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Noi non ci saremo. Divagazioni sulla fine del mondo

A un certo punto un gigantesco giaguaro blu scenderà dal cielo e divorerà tutta l’umanità. A quel punto i pilastri che sorreggono la Terra si sfalderanno, l’intero mondo collasserà su se stesso e tutto ciò che esiste sarà ingoiato da un abisso eterno. Questa immagine allo stesso tempo terrificante e affascinante è la descrizione della fine del mondo secondo i Guaraní Ñandeva, un gruppo etnico indigeno del Brasile meridionale. Dal loro punto di vista, come da quello delle civiltà mesoamericane, la fine del mondo – o meglio, dell’umanità – è qualcosa di ciclico che divide il tempo in ere, al termine delle quali tutto viene distrutto per poter risorgere (e anche i sacrifici umani, uno degli aspetti più controversi della cultura azteca, sembra fossero connessi a questa concezione e avessero sostanzialmente il compito e l’effetto di posporre tale dissoluzione).

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La mia generazione

di Christian Raimo C’è una scena madre che accomuna i riti di passaggio della maggior parte delle persone mie coetanee, quei thirty-forty-something che sono cresciuti come me passando l’infanzia tra gli esordi della televisione commerciale e hanno compiuto i diciott’anni mentre Berlusconi scendeva in campo. È una specie di aneddoto-tipo che mi hanno raccontato tutti […]

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Il (pazzesco) peso del mondo: Anne Imhof alla Biennale

di Leonardo Merlini

Quando esco dal padiglione della Germania alla 57esima Biennale d’arte di Venezia, in una mattina di luglio, lontana due mesi dai giorni affollatissimi e super glamour della preview, la sensazione che porto con me, mentre mi siedo sugli stessi gradini dove tre ore prima ho atteso di entrare insieme ad altre decine di persone per provare a scrivere subito qualcosa di onesto (o di consapevolmente delirante, se preferite) su ciò a cui ho appena assistito, la sensazione, dicevo, somiglia al peso del mondo intero. Ma non portato sulle mie spalle, piuttosto diffuso, atomizzato, condensato nei corpi dei performer che hanno appena terminato di mettere in scena il Faust di Anne Imhof, progetto enorme e assolutizzante che ha vinto con merito il Leone d’oro per le partecipazioni nazionali.

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Scrivere di cinema: Black butterfly

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Mariangela Carbone

Uno scrittore in crisi di ispirazione batte svogliatamente l’indice sulla tastiera di una macchina da scrivere, riempendo un foglio su cui appare ripetuta la frase “Sono bloccato”. Così inizia il film Black butterfly dichiarando, non senza goffaggine, il tentativo di rievocare le atmosfere di Shining e l’inquietante vicenda di Jack Torrance.

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Le feste di compleanno dei nostri figli nel secondo decennio degli anni duemila – II parte

Ed ecco un aggiornamento al pezzo Le feste di compleanno dei nostri figli nel secondo decennio degli anni duemila, uscito qualche tempo fa su questo bog. Diverse persone sono intervenute sul tema, e questi contributi hanno dato all’autore dell’articolo lo spunto per scrivere una seconda parte. Se nella prima aveva raccontato il processo estremamente standardizzato che governa ormai molte feste di compleanno, qui si esplorano due ulteriori aspetti dell’industria che gestisce questo momento di socializzazione dei nostri figli.

di Maurizio Cotrona

Genitori e macchinette.

I genitori si dichiarano prevalentemente depressi all’idea di dover partecipare alla festa di compleanno di un compagno di classe del proprio figlio ma, a parer mio, esagerano.

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Sulle tracce di Lawrence d’Arabia

Questo articolo è uscito su Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Dario Olivero

AQABA. «Questo era il quartier generale di Lawrence d’Arabia, anzi ciò che ne resta. E per quello che importa ancora». Il custode, piuttosto sfiduciato dell’incuria del governo per i suoi monumenti storici, è un insegnante druso con gli occhiali grandi e la camicia rosa che suda sotto il caldo. La stanza al primo piano, forse in passato con una tenda e un pagliericcio per la notte, doveva essere comunque fin troppo sontuosa per le abitudini del suo spartano inquilino.

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This is not an exit. “Lions” di Bonnie Nadzam

Una distesa piatta e asciutta di terra gialla bruciata dal sole, battuta dal vento, in mezzo al nulla. Fattorie. Un pugno di case basse, circondate da campi di grano e raggruppate intorno a una Main Street su cui si affacciano un diner, un bar, una ferramenta. Una chiesa, quasi sempre. Una cisterna dell’acqua o la vecchia torre di un mulino a vento, a volte. Magari una piccola scuola elementare, lo scheletro di una fabbrica abbandonata: residui di un passato non troppo remoto in cui ancora si coltivavano, oltre al grano, irrazionali ambizioni di crescita. Sagre paesane alcoliche e danzerecce. Popolazione perlopiù di mezza età, molti anziani, qualche bambino, pochi adolescenti; contadini, allevatori, un predicatore, il pazzo del villaggio, alcuni commercianti rimasti a gestire la manciata di negozi ancora in attività. Solitudine, antichi rancori, solidarietà. Ai margini del centro abitato una o due stazioni di servizio. Oltre i confini urbani, lungo le interstatali, cartelli e segnali stradali a indicare che sì, malgrado tutto un mondo là fuori esiste e si annuncia con le gigantesche e pacchiane insegne al neon di bowling, fast food e motel.

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Dieci Chris Cornell in uno

Pubblichiamo un pezzo dedicato a Chris Cornell, che avevamo in programma da qualche tempo. Proprio ieri, inattesa, è giunta la notizia della morte per suicidio di un altro artista americano, Chester Bannington, frontman dei Linkin Park. Bannington era molto legato a Cornell ed è morto nel giorno del compleanno del suo amico.

di Elia Pasini

Sono già passati due mesi, abbondanti. Quaranta giorni in cui sono arrivati tributi, dediche, preghiere, agiografie, invocazioni. L’anima grunge, che lotta ancora incarnata in Eddie Vedder e Dave Grohl, è sembrata invecchiare fino al baratro dell’annullamento, nello spazio di una sola, inappellabile morte. Dopo Kurt Cobain, Layne Staley e Scott Weiland, anche Chris Cornell. L’occasione pare buona per riflettere sul peso, non solo musicale, ma anche culturale, filosofico, religioso, politico pure, che ha attirato su di sé, non sempre scientemente, l’irripetibile figura di Cornell. Un uomo che è stato pioniere e poi emarginato, grunger tarlato e poi rockstar tamarra, depresso e irrefrenabile, sfuggente e tetragono. Cornell che, come e forse più di Cobain, Staley e Weiland, ha incarnato il vero e proprio elementale del grunge. Tormento dopo tormento, gioia effimera dopo gioia effimera, fino al definitivo oblio.

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Quante volte è successa la fine del mondo?

La fine del mondo è successa un mucchio di volte, e siamo ancora qui a parlarne ogni tanto e per fortuna a parlare anche d’altro.
Il modo più strano in cui è avvenuta è forse quello raccontato da Douglas Adams in Guida galattica per autostoppisti: la Terra, che è una delle regioni più periferiche, insignificanti e soprattutto inconsapevoli e ignoranti di un grande impero interstellare (non sa nemmeno di far parte di un impero interstellare, figuriamoci!), deve essere asfaltata per costruire una superstrada interspaziale che attraversi in lungo e in largo il sistema solare.

La distruzione del Pianeta nella Guida galattica avviene per contrappasso: la Terra viene abbattuta con la stessa noncuranza con cui gli uffici comunali di una città (di provincia?), poco prima che succeda l’apocalisse, si accingono a radere al suolo la casa di Arthur Dent (uno dei protagonisti del romanzo) perché in quel punto deve passarci una tangenziale. Ad eseguire l’ordine di abbattimento della casa di Dent quel giorno c’è il signor L. Prosser, che alla domanda sul perché vada fatta una tangenziale, e proprio nel punto in cui sorge la casa di Arthur, risponde: «Perché mai andrebbe fatta? È una tangenziale e le tangenziali sono necessarie».

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Ricordando Paolo Borsellino

Alle 16.58 del 19 luglio 1992 una Fiat 126 imbottita con 90 chili di esplosivo, telecomandata a distanza, deflagrò sotto il palazzo nel centro di Palermo, in via Mariano D’Amelio, dove il giudice Paolo Borsellino stava andando a trovare la madre. Insieme a lui furono uccisi gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Nelle parole che Agnese Borsellino ci ha affidato, indirizzandosi al marito Paolo, tutto l’universo sembra obbedire all’amore e c’è la traccia forse più profonda dell’impegno del giudice: «Resti per noi un grande uomo, perché dinanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, la vita, sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze».