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Il dubbio e la certezza. Interrogando musica e poesia

Dal 9 giugno al via la diciannovesima edizione della Milanesiana – Letteratura Musica Cinema Scienza Arte Filosofia Teatro e Diritto, Festival ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi e quest’anno dedicato al tema “dubbio/certezza”. Il pianista e compositore Michele Sganga sarà come di consueto ospite per la sezione Il respiro della musica e della poesia, con due concerti il 28 e il 29 giugno. Accanto a pagine classiche di Claude Debussy e Robert Schumann, suonerà due opere per pianoforte di sua composizione: La voce degli alberi, e – in prima esecuzione assoluta il 28 giugno – Variazioni irregolari.

di Michele Sganga

A rigor di logica si dovrebbe tutti concordare su un punto: se da un lato parole e note musicali si fanno facilmente strumenti adatti all’espressione delle nostre, pur vaghe, certezze, dall’altro il silenzio assurge ben più docilmente a simbolo dell’umano dubitare, innervato tra le une e le altre sotto forma di cesure o di pause, e mostrandosi in maniera ineluttabile – subdola, a volte – quale perfetto archetipo dell’insicurezza e della paura dell’uomo di fronte alle grandi domande sull’esistenza e sull’origine del cosmo. (Con quel vuoto di parole e suoni a disegnare in fin dei conti i contorni di un più grande silenzio, che è simulacro spettrale e irrisolto di ogni altro, perché irrisolvibile: quello della nostra ignoranza).

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Il superstite, la fiaba nera di Massimiliano Governi

di Federica De Paolis

Il superstite, non ha nome. Una mattina come un’altra, con la figlia sulle spalle va a casa dei genitori. Tutto è avvolto nel silenzio, le luci del giardino sono stranamente accese. Lascia la bambina fuori dal cancello e si avventura dentro casa; l’acqua scorre sul pavimento: la sua famiglia è stata sterminata, fratello, sorella, padre e madre. Non c’è nessun indugio sul ritrovamento dei corpi: non si tratta di un racconto macabro, né sconvolgente, è un’azione “anomala” eppure inevitabile che il Supersite si vede costretto a compiere. Di fronte al corpo inanime del padre, l’uomo gli sfila un mocassino e lo annusa.

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Un uomo guarda il suo computer

di Marco Mantello Un uomo guarda il suo computer non curandosi della finestra né dell`aria che tira là fuori Secche le labbra, ferma la testa lì di fronte allo schermo spianato Un uomo guarda il suo computer è concentrato La sua stanza comincia dal cuore costruito per la festa del papà tutto rosso vermiglio arancione […]

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Il paradigma dell’assenza in “Fioriture capovolte” di Giovanna Rosadini

Cosa accade quando le parole perdono di punto in bianco il loro significato e divengono dei simulacri che non rimandano più a nulla? Quando gli oggetti non trattengono più il senso quotidiano dell’esistere e si trasformano in vani simboli di qualcosa che non è più comprensibile? Quando l’accadere cessa di lasciare una traccia riconoscibile nella storia e si trasforma in una mera e inutile successione di eventi? Sono queste alcune delle domande che capita di rivolgersi leggendo Fioriture capovolte, l’ultima raccolta di poesie di Giovanna Rosadini da poco uscita nella «Bianca» einaudiana.

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Breve trattato di storia naturale

Eccoli lassù, in cima alla montagna. Nelle brevi estati scintillano al sole, nei lunghi inverni avvertono il peso della neve.

Ma tra loro non parlano, parlare non serve, ascoltano, questo sì, notte e giorno, senza lasciarsi sfuggire nulla, cogliendo la realtà lì dove la realtà svanisce, nel rumore del mondo.

E milioni di anni passati a perfezionarsi, moltiplicarsi, schierati e compatti, in lunghissime file, ricoprendo la cima della montagna.

Sembra ieri, loro lassù, e i dinosauri a valle, con i versi irritanti, le zanne sfoderate in ogni occasione.

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“Cuore, sopporta”: un estratto

Pubblichiamo, ringraziando editore e autrice, un estratto dal romanzo di Francesca d’Aloja Cuore, sopporta, uscito per Mondadori. di Francesca d’Aloja Da bambina temeva di perdersi per il dedalo di stradine, ci aveva messo un bel po’ a memorizzare le direzioni. Da adulta le sarebbe rimasto lo scarso senso dell’orientamento, non si avventurava mai su percorsi alternativi, […]

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Dichiarazioni d’amore a Yoko Ono

Performer a tutto tondo, maestra di irrequietezza e di indipendenza, vituperata musa di uno dei più grandi Geni della storia del rock, per lungo tempo non è stato facile essere Yoko Ono. L’artista giapponese, dal 1968 al fianco di John Lennon, ha vissuto un destino da strega: l’ha riconosciuto lei stessa intitolando due dei suoi album più recenti Yes, I’m A Witch e Yes, I’m A Witch Too.  Matteo B. Bianchi le ha dedicato un libro appena pubblicato nella collana Incendi di add editore, Yoko Ono. Dichiarazioni d’amore per una donna circondata d’odio, nel quale spiega al lettore perché dovrebbe amarla.

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Eravamo e non siamo più. Sopralluoghi per un documentario sul bacino del Lago Chad

di Angelo Loy

(in calce le traduzioni da T.S. Eliot)

Where is the Life we have lost in living?
Where is the wisdom we have lost in knowledge?
Where is the knowledge we have lost in information?
(T. S. Eliot, cori da: “The Rock”, 1934)

… e allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità.
(Amitav Ghosh, “La Grande Cecità”, Neri Pozza, 2017)

25 maggio

Una partenza con la testa piena di letture (e il corpo prosciugato dalla frenesia e dalla routine) che compiono orbite ellittiche intorno all’argomento: più o meno attinenti, indicando a volte falsi tracciati, altre funzionando in senso evocativo. Alcune orbite sono più emotivamente vicine al tema, altre tendono a disperdersi in uno spazio fuori controllo e apocalittico.

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Simone Lisi e l’irrealtà socievole dei trentenni

Quella dei pasti, del trovarsi seduti a tavola, in compagnia, a mangiare e a chiacchierare, è una circostanza ampiamente sfruttata, a partire dalla tradizione (prima) teatrale e (poi) cinematografica, specialmente in determinati contesti nazionali, ne sia un esempio quello transalpino: è il caso di qualche anno fa della pièce di Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière il cui titolo originale era Le Prénom, tradotta come Cena tra amici e trasposta su pellicola dagli stessi autori nonché, nel nostro Paese, da Francesca Archibugi (Il nome del figlio), ma si può ripensare anche al meno recente Le dîner de cons (La cena dei cretini) di Francis Veber, opera di origine drammaturgica, francese anch’essa.

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Sull’incompiuto, in Italia

Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Una scala mobile. La base poggia su un frammento di terreno cespuglioso, l’estremità opposta si allunga in alto fino al nulla: nessun piano da raggiungere, neppure una briciola di pianerottolo. Immersa in un’atmosfera magrittiana, questa «stairway to nowhere»si trova a Roseto Capo Spulico, in Calabria; tutt’intorno dovrebbe esserci un supermercato, o forse un ufficio pubblico o un teatro, che però, semplicemente, non è stato costruito: la scala mobile che punteggia il vuoto sereno della campagna è di fatto l’unica struttura realizzata di un progetto che per il suo 99% è rimasto sulla carta.