migranti augusta

Scavare nell’oggi

di Marco Pettenello

Questo pezzo è apparso sul numero di novembre della rivista Gli Asini, che ringraziamo (fonte immagine).

Un pomeriggio di quasi dieci anni fa camminavo per Venezia quando mi telefonò Andrea Segre. Voleva propormi di lavorare insieme al suo primo film, la storia di una barista cinese e un pescatore di Chioggia. Era un film da girare in cinese e dialetto chioggiotto, pieno di vecchi, immigrati e bazzicatori del porto econ un finale malinconico,. Lessi le pagine che aveva scritto e gli dissi di sì, che ci avrei lavorato volentieri. “Occhio però”, aggiunsi un po’ per scherzo, “stai prendendo una strada difficile”. Lui rispose: “Sì lo so, ma è la mia strada”.

fulmine

Perdersi nella realtà: “Libro dei fulmini” di Matteo Trevisani

Quando, nell’antica Roma, un fulmine colpiva la terra nel pieno della notte, questo fatto era interpretato come un segno particolarmente funesto. Secondo l’interpretazione antica, infatti, i fulmini notturni venivano scagliati da Summano, una divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte, e si riteneva che tali eventi aprissero un canale di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per porre rimedio a questo sconvolgimento e ripristinare l’ordine precedente, i sacerdoti compivano una vera e propria cerimonia di riparazione: sotterravano le tracce del fulmine caduto con tutto ciò che esso aveva colpito, e sulla sepoltura ponevano una lastra di marmo con sopra la scritta FCS, ovvero «Fulgur Conditum Summanium», «qui è stato seppellito un fulmine di Summano».

Walter-Veltroni

Come un romanzo scritto in modo osceno può produrre una grave mistificazione culturale e politica: su “Quando” di Walter Veltroni

di Christian Raimo Come tutta la produzione artistica e intellettuale di Veltroni (i suoi film, i suoi romanzi, i suoi saggi politici, le sue recensioni cinematografiche, le sue poesie, le sue infinite prefazioni, qualunque cosa abbia scritto), anche l’ultimo romanzo di Veltroni, Quando, edito da Rizzoli, è molto brutto, di una tale bruttezza che diventa […]

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I fiori di fulmine di Ben Lerner

Chi viene colpito da un fulmine può sviluppare sulla pelle una sorta di tatuaggio, una specie di disegno ramificato che rimane addosso diversi giorni, causato, con ogni probabilità, dal danneggiamento dei capillari. Questi tatuaggi sono detti “Fiori di fulmine” o col nome scientifico “Le figure di Lichtenberg”, in onore del fisico tedesco che le scoprì. Queste lesioni piccole, ramificate; questi tatuaggi appena accennati destinati a lasciare traccia e subito dopo a sparire sono perfetti per descrivere le cinquantadue poesie di questa prima raccolta di Ben Lerner, uscita negli Usa nel 2004 e pubblicata in Italia da qualche settimana, da Tlon Edizioni, con la meravigliosa traduzione di Moira Egan e Damiano Abeni.

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Il senso di Valerio Mastandrea per le nostre vite

(fonte immagine)

di Barbara Belzini

“The place”, il nuovo film di Paolo Genovese, quel regista che ha stupito l’Italia incassando quasi 20 milioni di euro nel 2016 con “Perfetti sconosciuti”, non è una commedia. Non è nemmeno una commedia agrodolce: con grande rispetto del pubblico, Genovese propone qualcosa di completamente diverso ma anche vagamente simile al precedente, perché anche questo è un film completamente in interno e fatto tutto di parole e racconti, ispirato ad una serie tv americana,“The Booth at the end”. La tagline del film è “Che cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?” ma potrebbe anche essere quella di “Coraline” “Be careful what you wish for” o “All you have to do is push the button”, come quella di un altro film molto interessante sull’etica e la morale, “The Box” di Richard Kelly (ovunque tu sia, Richard, torna, ci manchi).

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L’Apocalisse non profetica di Calasso: “L’innominabile attuale”

di Daniele Capuano

Non poche pagine de L’innominabile attuale possono dare al lettore un’impressione insieme corretta e parziale: sembreranno lampeggiamenti aforistici appartenenti al migliore lignaggio del “pensare breve” novecentesco, alcuni definitivi, fino alla perentorietà apodittica. Si tratta senz’altro di passi in cui il percorso argomentativo e la fatica meditativa rimangono velati o nascosti, ma proprio in quanto sono il precipitato di una riflessione iniziata almeno ai tempi de La rovina di Kasch, indubbiamente l’opera fondamentale di Roberto Calasso, che oltre a intrecciare i fili di un’indagine religiosa, storica e filosofica immensa, si presentava come un semenzaio ancora in attesa di tempo, acqua e luce per fiorire pienamente.

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Quello che accade ai nostri corpi: “Ipotesi di una sconfitta” di Giorgio Falco

I corpi, la luce, le voci. A partire da Pausa caffè, il suo esordio del 2004 – dove raccontava il deflagrare del lavoro a cavallo tra il ventesimo secolo e il principio del nuovo millennio –, l’ossessione letteraria di Giorgio Falco continua a essere, coerente e inesorabile, l’avventura della materia umana alle prese con le metamorfosi della Storia.

Capace come pochi di concentrarsi sui fenomeni più minuti e di trasformarli in linguaggio, per Falco narrare è descrivere che cosa accade ai nostri organismi esposti ai paradossi e alle deformazioni del tempo, che cosa accade alla nostra pelle, agli occhi, alle bocche, agli arti, ai muscoli ai tessuti; che cosa accade allo spazio fisico in relazione alle merci e al denaro, che cosa accade al lavoro, osservato – attraverso una specie di incanto analitico – nei suoi più infinitesimali meccanismi.

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Le lezioni di Jurij Lotman

«Gente. Destini. Quotidianità», «I rapporti tra le persone e lo sviluppo delle culture», «Cultura e intellettualità», «L’uomo e l’arte» e «Puskin e il suo ambiente»: sono questi i titoli dei sei cicli di incontri tenuti da Jurij Lotman, tra i più grandi pensatori e studiosi del Novecento, tra il 1986 e il 1992, ideati per una serie televisiva dal titolo Conversazioni sulla cultura russa, che aveva il non facile compito di offrire al popolo russo un ritratto e la loro memoria, e che adesso Bompiani propone in libreria nella sempre tanto algida quanto felice collana degli Studi, con la traduzione di Valentina Parisi e la cura e l’introduzione di Silvia Burini, appassionata studiosa di Lotman che omaggia con un saggio introduttivo che restituisce i movimenti principali del suo pensiero.

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Ero un estraneo: Leonard Cohen e il modo di dire addio

Una versione più lunga di una recensione pubblicata sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Ho letto Il modo di dire addio, il libro che raccoglie diverse interviste rilasciate negli anni da Leonard Cohen, ascoltando allo stesso tempo le sue canzoni, disordinatamente, a volte riascoltandole anche due o tre volte in seguito, facendole ripartire un istante dopo l’ultima nota. Ci manca Leonard Cohen e nelle pagine di questo libro, a dispetto del bellissimo titolo, il modo di dirgli addio proprio non si riesce a trovare. Vien voglia di cercare L.C. da qualche parte dove è passato, nelle città dove ha vissuto, Montreal – in due strade a suo dire “meravigliose”, Belmont e Vendome – Londra, New York, Los Angeles, ma anche l’isola greca di Idra, e a Cuba, a L’Avana. Lo ritroviamo nelle canzoni, certo, e nei libri che ha scritto. Curato dal giornalista americano Jeff Burger, questo volume (pubblicato in Italia dal Saggiatore) è, come dire, una panoramica d’artista.

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Scrivere di cinema: Blade Runner 2049

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Eugenio Radin

Dell’ultima fatica di Denis Villeneuve si è già scritto anche troppo rispetto a ciò che di una simile opera si potrebbe dire nel breve termine: al di là dell’evidente spettacolarità visiva della pellicola, nella quale l’occhio di Roger Deakins sfida la cinepresa di Villeneuve in una gara di bravura senza esclusione di colpi, Blade Runner 2049 è un film che necessita di essere meditato, rivisto, ripensato, digerito, inserito all’interno di un contesto tecnologico-sociale, ma anche considerando il percorso artistico e autoriale di un regista tra i più interessanti della hollywood contemporanea. Ci dobbiamo certo aspettare altre analisi su quest’opera e sul modo in cui essa ci parla di noi come uomini e come abitanti di un presente tecnologizzato.Ma questo domani, a mente fredda.