La compilation perfetta

Pubblichiamo l’intervento di Martina Testa, editor della narrativa straniera e direttore editoriale di minimum fax, che rientra nella serie di articoli pubblicati dal manifesto in materia di editoria.

di Martina Testa

Da una decina d’anni lavoro come editor della narrativa straniera per una casa editrice indipendente, minimum fax, di cui sono oggi anche direttore editoriale.

Il corpo di Elizabeth, patriarcale e mercificato

di Stefano Jorio

L’amore, la malattia, l’infanzia: i temi non sono mai decisivi per la riuscita di un romanzo. Il tema della famiglia ha prodotto tanto capolavori quanto stupidaggini, al tema del bene e del male si sono ispirati tanto Dostoevski quanto De Amicis.

Un’intervista ad Akira Kurosawa

L’intervista fu realizzata nel 1993

di Frank Marshall

Perché la chiamano “Imperatore”?
È un soprannome che mi diede un giornalista, alla gente piace.

Perché non ha fatto il pittore?
Non ho superato gli esami.

Cose che (malgrado la crisi) funzionano: il “festival internazionale di immaginazione sostenibile” Sferracavalli

L’anno scorso, la Regione Puglia mi chiese di essere uno dei giurati di Principi Attivi, un’iniziativa volta a promuovere – e finanziare – progetti giovanili in vari settori, tra cui la cultura. I soldi da destinare a ciascun progetto non erano poi così tanti (non più di quanto possa prendere un Pietro Citati per 6 […]

Carta igienica di stato

di Christian Raimo Qualche giorno fa ascoltavo una ragazza italiana che vive a Londra tornata a farsi le vacanze in Italia raccontarmi i riots: ho visto un sedicenne, un diciassettenne, diceva, che dopo aver saccheggiato un negozio di smartphone, ne aveva presi così tanti che non sapeva che farci e li rivendeva a cinque pounds […]

Notizie dalla Grecia

“Volete capire la crisi finanziaria greca? Facilissimo. La fanno complicata perché uno non possa giudicare, ma avete presente le carte di credito?” Giorgos ha quasi cinquant’anni e parla velocissimo. Racconta di quando, ai tempi del presunto boom greco, ossia una decina di anni fa, mentre si cominciava a correre verso le Olimpiadi (“una bolla su cui tutte le Cassandre di oggi scommettevano senza indugi”), le banche cominciarono a telefonare in casa per “regalarti carte di credito vantaggiosissime. Un tempo, me lo ricordo bene, ci volevano garanzie serie, pretendevano di vedere la tua busta paga. Improvvisamente nulla. Come se fosse un regalo. Sei greco? Scommettiamo su di te.

Le carte di credito arrivarono così: piovevano dal cielo”. Ci voleva un po’ di esperienza e capacità, per difendersi. Ci voleva semmai uno Stato capace di proteggere il suo cittadino. Ma come poteva farlo se stava cascando nello stesso gioco? “Ecco come funziona. La tua carta di credito ti domanda di ripagare ogni mese solo il 2 per cento di quanto spendi. Dunque, ho speso 800 euro? Se voglio, posso pagarne solo 16. A fine anno ho raggiunto il limite di indebitamento: 6400 euro. Pago più o meno 130 euro al mese, sì, ma intanto sono esposto e scattano gli interessi –,  altissimi: il 17 per cento –, dunque quasi 1.100 euro all’anno oltre a quello che ancora devo ridare, visto che magari mi sono limitato a restituire la minima, il 2 per cento. Immaginate che io abbia magari anche più di una carta di credito. Avete idea del debito che accumulo? Se, come capita a molti qui, ho uno stipendio di mille euro al mese, come ne esco? A un certo punto arriva la banca che mi ha strozzato e si prende quel che ho”. Giorgos si stringe nelle spalle. Sottolinea come i tassi d’interesse nei contratti siano scritti a caratteri minuscoli per ingannare meglio l’ignorante, poi fa: “Ho un amico giardiniere che è anche un po’ filosofo. Sai cosa dice? “Come cittadino ho il diritto di essere stupido e ignorante.

Tre versioni di Chomsky (più una)

Quanto dista una Giornata mondiale della gioventù?

di Christian Raimo Qualche anno fa, precisamente nel 2005, partecipai alla GMG di Colonia. Ci andai con un piccolo gruppo di amici, senza organizzazione, e anzi con un po’ di disorganizzazione. Ci andai da cattolico critico, pigro, e abbastanza refrattario a ogni forma di manifestazione di massa. Nel frattempo, in questi sei anni, sono rimasto […]

Addio Papa

La chiamava “la grande puta”, le dedicò ogni libro e ogni racconto, la studiò anche quando scriveva di altro, la osservò negli uomini che da essa sono presi in guerra, nei toreri che la sfidano quotidianamente e negli animali che con il loro istinto cercano di evitarla. La morte fu il centro, per Ernest Hemingway. Tutto ebbe inizio almeno fin dal 1918, ben prima di cominciare a scrivere, quando – autista di ambulanze sul fronte italiano della Grande Guerra – era stato ferito a Fossalta e per qualche ora aveva considerato la sua fine. Ma il momento più importante venne forse dieci anni dopo. Aveva già pubblicato Fiesta, Addio alle armi e alcuni dei suoi racconti capolavoro quando lo raggiunse la notizia del suicidio del padre. “Non sono un torero e m’interesso molto di suicidi” scrisse in una delle prime pagine del suo libro dedicato alle corride, Morte nel pomeriggio. Era il 1932, e il mistero di chi si ribella alla morte venne affrontato indagando uomini che decidono di somministrarla all’animale: il toro.