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Lettera Aperta alla ministra Azzolina

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Gentile Ministra Azzolina,

è stato detto, forse negli ultimi tempi in maniera più impellente, quanto i bambini siano stati ignorati dal Governo. Attraverso ciò che non dicevano i decreti sui bambini, ciò che non è stato precisato riguardo loro, ciò che è stato vietato e basta, senza porre al centro le conseguenze disastrose e pericolose di questi divieti, è emersa una miopia accidiosa, se non una irresponsabile cecità, che ha reso l’infanzia il luogo di questo Paese di cui più vergognarsi. L’infanzia e la vecchiaia – vicini per fisiologia, per fragilità, per dinamiche umane – sono gli aspetti della nostra esistenza di cui avere più cura, invece risultano il fallimento più eclatante e grave delle nostre attuali azioni. Perché, come diceva Marguerite Yourcenar, l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi che ci è dato vivere.

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Una controstoria della contemporaneità. Su Genere e capitale di Silvia Federici.

Questa recensione è uscita su Tuttolibri, inserto culturale della Stampa. di Christian Raimo Di fatto nel 2020 non può esistere Marx senza femminismo, e Silvia Federici lo spiega bene. Per questa ragione, fra le altre, non si può non conoscere il suo lavoro, e Genere e Capitale, il volume che DeriveApprodi manda in libreria è […]

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Cosa non funziona in “The English Game”

di Luca Todarello

Nel 1905 Alexander Bassano, fotografo dell’alta società inglese del XIX secolo (suo è anche lo scatto utilizzato da Alfred Leete per Lord Kitchener Wants You, manifesto britannico per il reclutamento di anime per la Grande guerra), immortala in uno scatto Lord Arthur Fitzgerald Kinnaird, ultimo discendente di una ricca famiglia di banchieri anglosassoni.

Si tratta probabilmente di uno dei primi lavori che un artista dedica alla celebrazione di un calciatore: Lord Kinnaird è stato infatti una stella del calcio dei pionieri e sarà anche presidente della FA, la Football Association inglese, per ben trentatré anni.

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Il colore delle cose la mattina presto, ovvero perché lo stile di Ernest Hemingway è così indimenticabile

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C’è qualcosa nello stile di Ernest Hemingway che lo rende indimenticabile. Non è solamente quel suo modo celebre di narrare,così asciutto, snello, in cui ogni singola frase, ogni singola parola esprime esattamente quel che ha da dire, senza neanche un orpello, senza aggiungere nulla di più e nulla di meno a ciò che intende comunicare. Non è neanche il suo umorismo, sempre vivo, pungente, irresistibile, profondamente intelligente. Non sono i dialoghi, così essenziali, realistici e acuti. Non è la qualità del mondo rappresentato, tanto nitida e pervia, che consente al lettore di guardarci attraverso per contemplare l’essenza stessa delle cose. Si tratta piuttosto di un insieme di tutti questi fattori, un tratto unico del suo modo di scrivere che rende i suoi romanzi e i suoi racconti indimenticabili e immediatamente riconoscibili.

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L’arte rotta

Questo testo è stato pubblicato a puntate, in forma leggermente diversa, all’interno della rubrica “inpratica” su Artribune, dal 16 al 23 marzo. I. Nella nuova condizione di isolamento che tutti stiamo vivendo, in cui è molto difficile costruire e ricostruire una parvenza di normalità, alcune percezioni interrogano con insistenza la nostra esperienza. Guardate, per esempio, […]

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Codici salute e crediti sociali: il futuro visto dalla Cina

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

Tra gli strumenti che la Cina ha impiegato nel tentativo di fermare il contagio da Covid-19 è stato sottolineato l’utilizzo massiccio dei dati provenienti dal traffico e dalle attività delle persone sui cellulari.

Si tratta di elementi che sono già quotidianità in Cina e che in alcuni casi hanno aiutato le più generali operazioni di contenimento del virus in modo quasi naturale: la Cina – ad esempio – è da tempo, specie nelle grandi metropoli, una società cashless.

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La critica musicale oggi: intervista a Rossano Lo Mele

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Non se ne può più di sentir dire che scrivere di musica equivale a ballare di architettura. La celebre massima, che il popolo attribuisce a Frank Zappa mentre i più informati fanno risalire all’attore-musicista Martin Mull, è spesso la formula magica per chiudere un discorso teso a screditare chi, nonostante la crisi irreversibile della carta stampata e gli altri innumerevoli ostacoli, si ostina a praticare un’arte forse minore, magari anacronistica, ma pur sempre un’arte, la critica musicale. Non è il solo luogo comune: un altro molto abusato è quello per cui i critici musicali sono tutti musicisti falliti (anche se c’è chi, come Colapesce, un po’ ironicamente e un po’ no dice di essere un critico musicale fallito e di essere, per questo, diventato musicista).

Sono invece pochi – ed è un discorso soprattutto italiano – quelli che rispettano il ruolo che i critici musicali hanno (avuto) nell’educazione degli appassionati di pop e rock, forse immemori di quando loro stessi coccolavano la propria collezione di dischi con una tenerezza riservata a poche altre cose o quando attendevano con trepidazione che all’edicola in fondo alla strada arrivasse il nuovo numero della propria rivista di riferimento.

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La vocazione del turcimanno

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Turcimanno, chi era costui? La parola suona un po’ esotica e remota, e in parte lo è, ma non è difficile averla già sentita. È sufficiente aver letto un libro su Caravaggio o aver visitato una sua mostra per esservi inciampato almeno una volta. Tutte le biografie del Merisi la riportano e le assegnano un ruolo centrale nella sua parabola artistica. Infatti, grazie all’opera di un turcimanno, la sua vita a Roma da spiantato “senza recapito e senza provedimento” cambiò radicalmente, e nel giro di poco tempo diventò il gigante che tutti ammiriamo. Fu l’amico Prospero Orsi, detto Prosperino delle Grottesche, l’artefice del suo successo, il turcimanno provvidenziale, senza il quale Caravaggio sarebbe rimasto un anonimo garzone di bottega che lavorava a cottimo “tre teste al dì”.

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Bisogna essere responsabili per essere partecipi: nasce la Libreria Solidale

La Libreria Teatro Tlon di Roma resta chiusa, ma la serranda non è abbassata: le attività proprie della libreria andranno avanti, come hanno fatto nel corso del mese di marzo, con le consegne a domicilio e la conversione delle tipiche attività divulgative in iniziative social. Allo stesso tempo, la Libreria si mette a disposizione del territorio come strumento di solidarietà. In collaborazione […]

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Le parole che infettano: il virus e la pandemia linguistica

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di Armando Vertorano

Lo scorso 11 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato ufficialmente lo stato di pandemia. Già da qualche giorno si paventava tale possibilità, anche se il termine veniva ancora usato con discrezione, quasi come una parola tabù, una lemma/vaso di pandora che non andava rilasciato, per non scatenare tutti i mali sociali possibili.

E invece l’11 di marzo il vaso è stato aperto, la pandemia è entrata in pompa magna nel nostro linguaggio quotidiano, apportando un vero e proprio turning-point percettivo.

Prima di quella parola, la situazione ci sembrava ancora contenibile, da quel giorno invece nessuno ha più avuto dubbi sulla serietà del problema.