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Milano Brucia

di Silvia Pelizzari

Eccola: dorme. Il corpo sul divano in una posa plastica, scomposta, la bocca aperta e la bava che le esce da un angolo. La casa è attraversata da una luce gialla, entra dalla finestra, le tocca la gamba destra.

Si sveglia per l’odore di bruciato che crede un sogno. La TV è accesa dalla sera precedente e Anna si guarda attorno, allunga la mano verso il pavimento, tasta il niente. Trova il telefono e guarda l’ora: sono le 11.50.

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Pronto soccorso per speleologi narrativi. Un reportage da Damanhur, il tempio sotterraneo più grande del mondo

Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Francesco Gallo: nei prossimi giorni seguiranno le altre due.

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Accade mentre la Strada Provinciale 460, simile alla cicatrice sulla schiena di un gigante, percorre il territorio della Val Chiusella. Il tramonto dell’ultimo scorcio di marzo si squaglia sopra le creste asimmetriche delle Alpi Occidentali attraverso il finestrino impolverato dell’autobus. Gonfi rilievi collinari, colpiti dalle interferenze delle morene, tentano di variare il ritmo di un paesaggio fin troppo monotono: lunghi filari di alberi spelacchiati; cartelli autostradali prima verdi poi bianchi poi blu, quindi di nuovo verdi di nuovo bianchi di nuovo blu; centinaia di abitazioni con il giardino il balcone le serrande, le tegole coibentate: ogni elemento scorre rapidissimo, radiografato dall’andamento sinusoidale dei cavi elettrici che si ergono a bordo strada. Impossibile mettere in discussione quest’impressione di fissità. La meraviglia, purtroppo: la sto già perdendo.

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Delicatezza ed empatia: il songwriting di David Allred

Una versione più breve di questa presentazione del nuovo disco di David Allred è uscita sul numero di gennaio di Blow Up.

La premessa dovuta è che il precedente “The Transition”, uscito poco più di un anno fa, è stato per chi scrive uno dei migliori album del 2018, una raccolta di dieci tracce con le quali David Allred ha proposto una forma di cantautorato assolutamente inedita, ipnotica, paralizzante nella sua bellezza, anche grazie alle partiture d’archi e ai synth di Peter Broderick, nome di punta dell’avan-garde folk contemporaneo.

Per il nuovo lavoro “Alone On Friendship Island” David decide di normalizzare il suo songwriting e, pur continuando a preferire atmosfere minimali e neoclassiche, di misurarsi con la forma canzone e tornare ai rivoluzionari dell’introspezione, Nick Drake su tutti. Il risultato è ancora una volta eccelso. Con tutta probabilità il nostro rimarrà un artista per pochi, eppure il consiglio per chi ha la sensibilità necessaria ad entrare in punta di piedi dentro certe gradazioni del grigio è di non perdere l’occasione di assaporare il brivido della sua raffinatissima musicalità.

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Sull’uso pubblico della storia, a proposito di un articolo di Walter Veltroni su Sergio Ramelli e di un altro di Mauro Piras

di Christian Raimo Ieri ero a un convegno all’università a Perugia, in un contesto felice, come anche la settimana scorsa, a Urbino, a discutere di nazionalismi, patriottismi, costruzione dell’identità nazionale. Ho fatto a un certo una domanda in entrambi i casi: se vi chiedo cosa mette insieme Lungotevere Arnaldo da Brescia, Riano Flaminio, Rovigo e […]

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La prima emergenza sanitaria nell’epoca dell’Intelligenza artificiale

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

La principale preoccupazione di molti cinesi nell’epoca dell’esplosione del coronavirus è causata dalla necessità di sapere se nel corso dei giorni precedenti allo scoppio dell’epidemia è capitato di stare a contatto o vicino a qualcuno contagiato dal virus.

Saperlo – nella Cina di oggi – è diventato semplicissimo: le compagnie telefoniche cinesi e alcune applicazioni (ad esempio quelle delle ferrovie statali) hanno approntato dei sistemi attraverso i quali le persone hanno potuto controllare se nel corso dei propri spostamenti in treno o aereo, erano vicini o a contatto con qualcuno che è finito poi contagiato o peggio ancora ammalato e ricoverato in qualche ospedale.

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Paninari – una storia italiana

di Lorenzo Orlandini

[questo articolo è apparso originariamente sulla fu Slipperypond; esso prendeva le mosse dal ritrovamento di una copia del giornalino “Paninaro”, i cui scan sono purtroppo andati perduti, ma Alessandro Apreda ne ha raccolti e pubblicati altri due sul suo blog e si può fare riferimento a quelli: 1. 2.]

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paninaro1Per un certo periodo della mia vita c’è stato qualcosa di irrisolto tra me e i Paninari, da quando ancora moccioso assistevo stupito al dissanguamento economico delle famiglie dei miei compagni di classe, affannati nella rincorsa di un sogno anni ’80 incarnato dalle felpe Best Company.

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Nessuno è come qualcun altro: quindici nuove ragioni per vivere nell’ultima antologia di Amy Hempel

«Amo i racconti perché credo rappresentino il modo in cui viviamo», scriveva Andre Dubus nel 1978. E se non proprio il modo esatto in cui viviamo, il racconto traccia e illustra lo spazio intimo che abitiamo – quello dell’esistenza frantumata – in cui si svolgono i nostri piccoli dispiaceri quotidiani.

È ciò che succede anche in Nessuno è come qualcun altro di Amy Hempel, che segue un lungo silenzio editoriale (non italiano, poiché all’inizio del 2019 SEM aveva già pubblicato Ragioni per vivere, un’antologia che raccoglieva tutte le sue opere precedenti) dopo le ultime uscite straniere del 2008 e del 2010 con Quercus e Algonquin.

La forma racconto, mai come in America, genera da sempre visioni e rappresenta il luogo d’elezione in cui convergono e si fondono fiction e vita reale, dando vita al realismo magico del nostro ultra-danneggiato presente. Amy Hempel – allieva di Gordon Lish, l’editor che contribuì al successo, tra gli altri, di Raymond Carver, Richard Ford e Grace Paley –, scrittrice minimalista e minimale nella prosa ma sovrabbondante nell’intenzione emotiva, ha fatto della short story molto più di uno stile: ne ha introiettato la forma per restituirci un’impressione complessa ed emotiva della realtà, filtrata da un’empatia sempre tesa a rappresentare i più reconditi movimenti del cuore.

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«Io sono la bestia», il romanzo seriale di Andrea Donaera

di Alessio Paiano E in questi momenti di nudità, sotto lo sguardo dell’animale, tutto può succedermi, sono come un bambino pronto per l’apocalisse, sono l’apocalisse stessa, cioè l’ultimo e il primo evento della fine, la rivelazione e il verdetto (Derrida, L’animale che dunque sono) Il romanzo d’esordio di Andrea Donaera, Io sono la bestia (NN […]

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Un racconto sulla “storia della colonna infame”: terza parte

Pubblichiamo la terza e ultima parte della serie a cura di Virginia Fattori dedicata al classico di Alessandro Manzoni. Qui la prima puntata, qui la seconda.

di Virginia Fattori

A seguito delle parti I e II sulla Storia della Colonna infame,  è emerso come Alessandro Manzoni aprì “un processo contro un processo”. L’ autore milanese arricchì la sua dissertazione con un’importante critica nei confronti della tortura. Questa pratica violenta si rivelò una risorsa incisiva all’interno dei meccanismi cospirativi, da un lato per la dimensione corporea dell’uomo torturato che acquistava uno strabordante valore simbolico; dall’altro per il dolore e la gogna pubblica. Per il Manzoni questo fu il punto più basso dell’ingiuria poiché gli uomini spostarono i limiti che la Legge avrebbe dovuto porre. Così cadde la natura e si entrò nel baratro infernale della crudeltà e dell’impunità, due certezze nella storia del Piazza e del Mora.

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Alprazolam nel sottosuolo

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di Marco Renzi

Ginevra è l’unica persona di cui mi posso fidare. È anche l’unico medico che conosco oltre al mio, il dottor Brentani, che al telefono non risponde mai alla prima. Stavolta non faccio neppure il secondo tentativo, tanto già m’immagino il suo consiglio: Va’ al pronto soccorso. Oppure: Mettiti un dito in gola e vomita.

Dio bono, ci provo ma non esce nulla, e non posso telefonare a mia madre, a mio padre o a mia sorella: andrebbero nel panico, non sarebbero d’aiuto. Non posso dir loro d’aver ingoiato dodici pastiglie di alprazolam senza farmi dare della testa di cazzo, e ora di certo non ho bisogno di rimproveri; non  servono mai quando senti di poter crepare.