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Un meccanismo glaciale: “Il padrone” di Goffredo Parise

di Maurizio Cotrona

Mi sono avvicinato al romanzo “Il padrone” di Goffredo Parise, stizzito e affascinato dalla lettura di libri come “Sillabari” e “Il crematorio di Vienna”, in cui si trova una scrittura eccellente del tipo che sopporto poco. Stizzito perché ci sono frasi come questa, in cui intravedo un eccesso di vanità dello scrittore: “Una qualità degli organi visivi, non si sa se ricettiva o emanante, per cui l’occhio si ferma su un oggetto con tale rapimento da avvicinarsi all’astrazione, tanto perfetta e limpida è l’immagine che vi si specchia: in realtà la liquida e vorace sfera che comprende l’immagine attira in modo impercettibile, ma costante e fatale, l’oggetto specchiato, diminuendo fino ad eliminarla la distanza che li separa.” Affascinato perché, in alcuni passaggi, Parise smette di guardarsi allo specchio e si dimostra capace di toccarmi in profondità con il suo bisturi affilato.

“Il Padrone”, pubblicato nel 1964, è invece un romanzo raccontato con una prosa asciutta, funzionale. Parise spoglia la sua penna da ogni virtuosismo per metterla al servizio di… una storia? No. Dei personaggi? Neppure. La spoglia, ahimè, per metterla al servizio di un’idea e quando l’ho percepito, dopo una quarantina di pagine, non ho potuto che sprofondare nel regno della noia. L’idea è questa (la prendo dall’introduzione dell’edizione Feltrinelli): “la società industriale di massa, contraddistinta dal dominio della tecnica, dal produttivismo e dal consumismo, assomiglia a un lager, incatena vincitori e vinti ad un unico destino di reificazione e di morte.”

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I genitori raccontati dalla letteratura per ragazzi

Questo pezzo è apparso su Robinson – la Repubblica.

Quella mattina desiderai più di ogni altra cosa avere un padre come quello dei miei compagni di scuola. Un padre normale che mi lasciasse tranquillo perché uno a dodici anni certe cose è meglio se non le sa, non le deve sapere e deve pensare che tutto è bello e che tutto va bene. A dodici anni uno mica può stare a rompersi la testa. L’avete pensato anche voi? Allora non capite niente: auguro a tutti un padre come il mio.”

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Suburbicon. L’America noir di George Clooney

Suburbicon è una città immaginaria, che riconosciamo da subito come molto familiare. Ci sono le villette a schiera, le strade simmetriche, i giardini ben curati, i porticati. Siamo negli anni ’50 e la comunità che vi abita, a prima vista perfetta, nasconde risvolti loschi, pieghe marcie, una morale grottescamente “rattoppata”, come gli occhiali del protagonista del film, Gardner (Matt Damon).

La traccia narrativa principale racconta l’infanzia di Nicky (Noah Jupe), a partire da un traumatico episodio di sopraffazione che colpisce lui e la sua famiglia – il padre Gardner, la madre Nancy (Julianne Moore) e la zia Margaret, sorella gemella della madre (sempre la Moore) – all’interno delle mura domestiche. Vengono sequestrati e narcotizzati da due malviventi… ci scapperà un morto.

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Tutto è possibile. Intervista a Elizabeth Strout

Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo. (fonte immagine).

«Ciò che mi interessa principalmente è scrivere a proposito delle persone, senza accontentarmi di un solo sguardo», ha ripetuto spesso Elizabeth Strout, una delle autrici statunitensi più note, rispettate e ammirate. A Mantova, nei giorni del Festivaletteratura appena finito, è stata forse l’ospite più ricercata, circondata dall’affetto dei lettori.

Nel 2009 la consacrazione con la terza opera, Olive Kitteridge, che le è valsa il Pulitzer. Lei, originaria del Maine, a New York ha costruito la distanza necessaria a raccontare con una cura unica, asciuttezza e con empatia paesaggi interiori ed esteriori della provincia americana, scavando dentro esistenze ferite che ritroviamo nell’opera più recente.

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Avevamo davvero bisogno di Piazza Indipendenza?

di Miriam Aly, studentessa 19enne Siamo tutti oramai a conoscenza di ciò che è avvenuto a Roma in Piazza Indipendenza, a due passi dalla Stazione Termini: una situazione avviata il 19 Agosto 2017, in seguito allo sgombero dell’ex sede dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) in Via Curtatone, occupato dal 2013 […]

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Dopo la fine del lavoro, io

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal nuovo libro scritto da Giuseppe Genna, History, uscito per Mondadori.

di Giuseppe Genna

Stende il braccio e la mano e fa il giro di mezzo orizzonte. Nell’ovale immane fa l’enfasi con cui introduce l’arena Colosseo con i balzi rossi e gli abissi e gli spalti erosi dall’era e gli ordini superiori e i massi di travertino anneriti e le colonne imperiali ridotte a monconi e i pilastri immani e le volte rampanti e i corridoi anulari che furono e sono carceri e, come la cavea orale di un colosso fossile da millenni, dopo una morte di pachiderma e eroismo a memoria per i posteri, le fosse e le papille in muratura, ruotando su di sé a centottanta gradi, facendo perno sul terrazzamento, da cui si diparte la passerella, dice: «Questo è il futuro».

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L’estate dei roghi: perché marciare

Dopo aver pubblicato un report dalla marcia nella riserva naturale di Trapani, torniamo sull’estate dei roghi con il discorso tenuto dalla portavoce del Coordinamento Salviamo Monte Inici, che ringraziamo.

di Mariangela Galante*

A trentasette anni dalla storica marcia dello Zingaro che portò all’istituzione della prima riserva in Sicilia siamo ritornati qua per difendere e abbracciare lo Zingaro e tutte le aree verdi dell’isola minacciate dagli incendi di questa estate.

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“Lincoln nel bardo”: sull’ultimo libro di George Saunders

C’è un film del 2003 che si apre con un gemito, a cui segue un’allucinazione. Si chiama Padre e figlio (Отец и сын), il regista è Aleksandr Sokurov e la prima scena, appena dopo il buio, è costituita da inquadrature deformate di quello che, per la vicinanza e l’unità dei corpi nudi, sembra un rapporto sessuale tra due uomini. Per alcuni secondi, questa impressione è una certezza: la camera indugia sulle espressioni contratte del ragazzo, sulla presa dell’uomo più grande che sembra dominarlo. Poi, alla comparsa del dettaglio giusto, risulta chiaro che la scena, e il film intero, raccontano tutt’altro: un padre stringe suo figlio, combatte la convulsione che segue un terribile incubo, poi lo rassicura dolcemente.

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Johan Cruijff e la reinvenzione dello spazio

Johan Cruijff sapeva accendere la fantasia come pochissimi altri. Ogni suo movimento con il pallone, che Nureyev associava alla danza, era totale e produceva un’eco di emozioni che non si è spenta. Esiste un riconoscimento costante per il gioco dell’Ajax forgiato da Rinus Michels, cuore e anima del Calcio Totale, per una civiltà calcistica avanzata che ha sedotto il mondo, segnando non solo la storia dei Paesi Bassi con il vero fine della bellezza.

Non conta soltanto vincere, ma soprattutto come lo si fa. «Correvano e si passavano la palla in un modo insolito, seducente, scorrevano attraverso il campo seguendo traiettorie ricercate, intricate, ipnotiche», scrive David Winner nel bel saggio Brilliant Orange (minimum fax, 362 pagine, 18 euro, traduzione a cura di Fabio Deotto), che è pure un’anatomia della nazione olandese capace del coraggio e dell’ingegno di attrezzarsi per vivere anche sotto al livello del mare.

«Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno», diceva Alfredo Di Stefano, la Saeta rubia madridista, a proposito di Cruijff. Lui in un decennio stravolse il calcio olandese, che all’inizio degli anni Sessanta era ancora del tutto amatoriale, grezzo dal punto di vista tattico. Cruijff, all’epoca poco più che un ragazzino con i capelli lunghi, smilzo ma dall’energia incredibile, velocissimo, è stato l’avanguardia, l’icona di una rivoluzione culturale, politica e sociale che trasformò una piccola nazione puritana, austera e calvinista.

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L’utopia irresistibile: “Zero maggio a Palermo” di Fulvio Abbate

Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Giacomo Giossi

Quando nel 1990 Zero maggio a Palermo compare per la prima volta nelle librerie il passato non ha ancora preso la forma di una definitiva scatola nera fatta di nostalgia e rimpianto, ma è ancora una materia viva capace di restituire una visione del presente. Gli oggetti di cui è composto il passato non simboleggiano ancora un’epoca che si misura sulla qualità dell’impossibile, ma danno forma ad una possibilità che ancora resiste nel sogno a tratti dolcemente ingenuo di un’utopia del concreto. Un’utopia attiva e praticabile in tutta la sua irresistibile bellezza. Zero maggio a Palermo di Fulvio Abbate racconta così in maniera formidabile un periodo istantaneo che precede il crollo e anticipa la disillusione.

Un romanzo di post-formazione in cui non è la crescita l’elemento cangiante di un percorso intellettuale, politico e formativo che coinvolge i due giovani protagonisti, bensì l’attesa che viene prima della scomparsa. Ale e Dario – i due protagonisti – sono infatti immersi in una onirica quanto palpabile Palermo di fine anni Settanta, in cui il comunismo celebra i suoi riti all’italiana e le sirene dell’anarchia si mischiano con nuovi seducenti amori mentre sullo sfondo si impone ingombrante e invalicabile l’epica dei Beati Paoli.