personal shopper

Scrivere di cinema: Personal Shopper

di Eugenio Radin

Ghost-story d’autore, thriller psicologico dalle sfumature soprannaturali, dramma esistenziale: se il ricorso a una pedante catalogazione “per generi” del cinema risulta essere già in generale un’operazione discutibile, a maggior ragione nel caso dell’ultimo lavoro di Olivier Assayas, intitolato Personal Shopper, tale manovra si fa impossibile.

Il cineasta parigino utilizza in effetti in Personal Shopper la figura metaforica dello spettro pur senza la minima intenzione di confezionare un’opera che si presti in qualche modo a essere contenuta all’interno degli stilemi e dei cliché di genere; egli sfrutta piuttosto la libertà del mezzo espressivo, divertendosi nel sottrarre allo spettatore la possibilità di inquadrare la pellicola in una concezione che sia univoca o unitaria, alla luce della quale poter leggere i fatti presentati.Ghost-story d’autore, thriller psicologico dalle sfumature soprannaturali, dramma esistenziale: se il ricorso a una pedante catalogazione “per generi” del cinema risulta essere già in generale un’operazione discutibile, a maggior ragione nel caso dell’ultimo lavoro di Olivier Assayas tale manovra si fa impossibile.

Il cineasta parigino utilizza in effetti Personal Shopper la figura metaforica dello spettro pur senza la minima intenzione di confezionare un’opera che si presti in qualche modo a essere contenuta all’interno degli stilemi e dei cliché di genere; egli sfrutta piuttosto la libertà del mezzo espressivo, divertendosi nel sottrarre allo spettatore la possibilità di inquadrare la pellicola in una concezione che sia univoca o unitaria, alla luce della quale poter leggere i fatti presentati.

niccolò fabi

“Scrittura e lettura hanno a che fare con gli odori”: intervista a Niccolò Fabi

Per i vent’anni dall’uscita del suo primo album, un artista solitamente poco incline all’autocelebrazione come Niccolò Fabi ha deciso di festeggiare insieme al proprio pubblico con un tour chiamato Diventi Inventi (1997-2017) e con un greatest hits in uscita dopo l’estate. Cogliamo l’occasione per proporre un’intervista che indaga il suo rapporto con i libri, tratta da Letture d’autore, pubblicato da Galaad nel 2016.

Qual è il tuo primo ricordo legato ad un libro?

Il primo ricordo non è legato ad un libro letto in prima persona, ma a libri che mi leggeva mia nonna. Dunque non si tratta di un ricordo di lettura, bensì di ascolto. Trovo molto bella l’usanza che hanno, o avevano, i genitori e i nonni di leggere i libri ai bambini. E mia nonna mi leggeva, innanzitutto, Pinocchio. E poi molto Salgari. Ecco, Pinocchio e I misteri della giungla nera di Salgari forse sono i primi ricordi di racconto e di storie di cui ho percezione.

dOCUMENTA 14

dOCUMENTA, l’arte contemporanea soffia ad Atene

Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.
ATENE. Narcisisti di tutto il mondo unitevi. Crapumenta 14. La scritta in vernice nera corre lungo il muro di uno dei più belli fra gli edifici neoclassici che affacciano su Dionysiou Aeropagitou, la pedonale ai piedi del lato sud dell’Acropoli. Qui è stata inaugurata, il 9 aprile scorso, dOCUMENTA 14, uscita per la prima volta dal 1955 dai confini di Kassel per “imparare da Atene” come sostiene il suo slogan. La celebrazione è stata idealmente sfarzosa e i critici non l’hanno perdonato.

kafka

Reperti, tracce, frammenti: ritratti d’artista

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Potremmo chiamarli libri-pollicino. Vale a dire quei libri che, così come il protagonista della fiaba dei Grimm segue la traccia dei sassolini per ritrovare la via di casa, si affidano a una serie di frammenti per individuare un percorso e dare forma a un disegno. Programmaticamente frammentario è il modo in cui ha proceduto Reiner Stach in Questo è Kafka? (Adelphi, traduzione di Silvia Dimarco e Roberto Cazzola).

Lavorando per oltre un decennio alla biografia dello scrittore praghese (uscita in Germania in tre volumi), Stach ha fissato 99 reperti – foto, appunti, testi di canzoni, stralci da lettere e diari –, ognuno dei quali introduce a una situazione o descrive un legame, lascia affiorare una sfumatura del temperamento, qualcosa che il setaccio biografico tradizionale non intercetta. Ne viene fuori un ritratto composto da materiali minuti, un combinarsi di elementi irrilevanti che restituiscono una percezione di Kafka radicalmente terrestre.

sara principessa

Mi chiamo Sara, vuol dire principessa: elogio dell’imperfezione

La domanda è sempre una, la stessa: “Questo romanzo è autobiografico?”.

Alcune cose sono successe, altre me le sono inventate, e non dirò mai cosa è cosa” : nel 2009 Violetta Bellocchio affronta la questione col grimaldello del sarcasmo. La mette per tre volte tra le faq di Sono io che me ne vado (Mondadori) — tuttora reperibili qui, ci mancherebbe — e per tre volte risponde in modo diverso, fino alla parziale confessione. Che resta per aria, com’è giusto che sia.

Dopo la voce narrante de Il corpo non dimentica (Mondadori), addiction memoir affilato e preciso — un Gillette usa-e-getta strofinato all’altezza del thigh gap — oggi tocca al personaggio di Sara Monfasani coincidere, per la terza volta nel percorso romanziero di Bellocchio, con un io. Ma è pura fiction, questa.

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Anime Arabe al Salone del Libro di Torino. La parola oltre i confini

di Lucia Sorbera

“Mille Volte No” è il titolo di un’istallazione curata nel 2010 da Bahia Shehab, storica dell’arte e artista libanese-egiziana, nonché vincitrice dell’ultima edizione del Premio Unesco-Sharjah per la cultura araba. Invitata dal museo Haus Der Kunst di Monaco a realizzare un progetto artistico che usasse la lingua araba come mezzo d’espressione,[1] Bahia Shehab decise di raccogliere una serie d’iscrizioni della parola “NO” dall’ampio repertorio della storia dell’arte islamica. Ne trovò migliaia: “Come essere umano che vive nel mondo di oggi, come artista, come donna araba, pensai di avere solo una cosa da dire: NO […] Poi, a nove mesi dall’inizio della rivoluzione, capii che ogni no aveva una sua ragione d’essere. Fu così che mi ritrovai nelle strade del Cairo a disegnare graffiti sui muri della città: no al governo militare, no allo stato d’emergenza, no a spogliare le persone, no a picchiare le donne, no ad accecare gli eroi, no al rogo dei libri, no alla violenza, no a scippare la rivoluzione, no a un faraone dietro l’altro.”

par

Come cambia la camorra. Intervista a Roberto Saviano

di Matteo Cavezzali

Da dieci anni Roberto Saviano vive sotto scorta. Mangia, dorme, scrive, va a prendere il gelato, va a fare le presentazioni dei suoi libri seguito da cinque carabinieri armati. Roberto Saviano ha 37 anni e da quando ne aveva 27 non conosce più una vita normale. La sua colpa è quella di aver portato alla luce un mondo nascosto, un mondo che si credeva periferico, che ingenuamente o maliziosamente, si voleva confinato solo a Scampia, Secondigliano, Casal di Principe, e altri luoghi che per molti italiani non avevano una geografia, ma solo una fama.

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Lions: storie da luoghi che scompaiono

Si chiama Gassing up at Roy’s la fotografia di Ralph Graf che ha vinto il Sony World Photography Awards per la categoria viaggi: “è stata scattata alla stazione di servizio e motel di Roy a Amboy, in California… Un paese quasi abbandonato sulla Historic Route 66, lontano da qualsiasi altra stazione di servizio o strada principale”.

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Europeana, il viaggio nel Novecento di Patrick Ourednik

Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo.

Un’utile chiave di lettura di questo geniale e sfuggente libretto è fornita dal lavoro dell’autore, “traduttore e redattore di enciclopedie”, opportunamente riportato nella breve nota biografica. Patrik Ourednik è di origine ceca, vive in Francia dagli anni ottanta ed Europeana, tradotto in 25 lingue, è il suo maggiore successo. Già pubblicato da :duepunti, piccolo ma glorioso editore siciliano ormai defunto (credo), approda adesso a Compagnia extra, la bella collana diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon per Quodlibet, dove si pubblicano libri dalle forme strane, ludiche, sperimentali.

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Stregati: “La più amata” di Teresa Ciabatti

Con La più amata iniziamo una rassegna dedicata ai dodici libri finalisti al premio Strega, edizione 2017.

Philip Roth, parlando di Kafka, diceva che «quando uno scrittore degno di tal nome è arrivato a trentasei anni, non traduce più l’esperienza in una favola: impone le sue favole all’esperienza». Con queste parole Roth intendeva dire che uno scrittore non attinge alla propria esperienza per inventare delle storie, ma proietta le proprie storie nella sua vicenda biografica con lo scopo di modificare la sua vita stessa. E che il fiore più prezioso della sua identità letteraria non risiede nei nudi fatti della sua esistenza, né nella creatività che egli impiega nella sua narrativa, ma nel nucleo più terso della sua invenzione proiettato nel cuore pulsante della sua esperienza.