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Milano malìa: Una conversazione con Alberto Rollo

di Giulia Cavaliere

Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo.

Un’educazione milanese è l’opera prima di Alberto Rollo, mi­lanese, che di libri ne ha fatti nascere molti ma sempre scritti e firmati da altri. Oltre vent’anni trascorsi in Feltrinelli, di cui è stato direttore letterario, oggi è approdato in Baldini e Castoldi. Nel frattempo guadagna il suo posto meritatissimo nella cinquina del Premio Strega, con un racconto milanese che va ascritto nella rosa della migliore letteratura mai pro-dotta intorno e dentro la città. Lo sottraggo al vortice della vita a Casa Bellonci (dove ha sede la fondazione che organizza il Premio Strega, il cui vincitore sarà già noto nei giorni in cui ci troverete in edicola, Ndr) per una colazione dalle parti di Por­ta Romana, a Milano, con l’intento di farmi condurre nelle viscere della città, usando il libro come mappa politica ed emotiva.

Nell’introduzione scrivi che Milano ha sempre faticato a dirsi: dove vanno cercati i motivi di questa difficoltà?

Certamente è una metropoli complicata, con un’identità ur­bana sempre più lontana e una più vicina e complessissima identità metropolitana. Il conflitto, per esempio, tra «mene­ghinità» e milanesità è enorme perché la prima non riesce in alcun modo a includere tutto ciò che Milano ha continuato a essere e l’altro aspetto i narratori tendono a descriverlo co­me fondale e non come anima. O siamo troppo folclorici o siamo quelli che «la sterminata e disperata periferia milane­se…», c’è in mezzo qualcosa che è difficile da dire, io a ogni giro di pagina mi sono ripetuto: «vedi dove metti i piedi!», lascia che parlino la tua biografia e quella della città.

prima di domani

Scrivere di cinema: Prima di domani

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Elena Magnani

Per Sam questo San Valentino sarà un giorno speciale. Sarà il coronamento di tutti i suoi successi al liceo: la sua amicizia con le ragazze più popolari, la sua relazione con l’atleta più desiderato, il suo tanto atteso approdo all’età adulta con la perdita della verginità. Ma dopo un brutale episodio di bullismo e un incidente in macchina la giornata diventerà in fretta un incubo, che Sam rivivrà giorno dopo giorno scoprendo la violenza e gli errori che si nascondevano dietro la sua vita apparentemente perfetta.

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Storie viste dal buco: intervista a Anna Llenas

Questo pezzo è apparso su Robinson – la Repubblica, che ringraziamo.

Barcellona. Racconta Anna Llenas che per creare Il buco (Vacío in spagnolo, El buit in catalano, in Italia pubblicato da Gribaudo nella traduzione di Daniela Gamba) ha impiegato cinque anni.

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Vivere e lavorare alla Shakespeare & Company di Parigi

Dal nostro archivio, un pezzo di Sara Marzullo apparso su minima&moralia il 4 ottobre 2016.

È in una sera di fine giugno che Julia mi invita a cenare con gli altri tumbleweed nell’appartamento che un tempo era stato di George Whitman. Da un po’ a questa parte lo hanno messo a disposizione dello staff e dei ragazzi che dormono tra i libri, perché abbiano un posto dove cucinare; in questa stagione il tramonto arriva tardissimo e fuori dalla finestra Notre Dame è splendida come sono splendide le cose che non paiono mai vere.

Sotto il tavolo c’è Aggie, la gatta chiamata come Agatha Christie che un giorno è apparsa nella sezione dei gialli e che ha finito per essere adottata dalla libreria; se questa non fosse un’immagine davvero troppo stucchevole, direi che chiunque qui si sente come quel gatto: una volta che impari a muoverti in mezzo a quegli scaffali, andarsene diventa difficile.

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L’estate dei roghi. Salviamo i boschi

Il 25 agosto in tremila hanno marciato nella riserva naturale in provincia di Trapani per dire  Basta ai roghi che hanno devastato quest’estate la Sicilia e l’Italia e chiedere la creazione di un pool di magistrati. Questo è il resoconto di Enzo Di Pasquale. Su Minima&moralia abbiamo pubblicato anche un appello firmato da molti altri […]

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Venezia: diario di un selezionatore

Si inaugura oggi la 74esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Pubblichiamo un articolo di Nicola Lagioia apparso su Robinson – la Repubblica, ringraziando la testata.

Il 2 marzo del 2014, al Dolby Theatre di Los Angeles, Gravity di Alfonso Cuarón vinse 7 premi Oscar. Mentre il regista messicano parlava emozionato in diretta planetaria, in Italia sei individui si scambiavano sms entusiastici nel cuore della notte. Ognuno si domandava se fosse lecito telefonare a una settima persona, il capitano della squadra di cui facevano parte. Magari lui stava dormendo. Ma come poteva dormire chi aveva propiziato la prima uscita pubblica del film più celebrato della stagione?

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Vivere in Grecia durante la crisi: intervista a Petros Markaris

Dal nostro archivio, un pezzo di Graziano Graziani apparso su minima&moralia il 25 novembre 2013.

Questa intervista, uscita su Lo Straniero di ottobre, fa parte del materiale raccolto in Grecia lo scorso giugno per il radio-documentario Odissea Grecia. Viaggio ai tempi della crisi, che raccoglie storie di persone che hanno reiventato il loro lavoro e i loro consumi a causa della crisi. Dalla sanità alle fabbriche, dai mercati solidali alle precarietà degli artisti e dei lavoratori della conoscenza. Il documentario sarà in onda da lunedì 25 a venerdì 29 novembre, alle 19,45, per il programma Tre Soldi. Si può riascoltare in streaming o podcast alla pagina www.3soldi.rai.it. (Foto: Ilaria Scarpa.)

Alcuni anni fa, quando Petros Markaris ha annunciato che avrebbe scritto una trilogia sulla crisi in Grecia, una giovane giornalista gli aveva domandato se era davvero convinto che la congiuntura economica negativa sarebbe durata così a lungo. Oggi che «La resa dei conti», l’ultimo dei tre romanzi, è uscito già da alcuni mesi in molti paesi d’Europa, Markaris ha cominciato a scrivere un quarto romanzo che costituirà l’epilogo della sua trilogia. Una coda necessaria, perché secondo lo scrittore greco ci troviamo oggi – nel 2013 – nel momento di apice della crisi, nonostante ci venga raccontato il contrario. E non c’è segnale credibile che la situazione possa migliorare a breve.

Nel suo ultimo romanzo ritrae una Grecia dove padri e figli sono su fronti contrapposti, impegnati in un conflitto insanabile. È davvero così?

È il terzo libro della trilogia, con il quale volevo provare a fare una “resa dei conti”. Noi in Grecia odiamo fare bilanci e rese dei conti. Nemmeno dopo la guerra civile del 1949 siamo stati in grado di farlo, di guardare davvero a cosa avevamo fatto e cosa non avevamo fatto. La stessa cosa avviene con la generazione del Politecnico, quella che ha guidato la protesta contro la dittatura dei Colonnelli. Invece è importante capire dove ha sbagliato la generazione del Politecnico, che oggi guida la Grecia e all’epoca, invece, era il simbolo della resistenza. Quella generazione ha conquistato i ruoli chiave nel Paese, soprattutto per quanto riguarda l’amministrazione pubblica, l’università e i sindacati, guadagnando sempre più potere. Ma ha usato le istituzioni in modo sbagliato, per guadagni e tornaconti personali o di partito. È stato questo il suo grande errore, quello ci ha portato alla Grecia di oggi. Il risultato di tutto questo è che i figli di quella generazione si trovano ad affrontare una disoccupazione giovanile del 55%. Quanto pensiamo che ci vorrà prima che questi ragazzi chiederanno conto ai loro padri di ciò che hanno fatto? È uno scontro che prima o poi avrà luogo. Questo racconta il mio libro.

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Chi ha paura di Quentin Tarantino?

Dal nostro archivio, un pezzo di Antonia Conti apparso su minima&moralia il 6 febbraio 2016.

L’ottavo film esce con un numero nel titolo a contrassegnarne l’evidenza: The Hateful Eight. Sono 888 i posti a sedere messi a disposizione nello studio 5 di Cinecittà a Roma, dove il film è stato presentato in anteprima e resterà in programmazione per tutto il mese di febbraio, nella durata e nel formato (Ultra Panavision 70) voluti dal regista, Quentin Tarantino, l’unico a Hollywood a cui ogni vezzo – se solo di un vezzo si trattasse – è concesso. Solo al regista di Pulp Fiction è permessa la credibilità e accordato l’arrischio di un western di oltre tre ore, che senza avere il baricentro dritto e l’incedere epico di Django Unchained, riesce a imporsi in tutta la sua consapevolezza e magniloquenza cinematografica.

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Quel genio di Sòcrates

Dal nostro archivio, un pezzo di Gabriele Santoro apparso su minima&moralia il 16 maggio 2014.

Ai dirigenti del Botafogo, che gli proposero il primo contratto professionistico, rispose senza tentennamenti: «Voglio diventare un medico, e fare la mia parte per un Brasile democratico». Lo stipendio era funzionale al pagamento dell’università, e si laureò. Quel ragazzino, alto e magro, illuminava il gioco del calcio, che era una questione di ribellione, allegria, passione e fratellanza. Il gioco degli inglesi reinventato come attività artistica. Disegnava, con il pensiero e poi con il piede, traiettorie inimmaginabili per gli altri; dotato di un’intelligenza e una coscienza critica fuori dal comune. Leggeva, e amava, i grandi pensatori e filosofi greci quanto le opere di Jorge Amado e Gabriel Garcia Marquez. «Dovrebbe giocare di schiena con quel tacco che ha», sosteneva Pelé. Lui: «Colpivo la palla di tacco per farvi innamorare, mai un colpo inutile perché la bellezza è un bene necessario».

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Charles Dickens racconta il nostro declino

Dal nostro archivio, un pezzo di Carola Susani apparso su minima&moralia il 21 novembre 2012.

Questo pezzo è uscito sulla rivista Gli Altri. (Immagine: una scena del film Oliver Twist di Roman Polanski.)

E se fosse Dickens il narratore dei nostri giorni? Se fosse la sua disinvoltura tutt’insieme sentimentale, melodrammatica, cupa, torva, picaresca, caricaturale, ma senza livore, senza disprezzo; se fosse quella la superficie specchiante che ci serve per restituire non qualche brandello, ma una visione, del mondo? Cosa ha in comune il nostro tempo con il suo? Come mai si rincorrono, come mai giocano tanto a farsi da specchio, due società così diverse come quella in cui visse e scrisse Dickens e la nostra?