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Elogio dell’imperfezione nel “Club degli uomini” di Leonard Michaels

Hanno quasi tutti un difetto fisico, una lieve asimmetria, i personaggi del Club degli uomini, il primo romanzo di Leonard Michaels da poco ripubblicato da Einaudi nella traduzione di Katia Bagnoli. Chi è leggermente strabico, chi ha un capezzolo in più, chi indossa calzini di due colori diversi, chi ha una piccola cicatrice vicino all’occhio destro. L’universo descritto dall’autore si compone di anomalie, di eccezioni, come se Michaels avesse timore di abituare il lettore alla normalità, e tentasse piuttosto di restituire nella sua narrazione la vulnerabilità, l’imperfezione, l’irripetibile specificità degli individui.

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La scomparsa di Stephanie Mailer: intervista a Joël Dicker

di Matteo Cavezzali

«Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perchè sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito». Così diceva lo scrittore e professore attorno al cui mistero ruotava “La verità sul caso Harry Quebert”: romanzo da sei milioni di copie, tradotto in 33 lingue e gratificato nel 2012 del Grand Prix du roman de l’Académie française e del Premio Goncourt des lycéens.

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Il male, c’era – Elegia per Marghera

Pubblichiamo un pezzo uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo. (fonte immagine)

di Francesco Targhetta

La linea della più sconvolgente accoppiata in stridore che esiste al mondo, Venezia legata insieme a Mestre-Marghera (qual è il vivente, qual è il cadavere?), di colpo sfida a una sutura di recupero attraverso l’oscenità del reale e del presente; sfida […] a saltare più in là, verso il non ancora realizzato, verso un mai-visto in cui persino il male venga bloccato, svuotato del suo potere e riabilitato come segno, traccia, forma.
(A. Zanzotto, Venezia, forse)

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Elementi di scienza politica

La mia generazione esiste non è affatto un`idea o un`astrazione non è nemmeno un`allucinazione triste nata un sabato pomeriggio a Ikea fra cataste bruciate di librerie Billy e una pallida riunione condominiale finita a ironie e strilli Le facce dei miei compagni di scuola erano bianco-verdi come le linee d`erba e le maglie del calcetto il […]

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Tirar mattina sulle strade di una Milano rugginosa

Pubblichiamo la versione estesa di un pezzo apparso su Robinson, l’inserto domenicale di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Il problema di Aldino è l’«ora seria». Vale a dire quel tempo in cui tocca smetterla col vagabondaggio della giovinezza per fare il proprio ingresso in un’età adulta non procrastinabile oltre, l’epoca in cui all’andirivieni succede l’andare, e dunque va definita una direzione, addirittura una meta, un’idea infine robusta della propria presenza nel mondo. Prima però che quest’ora implacabilmente severa scocchi, ad Aldino – forse non solo a lui – è data ancora una notte, una soglia oscura che coincide con un’intera città e con un’epoca precisa, la Milano del 1960, da percorrere ed esplorare, uno spazio e un tempo attraverso cui fare la spola da un capo all’altro nella speranza ostinata di poter tenere ancora un poco a bada questa famigerata età adulta, rimandando il più possibile l’alba.

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Come si scrive Auschwitz

di Simone Consorti I ciechi conoscono i cieli e spesso hanno un loro concetto degli arcobaleni Più di tutto sono esperti di spazi immensi e di giorno vanno di notte nei deserti Ci vuole immaginazione per credere nelle rose ci vuole un bel po’ d’esperienza per setacciare la realtà dall’apparenza A volte un cieco giovane […]

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Andrea Pazienza, trent’anni senza: Zanardi

In occasione della grande mostra Andrea Pazienza, trent’anni senza, inaugurata in occasione del Festival Arf!, che l’ha prodotta assieme al Comicon, presentiamo un testo tratto dal catalogo della mostra di Adriano Ercolani, su Zanardi, uno dei personaggi più celebre dell’autore. Il Festival Arf!, inaugurato ieri, si terrà fino al 27 Maggio presso il Mattatoio, ex MACRO a Testaccio a Roma; la mostra sarà visitabile fino al 15 Luglio.

di Adriano Ercolani

Perfido, rapace, amorale, vile e sadico: signore signori, vi presentiamo Massimo Zanardi.
Celebre è la dichiarazione dell’autore che meglio definisce l’anima del personaggio: «La caratteristica principale di Zanardi è il vuoto. L’assoluto vuoto che permea ogni azione».

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Arf, il Festival del fumetto a Roma

di Federico Vergari

Questo pezzo l’ho scritto l’altro giorno. Il 23 maggio, il giorno in cui Andrea Pazienza avrebbe compiuto 62 anni ed è un pezzo che al suo interno parla (anche) di un mostra su di lui. Anzi, della mostra sui Trent’anni senza Pazienza che si inaugurerà al Mattatoio di Testaccio con l’inizio della quarta edizione dell’Arf di Roma il 25 maggio.

Senza. Una preposizione privativa che ci delinea subito il terreno dell’evento. La mancanza. Senza ancora averla vista, la certezza è che esclameremo uscendo dall’Arf: Chissà se ci fosse ancora oggi, Pazienza. Sono già trent’anni che non c’è più. Io all’epoca avevo sette anni e ho soltanto un vago ricordo della sua morte. Credo di ricordarmela solo perché colpì mia sorella, già allora grande appassionata e alla quale devo il mio amore per il fumetto.

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Quello che ci lascia Philip Roth

Pubblichiamo un pezzo apparso su Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

«Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando».

È a questo punto di Pastorale americana, uno dei migliori romanzi del secondo Novecento, che Philip Roth, se non il più grande in assoluto (come lui nati nei Trenta: Thomas Pynchon, Toni Morrison, Cormac McCarthy) probabilmente il più robusto, il più tenace, il più influente, il più completo scrittore americano della sua generazione e di quelle a seguire, portava il suo alter ego Nathan Zuckerman a nutrire i primi dubbi sulla propria ricerca e noi lettori a morire di piacere tra le pieghe di una storia in cui nulla è come sembra.

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I due Capote: “Incontro d’estate” e “Altre voci, altre stanze”

Pubblichiamo un estratto da “Holden & company – Peripezie di letteratura americana da JD Salinger a Kent Haruf” di Luca Pantarotto, uscito il 22 maggio per Aguaplano Libri, ringraziando autore e editore.