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Matteo Marchesini e i saggi con personaggi
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(fonte immagine) Non è per niente facile allontanarsi dal nuovo libro di Matteo Marchesini e provare a formulare dei giudizi sull’opera narrativa di una delle figure più presenti e incisive del panorama intellettuale italiano, grazie alle sue collaborazioni con  “Il Foglio”, “Radio Radicale”, la “Domenica del Sole 24 Ore” e “doppiozero”: poeta, narratore, saggista, critico letterario e culturale che... (Continua a leggere)

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Cosa sarebbe successo se avessimo continuato così e basta? (Sull’ultimo libro di Jonas Hassen Khemiri)

Qualche tempo fa ho assistito a un lavoro teatrale bellissimo, un radiodramma, intitolato Antologia di S del gruppo teatrale romano Muta Imago. Riccardo Fazi – insieme a Claudia Surace, l’anima della compagnia – trova in casa sua una musicassetta con una compilation della fine degli anni ottanta, registrata da una fidanzatina di un’estate riminese di allora di cui oggi non ricorda nemmeno il nome; si decide di andarla a cercare, registrando le voci di tutti quelli in cui si imbatte in questa caccia, e lasciare a noi spettatori la possibilità di ascoltare tutte questi audio. Perché mi ha toccato così tanto, oltre l’ovvia nostalgia?

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La crisi la paghino i critici. Appunti su Reinhart Koselleck

Il volume più rattoppato tra quelli che conservo sui miei scaffali è ridotto così male che se ne vengono via le pagine, e mi tocca ricorrere al nastro adesivo, ogni volta, per tentare di restituire al piccolo malloppo di carta quella forma che, da tempo, non ha più. Quel libro, o ciò che ne resta, è di Reinhart Koselleck, influente storico dei concetti politici scomparso nel febbraio di undici anni fa, e fu tradotto in italiano dal Mulino nel 1972, con il titolo di Critica illuminista e crisi della società borghese, ma l’originale tedesco del 1959 conservava un’altra pregnanza semantica: Kritik und Krise. Ein Beitrag zur Pathogenese der bürgerlichen Welt. Con “patogenesi del mondo borghese”, l’autore intendeva riferirsi alla tara ereditaria che, fin dagli esordi, la società contemporanea porterebbe con sé.

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Lyndon, la newsletter di minima&moralia

Da domani gli iscritti alla nostra newsletter riceveranno una mail settimanale.

Una selezione di articoli su un tema di volta in volta diverso, usciti su minima&moralia dal primo giorno di programmazione.

salone del libro gipi

Oltre il confine: Nicola Lagioia racconta il Salone del Libro 2017

Da qualche mese Nicola Lagioia è il direttore del Salone del Libro di Torino. Pubblichiamo l’editoriale apparso oggi sulla Stampa in cui anticipa i temi e i primi ospiti della trentesima edizione. Auguri e buon lavoro da tutta minima&moralia. (Immagine: l’illustrazione di Gipi per il Salone del Libro di Torino 2017)

di Nicola Lagioia

Un libro che scavalca un muro, nell’anno della Brexit e dell’elezione di Donald Trump. Un’immagine forte, affidata al manifesto di Gipi, rappresenterà la XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino. Tra una manifestazione che fosse una semplice vetrina editoriale, e un’idea di cultura in grado di incidere, per ciò che ci è possibile, sulla realtà, non abbiamo avuto dubbi sin dall’inizio.

mia figlia, don chisciotte alessandro garigliano

“Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano: un estratto

Da oggi in libreria Mia figlia, don Chisciotte, romanzo di Alessandro Garigliano (NN editore) nato un po’ grazie anche a questo blog. Pubblichiamo un estratto ringraziando l’autore e la casa editrice.
Prologo

Dopo avere accompagnato mia figlia all’asilo, torno a casa. Non riesco a liberarmi subito del vestito gessato nero. Si tratta dell’abito del mio matrimonio. Non ne possiedo altri eleganti, non frequento eventi mondani e non esercito un lavoro che richieda un aspetto impeccabile. In realtà, all’inizio, non sapevo nemmeno quale figura sociale dovessi interpretare con quel vestito. Mi piaceva desse risalto alle spalle larghissime, a quel che resta di un fisico scolpito da giovane grazie alle innumerevoli ore di sport. Soprattutto mi pareva necessario far credere a mia figlia che il padre, ogni giorno, avesse un impegno lavorativo e non patisse instabilità. Al rientro, sfilarmi l’abito sarebbe stato come tradire la bimba. Allora ho imparato ad approfittare della maschera.

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I buchi neri delle sottoculture: il “caso” The Sound (e il parallelo con gli U2)

Questo pezzo è uscito su che-Fare

Nel considerare le sottoculture come un modello possibile per le comunità creative che nascono e che crescono, occorre anche soffermarsi sui buchi neri, gli inciampi, le interruzioni, le cadute che costellano un processo apparentemente interrotto una ventina di anni fa.

La vicenda dei The Sound, da questo punto di vista, è tragicamente perfetta. Si tratta infatti del gruppo probabilmente più sottovalutato dell’intero post-punk: perché? Come è avvenuto? Forse il cantante Adrian Borland non era abbastanza “carino”, o abbastanza dotato di “carisma” (quello di Ian Curtis, per esempio, totalmente negativo; e quello – apparentemente positivo – di Bono); o magari era semplicemente troppo “depresso”, come i suoi testi. “Eppure, musicalmente, i The Sound avevano tutto per sfondare: un talento melodico fuori dal comune, un piglio viscerale e nevrotico ereditato dalla nobile scuola di Velvet Undergound e Stooges, un sottile tocco psichedelico d’ascendenza Doors, una sensibilità oscura degna di Cure e Joy Division.

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Carver, Cassavetes, Castro. Intervista a Paolo Civati

«Ora siamo fuori… Ora siamo tosti… Nessuno ci può fermare, oggi… Dài Claudio, credici, ci devi credere, quando stavi dentro ci credevi…» dice Claudio, attore e personaggio, a petto nudo davanti allo specchio. E poi via, in bici lungo le Mura Aureliane. E poi sulla spiaggia di Ostia con la sua ragazza, Deborah, che non l’ha lasciato quando era in carcere. È una delle sequenze più forti di Castro, opera prima di Paolo Civati, regista e attore nato a Como ma trapiantato da qualche lustro nella capitale. Un anno e mezzo di riprese, novanta ore di girato, ottantadue minuti di film «per rivelare il quotidiano di una comunità che vive una situazione straordinaria».

Il Castro è un palazzo di cinque piani nel quartiere San Giovanni, a Roma, «un rifugio per gli esclusi», «una torre di Babele» in cui hanno trovato alloggio temporaneo decine di famiglie senza casa. Un rifugio che ormai non c’è più. Castro, il film, restituisce un volto e un’identità ai suoi abitanti, mettendo in scena gli amori, le lotte, i sogni di Claudio e Deborah, due afro-romani di seconda generazione, di Robertino e del gatto Castro, di Luigi e della signora Assunta, di Franco il macellaio, della piccola Sara, di Khalil che canta il suo rap d’amore per il figlio Neder, che in tunisino vuol dire «libero». Castro è la storia di uno sgombero annunciato raccontata senza mai mostrare la violenza, senza concessioni alle formule dell’inchiesta o della denuncia, ma esplorando con una sola macchina da presa i territori meno frequentati, e più impervi, del «cinema del reale».

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Lontano e vicinissimo: il nuovo romanzo di Gianluigi Ricuperati

di Leonardo Merlini

Da qualche parte si sente profumo di Dickens. Scriverlo a proposito del terzo romanzo di Gianluigi Ricuperati, La scomparsa di me, in uscita per Feltrinelli, sembra una battuta un po’ troppo sopra le righe, benché lo scrittore torinese da sempre abbia mostrato una vocazione alla scoperta vasta almeno quanto i romanzi del padre di Oliver Twist. Sembra una battuta perché il libro parla di un uomo senza troppe qualità che muore, giovane, in un incidente stradale e poi comincia a… ritornare, da una dimensione in cui è “qualcosa che non ha tracce, non ha peso, non ha fiato”, qualcuno “senza tutto”, e lo fa entrando, per il tempo di una giornata dal risveglio al sonno, nei corpi di persone che aveva conosciuto o anche solo sfiorato in vita.

Una presenza che è solo consapevolezza, senza interazione. Una irrequietezza che saprebbe di contrappasso dantesco se la voce del narratore, in questo figlia della mente curiosa dell’autore, non fosse in grado di unificare il grottesco e il tragico, il meraviglioso e l’indecifrabile, il vicinissimo e la massima lontananza. In questo – oltre che in una prospettiva che fa pensare a una versione aggiornata della logica del Canto di Natale, seppur con un intento non più di redenzione bensì di (inevitabilmente limitata) comprensione – sta quell’alone di Dickens che potrebbe comunque anche essere rubricato nel capitolo infinito sul fascino ricorsivo della narrazione.

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Scrivere di cinema: Arrival

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017. di Eugenio Radin  Un’ondata di generale e concorde entusiasmo ha accolto l’arrivo in sala dell’ultima fatica di Denis […]

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Rosarno, oggi: un reportage

Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Nel ghetto di San Ferdinando le biciclette sono ovunque. Sono il principale mezzo di trasporto per i braccianti. Chi ne ha una, può recarsi autonomamente nei campi, evitando così di pagare 3 euro al giorno al caporale. Per questo una delle figure-chiave della tendopoli è Issa, il gambiano riparatore di biciclette. La sua tenda-officina è proprio all’ingresso del campo, circondato da un mare di copertoni usati. Issa non va più in campagna da anni ormai, si dedica solo alle biciclette. Nei mesi della raccolta degli agrumi, da novembre ad aprile, arriva a ripararne anche 50 al giorno. Lavoro dalle 8,00 di mattina alle 2,00 di notte. Per ogni bicicletta riparata prende un euro. Basta il flusso costante del suo lavoro a testimoniare quanto sia vasto e radicato, nel territorio della Piana di Gioia Tauro, il mondo dei nuovi braccianti.