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Geografia di un non-genere: su “No music on weekends” di Gabriele Merlini

di Tommaso Ghezzi

Sono nato mentre i Litfiba registravano su molteplici piste audio le performance dal vivo del tour conseguito all’album Litfiba 3, delle quali solo una piccolissima percentuale sarebbe stata effettivamente utilizzata per il disco live Pirata.

Sono nato in tempo per vedere, molti anni dopo, Piero Pelù solista, mentre si dimena nei pantaloni in pelle nera e dedica una canzone al nipotino sul palco di Sanremo; sono altresì nato in tempo per leggere i post su Facebook di Federico Fiumani, sporcati da un irriducibile astio senile e un improprio uso dei social network. Sono nato in tempo per vedere Giovanni Lindo Ferretti sciorinare improbabili endorsement al centro destra cattolico. Per non parlare poi di tutto lo sbrodolame nazionalistico di supporto alla destra britannica delle uscite pubbliche di Morrissey.

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Pronto soccorso per speleologi narrativi: seconda parte di un viaggio da Damanhur

Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata.

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Se prima di venire qui non avessi dato un’occhiata al sito internet della Fondazione, e alle pagine di Wikipedia relative, difficilmente avrei ricavato qualche informazione utile. Tanto per cominciare: la selfica. Si tratta della disciplina che sta alla base degli insegnamenti professati dal fondatore di Damanhur. Secondo Falco Tarassaco il nostro pianeta è attraversato da una rete di linee sincroniche in grado di mettere in contatto tutti quei pianeti popolati da forme di vita intelligenti.

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Tra sogno e racconto: “Gli dei notturni” di Danilo Soscia

Che il sogno sia un peculiare materiale narrativo è noto, almeno da quando Freud ha dimostrato come i meccanismi del linguaggio agiscano pure negli ingranaggi dell’inconscio. Specialisti nella narrazione dei loro sogni sono stati in molti, ma tra questi un ruolo importante spetta probabilmente allo scrittore francese Georges Perec che tra il maggio 1968 e il settembre 1972 annotò minuziosamente i suoi sogni: il risultato di questa operazione sono le pagine di La bottega oscura (tradotto e annotato per Quodlibet da Ferdinando Amigoni), dove il resoconto del sogno si sovrappone continuamente con la forma narrativa del racconto, in un serie di frammenti di autobiografia che vivono grazie ai continui rimandi ai fantasmi della vita.

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Varda by Agnès. “Niente è perduto, tutto si trasforma”

di Rosario Sparti

Non chiamatelo film testamento. Non si potrebbe pensare a un film più vitale di Varda by Agnès, l’ultimo lungometraggio della regista franco-belga, che la Cineteca di Bologna ha deciso di portare nelle sale italiane, in compagnia di altri quattro titoli (Cléo dalle 5 alle 7; Daguerréotypes; Salut les cubains e Réponses de femmes), per celebrare Varda a un anno di distanza dalla sua morte. Non sarebbe nemmeno equo definirlo una masterclass, semmai si tratta di una lezione di vita, la sua, che la cineasta racconta in prima persona senza mai indossare i panni dell’insegnante, invitandoci a trovare liberamente un punto di vista da cui osservare il mondo, magari con la stessa amorevolezza e curiosità con cui l’ha filmato per oltre sessant’anni.

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Su “Più misteriosa della morte è la domenica” di Fernanda Woodman

di Davide Castiglione

La domenica sembra avere maggiore potenziale archetipico rispetto agli altri giorni settimanali; è un tempo immobile per antonomasia, esistenziale quanto il mezzogiorno nell’arco delle ventiquattro ore e quanto l’estate nell’arco annuale. Il sabato leopardiano perderebbe spessore e dignità di elaborazione poetica, qualora venisse a mancare l’ombra accennata ma decisiva della domenica che incombe (“diman tristezza e noia”). Anche i cinque giorni dell’antico calendario atzeco detti “nemontemi” e attorno ai quali si struttura l’omonimo libro di Giuseppe Nava (qui una mia recensione) sono una specie di estesa domenica anti-litteram.

Sebbene l’essenza della domenica – indugio, inattività, dispersione – appaia univoca o quantomeno non centrifuga, sensibilità e contesti diversi possono rifletterla in forme quasi irriconoscibili fra loro.

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Nell’ultima stanza di Bacon e Dyer

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Anche i capolavori tornano sul luogo del delitto. Il trittico In memory of George Dyer, che Francis Bacon dedicò al suo modello e amante appena deceduto, ci ha messo quasi mezzo secolo per farlo, ma alla fine ha rivisto Parigi, la città in cui fu concepito. L’occasione è stata un prestito della Fondazione Beyeler di Basilea, la proprietaria dell’opera, al Centre Pompidou affinché il quadro venisse esposto nella mostra Bacon en toutes lettres che si è conclusa di recente. Bacon nel tempo ritrasse decine di volte il suo compagno in modo ossessivo, a nessun altro rivolse tanta attenzione, ma questo dipinto lo fece a memoria, come s’intuisce dal titolo.

L’omaggio postumo fu eseguito a caldo in un momento cruciale della parabola umana e artistica del pittore dublinese e della loro vita di coppia, poco dopo il suicidio di Dyer avvenuto alla vigilia dell’inaugurazione al Grand Palais di una mostra interamente dedicata a Bacon. Era l’ottobre del 1971. L’occasione era storica, un onore in precedenza riservato solo a un altro artista vivente: Picasso. Bacon e Dyer giunsero nella capitale francese qualche giorno prima. Presero alloggio in una suite dell’hotel des Saints-Pères, situato nell’omonima strada del quartiere latino. Lui era venuto per seguire personalmente l’allestimento dei quadri, ma volle occuparsene da solo. Era molto nervoso, cambiava idea di continuo, come se non fosse mai soddisfatto delle proprie scelte. Un riconoscimento di quella portata equivaleva a un Nobel, ma lo esaltava e atterriva allo stesso tempo, perché sapeva bene che “l’umanità si difende dal genio negandolo e se ne sbarazza riconoscendolo”.

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“Dove tutto è stato preso” – A House is not a Home

di Giuseppina Borghese Il primo pensiero, appena uscita da teatro, dopo aver visto “Dove tutto è stato preso” di Tamara Bartolini e Michele Baronio – in scena all’India lo scorso 23 febbraio – è stato quello di tornare a casa e restare in silenzio, in balìa di sintetizzatori e voci languide, straziate: un bisogno fisico […]

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La via del Ballardismo applicato

Negli ultimi anni sono usciti diversi libri che provano a trovare un modo inedito per trattare temi e argomenti già affrontati moltissime volte. Due che ho apprezzato anche più di quanto mi sarei aspettato: Al caffè degli esistenzialisti. Libertà, essere e cocktail di Sarah Bakewell (Fazi), su Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Albert Camus, Emmanuel […]

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La sfida di Marlon James con “Leopardo nero, lupo rosso”

Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

C’è una “quest”, come usa nei romanzi fantasy. Un uomo dotato di olfatto finissimo – diremmo soprannaturale – viene ingaggiato per ritrovare un bambino smarrito. Pur essendo il classico lupo solitario, “Inseguitore” si crea per l’occasione una piccola compagnia malassortita, fra cui spicca un uomo-leopardo mutaforma. La banda lascia dietro di sé una scia di sangue. Attraversa mondi bizzarri. Prima di ogni sezione c’è una mappa. Le descrizioni, le invenzioni letterarie sono appassionanti, i dialoghi appesantiti dal gergo da fantasy (“sono semplicemente un uomo che qualcuno ha chiamato lupo”… “Era troppo sconvolto per implorare che lo risparmiassi”…).

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Space Opera, sopravvissuti e senzienti

di Alberta Aureli Se l’universo pullula di alieni, dove sono finiti tutti quanti? Così nel 1950 il paradosso di Enrico Fermi escludeva la possibile presenza di vite aliene all’essere umano nell’universo. E se da un lato la logica schiacciante del se ci sono, dove sono ha messo in pace molti, molti altri non riescono a […]