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L’alcol e la nostalgia

di Pierluigi Lupo Di solito per decidere se comprare o non comprare un libro, mi affido alla lettura delle dieci o venti righe iniziali. E molte volte quelle poche righe, lette in fretta, in piedi, nella luce spesso violenta di una libreria, sono sufficienti a non farmi pentire della scelta. Così è accaduto anche con […]

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Di generi, di genere e di altre magie (nere): un dialogo con Loredana Lipperini

L’esorcismo di uno spettro (individuale e collettivo); la nostalgia dell’eteronimo doppelgänger perduto; un regolamento di conti senza (?) spargimento di sangue; e un fantastico omaggio al fantastico.

Tutto questo è Magia nera, che esce oggi per Bompiani in spregio a chi pensa ancora che per le antologie di racconti, come titolava Ammaniti, il momento sia delicato. Quanto segue è un lusso vero per chi scrive: è la trascrizione di uno scambio appassionato con l’autrice, saggista, giornalista, incanta-radio Loredana Lipperini, oggi più che mai dalla parte delle streghe.

D: «Queste non sono storie che appartengono dichiaratamente a un genere, forse perché i generi, in fondo, non esistono. Esistono modi di raccontarle che partono da punti di vista ogni volta diversi: quel che cambia è il punto d’ingresso, e la strada che si sceglie di percorrere», scrivi nella tua chiosa finale a Magia nera e su Lipperatura. È una vita che te lo senti domandare ed è da una vita che per me si conferma, questa, la domanda delle domande, quindi partirei da qui: hai sempre avuto lo stesso rapporto con il genere? Quand’è iniziato il tuo innamoramento, e da cosa è nato — posto che si possa incollare un movente sopra al richiamo d’amore, qualunque esso sia?

L: È nato con le fiabe dei Grimm, edizione non adattata per i bambini, che la mia madrina mi regalò quando avevo sette anni.

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Salaria

Viaggiare in auto di notte mi è sempre piaciuto. Niente traffico, pochi rumori.

Se poi è estate – com’era allora – ti eviti anche il caldo, il sole che batte sulla lamiera, e sui vetri, e arroventa l’aria, e l’aria condizionata tenuta altissima, e puoi viaggiare fresco anche coi finestrini chiusi.
Aperti di un dito, al massimo.

Così, di notte, scappavo da Roma, in perfetto stile Remo Remotti, lungo la Salaria, che delle vie consolari romane è sempre stata la mia preferita. Duecento e passa chilometri che vanno da Roma a San Benedetto del Tronto, attraversando l’Italia, e gli Appennini, in direzione nord-est, seguendo una diagonale sghemba.

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Jade Sharma e i problemi di Maya

di Stefano Friani Tutti gli ingredienti di Problems – Stupefacenti complicazioni: Maya, una protagonista «marrone» q.b., figlia di due genitori indiani omette le sue origini perché non ha idea di che spiegazione darebbe quando le chiederebbero inevitabilmente perché le vacche siano sacre, piacente eppure con l’autostima di uno scrondo, lèggi bulimica, tossica di eroina e […]

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Dove finiscono le parole: un estratto

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Andrea Delogu Dove finiscono le parole, uscito per RaiLibri. Il testo racconta la scoperta, la convivenza e il confronto con le difficoltà legate alla dislessia, ed è stato stampato con una font ad alta leggibilità, EasyReading, adatta sia ai dislessici che ai non dislessici.

di Andrea Delogu

Papà, ho trovato un amico (1991). Ovvero quando non conoscevo la differenza tra mamma e mucca

Che strana cosa, penserete voi. Come si fa a confondere la mamma con una mucca? Impossibile. Certo, sono due parole di cinque lettere ed entrambe cominciano per emme, ma le somiglianze finiscono qui. Qualsiasi bambino già a un anno è capace di cogliere la differenza tra la sua mamma e una mucca, sa che la mucca fa “muuu” e adora stare tra le braccia della mamma. Ebbene, per me evidentemente la differenza non era così palese.

E dire che all’epoca di anni ne avevo sei e da poche settimane avevo cominciato a frequentare la prima elementare. Be’, è stato proprio alle elementari che, insieme alla maestra, ai compagni di classe e ai grembiuli è arrivato anche il mio primo vero nemico: il libro degli esercizi.

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Chris Offutt e la ricerca del padre

Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, che ringraziamo. (fonte immagine)

Kentucky orientale, Stati Uniti profondi. È in corso una cerimonia funebre, molto americana; chi interviene ricorda il defunto. Per l’occasione, le orazioni che si susseguono recitano più o meno così: «Uno come lui non si incontrava tutti i giorni». «Era un personaggio». «Era un personaggio». «Una volta è stato gentile con me». «Andy non andava d’accordo con molte persone, ma a me è sempre piaciuto». E ancora, «Era un personaggio».

Il defunto, «Andy», è Andrew Jefferson Offutt, autore di svariati romanzi da collocare in una serie parecchio più indietro rispetto alla lettera B dell’alfabeto; libri perlopiù pornografici, con occasionali sortite nella fantascienza e nel fantasy.

Al di là di questa attività, del resto perfettamente rispettabile, è proprio vero: Andy Offutt era un personaggio, un uomo in cui confluivano una severa educazione – figlia della Grande Depressione – una spiccata tendenza alla scrittura e ossessioni di varia natura.

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Cristo II

di Marco Mantello   “Solo che mia madre  così cristiana che calpestava il pane e dalla piana degli ulivi mia madre diceva che tutti erano tutti senza amore e intanto raccoglieva il seminato tutta china sul suo prete equamente divisa fra la scuola e il rancore Ma una volta assieme a Gina fissai il cielo […]

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Il figlio di Persefone: un estratto

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal romanzo di Maurizio Cotrona Il figlio di Persefone, uscito per Elliot.

di Maurizio Cotrona

Ade, Acciaieria, Pluto, Plutone, Italsider, cane nero, rapitore di anime, Riva, Nazione, cronide, assassino di Stato, teratogeno, diossina, oscuro, lupo, Cerbero, Aita, fabbrica, signore dei morti, progresso industriale, Tekne, CECA, tubificio, Finsider, colosso, Moloch d’acciaio, quarto centro siderurgico, Tànato, Edonèo, ILVA, affamatore di anime, monocultura, ratto, ricatto.

La prima pietra venne posata nel 1960, cinque anni dopo la fabbrica era stata inaugurata con parate e fazzoletti bianchi agitati al cielo. Una grande opera per il mezzogiorno. Una scelta politica basilare.

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Viaggio eminente nel tennis. Intervista a Matteo Codignola

(fonte immagine)

Per chi ama il tennis, Vite brevi di tennisti eminenti è un libro pressoché obbligatorio. Matteo Codignola, come la sua ironica sprezzatura lascia emergere nell’intervista, è alieno da facili nostalgie o entusiasmi iperbolici.

Non troverete l’epica del tennis anni ’70 o la celebrazione retorica di “quanto era bello il tennis di una volta”. Al contrario, l’autore, che apprezza il tennis contemporaneo, atleticamente frenetico, ci racconta le storie antecedenti all’era del professionismo.

Storie straordinarie, divertentissime eppure intrecciate ai crocevia più tragici della storia del Novecento, narrate in uno stile deliziosamente aristocratico eppure equilibrato, equidistante tral’incedere barocco dello Scriba Clerici e i funambolici calembour di Gianni Brera.

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“Maternità” di Sheila Heti. Un pezzetto di libertà vera

Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate. […]
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.