Grey, Amelia B&W Photo cleared credit to Meiko Takechi Arquillos (1)

Being Amelia Gray

Pubblichiamo un dialogo tra Amelia Gray, scrittrice e sceneggiatrice americana, autrice della raccolta di racconti Viscere (uscita per Pidgin edizioni) e Paolo Latini del blog Americanorum, dedicato alla narrativa statunitense. (credit photo to Meiko Takechi Arquillos)

Hai iniziato con la flash fiction su Am/Pm. Ora ci sono siti dedicati alla flash fiction (Fast and Deadly, SmokeLong Quarterly), il New Yorker ha (o aveva) una sezione dedicata alla flash fiction, c’è un’antologia, Hint Fiction, che raccoglie flash-fiction, microfiction, dribble, drabble e altro di autori anche famosi (tra i quali Joyce Carol Oates, con una flashfiction che ha per titolo “Il primo anno della vedova” e che recita “Sono rimasta viva,” che per me è puro genio). Pensi che la flash fiction possa guadagnare un po’ di attenzione? O è destinata a restare un interesse di nicchia?

Sai, per uno scrittore non è una brutta cosa essere al riparo e al sicuro dai problemi che si manifestano nel momento in cui si tratta di guadagnare denaro.

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Piccolo vademecum dell’attuale orgoglio industriale

di Gennaro Rega

In questi giorni tetri e preoccupati di diffusione del contagio di Covid – 19, il conforto della lettura mi ha spinto, come penso molti, a rileggere e a riflettere sui capitoli XXXI e XXXII dei Promessi sposi, quelli per intenderci sulla peste, sulle teorie miasmatiche allora in voga e sugli untori.  Ho però anche sfogliato le sue pagine finali. “Le cose si rincamminarono, perché alla fine bisogna che si rincamminino”, scrive con positivo spirito impreditorial-borghese don Lisander.

Da qui il destro di raccogliere, in una fase che nel giro di qualche settimana ci ha prospettato gran parte degli indicatori economici in repentina e imprevedibile picchiata, alcune impressioni che invece nei mesi scorsi mi erano parsi sintomi di un “rincammino” della nostra industria.

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“Uomini di poca fede”: L’America rurale raccontata da Nickolas Butler

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo. Cogliamo l’occasione per ricordare ai lettori di minima&moralia che è uscito da pochi giorni La scoperta di Cosa nostra (Chiarelettere), il libro d’esordio di Gabriele Santoro, di cui consigliamo la lettura. Il lavoro di ricerca, realizzato negli Stati Uniti, ricostruisce l’origine e l’evoluzione di Cosa nostra tra le due sponde dell’Atlantico con due protagonisti: il collaboratore di giustizia Joe Valachi, il primo a fare il nome dell’organizzazione mafiosa, e il ministro della Giustizia dal 1961 al 1964 Robert Kennedy.

Lo scrittore Nickolas Butler, classe 1979, nato ad Allentown, in Pennsylvania, e cresciuto a Eau Claire, in Wisconsin, ama raccontare la terra che respira e cammina, ma la sua lingua è universale.

Il sessantenne Lyle Hovde, a lavoro nel suo frutteto, è un emblema dell’amore per il paesaggio evocativo del Midwest. Butler, definito cantore della provincia americana per eccellenza, ha scelto la prospettiva di Lyle per costruire l’ultimo romanzo Uomini di poca fede (Marsilio, 256 pagine, 17 euro, traduzione di Fabio Cremonesi), che nella sua complessità aiuta a superare gli stereotipi della narrazione monolitica di quella parte di America.

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Disegnare l’assenza: la città sommersa di Marta Barone

È un libro da cui non si fa ritorno Città sommersa di Marta Barone, pubblicato da Bompiani lo scorso gennaio e adesso candidato al Premio Strega. Un libro colmo di «corrispondenze occulte», e attraversato da «un senso di separatezza segreta», in cui resiste centrale il tentativo di dare volto a certi personaggi misteriosi che talvolta abitano la nostra vita, e di cui scopriamo la complessità solo in un tempo a posteriori.

Di questo si occupa Marta, che dopo aver tentato senza fortuna di scrivere un romanzo contrario, si riconcilia con l’autobiografia nel tentativo di (rin)tracciare l’identità del padre, scappato dalla Puglia per studiare medicina a Roma, e in seguito entrato a far parte dei movimenti politici operai nella conturbante Torino degli anni Settanta.

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Io, King Kong e la dismorfofobia

Il giorno in cui ho capito di soffrire di dismorfofobia non sapevo ancora niente della vita. Era il 1976 e nei cinema era appena uscito un rifacimento di King Kong. Il film era diretto da John Guillermin ed era interpretato da Jeff Bridges, Charles Grodin e Jessica Lange. Raccontava la storia di una spedizione petrolifera che approda su un’isola perennemente celata da un banco di nebbia. Qui i membri della spedizione catturano un gigantesco gorilla, temuto e venerato da una tribù locale, e lo portano a New York per farne un fenomeno da baraccone. Ma il gorilla, che nel frattempo si è innamorato di Dwan, un’aspirante attrice tratta in salvo mentre vagava alla deriva su una scialuppa di salvataggio, la rapisce e si arrampica sulla cima di una delle due torri del World Trade Center, dove finirà crivellato dai colpi degli elicotteri da guerra.

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Coronavirus, la gestione della Cina tra anima taoista e abito confuciano

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

Photo by Macau Photo Agency on Unsplash

di Simone Pieranni

Il fallimento dei test messi a disposizione dalle autorità sanitarie americane, insieme al sospetto che il governo stia nascondendo i reali numeri del contagio di coronavirus negli Usa, ha portato a una rivalutazione di quanto fatto, invece, dal governo cinese.

Di ritorno dalla Cina gli emissari dell’Oms hanno raccontato di ospedali all’avanguardia e macchinari ultramoderni, sostenendo che tutti noi dovremmo ringraziare la Cina per come ha rallentato e limitato il contagio. Bruce Aylward, il leader del team dell’Oms recatosi in Cina, ancora ieri sul New York Times ha sostenuto che «il contrattacco cinese può essere replicato, ma richiederà velocità, denaro, immaginazione e coraggio politico».

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Geografia di un non-genere: su “No music on weekends” di Gabriele Merlini

di Tommaso Ghezzi

Sono nato mentre i Litfiba registravano su molteplici piste audio le performance dal vivo del tour conseguito all’album Litfiba 3, delle quali solo una piccolissima percentuale sarebbe stata effettivamente utilizzata per il disco live Pirata.

Sono nato in tempo per vedere, molti anni dopo, Piero Pelù solista, mentre si dimena nei pantaloni in pelle nera e dedica una canzone al nipotino sul palco di Sanremo; sono altresì nato in tempo per leggere i post su Facebook di Federico Fiumani, sporcati da un irriducibile astio senile e un improprio uso dei social network. Sono nato in tempo per vedere Giovanni Lindo Ferretti sciorinare improbabili endorsement al centro destra cattolico. Per non parlare poi di tutto lo sbrodolame nazionalistico di supporto alla destra britannica delle uscite pubbliche di Morrissey.

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Pronto soccorso per speleologi narrativi: seconda parte di un viaggio da Damanhur

Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata.

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Se prima di venire qui non avessi dato un’occhiata al sito internet della Fondazione, e alle pagine di Wikipedia relative, difficilmente avrei ricavato qualche informazione utile. Tanto per cominciare: la selfica. Si tratta della disciplina che sta alla base degli insegnamenti professati dal fondatore di Damanhur. Secondo Falco Tarassaco il nostro pianeta è attraversato da una rete di linee sincroniche in grado di mettere in contatto tutti quei pianeti popolati da forme di vita intelligenti.

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Tra sogno e racconto: “Gli dei notturni” di Danilo Soscia

Che il sogno sia un peculiare materiale narrativo è noto, almeno da quando Freud ha dimostrato come i meccanismi del linguaggio agiscano pure negli ingranaggi dell’inconscio. Specialisti nella narrazione dei loro sogni sono stati in molti, ma tra questi un ruolo importante spetta probabilmente allo scrittore francese Georges Perec che tra il maggio 1968 e il settembre 1972 annotò minuziosamente i suoi sogni: il risultato di questa operazione sono le pagine di La bottega oscura (tradotto e annotato per Quodlibet da Ferdinando Amigoni), dove il resoconto del sogno si sovrappone continuamente con la forma narrativa del racconto, in un serie di frammenti di autobiografia che vivono grazie ai continui rimandi ai fantasmi della vita.

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Varda by Agnès. “Niente è perduto, tutto si trasforma”

di Rosario Sparti

Non chiamatelo film testamento. Non si potrebbe pensare a un film più vitale di Varda by Agnès, l’ultimo lungometraggio della regista franco-belga, che la Cineteca di Bologna ha deciso di portare nelle sale italiane, in compagnia di altri quattro titoli (Cléo dalle 5 alle 7; Daguerréotypes; Salut les cubains e Réponses de femmes), per celebrare Varda a un anno di distanza dalla sua morte. Non sarebbe nemmeno equo definirlo una masterclass, semmai si tratta di una lezione di vita, la sua, che la cineasta racconta in prima persona senza mai indossare i panni dell’insegnante, invitandoci a trovare liberamente un punto di vista da cui osservare il mondo, magari con la stessa amorevolezza e curiosità con cui l’ha filmato per oltre sessant’anni.