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Matteo Marchesini e i saggi con personaggi
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(fonte immagine) Non è per niente facile allontanarsi dal nuovo libro di Matteo Marchesini e provare a formulare dei giudizi sull’opera narrativa di una delle figure più presenti e incisive del panorama intellettuale italiano, grazie alle sue collaborazioni con  “Il Foglio”, “Radio Radicale”, la “Domenica del Sole 24 Ore” e “doppiozero”: poeta, narratore, saggista, critico letterario e culturale che... (Continua a leggere)

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Storie dal mondo nuovo: intervista a Daniele Rielli

Daniele Rielli è uno degli autori più interessanti emersi negli ultimi tempi. Noto anche con lo pseudonimo che dà il nome al suo blog, Quit the Doner (riferimento all’abbandono della sua precedente attività e alla decisione di dedicarsi completamente alla scrittura), Rielli si è imposto in breve tempo all’attenzione dei lettori per il brillante piglio satirico della sua prosa, in cui concilia l’osservazione delle dinamiche sociali con la dote, squisitamente letteraria, di evocare atmosfere peculiari, come quelle che fanno da scenario ai suoi reportage.

Si può essere facilmente in disaccordo con le sue opinioni, sempre molto connotate e articolate, ma senza dubbio il punto di vista espresso nei suoi scritti (articoli e racconti) merita considerazione, sia per le ragionate argomentazioni, che per il modo non scontato di esporle.

Ora, Adelphi ha da poco pubblicato Storie dal mondo nuovo, raccolta di reportage (con due inediti) in cui si conferma il suo talento nel cosiddetto “giornalismo narrativo”.
Rielli si muove in una zona difficilmente catalogabile in generi ed etichette, la sua scrittura sfugge alle suddivisioni delle targhette sugli scaffali delle librerie. Questo, di per sé, lo rende interessante per (non) definizione.

Qual è stata la genesi di questo libro?

Quando circa tre anni fa il mio agente incominciò a fare girare il manoscritto del romanzo Lascia stare la gallina, il primo a richiamare fu un editor di Adelphi, Matteo Codignola, a cui era piaciuto molto e che non mi aveva mai letto prima.

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Letteratura “metropolitana” a Berlino

di Francesca Faccini

Prima ancora di rimanere meravigliata dall’anomala, per il mio sguardo italiano, quantità di lettrici e lettori sulla metro, sono stata colpita da un distributore automatico che campeggia sul binario della linea 8 di Alexanderplatz: tra i Twix, la Coca Cola, il Bounty e la Red Bull si trovano dei libri. Che la metropolitana di Berlino fosse il paradiso del “to go” – dal caffè al döner kebab, dalla birra ai bretzel ripieni di burro, tutto è consumato in piedi o seduti nei vagoni – ne ero a conoscenza, ma al “Lesestoff to go” non ci avevo ancora fatto caso.

Con un prezzo che varia da un euro a un massimo di dieci, è possibile selezionare libri per bambini, romanzi, guide; con un costo inferiore a una lattina si può avere qualcosa da leggere, einen Lesestoff contro la noia degli spostamenti: Langeweile in der Bahn? Tauchen Sie ab! – Dem Alltag entfliehen und abtauchen in die Welt der Bücher. Die Liebe finden, Abenteuer erleben und Spannung spüren (Noia alla stazione? Evadi! – Fuggi dalla quotidianità e immergiti nel mondo dei libri. Trova l’amore, vivi avventure, divertiti).

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Americana/10: Philipp Meyer

E così siamo  giunti all’ultima puntata  per la rubrica di Luca Briasco: in queste settimane ci ha raccontato i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea (minimum fax). Qui le puntate precedenti.

Philipp Meyer, Il figlio

Nato nel 1974, dunque poco più che quarantenne, Philipp Meyer è senza ombra di dubbio uno degli esponenti più credibili e rappresentativi della generazione di autori che, raccogliendo il testimone dei Vollmann, dei Foster Wallace e dei Franzen, sta tentando di aprire nuove strade per la narrativa statunitense. Dopo l’impressionante esordio di Ruggine americana, nel quale aveva saputo tratteggiare, con tinte vicine al miglior noir e profonda empatia, il ritratto di una generazione devastata dalla deindustrializzazione e dall’impoverimento materiale e morale che ne consegue, con il suo secondo romanzo, Il figlio – pubblicato come il predecessore da Einaudi e tradotto con perfetta aderenza da Cristiana Mennella –, Meyer è approdato alla grande saga famigliare, tra storia ed epica. E ha ulteriormente consolidato il successo di critica e di pubblico che era arriso alla sua prima prova, arrivando tra i finalisti del Premio Pulitzer e richiamando, come prevedibile, l’interesse di Hollywood, che lo ha chiamato a sceneggiare Il figlio e a farne una serie televisiva in dieci puntate, ormai in post-produzione e programmata per il prossimo aprile.

Petunias

Un vuoto nel linguaggio

Pubblichiamo un racconto della scrittrice americana Marly Swick, considerata dal New York Times erede di Grace Paley e Alice Munro. Tra le sue raccolte di storie brevi ricordiamo The summer before the summer of love Monogamy, oltre al romanzo The evening news. Questo racconto è un’anteprima da If magazine, la rivista online di Ideafelix, che ringraziamo.

di Marly Swick

Un tempo credevo che non ci fosse mai niente di nuovo sotto il sole. Ora ciò che credo è che non ci sono quasi mai parole nuove, a eccezione di quelle per i computer, e questo è il problema. La gente diventa sospettosa quando qualcuno o qualcosa non ha nome. È un peccato contro il linguaggio, un peccato contro la comunità. Se non puoi essere etichettato, sei come un’automobile senza targa, sei sfuggente e non devi rendere conto a nessuno, eppure sei in grado di fare danni enormi. Questo è il modo in cui ti vedono gli altri, e in realtà anche tu ti senti un po’ fuori controllo, incerto e spericolato allo stesso tempo, come se i cartelli stradali fossero scritti in un alfabeto sconosciuto, e puoi fare affidamento solo sul tuo istinto in una frazione di secondo.

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Su “La morte di Danton” di Mario Martone

Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Al culmine del breve, incandescente discorso in cui cerca di ribattere alle accuse che gli vengono mosse dal Tribunale della Rivoluzione, Georges Danton sfiora il nocciolo delle cose. Siamo a Parigi, nell’aprile del 1794. Dopo aver liquidato l’ala sinistra degli hebertisti, Robespierre intende puntellare il proprio potere eliminando proprio Danton, colui che incarna l’altra faccia della Rivoluzione, l’anima più libertaria e pragmatica, tanto da apparigli come il più pericoloso degli avversari.

Nell’aula di tribunale, dopo aver indirizzato contro Robespierre, Saint-Just e «i loro boia» la medesima accusa che loro stessi gli hanno lanciato (tradire, cioè, il processo rivoluzionario), Danton si rivolge a quel pubblico che a lungo lo ha amato come il leader più umano, e passionale, dei moti parigini. Si rivolge alla porzione di popolo assiepata ad assistere a una gogna politica dall’esito già segnato, e conclude il suo discorso con parole che non potevano essere più lucide, più crude, e allo stesso tempo distanti dalla morale dei due «santi» della Rivoluzione che vogliono farlo condannare a morte in quanto «controrivoluzionario»: «Fino a quando le orme delle libertà saranno le tombe? Voi volete pane, e loro vi lanciano teste! Voi avete sete, e loro vi fanno leccare il sangue dai gradini della ghigliottina!»

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Cinico mai più — Prima Parte

Pubblichiamo la prima parte di un saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Proprio pochi giorni fa è scomparso uno dei volti più simbolici del programma, Pietro Giordano, morto a 69 anni nella sua abitazione di Palermo.

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Italy Is Burning è un progetto musicale che nasce nel 2007. A idearlo è il dj lombardo Mario Fargetta. Su una base house, una voce sintetica pronuncia una sequenza di frasi. Ogni frase descrive abitudini, usi, costumi, consumi di una determinata comunità cittadina, soprattutto o soltanto composta da adolescenti. Per esempio: «Vivo a Bologna, Studio al Dams, Vivo vicino alle due torri, Abito appena fuori Porta Mascarella, Compro le bici in via Zamboni»; oppure, in Firenze Is Burning: «Vo a psicologia alla Torretta, Fo la ragazza immagine, Mi garba la Ducati Monster, Prima andavo al Mood, ora vado all’ex Mood, Andavo al Cabiria di piazza Santo Spirito, ora vado al Pop Cafè di piazza Santo Spirito»; e ancora, in Roma Is Burning: «’sto disco spigne una cifra, No, al mucca assassina no, è un posto de froci, Carlo Verdone me fa troppo sdraia’, Mangio i panini dallo Zozzone de corso Francia, La Tedesca se dovrebbe fa un po’ i cazzi sua, Roma de notte è da paura».

Ogni frammento di Italy Is Burning contribuisce a dare forma a un repertorio di situazioni tipiche e ricorrenti, tic, clichés, micro-orizzonti di riferimento più o meno consapevolmente condivisi che, nominati, diventano identitari; qualcosa di simile a quanto accade nei profili Facebook Sei di… se… – Sei di Belluno se…, Sei di Lecce se…, Sei di Frosinone se… –, nei quali a segnare un’appartenenza locale è ancora una volta il succedersi di circostanze riconosciute e riconoscibili che gli stessi utenti contribuiscono a dilatare: un’idea di identità – locale e in un certo senso personale – in forma di catalogo.

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Arte e sfera pubblica: un estratto

È appena uscito per Donzelli Editore Arte e sfera pubblica di Michele Dantini (pp. 408, maggiori info qui), saggio ampio e ambizioso dedicato ai temi della storia dell’arte e della critica.  L’indagine sui rapporti tra immagini e parole è al centro del libro, così come l’interesse per il compito civile delle discipline umanistiche e l’indicazione dei limiti dello specialismo deteriore.  Di seguito un estratto dal capitolo dedicato a Aby Warburg e alle origini dell’iconologia.

di Michele Dantini

Per tutti coloro che si sono occupati della tradizione di studi associata al nome di Warburg si è posto a un dato momento il problema di stabilire il grado di coesione interna di questa stessa tradizione: cosa fa l’unità, se qualcosa, di una scuola tanto prestigiosa, e cosa distingue il «metodo Warburg»? Non presumo qui di procurare una facile risposta a una domanda tanto impegnativa. Tuttavia ritengo che lo spoglio incrociato di un corpus di studi – detto in modo meno pomposamente accademico: la trasformazione di determinati testi nei personaggi di una conversazione – aiuti a rintracciare invarianti o a misurare ampiezza e fecondità delle differenze.

L’interesse per l’ambivalenza dell’Antico, o se si preferisce il desiderio di procurare un’immagine meno ristretta e convenzionale dell’eredità classico-rinascimentale, costituisce un elemento cruciale per Warburg non meno che per i suoi eredi. Con le sue tesi sulle origini della cultura occidentale «dallo spirito della musica», Nietzsche ha svolto un ruolo maieutico difficile da sopravvalutare, anche se Warburg per primo ha avvertito la necessità di delimitare e circoscrivere la propria ammirazione per il filosofo tornando a più riprese, in pagine di toccante umanità, sul suo tracollo psichico torinese.

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La spiritualità degli indiani d’America in “LaRose”

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Con il suo nuovo impeccabile LaRose (in Italia per Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani, pagg. 432, 19 euro), l’americana Louise Erdrich torna nella riserva di indiani ojibwe nel Nord Dakota già ambientazione dei precedenti romanzi La casa tonda e Il paese dei colombi (pubblicati entrambi sempre da Feltrinelli). Al centro della storia c’è un bambino, il cinquenne LaRose, che il padre cede alla famiglia dei cognati dopo averne ucciso il figlio accidentalmente durante una battuta di caccia.

A giustificare il gesto è il desiderio di interrompere alle radici l’odio e il desiderio di vendetta, di condividere materialmente il lutto, di provare a riparare un danno apparentemente irreparabile. Un gesto di pace il suo, comprensibile nelle intenzioni, doloroso nelle ragioni e nelle conseguenze.

Palermo 22.02.2016 - Teatro Biondo, "Minetti" Ritratto di un artista da vecchio, regia di Roberto Andò con Roberto Herlitzka.
Ph. Franco Lannino/Studio Camera

Roberto Herlitzka e la maschera dell’attor vecchio

La maschera dell’attor vecchio è una delle più affascinanti della modernità, per quanto riguarda la drammaturgia. E oggi, in questo tempo che non sa più guardare al passato ma che ha anche smarrito un’idea costruttiva di futuro, è forse la maschera che meglio incarna quel senso di smarrimento nei confronti della contemporaneità che, mi sembra, si sta delineando come il tratto comune dei nostri giorni. I testi più interessanti sono tre (ma se ne potrebbero citare degli altri). «Il canto del cigno», capolavoro di poche pagine scritto da un Cechov ventiseienne, è forse il capostipite di questa schiera di vecchi artisti consumati dall’arte e rigettati dal tempo; sicuramente il più dolente e al contempo il più romantico.

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La parola mala: un estratto

Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro La parola mala, a cura di Giovanni Chianelli, uscito per Ad est dell’equatore.

di Giuseppe Sansonna

La volgarità non è volgare: si potrebbe parafrasare così il Maupassant citato da Max Ophuls, ne Le Plaisir. Quello che affermava che la felicità non è allegra.

Forse tutto dipende da come le si maneggiano, volgarità e felicità: declinazioni diverse, a volte complementari, del vitalismo espressivo. L’ebbrezza della liberazione del linguaggio, lo sconfinamento improvviso nella trivialità, può generare lampi d’allegria. Per questo il parlar grasso è usato, e spesso abusato, da tanto cinema comico.