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Contro la libertà di abuso

Pubblichiamo un pezzo uscito su L’Espresso, che ringraziamo (fonte immagine).

È accaduto anche a me. Quello che accade alle donne da tutta la storia. Sto parlando con un uomo, prendo parte alla discussione seduta a un tavolo di uomini, parlo a un’assemblea pubblica, quale che siano i rapporti di potere, se prendo parola, ancora, dopo anni di lotte, rivendicazioni, e rivoluzioni, come accade alle donne, posso non essere ascoltata, posso non essere vista, può succedere che quello che racconto non venga creduto, che la mia opinione non venga presa in considerazione, che la mia idea venga sottovalutata, copiata o scippata.

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La nostra garanzia si chiama complottismo

di Dario De Marco

Allora, mio caro Generale, come va?

Bene, Eminenza, molto bene, grazie. Un po’ in ansia per quel piccolo conflitto, laggiù…

Quell’ultimo che è esploso, dice? Oh misericordia divina, certo nonostante quei popoli ci siano più che abituati, è sempre triste vederli sterminarsi a vicenda… Speriamo che finisca al più presto, vero?

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La Francia di Barthes e Mitterand nel romanzo di Laurent Binet

«La vita non è un romanzo. O almeno vorreste credere che sia così. Roland Barthes risale Rue de Bièvre. Il più grande critico letterario del XX secolo ha tutte le ragioni per essere angosciato al massimo livello. Sua madre, con cui aveva un rapporto molto proustiano, è morta. E il suo corso al Collège de France, intitolato “La preparazione del romanzo”, si è risolto in uno smacco che difficilmente può nascondersi: per tutto l’anno ha parlato ai suoi studenti di haiku giapponesi, di fotografia, di significanti e significati, di divertissements pascaliani, di camerieri del bar, di vestaglie o di posti in aula magna – di tutto, tranne che del romanzo».

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Essere punk e sentirsi punk: Giovanni Lindo Ferretti e noi

Questo non vuole essere e non sarà l’ennesimo articolo dedicato all’ultima “mattana” di Giovanni Lindo Ferretti, né la rassegna aggiornata degli insulti che quotidianamente vengono riversati nei suoi confronti, dai luoghi più disparati della Rete: innanzitutto, perché la questione della sua inversione (o contorsione) ideologica non è affare di oggi né di ieri, ma data a quasi tre lustri fa; poi, perché il suo caso può dirci qualcosa di molto più interessante e che riguarda tutti noi, ancor più che lui.

“Scandalizzare gli scandalizzatori”: forse, l’ultimo tratto della parabola evolutiva dell’ex leader dei CCCP Fedeli alla linea, dei CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti) e dei PGR (Per Grazia Ricevuta) potrebbe essere riassunto così, con la precisazione che il complemento oggetto dello slogan necessita di una riformulazione.

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Il cruccio di un lettore selvaggio

Questo pezzo è uscito su Alias, l’inserto del Manifesto, che ringraziamo.

di Andrea Inzerillo

Una prova di ostinata fiducia nella lettura. Un elogio del mestiere di traduttore e delle vite più o meno ordinarie che si celano dietro figure abitualmente considerate “di servizio”. Un’analisi della materia di cui è fatto un libro, dagli aspetti redazionali a quelli tipografici. Una questione filologica che diventa un vero e proprio enigma, un caso letterario. Un invito alla ricerca: Una variazione di Kafka, il libro di Adriano Sofri appena pubblicato da Sellerio, è un po’ tutto questo.

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Federico Falco, Silvi e la notte oscura

Esiste un’altra Argentina, più distante più lontana da quella che conosciamo; un’Argentina diversa da quella che la letteratura ci ha più frequentemente raccontato. Un’Argentina al di fuori di Buenos Aires, non sfiorata dal Mar de la Plata. Un luogo fatto di ampi spazi e di chilometri da attraversare, un posto fatto di alberi e di piccole case. Un continente mappato da colline e pianure, e sullo sfondo le montagne. Sono i posti d’Argentina che non paiono essere stati attraversati dalle pagine tragiche della storia, perché sono spesso rimasti fuori dai racconti. Sono i posti in cui le persone sembrano fissate in un non tempo, uomini e donne non databili. Uomini e donne che esistono, ma nulla esiste al di fuori del racconto.

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Voler bene a Primo Levi 

L’11 aprile del 1987 Primo Levi viene trovato morto al piano terra della sua casa di Torino. Si è suicidato, dicono, gettandosi dalle scale. Ma la portinaia riferisce che quel giorno Levi, seppur stanco, era apparso cordiale come sempre (e come in ogni suo testo, diremmo da lettori). Un amico pure, il lunedì successivo avrebbe ricevuto una lettera scritta da una persona in apparenza tutt’altro che intenzionata a togliersi la vita. Potrebbero essere state le vertigini, allora, di cui lo scrittore e chimico torinese soffriva. Ma a quanto pare Levi soffriva anche di depressione, sin da ragazzo, e da qualche tempo aveva dovuto sospendere i farmaci per via di un intervento chirurgico. Non può essere un caso, allora, che avesse da poco rifiutato la presidenza di Einaudi, e che pare non riuscisse più a scrivere…

La biografia di un poeta è nella sua opera, ha detto qualcuno. E nelle sue opere minori soprattutto, aggiungo io: non è propriamente il caso di Primo Levi, forse, ma lì ci sono le tracce dell’uomo, spellate dalle manie di grandezza dell’artista.

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Focus Baudelaire – I fiori del male al Teatro Argentina

di Chiara Babuin e Adriano Ercolani

Il 9 Aprile 1821 nasceva a Parigi Charles Baudelaire, padre della poesia moderna, genio dell’intuizione filosofica paradossale, profetico critico d’arte, maestro tormentato di gnosi e vittima gloriosa della metafisica, supremo virtuoso della parola ridotto all’afasia, cantore dell’elevazione spirituale morto strozzato dalle bestemmie.

Un acrobata ebbro e sprezzante, teso verso l’infinito sull’abisso dell’inferno interiore, devoto così fedele del Bello da cercarlo in fondo al baratro dell’orrore, fascinosa e straziante incarnazione delle contraddizioni umane sublimate nel miracolo artistico di versi (e mirabili prose poetiche) di sovrana eleganza formale, proprio nella testimonianza spietata dell’epifania del Male.

1_Gian Maria Volonté-il Presidente in Todo modo (Elio Petri 1976)

Moro

MOlto doloROso. MOlto doloROso. MOlto doloROso.

Il fantasma di Moro infesta ossessiona paralizza l’Italia da quarant’anni esatti – dice il figlio Giovanni Moro (oggi sessantenne, quasi coetaneo del padre quando fu ucciso).

Un paese fermo, un paese senza – senza baricentro, senza sviluppo, senza evoluzione. Inghiottito da una (finta? vera?) guerra civile. Il sollievo degli anni Ottanta è effimero – fantasmatico anch’esso.

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Distopia finale: le storie che fanno di Final Fantasy VI il più grande videogioco di sempre

di Elia Pasini

Space Invaders (1978), Pac-Man (1980), Tetris (1984) e Super Mario Bros (1985) traghettano i videogiochi nell’età aurea. Da origini quasi mitologiche – progetti universitari secretati, simulatori delle dimensioni di un appartamento, Guerra Fredda come tema-ombrello – l’arte dei videogame acquisisce concretezza. Leggi: diventa industria, a colpi di produzione in serie e distribuzione globale.

Il mix di investimenti, congiuntura – gli anni ’80 alla costante ricerca di nuove forme d’intrattenimento – e comparsa di geniali pionieri sulla scena, porta il business a farsi pure trend culturale.