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Afghanistan Picture Show: la versione di William T. Vollmann

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Quando i sovietici invasero l’Afghanistan volli andare lì. Aveva tutta l’aria di essere un tesoro di incubi». Queste parole restituiscono in qualche misura l’essenza dell’uomo e dello scrittore americano William Vollmann. Nel 1982 aveva ventidue anni e da circa tre era cominciata la guerra russo – afghana. Lui scelse di raggiungere il fronte. A Peshawar prima di varcare il confine ed entrare nel paese dal Pakistan, un giovane afghano, figlio di un diplomatico, gli domandò: «Che cos’è la libertà? Cos’è allora la democrazia?». Da quel conflitto ne sono deflagrati molti e sono cambiati gli schieramenti, tuttavia la questione posta in quello scenario è irrisolta.

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A proposito della riapertura delle chiese il 18 maggio

di Christian Raimo Il 18 riaprono le chiese per le messe. C’era assoluta necessità? Forse no. Per tre ragioni. Provo a ragionarci da cittadino e da cattolico praticante. La prima è che l’organizzazione degli ambienti è ecclesiastici è certo spesso molto accurata, ma altrettanto spesso è un pasticcio. Molti sacerdoti, molti diaconi, molte delle persone […]

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La prima sembianza. Un racconto su Guido Cavalcanti e Dante Alighieri

Eppoi una notte che si stava in piazza e si era ancora ai primi freddi ci ha chiesto Avete fatto caso che sono sempre i mariti delle brutte a difenderlo, il matrimonio? Assurdo. E Lapo, che sedeva per terra con la schiena appoggiata alla panchina, la testa rovesciata alle stelle piccine piccine, borbottava. Per forza, poveracci, devono farselo andare giù. La prigione rende stronzi. Stupidi. Avidi, stronzi e stupidi, ha scandito Forese, affondando il fiasco nell’aria a ogni parola. Sbatteva gli occhi, e dondolava sulle zampe da trampoliere.

La Chiara del Davanzati non è così disperata, ha buttato lì tuo cugino. Sei un nano, Lapo. E calvo. Ah! Cecco stava rannicchiato in un angolo, un ghigno sulla bocca nera e i capelli incollati sulla fronte bianca, la barba sudicia, a fissare ingrugnito chissà cosa.

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Aldo Moro e il memoriale: un’intervista a Miguel Gotor

Realizzai quest’intervista per Il Mucchio ai tempi in cui Miguel Gotor aveva appena curato per Einaudi Il Memoriale della Repubblica, vale a dire gli scritti di Aldo Moro durante la prigionia: la ripropongo oggi, considerando l’oscurità che ancora avvolge diversi aspetti del sequestro toccati nella conversazione (LC).

Una dura battaglia è stata combattuta, nel corso degli anni, intorno alle decine di pagine del memoriale, giunte a noi in momenti diversi – dilazionate con cura, diciamo. Le forze in campo, che fossero in opposizione tra loro o talvolta unite da interessi convergenti, si sono rivelate da sempre attratte da quelle carte, come oscuri magneti umani preoccupati per quanto Moro aveva scritto. Nel suo lungo e documentato saggio, il Memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (Einaudi), Miguel Gotor traccia un discorso articolato, complesso, come è inevitabile per una tale ingarbugliata vicenda, un viaggio nel potere immune da oscillazioni dietrologiche – sempre bene precisarlo, trattandosi di una materia, quella del sequestro Moro, tuttora invasa da zone opache e nodi irrisolti.

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L’affaire Moro: Sciascia sulle tracce del prigioniero

di Virginia Fattori

Brigatista: «Allora lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Catani che è la seconda traversa a destra di via delle Botteghe Oscure. Va bene?»
(dall’intercettazione telefonica registrata dalla polizia il 9 maggio 1978)

L’affaire Moro di Leonardo Sciascia esce nel settembre del 1978 per Sellerio (l’autore avrà con Elvira Sellerio un rapporto non solo lavorativo che lo porterà a grandi successi, ma anche di sincera amicizia). Nello stesso anno il 16 marzo le Brigate Rosse rapiscono l’Onorevole Aldo Moro in Via Fani, a Roma, un fatto che sconvolgerà l’Italia intera e che condurrà Leonardo Sciascia alla riscoperta di un personaggio tanto discusso.

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Moro a teatro

di Ludovico Cantisani Martire. Eroe. Vittima. Devoto. Corpo. Cadavere. Voce. Servo dello Stato. Statista. A partire dal momento della sua violenta morte – se non da prima – la figura di Aldo Moro è stata scomposta e reinterpretata in molte e diverse declinazioni; la maggior parte di esse rispettava quel carico di compassione e indulgenza […]

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Diario critico di una scuola a distanza. Fase #2

(qui la prima parte del Diario)

di Luca Lòtano 

2 marzo 2020 – (prima del lockdown)
via Ostiense 152, Asinitas, scuola di italiano per stranieri, rifugiati e richiedenti asilo

Oggi durante la lezione abbiamo ascoltato un audio e quando le ultime parole sono finite sono rimasto in silenzio. Eravamo seduti intorno al tavolo con una ventina di studenti. Non so perché l’ho fatto. All’inizio, per lasciar risuonare la storia che avevamo appena  ascoltato. Poi quando ho sentito che con il passare dei secondi l’aria diventava più densa, ho capito che sarei rimasto così, in attesa.

Quando quel tempo senza parole ha cominciato a diventare “innaturale”, due studentesse nigeriane che avevano il collo piegato sul telefonino hanno alzato la testa, altre due hanno mosso gli occhi controllando dove fossero i compagni, come se qualcosa si fosse spostato. Qualcuno ha cercato di incrociare il mio sguardo, qualcun’altro ha iniziato a sorridere, una mezza risata ha provato a rompere la tensione che si stava creando. Poi il silenzio ci ha riportato, uno alla volta, anche i più distratti rimasti con la testa in luoghi lontani, nel presente. Cosa stavamo facendo insieme, in quella stanza? Dopo due minuti eravamo tutti lì, a sporgerci, a chiederci cosa stesse succedendo tra noi, quale relazione ci legasse ora che il flusso abituale della lezione si era interrotto e non c’erano più ruoli o nascondigli.

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La casa mangia le parole: una conversazione con Leonardo G. Luccone

Da tempo il nome di Leonardo G. Luccone è ben presente nel mondo editoriale, per la sua attività di talent scout, editor, critico, traduttore, fondatore dell’agenzia letteraria Oblique. Dopo il saggio Questione di virgole – Punteggiare rapido e accorto (Laterza), di cui avevamo parlato in questa intervista, ecco il debutto al romanzo con La casa mangia le parole, uscito da qualche mese con Ponte alle Grazie. A guardarla in prospettiva, è come se con Questione di virgole Luccone abbia predisposto la cassetta per gli attrezzi, per poi cimentarsi con il romanzo. E da un lettore così sofisticato e attento non ci si poteva attendere altro se non un romanzo ambizioso e ben scritto, stratificato, con più livelli di senso al suo interno.

La storia ruota intorno a un nucleo familiare, quello dei De Stefano, tenuto insieme artificialmente: sotto le apparenze, la crosta di questa famiglia medio borghese va sfaldandosi.

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Stati Uniti immaginari (ma non troppo): “Vanilla Ice Dream” di Roger Salloch

di Teresa Capello

Blow up, il momento il cui un obiettivo mette a fuoco un dettaglio, avvicinandolo allo sguardo, come a volte si fa, sbattendo le palpebre. Al racconto “Las babas del diablo”, Michelangelo Antonioni si ispirò, nel 1966, per realizzare il film Blow up; Cortázar vi raccontavala vicenda di Roberto Michel – traduttore e fotografo, che indagava su un dettaglio, presente in una fotografia. Qualcosa di affine, in un contesto molto diverso, si ritrova nel romanzo Vanilla Ice Dream di Roger Salloch, edito nella collana tamizdat, di Miraggi, 2020.

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Un elogio dell’assenza. “Ritmi di veglia” di Raffaella D’Elia

Non è l’azione artistica del poeta a rendere stupefacente il quotidiano, ma è l’esistenza ad apparire ai suoi occhi come leggenda manifestandosi nelle sembianze di un sogno, sosteneva Sandro Penna quando ne Il caldo, il freddo delle sale d’aspetto (Stranezze, 1976), scriveva che “Il mondo mi pareva un chiaro sogno/ la vita d’ogni giorno una leggenda”.
Un sogno nitido che in mutate sembianze prende forma tra le pagine

di una delle più originali voci poetiche della contemporaneità, Raffaella D’Elia, che con Ritmi di veglia (exorma, 2019, prefazione di Emanuele Trevi) sceglie di non servirsi della realtà come antitesi per la costruzione dell’immaginario, ma di osservarla per rielaborarne i contorni a partire da una esperienza sensibile.