Infantino

(L’immagine è tratta dal documentario Antonio Infantino, una delle biografie possibili, di Marco Giappichini e Vincenzo Libonati, che ringraziamo per la preziosa ricerca).

Poche settimane fa, il 30 Gennaio, è scomparso Antonio Infantino e con lui una delle figure più affascinanti, eccentriche e degne di attenzione del panorama culturale italiano. Antonio era un artista geniale, provocatore, coltissimo, in largo anticipo sui suoi tempi, in grado di attraversare gli anni culturalmente più fecondi del Dopoguerra italiano a testa alta, collaborando con ben più noti protagonisti della scena artistica, alcuni dei quali hanno sempre onestamente dichiarato la sua influenza sulle loro opere.