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Sono un pompiere, da grande voglio fare lo scrittore – Un diario di scrittura

Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo. L’ultimo libro di Marco Cubeddu, Un uomo in fiamme, è da poco in libreria per Giunti.

di Marco Cubeddu

Sarà che, dopo settimane di turni di notte come guardiafuochi in Fincantieri, sto ascoltando Redemption Song nella versione di Johnny Cash e Joe Strummer accanto a una Moretti ghiacciata. Il sole caldo e l’aria fresca di una tarda mattinata di settembre. Il bosco di castagni da cui sono appena tornato col mio primo porcino. La possibilità di urlare fuori tutto l’animale che mi porto dentro dalla prima di nove case di un paese deserto a una vallata di paesi abbandonati.

Ma la prima cosa che mi viene da dire su questo libro è che mi ha dato pace. Un senso di redenzione personale. Ho fatto una vita spericolata. E scrivere Un uomo in fiamme è stata la cosa migliore che potessi fare per salvarmela. Per fare pace con tante cose. Capire chi sono. Amare chi amo. Mi vergogno molto per tutto il giudizio di cui ho subito il peso e di come l’ho scaricato sulle persone a cui tenevo di più.

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Emanuele e Antigone – su “Emanuele nella battaglia” di Daniele Vicari

I fatti, già dopo la prima sentenza di mezza estate, sono davvero semplici: una sera, un ragazzo di 20 anni muore, massacrato da un gruppo enorme di conterranei. Il ragazzo non ha fatto niente, ma davvero niente – se non dire a un tizio strafatto di piantarla di spintonarlo al bancone del club dove stanno. Dove stanno tutti.

Daniele Vicari di solito fa il regista: film di finzione (Velocità massima, L’orizzonte degli eventi, Il passato è una terra straniera), documentari (Il mio paese, La nave dolce), e opere che definire di ‘finzione’ fa sorridere amari (DiazSole cuore amore). Qui per la prima volta scrive e interpreta con le parole le immagini che gli fluttuano in testa da quando,un mattino del marzo 2017, ha collegato un diluvio di lanci d’agenzia alla figura di un ragazzo sveglio, gioviale, che veniva a caccia dalle sue parti: Emanuele Morganti.

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Catastrofe e rivoluzione. Eschilo, Mark Doten e Ling Ma

Prologo sull’Areopago Nel 458 a.C. il tragediografo Eschilo si aggiudica il primo premio alle Grandi Dionisie, il principale festival teatrale del mondo greco, portando in scena la propria versione di una delle più celebri storie della mitologia classica: l’assassinio di Agamennone, il conquistatore di Troia, per mano della moglie Clitemnestra e il delitto con cui […]

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Nick Cave e lo spirito di “Ghosteen”

Bright Horses è la seconda canzone di «Ghosteen», l’ultimo album di Nick Cave con i Bad Seeds. Inizia con quattro differenti accordi ripetuti due volte, e immagino che a molti la mente sia volata a Into my arms, per via dei due attacchi che sembrano richiamarsi tra loro in una maniera gentile. Pochi istanti, una sensazione simile a quella che si prova rivedendo una persona non vista da troppo tempo e cambiata solo leggermente. Ti sembra di riconoscere qualcosa di familiare dietro una coltre di nebbia. Ho provato persino a farle suonare insieme, facendo partire le canzoni nello stesso momento. Soltanto i primissimi secondi; puoi lasciare che si sovrappongano. Poi ognuna va per la sua strada.

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Una biografia rimbalzata: “La vita dispari” di Paolo Colagrande

C’è un solo gioco durante il quale ci si augura che vada tutto al contrario di come dovrebbe, e che l’esito sia il frutto di un imbroglio. È un gioco il cui successo dipende più dalla possibilità che degeneri, che fallisca, che dalla sua riuscita, e dal fatto che i partecipanti non rispettino né le sue regole né il codice etico di base. Si chiama telefono senza fili, ed è quello, per intenderci, in cui ci si passa la staffetta di una frase sussurrata sperando che quello dopo la trasformi in qualcosa di osceno, o comunque di molto diverso dal concetto di partenza. Poi l’ultimo pronuncia quello che ha capito, e se corrisponde alla frase originaria (cosa rara) ci si auto-assegna un debole applauso di gruppo. Altrimenti niente, mugugni, urletti, cose così: il falsario si camuffa, qualcuno lo accusa, lui nega, e quello da cui il cerchio è partito fa finta di offendersi. Un modo arcaico, e tra i pochissimi che mi vengono in mente, per ridere con le parole.

Paolo Colagrande, con La vita dispari (Einaudi, terzo classificato al Campiello 57), ha fatto una cosa del genere: sia per quanto riguarda l’allegria scaturita dal modo in cui scrive e dalle sue scelte lessicali (più che dagli eventi che racconta), sia perché la storia del suo Buttarelli è una biografia “per sentito dire”, come ha fatto notare Giacomo Raccis su La Balena Bianca: un monologo da bar su un’intera vita rimbalzata di versione in versione, e giunta alla foce ampiamente sfigurata, e piena di parallelismi che si contraddicono tra loro.

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La Milizia della Cultura: intervista a Kadhem Khanjar

Kadhem Khanjar è un poeta iracheno fondatore con altri giovani poeti del gruppo Milizia della cultura che organizza letture poetiche in luoghi colpiti dalla guerra o da attentati terroristici. È ospite di Internazionale a Ferrara (dal 4 al 6 ottobre), il festival di giornalismo organizzato dal settimanale Internazionale e dal Comune di Ferrara, giunto alla […]

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Rompere i giochi

di Cinzia Bigliosi

Nel suo Inglourious basterds (2009), Quentin Tarantino aveva dato un saggio superlativo del proprio pensiero estetico riguardo al potere taumaturgico dell’arte (cinematografica). Con immaginazione utopica, aveva infatti rovesciato uno degli epiloghi più drammatici del passato dell’uomo. Regalando ai suoi spettatori una fantastoria, alternativa e consolatoria, il finale manipolava quelle che, nella realtà, sono stati i falliti attentati alla vita dei più alti capi nazisti, tra cui Hitler.

Nel film, infatti, invece di cavarsela, almeno per il momento, i criminali finivano prima crivellati, poi letteralmente fritti (o, come dice oggi il personaggio interpretato da Di Caprio in Once upon a time in… Hollywood, “crauti flambé”). Chiusi in una sontuosa sala cinematografica, esalavano il loro ultimo respiro, bruciati dalle fiamme purificatrici del giorno del giudizio, in una sequenza dai colori e fotografia sublimi e potenti, che ricordavano “la più grande opera d’arte possibile nell’intero cosmo,” come disse il compositore Stockhausen a proposito delle immagini degli attentati alle Torri Gemelle. Dallo schermo una risata seppelliva la platea nazista, prima che il palco esplodesse in un incendio catastrofico.

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Su Post-Pink, l’antologia di fumetto femminista

di Simone Tribuzio

Che il linguaggio del fumetto abbia cominciato a parlare al femminile? Una domanda che risulta errata sin dal principio, perché il fumetto italiano vede coinvolte a pieno, e da un bel po’, diverse autrici; che con il tempo sono riuscite ad ottenere grandi riconoscimenti accademici. Basta pensare al nome di Bianca Bagnarelli, o solamente a quello di Sara Pichelli, creatrice grafica di Miles Morales, nonché protagonista del film vincitore del Premio Oscar (miglior film d’animazione) Spider-Man: Un nuovo universo.

Quest’ultimo esempio, poi, smonta definitivamente il cliché dell’autrice che deve a tutti costi rivolgersi ad un pubblico esclusivamente composto da donne. Nel frattempo non è stata ancora eliminata la tampontax, giusto per dire che nelle aule del Parlamento italiano non viene fatta – e anche questa volta – alcuna considerazione di una problematica che vede un bisogno.

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Il mercato della voracità – Frammenti di un discorso politico tra una pizza veloce e un lentissimo gelato

Photo by Tim Mossholder on Unsplash

Sono lì, sto per finire la mia marinara doppio aglio e doppio origano, mentre il mio amico sta ancora parlando con una fetta ben arrotolata sulla punta delle dita. Si potrebbe dire del modo in cui ciascuno affronta le cose osservando il modo in cui affronta la pizza. C’è chi non ti guarda nemmeno e concentrato sul piatto procede come eseguendo un compito delicato. C’è chi la taglia in quattro e con quella precisione di croce spera di controllare il destino, chi scarta la periferia credendo di avere colto il meglio, chi si ferma ogni fetta, chi si perde a parlare e ti viene da dirgli che si fredda, chi voracemente ha già finito e tu sei ancora lì al primo spicchio.

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Sull’editoria di poesia contemporanea: – #9: Collezione di poesia Einaudi

Riprendiamo la serie di interviste curate da Francesca Sante sulla poesia contemporanea italiana. Qui tutti gli articoli precedenti.

Possiamo dire senza troppe remore che Einaudi è l’unico grande editore storico che continua a puntare, se non con spericolatezza almeno con cocciutaggine, sui libri di poesia. In «Collezione di Poesia» è evidente il lavoro di equilibri certosini con cui si inanellano nuove uscite e ripubblicazioni dirette verso un obiettivo duplice, di sostenibilità economica e arricchimento culturale. Chiaramente i suoi poeti non sono esordienti assoluti, ma capita che l’editore favorisca il loro ingresso generalmente alla terza o alla quarta pubblicazione, accanto a nomi importanti e apprezzati nel tempo. Agli autori italiani e alle riscoperte del passato vanno aggiunti i poeti stranieri.