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Battisti, il nostro caro Lucio

di Simone Bachechi

Metà  di giugno 1970. Giulio Rapetti (in arte Mogol) è riuscito a convincere il “suo” Lucio a intraprendere una cavalcata attraverso l’Italia, da Milano a Roma. Progetto poetico e affascinante del quale la stampa che già stringe nella morsa il duo più noto della canzone italiana darà conto. Lo stesso Lucio ne scriverà. Un progetto, quello della cavalcata, che lungi da essere uno strumento promozionale, il duo Battisti-Mogol aveva già scardinato le porte del successo, è anche una sorta di manifesto ecologista che per certi versi assomiglia ad altre imprese letterarie e artistiche. Anche se con diverse sfumature, viene in mente il Viaggio in Italia di Piovene o il reportage di Pasolini su è giù per la penisola che è Comizi d’amore.

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Donne che traducono

Tradurre è un atto politico

A ribadire con fermezza la politicità dell’atto del tradurre, è il libro Donne in traduzione (Bompiani, pp. 570, 25 euro), antologia di saggi curata da Elena Di Giovanni e Serenella Zanotti, entrambe ricercatrici e docenti di lingua e traduzione inglese.

Sfilano dentro il volume saggi dedicati alla traduzione femminista, sviluppatasi come teoria e come pratica a partire dagli anni ottanta e utile oggi a capire l’importanza del mestiere di traduttore. “La traduzione è uno degli ambiti professionali tradizionalmente riconosciuti come femminili”, scrivono le due curatrici in prefazione al libro, evidenziando come la relazione tra traduttrice donna e scrittore uomo rientri spesso in quella logica binaria “che induce a definire donne le infermiere e uomini i medici, donne gli insegnanti e uomini i professori, donne le segretarie e uomini i dirigenti d’azienda”.

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“FINCHÉ LA STORIA NON SI RIMETTA IN MOTO”: SU FRATELLO MINORE DI STEFANO ZANGRANDO

“Non era un capolavoro, ma l’immaginazione che vi albergava aveva qualcosa di irresistibile: era una forza innocente, libera e divertita, che mi riempiva di euforia e rafforzò la sensazione di aver trovato un consimile, un compagno di strada – un fratello?”

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Scrivere di cinema: La Llorona

di Giuseppe Fadda

In tempi recenti si è parlato molto spesso di rinascita del genere horror, forse impropriamente dal momento che l’horror non ha mai smesso di offrire film stilisticamente ricchi e tematicamente complessi. Ma sicuramente si può dire che il genere, negli ultimi anni, abbia sfornato alcuni prodotti particolarmente significativi: un esempio è The Babadook di Jennifer Kent, in cui la storia dell’orrore cela una profonda riflessione sul dolore e sulla perdita; un altro è Hereditarydi Ari Aster, in cui l’elemento paranormale non è che una metafora per il trauma e per la sua capacità di disintegrare una famiglia; ed è impossibile non citare i film di Jordan Peele, Get Out e Noi, in cui l’horror diventa uno strumento per muovere una feroce critica al razzismo e al classismo che permeano la società americana.

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Dritto al cuore di Luca Di Bartolomei: guardarci indietro per andare avanti

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di Federico Vergari

Si intitola Dritto al cuore. Il sottotitolo è Armi e sicurezza: perché una pistola non ci libererà mai dalle nostre paure, ed è uscito per Baldini + Castoldi. La libreria Feltrinelli della stazione di Firenze Santa Maria Novella lo tiene (e rimpolpa le copie quotidianamente) nella sezione “Politica” ma – ci fosse – dovrebbe trovarsi di diritto in prima fila nello scaffale “Da leggere, senza storie”. Si tratta del libro di Luca Di Bartolomei edito da Baldini + Castoldi che proprio in questi giorni è andato in ristampa.

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Incontrando un capolavoro: “Il pane del patriarca” di Raduan Nassar

Di un libro si sente dire necessario, si legge indispensabile, si arriva a usare, con leggerezza estrema, il termine capolavoro. Lo si fa con buoni libri, talvolta con ottimi libri. Chi scrive che un romanzo è necessario lo fa, diamo per scontato, con onestà. Chi sottolinea che tali pagine, di uno scrittore o di una scrittrice, sono un capolavoro, di sicuro in qualche momento ha sussultato, non dubitiamo che lo abbia pensato.

È capitato, a volte anche al sottoscritto, e capiterà. Ma quante volte è vero? Quante volte accostandoci a un capolavoro reale vorremmo non averlo detto di un altro? Almeno qualche volta, perché il capolavoro ogni tanto arriva, magari dal passato, magari da lontano, e si fa riconoscere, semplicemente esistendo.

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La chiave a stella di Giorgio Poi

di Simone Tribuzio (foto di Fabio Mores)

“Scrivere, per me, è disegnare, unire le linee in modo che diventino scrittura, o disunirle in modo che la scrittura diventi disegno”
Jean Cocteau

Il prossimo 31 luglio si festeggeranno i cento anni dalla nascita di Primo Levi: partigiano, chimico e scrittore. Universalmente conosciuto per il suo impegno nel raccontare, attraverso diari e opere di enorme rilevanza letteraria, l’esperienza vissuta nei campi di concentramento di Auschwitz.

Con La chiave a stella cambiò direzione: fu infatti il primo romanzo di fiction dello scrittore torinese, che si inserì subito nel filone della letteratura industriale, e con il quale vinse il Premio Strega nel 1979.

Con Fa niente (Bomba dischi, 2017), Giorgio Poi, cantautore nato a Novara ma dall’animo cosmopolita, si era buttato in un calderone riempito di tropicalismi e di sonorità più mediterranee.

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Sopra e sotto la polvere, a dieci anni dal terremoto all’Aquila

Pubblichiamo, ringraziando editore e autrice, la prefazione di Carola Susani al libro di Alessandro Chiappanuvoli Sopra e sotto la polvere – Tutte le tracce del terremoto, uscito per Effequ.

di Carola Susani

A dieci anni dal terremoto all’Aquila c’è polvere, molta di più che in qualsiasi posto io sia stata, tranne forse nel Belice quando ci misi piede nel 1969. Non è solo la polvere del terremoto, anche se per le strade probabilmente ce n’è ancora, è anche la polvere della ricostruzione, della messa in sicurezza, dei restauri, delle nuove costruzioni; le polveri si mischiano. L’Aquila è oggi una città in cui i crolli, i vuoti il silenzio convivono con una vitalità nuova e con la polvere. Così, parlando della polvere, parliamo del terremoto e di tutto quello che è successo poi. La polvere ci guida attraverso il trauma, oltre i crolli.

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«Hiroshima mon amour è Faulkner più Stravinskij», 60 anni dopo

di Rossella Farnese

Rohmer: Saremo tutti d’accordo, credo, se comincio dicendo che Hiroshima è un film di cui si può dire di tutto.

Godard: E allora cominciamo dicendo che si tratta di letteratura.

Kast: I rapporti tra cinema e letteratura sono, a dir poco, ambigui e travagliati. La sola cosa che si può affermare è che i letterati nutrono un confuso disprezzo nei confronti del cinema […] La singolarità di Hiroshima è che l’incontro tra Alain Resnais e Marguerite Duras costituisce un’eccezione alla regola.

Godard: Quel che subito colpisce in questo film è che non sembra avere nessun riferimento cinematografico. Possiamo dire che Hiroshima è Faulkner più Stravinskij, ma non possiamo dire che è questo più quel cineasta.

Dopo la proiezione di Hiroshima mon amour al Festival di Cannes 1959, la redazione dei Cahiers du cinéma organizza una tavola rotonda – che aprirà il numero del luglio 1959 (n.97) – cui prendono parte il caporedattore Eric Rohmer, Jacques Rivette, Pierre Kast, Jacques Doniol-Valcroze, Jean-Luc Godard e Jean Domarchi.

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Non sono nati tardi – Uno sguardo sulla giovane narrativa cinese pubblicata in Italia

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La scrittrice Di An, oggi trentacinquenne, della provincia cinese dello Shanxi, in una intervista del 2011 affermava: “Voglio scrivere un romanzo davvero sorprendente, che sarà migliore di qualsiasi altro che abbia mai scritto. Credo inoltre che gli scrittori della generazione nata dopo il 1980 creeranno opere eccezionali che saranno ricordate dai nostri discendenti.” (fonte: globaltimes.cn)

Profezia, quand’anche si fosse dimostrata in parte veritiera, davvero poco recepita dalla  nostra editoria. Infatti finora di questa più che promettente autrice non si è pubblicato nessun romanzo. Ma la sua non è “compagna picciola”.