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Ritrovare l’oggetto perduto: una conversazione con Fabrizio Gifuni

di Nicola Lagioia Questa conversazione è uscita su La Repubblica, che ringraziamo. Fabrizio Gifuni è uno degli attori più interessanti in cui è possibile imbattersi oggi andando a teatro. Chi l’ha visto lavorare su Gadda e Pasolini, su Camus e Primo Levi, su Cortázar e Bolaño sa che questo cinquantatreenne romano con ascendenze siciliane e […]

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La settima fila

di Christian Raimo   Se c’è un’emergenza oggi in Italia è quella della dispersione scolastica.   Ogni volta che entro in classe o in una scuola per un incontro, penso che al mio lavoro manca un pezzo. Spesso ai ragazzi glielo dico: Qui manca una settima fila. C’è una settima fila invisibile, che oggi non […]

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Un estratto da “Piano B”: Ágota Kristóf

Pubblichiamo un estratto dal libro di Gianluca Bavagnoli e Lucia Emilia Stipari Piano B, uscito per Centauria, che ringraziamo. L’illustrazione è di Duncan Connell.

Nascere nel 1935 nella più remota provincia ungherese, in un paese di poche anime come Csikvánd, privo di stazione ferroviaria, elettricità, acqua corrente, potrebbe sembrare un pessimo punto di partenza per una bambina che sogna grandi cose. Una bambina come tante altre che però, a soli 4 anni, vive già di libri e legge ad alta voce per i vicini di casa, che la ascoltano rapiti, limitandosi a chiederle di andare più piano o più veloce.

E invece, per Ágota Kristóf, quello dell’infanzia resterà per sempre il momento più bello, quello che per tutta la vita tenterà di ritrovare chiudendo gli occhi e affondando nel mare dei ricordi.

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Dalla parte di Meursault. Ricordare “Lo straniero” di Albert Camus oggi

di Anna Toscano

Rileggere Lo straniero di Albert Camus a settantasette anni dalla sua uscita è una esperienza straniante: la domanda che affiora quasi a ogni pagina è se siamo in Algeria tre quarti di secolo fa, o oggi nelle nostre strade, nelle nostre case, nella nostra città. Il protagonista, Meursault, è un individuo che appare come tutti, un lavoro che gli occupa molto tempo e lo tedia, una casa, una madre in un ospizio, una vita affetta da abitudini che hanno trovato la pace in loro stesse.

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Perché Salvini ha vinto e come combatterlo. Qualche idea per le lotte che ci aspettano.

di Christian Raimo Matteo Salvini nel giro di nemmeno un anno è diventato il soggetto pubblico sottinteso. Se iniziamo un qualunque discorso con un soggetto sottinteso alla terza persona singolare – “Hai sentito cosa ha detto?”, “Poco fa ne ha sparata un’altra delle sue”, “Sembra crescere”, “Non mi piace” – è molto plausibile che ci […]

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La felicità di far libri, secondo Leonardo Sciascia

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo. Fonte immagine.

Immaginate, accanto al duomo o in qualunque altro luogo nella cerchia dei bastioni, una roccia scoscesa e brulla che porta al mare; immaginatela lavica e ricoperta di piante escrescenti che offrono frutti gialli e arancioni; immaginate i fichidindia nel centro di Milano: polposi, colorati, nutriti da un sole che non picchia.

Ora pensate a Palermo nel 1969, con tutta la sua energia e tutta la sua ingovernabilità, pensate al caos, al brusio, alla mafia, ai dislivelli sociali, all’irriducibilità delle strade e dei quartieri. Pensate a un fotografo e a sua moglie, a un antropologo, a uno scrittore, a questi quattro amici che decidono di aprire una casa editrice e seguire una follia: investire in cultura. Fra loro – Enzo ed Elvira Sellerio, Antonino Buttitta, Leonardo Sciascia – è quest’ultimo a sfidare la similitudine che bisogna darsi l’ardire di capovolgere: “fare libri a Palermo è come coltivare fichidindia a Milano”.

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“Il commensale”: un estratto

Pubblichiamo un estratto da Il commensale, il libro di Gabriela Ybarra uscito per Alessandro Polidoro Editore, che ringraziamo.

di Gabriela Ybarra

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Si racconta che nella mia famiglia si sieda sempre un commensale in più a ogni pasto. È invisibile, ma c’è. Ha il suo piatto, il suo bicchiere e le sue posate. Di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti.

Il primo a sparire fu mio nonno paterno.

La mattina del 20 maggio del 1977, Marcelina mise sul fuoco un bollitore e approfittando del fatto che l’acqua non fosse ancora a temperatura, prese un piumino e iniziò a spolverare le porcellane. Un piano più su, mio nonno stava entrando nella doccia e, in fondo al corridoio, dove le porte formavano una U, dormivano i tre fratelli che vivevano ancora lì.

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Tra le pieghe dell’ossessione. L’invenzione dell’altro in Frédéric Boyer

Photo by Jose A.Thompson on Unsplash

di Alice Pisu

“Ci sono bambini che abitano immagini nelle quali credono ciecamente per tutta la vita”. Quella di Frédéric Boyer ha le sembianze di una giovane donna dagli occhi scuri che turba i suoi pensieri di bambino per diventare presto un’ossessione che lo accompagnerà per il resto della vita. A contrastare il rigore e le imposizioni dell’educazione impartita dalle suore del Sacro Cuore, i giochi segreti nel dopopranzo con una figura misteriosa che prenderà forma nel suo immaginario diventando l’oggetto del desiderio da ricercare instancabilmente in ogni donna che da adulto avrebbe incontrato.

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Scrivere di cinema: “Il grande spirito “

di Giovanni Chessari

Renato, auto-ribattezzatosi “Cervo Nero” e convinto di essere un indiano Sioux, vive di sogni ed espedienti nel lurido solaio di un condominio di periferia; qui si troverà ad offrire un nascondiglio sicuro a Tonino detto “Barboncino”, ladruncolo di serie zeta in fuga col malloppo sottratto ai compagni di rapina, che adesso lo inseguono in cerca di vendetta. Sullo sfondo si staglia infelicemente grandioso l’impianto dell’Ilva, fumante e imbattibile mostro d’acciaio.

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Di Maratone, Bruce Springsteen e del sangue che (s)corre nelle vene

di Federico Vergari

“We were born to run”. Siamo nati per correre. Oppure, in una rilettura di uno dei massimi scrittori-esperti di Springsteen Gianluca Morozzi: “Siamo nati per rincorrere”.

Questa frase di Bruce Springsteen che, a prescindere dalle due traduzioni non cambia il suo valore e resta intatta e si erge, almeno per me, nel simbolico Louvre delle citazioni che possono in un modo o nell’altro cambiarti la vita. E dirò di più: questa frase è tatuata e ben leggibile sul mio interno bicipite destro. Andò più o meno così: “Se riesco a finire la mia prima mezza maratona mi tatuo la frase del Boss”. E così fu. Era marzo 2014 e da quel giorno di mezze maratone ne ho corse tante, alternandole con tante Dieci, diverse Trenta e anche con una prima – recente – maratona, a Firenze lo scorso il 25 novembre.